Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Ottobre 2021

Unità

2021, Avvenire 12 ottobre

Necessaria unità contro lo squadrismo. Due errori e nessun alibi

Ci sono due errori che non possiamo permetterci di fronte al tentativo di manipoli di squadristi neofascisti di intestarsi violentemente il disagio, le paure, i dubbi e le proteste di quella minoranza rumorosa e spesso (ma non sempre) irriflessiva che chiamiamo 'novax' e/o 'no-pass'. Ma a Roma, sabato 9 ottobre, non sono stati i no-vax ad aggredire le forze dell’ordine, a dare l’assalto alla sede della Cgil e a fare furiosa irruzione nel Pronto soccorso del Policlinico romano Umberto I. Gli aggressori sono capi e militanti di una destra estrema, concittadini che hanno diritto a pensarla come vogliono, ma che si rivelano sistematicamente – e questo è il punto – nemici delle regole democratiche, anche di quelle che hanno sinora permesso loro di organizzarsi in partito e di sfidare il limite oltre il quale si realizza l’«apologia del fascismo», il crimine che in Italia fa memoria degli orrori della dittatura nera.

Il primo errore da non fare è, dunque, di dargliela vinta sul piano mediatico ai manganellatori. Accadrebbe se consegnassimo a ripetizione e con enfasi a questi malviventi i titoli di testa di giornali, telegiornali e radiogiornali. Informare è indispensabile, infornare il loro pane avariato no. Se invece lo facessimo, aiuteremmo paradossalmente queste e altre schegge della piccola galassia neofascista a centrare un obiettivo propagandistico, consentiremmo loro di mostrare muscoli che non hanno e di vantare consensi che non ci sono, e al tempo stesso rischieremmo di metterli in condizione – grazie alla sovraesposizione ottenuta – di far proselitismo e di ulteriormente avvelenare un pezzetto di società italiana.

Il secondo errore da non compiere è di dargliela vinta sul piano politico. Non serve retorica e non servono distinguo, serve semplicità e nettezza per denunciare all’opinione pubblica i misfatti dei forzanuovisti e dei loro compari e per varare risposte ben proporzionate ed efficaci (meglio non parlare neppure di scioglimento di Forza Nuova, se non c’è la certezza giuridica e politica di poterlo sancire). Purtroppo, però, un po’ tutti i portavoce di partito (di più quelli di destra, ma anche a sinistra non si scherza) stanno marcando male, con un gioco di rilanci, ripicche e vecchi ritornelli. Dopo un accenno di unanimità iniziale nella condanna, è infatti scattato il riflesso condizionato di fazione e si sono accese polemiche disorientanti, soprattutto per chi del fascismo e dei suoi immani disastri ha appena una vaga idea.

La solfa è la solita. E meno male che non si arriva a parlare di «camerati fuori strada» (come un tempo a sinistra con i «compagni che sbagliano»). Ma fioccano notazioni sui «nostalgici utili idioti», sugli «atti di matrice incerta» (Meloni dixit) e – udite udite, visto che viene dall’ex ministro dell’Interno Salvini – sulle possibili malizie delle autorità di pubblica sicurezza. Ma non appare scelta azzeccata neanche quella di aver fissato proprio alla vigilia del voto per i ballottaggi amministrativi una grande e sacrosanta manifestazione sindacale. Cgil, Cisl e Uil l’hanno indetta per il 16 ottobre, che è giorno evocativo e che cade di sabato come nel 1943, quando nazisti e fascisti rastrellarono 1.259 uomini, donne e bambini nel Ghetto ebraico di Roma, avviandoli ai campi di sterminio. I sindacati non sono partiti, e non sono in lizza il 17 e 18 ottobre, e però con questa scelta senza (apparente e convincente) consultazione sono stati offerti la possibilità e un mezzo alibi parolaio per non essere in piazza contro il fascismo a tutti coloro che in piazza preferiscono non esserci.

Solo un mezzo alibi, sia chiaro, anzi, nessuno. Perché un modo lineare per disinnescare il 'conflitto' c’è, eccome. Basta esserci tutti in piazza contro lo squadrismo neofascista. Ma proprio tutti. Centrosinistra e destracentro insieme. Dopo settantacinque anni di Repubblica democratica ce lo possiamo e dobbiamo permettere. Errori a parte, chi non ci sarà avrà una responsabilità in più.

 
 
 

L'esperienza di Dio

Post n°3658 pubblicato il 12 Ottobre 2021 da namy0000
 

2021, Avvenire 11 ottobre

Mostraci il tuo volto. «Quella nostra fragilità che è fame d'amore»

Da Bergamo a Crocetta. Don Alessandro Deho’ cerca l’essenzialità dell'essere prete in una frazioncina nell’alta Lunigiana. «L’esperienza di Dio si fa mendicando amore. Il protagonista è Lui, non noi»

«Nascere e morire... questi sono gli ambiti che mi interessano di più». Incontri don Alessandro Deho’ nell’antico santuario ed ex eremo monastico della Madonna del Monte, quasi a mille metri, sopra Pontremoli, in Lunigiana (Massa Carrara), e ogni discorso, ogni parola perde di fronzoli e va al cuore del problema, entrando come una lama nella carne viva. «La morte di mio padre - prosegue don Alessandro - è stata l’esperienza più alta del volto di Dio. Un infarto. Si è ristabilito. Poi ha preso il Covid con la prima ondata a Bergamo. Per due volte mi hanno chiamato in reparto: un dono! La seconda fu, il 27 marzo, il giorno in cui il Papa fece quell’uscita col crocifisso sul sagrato di San Pietro davanti a una piazza deserta. Quel giorno lesse 'La tempesta sedata' e io, senza saperlo, avevo scelto lo stesso brano per mio padre, che era stato due anni in Marina. Davanti a quegli occhi che mi guardavano implorando libertà, piangevo ed era come sotto la croce. Lì sono crollate tutte le chiacchiere su Dio acqua e sapone. Lì c’era l’amore nella sua espressione più profonda e dolorosa. Mi sentivo nel cuore del nascere e del morire. Quegli occhi aperti sul mistero. Una benedizione paterna potentissima. Ho capito che la profondità della fede non è cercare Dio ma lasciarsi guardare da Dio. Un ribaltamento sull’orlo del precipizio perché in Gesù non c’è niente di edulcorato... Questo è il suo scandalo».

Don Deho’, 46 anni, viene dalla diocesi di Bergamo dove era parroco, attivo con i giovani e nel sociale. Ha scelto di vivere nella minuscola frazione di Crocetta (sette anime in tutto), in cima a un crinale impervio e boscoso posto fra lo spezzino e la provincia di Massa, dove scrive libri come La parola libera e, appena uscito, Dov’eri? Vivere non è solo un diritto (entrambi per Paoline) che verrà presentato il 17 ottobre al Salone del libro di Torino. La sua è la storia di chi si è incamminato verso l’essenziale nella piena fedeltà al suo essere umano ed essere prete. È stato obiettore di coscienza e ha fatto l’infermiere in un grande ospedale. Quando parli con lui, magari dopo aver visto la casa dove abita (comprata facendo un mutuo «come fa la gente comune »), con l’orto, aspramente conteso ai cinghiali, e la minima e disadorna cappella con un altare dove per celebrare non si può che stare in ginocchio, cogli quella stessa impellente ricerca della verità.

Ci sono state altre esperienze che l’hanno condotta su questa strada di svelamento dell’essenziale nell’estremo istante della morte?

In ospedale, da infermiere di ematologia. Una donna, doveva essere dimessa il giorno dopo, sta male nella notte. La trovo in bagno che vomita sangue. Nei suoi occhi una domanda che ti scava dentro: muoio? E tu non puoi fare altro che riportarla a letto dove muore di lì a poco. Avevo un amico, un giovane prete somasco che ho conosciuto da obiettore. Poi, da infermiere, gli raccontavo le mie esperienze. Qualche tempo dopo che ero entrato in seminario, mi chiama e mi dice che ha la leucemia. Il trapianto di midollo non riesce. Mi trovo con lui in ospedale il giorno prima della sua morte. Non dimentico i suoi occhi... Per me è lì il volto di Dio. In quel mistero che avvolge la morte. Quella è la povertà più radicale. Non c’è nulla di più povero di questo. E poi mio padre, che diventa padre davvero quando lo vedi che muore e ti chiedi se anche tu, quel giorno, saprai essere benedicente e consegnato come lui.

Un’ansia eccessiva per la morte?

Per me non è vivere con la paura della morte, ma è stata la consapevolezza della necessità di passare da una Chiesa che va a riempire i bisogni, a una Chiesa consapevole della sua stessa povertà, che si apre al bisogno dell’innamorato, che apre il cuore allo sposo del Cantico. Una Chiesa consapevole di essere bisognosa e nell’attesa dell’incontro: nella povertà di chi muore c’è un estremo bisogno d’amore, una zolla di terra in attesa di essere fecondata. Un san Francesco che avesse fatto la carità ai poveri non sarebbe stato un problema, lo diventa quando si fa povero. L’esperienza di Dio si fa mendicando amore, il suo amore. Lì si incontra il suo volto.

Questo non si poteva fare in parrocchia?

Certo ero più utile prima: oratorio, asilo parrocchiale, Caritas... Avevo idee pastorali bellissime, ma, e parlo per me, mi sono accorto che il progetto era più importante delle persone alle quali era rivolto. Qui, invece, incontro la gente su un terreno che non è fruizione di qualcosa, ma è accoglienza pura e semplice. Non ci sono categorie, ma una condivisione di storie e in ogni storia c’è un frammento del volto di Dio. Bisogna coglierlo senza chiudersi in schemi prefissati. Il volto di Dio è quell’amore che ti fa sentire accolto nonostante tutto. Di fronte alla morte non hai paura di mostrare la tua fragilità. Gesù sulla croce l’ha mostrata. È lo svelamento della fame d’amore che abbiamo. Questa è la preghiera: uno svelamento.

Una fame d’amore?

Gesù è entrato nel mondo riempiendo una culla e ne è uscito svuotando un sepolcro. Siamo la fame, siamo il bisogno, siamo il vuoto, siamo apertura a un incontro che solo può dare senso alla vita.

Come l’amante del Cantico che desidera inebriarsi dell’altro?

Esattamente. Due amanti nella pienezza del loro amore mettono l’uno nelle mani dell’altra la loro nudità: si concedono totalmente. Se io smetto di far vedere che sono un prete bravo e mi mostro per quello che sono: un povero cristo che ha un’infinita fame d’amore, allora chi mi avvicina si sente compreso, accompagnato e possiamo metterci l’uno nelle mani dell’altro.

Vengono in mente tutti gli smarriti, gli anziani...

Quanti sono i sofferenti, gli svuotati da questa società? Invecchiare è traumatico. È svuotamento. L’anziano è evangelico: si consegna. Gesù si mette nelle mani di Maria e Giuseppe. Si consegna ai discepoli nell’Eucaristia. Si consegna ai carnefici. Si consegna nella deposizione dalla croce. Il Vangelo è una deposizione continua, fino al deporsi nelle mani del Padre. Gesù ci mostra la verità profonda che è nell’essere bisognoso.

E il suo essere prete?

Credo che la fedeltà non sia al ruolo, ma al mandato. Gesù ci manda ad annunciare le cose del Regno di Dio. A volte il rispetto del ruolo rischia di condurre a un cristianesimo vuoto. Ho capito che è necessario essere fedeli al mandato e che su questa strada si giunge non solo all’essenzialità del ruolo, ma lo si oltrepassa. Ho scelto di mettermi in cammino su questo strada e ringrazio il mio vescovo che ha condiviso lo spirito della mia ricerca e il vescovo di Massa che mi ha accolto. Celebro e confesso al santuario e in alcune frazioni qui intorno. Vivo la straordinaria amicizia che i pochi abitanti di Crocetta mi regalano e in due anni ho imparato tanto. La loro saggezza ha sgretolato tante mie convinzioni e luoghi comuni di cittadino. Un cammino che non so dove mi condurrà. Per la gente che mi cerca sono un fratello che accoglie e ascolta, che fa un pezzo di strada insieme, che condivide nel Vangelo, anzi, il desiderio del Vangelo, dell’innamoramento di Gesù, perché è Lui che ci ama. C’è chi mi dice: «Non posso essere nella Chiesa perché non sono in regola». Ma Lui ci ama comunque, a ogni costo e ha fiducia in noi. Questa è la cosa pazzesca: il protagonista è Lui, non noi. E così ci si incammina verso la percezione del volto di Dio.

 
 
 

Amore e amore

Post n°3657 pubblicato il 09 Ottobre 2021 da namy0000
 

AMORE E AMORE

“Siete contenti se vi dico anch’io qualcosa?”, chiese abba Cristoforo ai due studenti, che nel frattempo furono raggiunti da altri tre.

“Certo, abba. Noi ascoltiamo anche te, che da quel che si dice, di amore te ne intendi”, disse uno di loro.

Silenziosamente, senza che essi se ne accorgessero, l’abba pregò nel suo cuore e invocò la Madre di tutti. “Di amore me ne intendo, sì. Io chiamo amore il donarsi. Chi, gratuitamente, perde tempo per un altro, impegna le proprie energie, esercita pazienza e sopportazione, perdona e ascolta, questi esercita amore. Per dirla in breve, amore è vivere allo stesso modo con cui Dio si rapporta con noi. Per «Dio» intendo la persona che Gesù ci ha fatto conoscere con il nome di «Padre». Ce l’ha fatta

O conoscere anche con le parole,, ma soprattutto amandoci, perché Dio è amore. Immagino che voi conoscete Gesù”.

Uno dei quattro intervenne: “Non siamo abituati a questo linguaggio, ma pare interessante”.

L’abba ringraziò e continuò: “Avete mai sentito parlare di due cosiddetti comandamenti? Il primo: «Amerai il tuo Dio con tutto il cuore e con tutte le forze»”, e il secondo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso»?.

Due di loro risposero: “Sì, vagamente ricordo di aver udito queste parole, ma non le capisco”.

L’abba si sentì ancor più impegnato. Doveva arrivare Gesù in mezzo a loro.

Abba Cristoforo si lisciò la barba e cercò di spiegarsi: “I vostri professori, se avete riferito bene, hanno usato il termine amare per indicare solo rapporti sessuali, ma non è detto che i rapporti sessuali siano tutti amore. Potrebbero essere atti di violenza, trasgressioni, prevaricazioni, perversioni, che generano ingiustizie e sofferenze. I due comandamenti che ho ricordato devono stare sempre insieme, come le due facce di una moneta. Questo significa che tu ami Dio soltanto quando ami il prossimo, cioè doni a lui il tuo tempo e le tue attenzioni per rendergli bella la vita. E ami il prossimo solo quando ubbidisci a Dio. Quando chiami amore del prossimo un gesto che non è bello agli occhi di Dio, ti inganni e inganni colui che dici di amare. Se il tuo atto di amore non fosse bello agli occhi di Dio, sarebbe egoismo. Vi pare che mi spiego?”.

I quattro tacevano.

L’abba allora continuò: “Gli esempi di amore che vi hanno portato i professori sono tutti disgustosi agli occhi di Dio, Padre di Gesù Cristo. Non sono affatto amore, bensì egoistica ricerca del piacere. Non danno gioia a nessuno e invece fanno soffrire molti”.

E, dopo un attimo di silenzio: “Per conoscere l’amore guarderemo sempre a Gesù, anche quando porta la croce e si lascia inchiodare ad essa. Quando qualcuno vi parla di amore, pensate a lui, e non vi lascerete ingannare”.

Dissero: “Verremo ancora da te, e ci parlerai di Gesù”. Abba Cristoforo li ringraziò e tornò ai suoi impegni dimenticati.

 
 
 

Tempo di arare

2021, Avvenire 6 ottobre

Fare i conti con gli abusi ed espiarli. Mai più alibi è tempo di arare

Il tema non è come chiedere perdono, ma come espiare. Se non accettiamo questa postura, tutte le altre parole e dichiarazioni saranno vane. Non si tratta di essere d’ora in avanti più attenti, più sensibili, più vigili nei confronti dell’enormità di un delitto che abbiamo vergognosamente sottovalutato e ostinatamente rimosso. L’enormità dei numeri nel dossier su 70 anni di abusi nella Chiesa francese, diffuso ieri, non parla di una strada smarrita: parla di un sentiero frequentato. La credibilità del nostro processo di espiazione chiede un deciso rimescolamento delle carte, che deve sbarrare la strada per vocazioni sbagliate ed esigere la prova di personalità risolte.

Deve essere sottoposto a profonda rielaborazione critica, in primo luogo, il tratto infantile – in tutti i sensi, purtroppo – di una diffusa cultura ecclesiastica della sessualità. Ieri inquadrata moralmente in una sorta di estensione degli «atti impuri» (versione infantile); oggi riabilitata nelle forme della «tenerezza reciproca» (versione infantile, per quanto positiva).

La serietà della costruzione di una personalità risolta, a riguardo della sessualità, quali che siano le sue scelte di vita, chiede una più profonda comprensione dei modi in cui essa segna – fra gli umani – le forme della relazione e del riconoscimento, dell’identità e dei legami. Una personalità risolta sa anche, e assimila in comportamenti di relazione e in stili di vita, che il riconoscimento della dimensione sessuale nel rapporto con un figlio o con una sorella trova la sua ricchezza e la sua profondità in un modo profondamente diverso da quello dell’uomo e della donna che li hanno generati.

Non solo il godimento, ma neppure la tenerezza è identica: la persona matura sa come custodire la differenza, senza mortificarne la ricchezza. La cultura diffusa in questa fase, a proposito del consumo della sessualità, non guarda troppo per il sottile alla differenza. Non è un caso se la drammatica immaturità generata da questa confusione mostra sintomi orribili e tragiche ricadute sui rapporti affettivi: anche i più intimi e famigliari. Che cosa rende così permeabile l’ambiente religioso – e non solo dei sacerdoti – per un disorientamento di questo genere?

Il dolore nel dolore che proviamo di fronte a questa evidenza è proprio l’accusa di insensibilità del resto della Chiesa. L’orrore è stato sottovalutato, ammorbidito in semplice errore. Eccessi di tenerezza, appunto, atti impuri. Lo stravolgimento della grammatica affettiva di base, l’ostruzione della maturazione personale, l’imposizione di auto-interrogazioni destabilizzanti e senza risposta: come mai l’enormità di tutto questo ha prodotto reazioni così insignificanti – e spesso ancora più colpevoli?

La nostra testimonianza – della nostra vita, prima di tutto, ma anche della nostra cultura – dovrebbe rappresentare un elemento persuasivo e affidabile di contrasto nei confronti dello svilimento infantile della sessualità e della violenza drammatica che esso finisce sempre per coprire. Questa cultura mediocre e infantile non ci scusa. Piuttosto, essa aggrava la nostra responsabilità. Perché noi non siamo uomini e donne analfabeti e sprovveduti.

Espiare, dunque, significherà anche questo. Noi impareremo a dichiarare con maggiore umiltà e con serena franchezza di non essere comunque all’altezza della grazia che predichiamo e dell’amore che portiamo. Non per accampare un facile alibi alla nostra vergogna, naturalmente. Ma piuttosto per accettare di esserne più severamente giudicati. La riconquista della differenza sostanziale fra uno stile ecclesiale devoto e sentimentale, carezzevole e possessivo, e quello evangelico di Gesù ci dovrà costare lacrime e sangue nei prossimi anni. E solo così ridiventeremo credibili. Come lo sono già – grazie a Dio – i molti che non cercano nella violazione degli inermi un risarcimento per l’impotenza della loro dedizione.

La ruvida tenerezza della dedizione di Gesù – asciutta, forte, non appiccicosa, non clericale – è una rivelazione nella Rivelazione. Nella formazione è quasi scomparsa dai radar. Dobbiamo chiedere e accettare di essere giudicati su questo metro: è una priorità. Meno chiacchiere di sacrestia e futili dispute su quante candele o quanti kyrie eleison. La nostra espiazione deve essere una cosa seria. Proprio essa dovrà onorare la fede che ci è stata consegnata e riconciliare la comunità con il ministero che le viene dedicato. Dovremo vedere i frutti di questa espiazione, per essere sicuri che il suo seme ha rivoltato la terra. Dio sa fare questo. E se siamo credenti, chiediamogli di avere il coraggio di affondare l’aratro, anche dove fa male.

 
 
 

L'amicizia e il carcere mi hanno salvato

2021, Avvenire 5 ottobre

Anni di Piombo. Arrigo Cavallina: l'amicizia e il carcere mi hanno salvato

Fondatore dei Pac nel 1978, dodici anni fra reclusione e misure alternative, promuove giustizia riparativa e carceri più umane La sua vita cambia quando gli scrive il suo ex prof Cesare Cavalleri

Storie da un’amicizia. Quella fra Cesare Cavalleri, direttore di “Studi cattolici” e delle edizioni Ares, e l’ex terrorista, fondatore dei Proletari armati per il comunismo, Arrigo Cavallina. Nata per una reminiscenza di scuola – il professor Cavalleri riconobbe in lui, imputato in un maxi-processo, l’ex allievo in un istituto tecnico di Verona, di cui conservava un caro ricordo – «suggellata davanti ai tortellini scodellati da mia moglie Elisabetta », ricorda Cavallina, e divenuta un sodalizio umano ed editoriale. La prima lettera, spedita a Rebibbia, data 16 aprile 1984, ma il carteggio è proseguito anche quando non c’era più l’ostacolo delle barriere del carcere. Ne sono nati anche dei libri. Nel 2005 uscì Una piccola tenda d’azzurro che i prigionieri chiamano cielo e ora, di nuovo per Ares, Il terrorista e il professore. Lettere dagli anni di piombo & oltre (pagine 344, euro 16,00), che è il carteggio fra i due uscito a doppia firma. Cavallina da 28 anni è un uomo libero, impegnato a parlare di non violenza e umanizzazione delle carceri ovunque lo si inviti. Spesso, lui la considera una sorta di «pena accessoria», gli viene chiesto di parlare di Cesare Battisti, uno dei “proletari” che aveva arruolato alla lotta armata da semplice rapinatore che era, impegnato in tutti questi anni a scappare da un continente all’altro, per sfuggire a quel carcere che a Cavallina, invece, ha fatto bene, consentendogli anche di approfondire lo studio delle sacre scritture e conseguire una seconda laurea.

Di che cosa era accusato quando Cavalleri si fece vivo?

Ero coinvolto nel processo contro Potere operaio e la rivista “Rosso”, per alcune rapine e l’incendio alla Face Standard del 1974, compiuto per protesta contro il colpo di Stato in Cile. Arrestato nel 1975, restai in carcere tre anni, e attraverso la rivista “Senza galera” iniziai a occuparmi della condizione carceraria. Assolto, uscii nel dicembre 1977, ma il mio iter processuale è andato avanti molti anni ancora. Nel frattempo, nel 1978 fondai con altri militanti di Milano i Pac, coinvolgendo anche Cesare Battisti. Dal ’79 all’86 di nuovo in carcere, poi ai domiciliari e al lavoro esterno con Exodus. La condanna definitiva arriva nel 1993, accusato anche di concorso in uno degli omicidi compiuti dai Pac, quello del maresciallo Santoro.

Assolto e messo in condizione di fare altri danni, condannato quando il suo recupero era già ultimato. Quando era finito il sogno rivoluzionario?

In galera, molto presto. Ma anche se non pensavo più di vincere la rivoluzione, volevo alleviare la ferocia delle carceri simboleggiata dalle carceri speciali.

Così fondò i Pac. Quando se ne staccò?

Già nel 1979. Mi sentivo sconfitto, la gente invece di seguirci ce l’aveva con noi.

Così anticipò di almeno 5 anni il fenomeno della dissociazione.

Mi resi conto che di tanti temi cruciali, dalla questione educativa alla condizione femminile, dall’ambiente alla salute, non ci eravamo mai occupati. Bisognava allora uscire dalla logica della merce. Ho capito che non sei tu che usi le armi, ma sono le armi che usano te, da mezzo diventano fine.

Poi il nuovo arresto...

Mi occupavo principalmente della malattia di mia madre, quando il 21 dicembre 1979 vennero a prendermi, nel quadro dell’operazione “7 aprile” contro Toni Negri e Autonomia. Ma stavolta in carcere ho potuto incontrare persone impegnate a superare il paradosso per cui il carcere, che dovrebbe favorire un percorso di recupero, finiva, attraverso trattamenti disumani, per creare un’aura di eroi nei reclusi, radicandoli ulteriormente nel progetto eversivo.

E nel 1984 si rifà vivo Cavalleri.

Mi chiese se poteva fare qualcosa per me. Ne scaturì un impegno comune contro la stupidità della pena. Pestaggi come quelli che ancora si registrano, vedi il recente caso di Santa Maria Capua Vetere, non servono a niente. Perché tenere sotto chiave persone capaci, anche istruite che, in un’ottica di giustizia riparativa, possono rendersi utili ponendo rimedio ai danni commessi alle persone o alla società?

Poi l’assurda incarcerazione del 1993, quando era ormai reintegrato.

Dovevo scontare un residuo di pena di un anno e mezzo, ma ebbi presto accesso alle misure alternative e dopo qualche mese ottenni la liberazione anticipata. Nel frattempo il carcere era cambiato, c’era stato il riconoscimento della dissociazione, dopo la stagione dei pentiti che avevano beneficiato di sconti di pena in cambio di rivelazioni, ancora in una logica emergenziale “di guerra”. Il contributo di Cavalleri fu importante. C’erano state molte resistenze.

Da quali settori?

Il mondo cattolico fu determinante, grazie alla testimonianza dei cappellani delle carceri, e soprattutto al gesto di Giovanni Paolo II che a Rebibbia incontrò e perdonò il suo attentatore Ali Agca. Le ostilità vennero soprattutto dal partito comunista. Ma preferisco ricordare i tanti che ci vennero in aiuto: la deputata Leda Colombini e il marito Angiolo Marroni, vicepresidente della Regione Lazio. Ma anche Ettore Scola e Luigi Magni, registi vicini al Pci, ci hanno sostenuto.

Ha lottato contro le angherie del carcere, ma a lei ha fatto più bene che male...

Di sicuro ho tratto più beneficio dalle relazioni nate in carcere che dalle ore passate alla manovella del ciclostile appresso a stupidaggini. Ma questo lo si deve all’impegno di uomini come l’allora direttore degli istituti di pena Niccolò Amato, o il senatore Mario Gozzini, o il cardinale Martini.

Battisti, invece, come se avesse fermato le lancette dell’orologio a 40 anni fa.

Non lo giudico, non so se fossi stato all’estero, libero, come mi sarei comportato. Dipende anche da come si pone la giustizia, se ti chiede solo di pagare il conto o se propone un percorso riparatore, a risarcire la società che hai offeso.

Come giudica le reazioni al via libera della Francia all’incriminazione di alcuni ex terroristi?

Alcuni politici e opinionisti hanno dato sfogo a un’idea di giustizia vendicativa e feroce che non porta da nessuna parte. Ma confido che il ministro della Giustizia Marta Cartabia, studiosa della giustizia riparativa, possa contribuire a individuare un percorso di cambiamento anche per queste persone. Non potendo riportare in vita le vittime la riparazione è l’unica via ragionevole.

Cadute le ideologie per i giovani la nuova insidia viene da Internet?

Noi cademmo in una visione totalizzante, loro rischiano la totale superficialità. Ma l’errore è lo stesso: il rifiuto delle relazioni umane. L’antidoto consiste nel rimettere al centro le relazioni concrete, non virtuali, fra esseri umani.

 
 
 

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