Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Maggio 2022

Uomo nuovo

Post n°3742 pubblicato il 28 Maggio 2022 da namy0000
 

2022, FC n. 22 del 29 maggio

Caro don Stefano, le scrivo da un carcere. Leggo sempre Famiglia Cristiana grazie al cappellano. È la prima volta che mi trovo in prigione. Non mi piace definirmi “detenuto” perché, prima di tutto, sono un uomo. Un uomo che ha sbagliato e che sta pagando, ormai da diverso tempo. Tra non molto uscirò, e sono molto preoccupato, spaventato direi, per il giudizio della società, per lo stigma che, inevitabilmente, mi porterò dietro a lungo. Perché il giudizio, o pregiudizio, è la vera piaga dell’umanità, e giudicare un uomo senza conoscere il suo cuore è un vizio comune nel quale, lo ammetto, anch’io in passato cadevo spesso. Oggi, cerco di evitarlo. La mia è una storia di dolore e di speranza, di caduta e di rinascita, di libertà perduta e ritrovata, di non-amore risanato. I primi tempi in carcere sono stati orribili. Ero confuso, smarrito, disperato, a volte tentato dal suicidio. Poi, ho conosciuto dei volontari cattolici e ho cominciato a frequentare assiduamente la Messa. Due suore mi hanno seguito, hanno accolto il mio pianto, il mio sconcerto di peccatore che non si capacitava di aver sbagliato.

Così, pian piano, mi sono accostato al sacramento della Riconciliazione: è allora che ho avuto la forza, il coraggio, di chiedere perdono e di piangere, finalmente, non sul mio vittimismo ma sulla mia miseria di peccatore. Ho cominciato a frequentare l’Eucaristia ogni settimana. Poi, la vera svolta, il cambiamento totale, seppur graduale: un mio compagno di cella mi ha prestato la sua Bibbia, e per la prima volta ho conosciuto in profondità la Parola di Dio. La leggevo con ardore, assetato di quella verità che mi era, fino ad allora, così distante e sconosciuta. Anche “fuori” ero un credente, ma il misticismo che mi affascinava era astratto, senza radici nella realtà, incoerente e vacuo. Ero quello che si dice un “cristiano non praticante”, e la mia fede era debole e confusa. Scoprire l’Antico Testamento e, soprattutto, il Vangelo di Gesù Cristo ha iniziato piano a cambiare qualcosa nel mio intimo, a scavarmi dentro. In particolare, dopo un sogno, una pace immensa mi ha avvolto e, da quel giorno non mi sono sentito più realmente solo. Con il tempo, ho capito che il Signore aveva scelto di incontrarmi e di riprendermi per mano proprio nel momento in cui ero più nudo, più povero, più inerme, libero da ogni zavorra umana. Libero nel cuore, e non nelle gambe, mentre fuori non lo ero: come la maggior parte degli uomini, infatti, credevo di essere libero, di poter fare ciò che volevo – anche di ferire gli altri, di mentire, di ingannare – ed invece ero schiavo, prigioniero del peccato, complice del male. Ho espresso la mia ritrovata libertà anche nel chiedere perdono a coloro che, pur amandoli immensamente – ma stoltamente, con cuore offuscato – avevo fatto soffrire. E non importa, in fondo, che non mi abbiano risposto, né accolto il mio pentimento, perché confido che, un giorno, ci riusciranno. Adesso guardo con serenità e fiducia al futuro.

Ho profonda vergogna per i miei errori passati e non amo parlarne, poiché ho preso le distanze da ciò che ero e non sono più. In carcere ho scoperto anche la narrativa, realizzando il sogno, a lungo coltivato “fuori”, di scrivere dei romanzi nei quali ormai do voce allo Spirito e a ogni mio anelito di vita, di gioia e gratitudine al Signore che salva. Tuttavia, il senso di isolamento, spesso, mi opprime. Perciò, concludo con un umile desiderio: vorrei ricevere email, o lettere, da chiunque desideri contattarmi. Sarò felice di corrispondere con chi vorrà degnarmi della sua amicizia – Nick

Caro Nick, la tua lettera mi commuove e credo che faccia lo stesso effetto anche ai nostri lettori. Per ragioni di spazio ho dovuto ridurla, ma in essa tutti noi cogliamo, grazie alle tue doti di scrittore che hai scoperto “dentro” il carcere, il cammino di liberazione che il Signore ti ha indicato e che tu hai accettato di fare. Quelle persone che citi – i volontari, il sacerdote, le suore – mi ricordano l’angelo di cui si narra nel capitolo 16 degli Atti degli apostoli che, comparso nel mezzo della notte nel carcere di Filippi, in cui Paolo e Sila erano stati rinchiusi per aver predicato il Vangelo di Gesù, li liberò dai ceppi e li fece uscire, permettendo loro di continuare a predicare il Vangelo. Sì, esattamente quello stesso Vangelo che hai riscoperto tu nel momento in cui ti sei sentito avvolgere dall’amore di Dio. Quello stesso amore ha liberato dai ceppi della schiavitù del peccato il tuo cuore. L’amore libera, questo è il tuo insegnamento a tutti noi. L’odio, con tutti i suoi succedanei (invidia, gelosia, malevolenza, diffidenza, pregiudizi, ecc.ecc.), rende schiavi, magari senza neppure che ce ne rendiamo conto, , come giustamente racconti nella lettera. Dio è sempre in azione, ai tempi di Paolo come ai nostri, e tanto più ha la possibilità di agire quanto più glielo permettiamo di fare. La tua storia che così onestamente narri e che leggiamo tutto d’un fiato come se fosse un romanzo, mostra proprio questo. Mostra, anche, che esistono condizioni particolari in cui noi uomini siamo più pronti ad ascoltare la voce dello Spirito santo, e queste a volte coincidono con situazioni di sofferenza – don Stefano

 
 
 

Umani

Post n°3741 pubblicato il 23 Maggio 2022 da namy0000
 

2022, Avvenire, 23 maggio

Gentile direttore,
mi chiamo Matteo, ho 11 anni e da quando ne avevo tre vivo all’estero con mamma e papà che hanno dato vita a una Casa famiglia. Mi ritengo uno dei ragazzi più fortunati al mondo, perché questa “avventura” mi ha aiutato a capire quanto duro può essere il mondo e mi ha reso più gentile nei confronti delle persone a cui serve aiuto. In tanti mi chiedono perché sono venuto in Grecia.

Il motivo è che i miei genitori, prima di avere figli, sono entrati in un’associazione italiana che opera anche nelle missioni. Don Oreste Benzi, il fondatore di questa associazione, l’ha creata anni fa per aiutare i poveri del mondo. I miei genitori li accolgono. Tutti quelli che vengono a vivere con noi si portano dietro una storia. A volte mamma e papà non ci lasciano ascoltare perché potrebbe essere troppo dura. Io però ascolto spesso di nascosto. Alcuni vengono dall’Afghanistan, altri hanno passato cose molto spaventose e brutte, vorrei dirle ma è meglio di no perché sono troppo personali. Questo mi ha aiutato a capire la cattiveria del mondo, ma anche l’amore che ha da offrire. Molti mi chiedono quanti siamo in casa. Dovremmo essere in cinque (con i genitori), ma siamo in trenta, tra Casa famiglia e famiglie accolte.

Come ho già detto mi sento davvero uno dei ragazzi più fortunati al mondo, perché è bellissimo, fantastico, straordinario sentire lingue straniere, vedere persone distrutte passare del tempo bello e abbracciare persone che davvero ne hanno bisogno. In tanti prendono in giro le persone con cui vivo, ma questo certamente è solo perché non le conoscono bene. Io che le conosco bene posso dire che amano, vivono, mangiano, dormono e hanno la voglia di esplorare il mondo come noi, perché proprio come noi sono umani. - Matteo

 
 
 

Viaggio spirituale

Post n°3740 pubblicato il 21 Maggio 2022 da namy0000
 

2022, FC n. 20 del 15 maggio

Il viaggio di fratel Charles de Foucauld è prima un torrente, poi un fiume per diventare, infine, un mare, nel deserto.

Era una persona con talenti incredibili, sapeva fare mille cose. Dio lo aveva scelto da tempo, e quando Charles si scopre stremato spiritualmente dopo anni di eccessi, chiede: “Dio mio, se esistete fate che io vi conosca”. E Dio non si fa attendere.

Nella vita di fratel Charles ci sono persone meravigliose: il suo confessore, l’abate Huvelin, il suo vescovo, il comandante amico Laperrine, la sorella Mimì.

Marie è colei che è costantemente nel cuore e nella mente di Charles in tutti gli anni della sua vita. La loro unione è particolarmente profonda, nel tempo si eleva, sopravvive alla lontananza, ai cambiamenti di vita di entrambi. Anche nei periodi di maggiore confusione, Charles è sempre molto attento a cosa scrive o dice Marie. Dio trova un canale privilegiato per “parlare” a Charles attraverso Marie, la quale con la sua testimonianza, il suo esserci sempre lo riavvicina alla fede e ne segue tutta l’evoluzione spirituale.

Charles de Foucauld giunge alla fede dopo una giovinezza travagliata. Ordinato sacerdote a 43 anni, si reca nel deserto algerino del Sahara, prima a Beni Abbès, povero tra i più poveri, poi più a sud, a Tamanrasset con i Tuareg dell’Hoggar. Vive una vita di preghiera, meditando continuamente la sacra Scrittura, nell’incessante desiderio di essere per ogni persona il “fratello universale”.

Muore a 58 anni, la sera del 1 dicembre 1916, assassinato da una banda di predoni di passaggio.

Lo specifico della spiritualità di Charles de Foucauld è l’abbandono alla volontà di Dio e voler essere come Gesù. Charles voleva stare all’ultimo posto, come Gesù “discende” nella vita dell’uomo fino a essere l’ultimo, fino alla morte. Egli declina Nazaret in ogni azione e luogo della sua vita: nell’adorazione dell’Eucaristia, nella meditazione della Parola, nel suo portare Cristo a coloro ai quali era sconosciuto come i Tuareg, a rivoluzionare l’idea di missione e di evangelizzazione come l’essere testimone di Cristo senza alcun “orpello” e credere che per convertire occorre la presenza eucaristica di Cristo e la testimonianza del Vangelo con le nostre azioni e il nostro nascondimento.

Charles vive pienamente il suo essere fratello universale e apre la sua vita ai musulmani, agli ebrei, ai berberi, con la certezza che si può portare loro Gesù e farlo conoscere solo con la fede e l’umiltà della vita quotidiana.

Preghiera di Charles de Foucauld:

«Padre mio,

io mi abbandono a te, /

fa' di me ciò che ti piace. /

Qualunque cosa tu faccia di me, /

ti ringrazio. /

Sono pronto a tutto, accetto tutto, /

purché la tua volontà si compia in me /

e in tutte le tue creature. /

Non desidero niente altro, mio Dio».

Nella sua vita, fratel Charles faceva tanti propositi, poi cambiava direzione perché ascoltava, amava Dio e si abbandonava a lui.

 
 
 

Così la vita fiorirà

Post n°3739 pubblicato il 20 Maggio 2022 da namy0000
 

2022, Ermes Ronchi, Avvenire 19 maggio

Così la vita fiorirà in tutte le sue forme

In quel tempo, Gesù disse: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. [...]».
Se uno mi ama osserverà la mia parola. Amare nel Vangelo non è l'emozione che intenerisce, la passione che divora, lo slancio che fa sconfinare. Amare si traduce sempre con un verbo: dare, «non c'è amore più grande che dare la propria vita» (Gv 15,13). Si tratta di dare tempo e cuore a Dio e fargli spazio. Allora potrai osservare la sua Parola, potrai conservarla con cura, così che non vada perduta una sola sillaba, come un innamorato con le parole dell'amata; potrai seguirla con la fiducia di un bambino verso la madre o il padre. Osserverà la mia parola, e noi abbiamo capito male: osserverà i miei comandamenti. E invece no, la Parola è molto di più di un comando o una legge: guarisce, illumina, dona ali, conforta, salva, crea. La Parola semina di vita i campi della vita, incalza, sa di pane, soffia forte nelle vele del tuo veliero. La Parola culmine di Gesù è tu amerai. Custodirai, seguirai l'amore. Che è la casa di Dio, il cielo dove abita, ecco perché verremo e prenderemo dimora in lui. Se uno ama, genera Vangelo. Se ami, anche tu, come Maria, diventi madre di Cristo, gli dai carne e storia, tu «porti Dio in te» (san Basilio Magno). Altre due parole di Gesù, oggi, da ospitare in noi: una è promessa, verrà lo Spirito Santo; una è realtà: vi do la mia pace. Verrà lo Spirito, vi insegnerà, vi riporterà al cuore tutto quello che io vi ho detto. Riporterà al cuore gesti e parole di Gesù, di quando passava e guariva la vita, e diceva parole di cui non si vedeva il fondo. Ma non basta, lo Spirito apre uno spazio di conquiste e di scoperte: vi insegnerà nuove sillabe divine e parole mai dette ancora. Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto in quei giorni irripetibili e insieme sarà la genialità, per risposte libere e inedite, per oggi e per domani. E poi: Vi lascio la pace, vi dono la mia pace. Non un augurio, ma un annuncio, al presente: la pace “è” già qui, è data, oramai siete in pace con Dio, con gli uomini, con voi stessi. Scende pace, piove pace sui cuori e sui giorni. Basta col dominio della paura: il drago della violenza non vincerà. È pace. Miracolo continuamente tradito, continuamente rifatto, ma di cui non ci è concesso stancarci. La pace che non si compra e non si vende, dono e conquista paziente, come di artigiano con la sua arte. Non come la dà il mondo, io ve la do... il mondo cerca la pace come un equilibrio di paure oppure come la vittoria del più forte; non si preoccupa dei diritti dell'altro, ma di come strappargli un altro pezzo del suo diritto. Shalom invece vuol dire pienezza: «il Regno di Dio verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (G. Vannucci).

 
 
 

Fratelli e sorelle di Gesù

Post n°3738 pubblicato il 17 Maggio 2022 da namy0000
 

2022, Avvenire 16 maggio

La regista Liliana Cavani ha vissuto questa domenica la proclamazione da parte di papa Francesco a santo del “suo” Charles de Foucauld (1858-1916) come un «momento di grazia e di gioia per un personaggio che ha segnato la mia vita come quella di Francesco d’Assisi per la stessa idea di fraternità e non solo. Basti pensare alla sua idea di testimoniare il Vangelo senza chiedere la conversione di nessuno... e amando gratuitamente le persone che incontrava».

Un personaggio così singolare per la cineasta emiliana soprattutto per la sua storia dai tratti incredibili: l’ufficiale francese di cavalleria che divenne frate trappista e si ritirò da eremita a Tamanrasset, nel Sahara algerino, dove morì tragicamente nel 1916. «Io stessa prima della realizzazione di questo documentario non ne sapevo nulla – è la confidenza – . Un alto burocrate della Rai, Pier Emilio Gennarini, un cristiano fantastico, mi parlò di Charles de Foucauld con un entusiasmo enorme… Non lo conosceva quasi nessuno questo personaggio invece lui ne era entusiasta e mi convinse a fare un documentario di un’ora su di lui». E annota un particolare: «Fu questo funzionario della Rai a organizzare per me una rete di incontri di “Fratelli e Sorelle” di Gesù in Francia, Italia, Libano, Siria e Israele».

Da quel momento la Cavani si mise sulle tracce di de Foucauld e di capirne così la sua eccezionalità di uomo e di esploratore del deserto del Sahara.

«Egli veniva da una famiglia nobile e una carriera militare; ma poi tutto cambiò. Mi fece impressione il cambiamento della sua vita – racconta – che fu totale come capitò a san Francesco. Ebbe dapprima un percorso di preghiera in solitudine, la ricerca confusa ma poi sempre più nitida dell’incontro tra quel te stesso confuso e Dio, un fatto che sembra dapprima pura vaghezza (come capitò anche a Francesco d’Assisi ) ma che poi gli fa conoscere a fondo se stesso, perché fa piazza pulita con tanta confusione e tanta incertezza fino a scoprire , grazie all’idea di “Fraternitas ”, che la sua può avere un senso reale soltanto nella connessione con gli altri. Charles de Foucauld decise di rivoltare la sua vita dopo essere stato un eccellente militare ricominciò da capo accettando di lavorare come ortolano presso le clarisse di Nazareth e stando ore e ore nella piccola cappella in compagnia di un se stesso che andava nascendo a nuova vita. Trovai la sua ricerca del suo nuovo sé stesso commovente e profonda».

E a colpire ancora oggi del filmato della Cavani – oltre ad accennare alla vita di de Foucauld – è mettere in primo piano l’esistenza quotidiana dei suoi figli: i piccoli Fratelli di Gesù sparsi in ogni angolo del Pianeta (tra loro il camionista, il pescatore o gli operai di Marsiglia).

«Sono rimasta colpita dalle loro storie. Molti di loro, come si evince dal filmato, vivono mischiati alla gente... lavorano per mantenersi e per condividere con generosità fraterna i bisogni, i problemi che la vita ti presenta». Filo rosso narrativo – il vero messaggio chiave del documentario è mettere al centro la vita di Gesù come “semplice” carpentiere a Nazareth.

«Sono rimasta impressionata da tutti i Fratelli e Sorelle di Gesù sparsi per il mondo che ho incontrato. Ho ammirato la loro pazienza e la loro fatica e anche l’amore vero per la vita. Mi è parso di capire che questo uomo scoprì più di tanti il vero significato del dirsi cristiano. Me lo ricordai quando feci il mio primo “Francesco d’Assisi”, mio primo film».

Un viaggio in bianco e nero quello della Cavani che le permise di capire nel profondo la vita di queste persone apparentemente ordinarie che vivevano la loro missione come Gesù a Nazareth. Ma in “missione” in ogni angolo dimenticato del pianeta.

«Mi colpirono tante storie. Tra queste quella della sorella di Beirut che va a lavorare in una valigeria per avere un poco di denaro da condividere con la sua “famiglia” che sono i vicini di casa nella bidonville immensa della capitale libanese, l’oculista che cura i bambini poveri a rischio di cecità a Damasco, il pescatore del nord della Francia che sta ore sul mare per mantenere alcune famiglie poverissime, l’autista che sta al volante di un camion e lavora 12 ore al giorno pregando tutto il tempo per chi “ha bisogno di Dio”».

Un’esperienza e un incontro dunque con i Piccoli Fratelli di Gesù che cambiò in un certo senso la vita della stessa regista. «Nelle persone da me incontrate in questo film ho colto una grande intensità nella fede e nella certezza che la vita, ogni vita ha un senso e valore immenso perché voluta dal Creatore. E forse questo stile di fraternità che queste persone mi hanno trasmesso mi hanno poi spinto, quasi indotto, a fare poi tre film su Francesco d’Assisi».

 
 
 

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