Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Agosto 2022

Parole

2022, Mauro Magatti, Avvenire, 12 agosto

Siamo sommersi dalle parole. Eppure le parole non valgono più nulla. È questo il paradosso nel quale ci troviamo e che la campagna elettorale appena iniziata rende ancor più evidente. Promesse, commenti, opinioni, accuse. Si dice una cosa e il suo contrario. Tanto nessuno si ricorderà domani quello che è stato detto ieri.

Tutti parlano, gridano, esagerano per richiamare l’attenzione. Parole in libertà che non impegnano nessuno. La parola data non tiene più insieme le persone: quando viene meno la convenienza, un impegno preso può essere cambiato. Le cose che si dicono non implicano il rispetto della verità. Negli anni i cattivi maestri hanno insegnato che è vero solo ciò che raggiunge l’effetto. A prescindere da ogni referenza con il reale. Che cosa sono le fake news se non la traduzione digitale dell’uso cinico e strumentale delle parole? Se si lancia sui social una notizia falsa, caricandola di emotività e provocazione, il suo impatto comunicativo sarà comunque superiore alla rettifica che seguirà. Perché non provarci? Saper dialogare per arrivare a intendersi è un’arte sempre più rara. E così si moltiplicano i litigi che alimentano l’estenuante conflittualità tra chi si dovrebbe occupare del bene comune. Fino ad alimentare le tante guerre che insanguinano il mondo.

Viviamo in mezzo a un vero e proprio inquinamento comunicativo. Così, non sapendo più a chi credere, c’è chi cede alla tentazione di rintanarsi in nicchie chiuse dove si ascoltano solo quelli che la pensano allo stesso modo. Altri si fanno ammaliare da slogan che semplificano troppo. O addirittura da parole cariche di odio e di violenza. Nel flusso ininterrotto delle parole che, prive ormai di significato, passano senza lasciare traccia è la stessa idea di sfera pubblica il primo bene comune che viene perduto. Lo si vede in questi primi giorni di campagna elettorale: Calenda che si rimangia il patto elettorale sottoscritto due giorni prima. Azione e Italia Viva che si devono alleare, ma non si fidano l’uno dell’altro. Il Pd che negozia sottobanco con i 5S. Conte che parla come se non fosse stato parte del governo Draghi. Berlusconi che, aggiornando il suo vecchio slogan, promette «un milione di alberi». Salvini che se la prende con i migranti. Meloni che si dice pronta a risollevare l’Italia, senza però dire come. I tre che con toni diversi parlano di flat tax (al 23, al 15, incrementale), ma non spiegano quali servizi taglieranno per finanziarla. La sensazione è che i programmi siano elenchi di promesse che nessuno realizzerà mai. E dove le alleanze tra i partiti siano facciate che nascondono gelosie, rivalità, antagonismi. Destinate a disfarsi davanti alle prime curve della legislatura: come la coalizione di centrodestra, che mentre si dichiara unita a Roma, affila i coltelli per la candidatura di Palermo.

Nasce da qui la sfiducia diffusa nei confronti della politica parolaia, che parla sempre, ma combina poco. Le conseguenze possono essere molto pericolose per la democrazia. Perché laddove si smette di credere al valore vincolante delle parole, di assumersi la responsabilità di quello che viene detto, di condividere un senso che permette di dare una direzioni comune a quello che facciamo, è il potere di fatto che alla fine si impone. Senza giustificazione e legittimazione. Dissolta ogni critica nella confusione del flusso infinito delle opinioni equivalenti, è il potere di fatto, nella sua brutalità, ad affermarsi. Non si trova forse qui la ragione delle tante disuguaglianze, violenze, ingiustizie che sembrano delineare situazioni immodificabili e che perciò sembra addirittura impossibile mettere in discussione? È una malattia che si infiltra un po’ in tutte le democrazie contemporanee. A partire dagli Stati Uniti d’America, che non sono mai stati così fragili. Ma che in Italia, a causa della debolezza delle nostre istituzioni, è particolarmente grave.

Logos (parola) viene dal verbo greco legein – che significa raccogliere, rilegare. In italiano questa radice etimologica la ritroviamo in legare, rilegare, ma anche in religione. E infatti attraverso la parola che è possibile ricostruire un senso, stabilire e mantenere delle relazioni, decidere di percorrere una strada insieme agli altrimenti, ricomporre una divergenza. Senza la parola diviene impossibile allearsi, promettere e persino intendersi. Il problema è che la parola, per non essere vuota e così annichilire la realtà, esige disciplina. L’idea che la parola sia puro strumento distrugge le relazioni, il senso, il mondo. È invece la parola che ci fa esistere come persone e che ci costituisce come società.

Per questa ragione è indispensabile pretendere da coloro che si candidano a gestire la cosa pubblica il rispetto dell’intimo legame che esiste tra le parole che si dicono, quello che si conosce e quello che si fa.

Ma anche noi come elettori abbiamo delle responsabilità. Prima di tutto educandoci a non esporci a tutto, a qualunque cosa. Prima di accendere la tv o entrare nei social, verifichiamo le fonti. E impariamo ad alternare la confusione e il rumore con il silenzio e la riflessione. E poi ricordandoci che è quando siamo isolati che siamo perduti. Il discernimento è sempre il portato di una comunità di pratiche, di una vita associativa, di una esperienza partecipativa. La realtà può essere interpretata insieme. Solo con gli altri possiamo mettere alla prova le parole che usiamo e che sono usate da chi, troppo spesso, ci vuole abbindolare. Per salvare la democrazia, occorre una nuova ecologia della parola.

 
 
 

La promessa

2022, Riccardo Maccioni, Avvenire 11 agosto

Anziani, giovani e la promessa-mondo. Sì, il meglio deve venire

Il punto di partenza è dare il giusto significato alle parole. Per esempio, "attesa" che può voler dire aspettare in modo ansioso, ma anche sorridere pregustando già la dolcezza dell’incontro che verrà. E poi "promessa", cioè ipoteca di futuro, virato al bene o al contrario minaccia, verbale e non solo. Senza dimenticare "testimonianza", impegno di verità da portare avanti magari fino al martirio, termine con cui condivide la radice etimologica. Rimescolando tra loro questi concetti, mettendoli nell’ordine corretto, ieri il Papa ha disegnato la parabola umana della vecchiaia che, nel suo insegnamento, più che stagione di raccolto, di riflessione, di nostalgia, è tempo di semina, di sguardo di futuro, pur guidato da altri. Così spetta proprio agli anziani e alle anziane sostenere e dimostrare che «il meglio deve ancora venire» e che sarà nel mondo di Dio, seduti a tavola con Lui.

Perché il venir meno delle forze fisiche, l’affievolirsi della potenza non sono i tiranti con cui abbassare il sipario sull’esistenza, ma il segno che siamo destinati a un "oltre" più grande dove la misura del tempo sarà l’amore, non il successo. Inutile allora perdersi nel mito «delirante» dell’eterna giovinezza, comunque destinata a finire, l’impegno semmai dev’essere quello di cercare nel proprio io di adesso il meglio del sé stesso di prima, per farne storia, memoria luminosa, sapienza condivisa. Nell’insegnamento del Papa, infatti, la vecchiaia non è mai un’isola per naufraghi solitari, ma occasione di dialogo tra le generazioni, base su cui costruire la casa della nuova umanità.

Dalla Gmg brasiliana del 2013 fino al recente viaggio in Canada sono state numerosissime le volte in cui Francesco ha sottolineato la necessità che i nipoti ascoltino i nonni, a loro volta chiamati a essere radice per la fioritura delle benedizioni di Dio. Si tratta cioè di stabilire un legame affettuoso in cui non esistono professori e allievi, ma solo differenti modi di vivere e comprendere i doni che ogni creatura umana riceve in abbondanza. La sintesi profetica si trova nel celebre passo di Gioele: «I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni». Un flash sulla realtà dello spirito che evoca il camminare insieme, un sentiero comune, per così dire una staffetta, il cui segreto consiste nella reciproca apertura. Quando gli anziani comunicano i loro sogni, i ragazzi vedono meglio la strada da fare e come portare avanti il disegno sul domani, se correggerlo, in quale maniera eventualmente adattarlo ai tempi cambiati. Al contrario, sottolineava il Papa lo scorso febbraio, «se i nonni ripiegano sulle loro malinconie», i nipoti «si curveranno ancora di più sugli smartphone». Vale a dire si chiuderanno al mondo reale esterno e non avranno cielo.

Altro che scarti o dischi stonati, quindi. I vecchi possono diventare il volto della sapienza capace di misurare il tempo, Il collante tra l’oggi che viviamo e ciò che sarà dopo. Per questo il Signore chiede loro un surplus di coraggio, per sé stessi e per gli altri, a cominciare dai ragazzi, cui insegnare che lo scorrere dei giorni non è una minaccia bensì una promessa. Quella fatta da Dio al profeta Geremia, non di successi e trionfi, ma di essere presente nella storia, accanto all’uomo sempre, senza stancarsi mai. Si trova lì il senso della speranza cristiana, che è altro dal banale ottimismo, che non chiude gli occhi davanti alle vecchie e nuove catastrofi, né edulcora il vocabolario dell’orrore. Il suo perimetro, al contrario, è la realtà, da vivere completamente, senza sfuggire nulla. Provando però a guardarla secondo la logica di Dio, ai cui occhi l’anziano e il giovane non sono mondi separati, ma vite differenti unite nella stessa storia.

 
 
 

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