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Un mondo nuovo

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Messaggi di Settembre 2022

Il peluche preferito

Post n°3777 pubblicato il 30 Settembre 2022 da namy0000
 

2022, FC n. 39 del 25 settembre

Nella scatola per i bimbi ucraini ha voluto mettere il peluche preferito

Devo dire che sono rimasta stupefatta dalla nostra bambina di dieci anni: stavamo raccogliendo indumenti e viveri per la martoriata Ucraina, poiché il gruppo Caritas della nostra parrocchia stava allestendo un centro di aiuto. Devo dire, onestamente, che io più di una volta ho detto: «Questo abito no, è troppo bello, mi piace ancora» e anche mio marito sceglieva cose un po’ scadute. Ma lei, Irma, ha messo nello scatolone il suo peluche più bello, quello che amava di più, il compagno soffice delle sue notti. Ambedue noi genitori abbiamo reclamato: «Questo no, poi ti mancherà, privati di un peluche che ami di meno». «No», ha detto lei tranquilla, «il mio peluche preferito porterà più caldo a un’altra bambina come me». Siamo rimasti stupefatti e commossi – I genitori di una bambina migliore di loro.

Cari genitori, avete raccontato così bene questo atto di altruismo di vostra figlia che mi avete fatto venire in mente una metafora capace di accompagnarci nella nostra analisi: “l’argine”. Abbiamo visto, vissuto, sofferto la potenza demoniaca della guerra che pare ingoiare tutto il bene possibile (e per noi anziani pare farci rivivere l’ineluttabilità e il disastro della distruzione dell’ultima guerra). Eppure la generosità della vostra bambina (e di milioni di donatori, volontari, aiutanti eccetera) ci fa capire che esiste un argine, qualcosa che dice: “Di qui non si passa”. La voragine del male, della distruzione, della devastazione si arresta: se c’è una bambina di dieci anni che regala il suo peluche più prezioso a un’ignota coetanea che non ha più nulla, improvvisamente buttata su una strada nel crudo inverno sotto zero, forse vicina alla mamma ma lontana dal papà che combatte per la sua patria. Questa ignota bambina non viene raggiunta da un qualsiasi peluche che arreda la camera calda e ovattata di una sconosciuta coetanea, non da “il di più” come spesso facciamo noi grandi che ci priviamo del superfluo, e poi ci sentiamo perfino generosi: no, questa bambina si priva del peluche che ha raccolto, per così dire, tutte le sue coccole, tutto il suo amore. Questo peluche porterà “caldo”, dice la bambina: un caldo speciale che fa argine alla violenza che una bambina innocente subisce. È vero che il male pare trionfare, ma la piccola Irma ci insegna che dobbiamo allargare lo sguardo ai milioni di piccoli gesti che fanno bella la vita!

 
 
 

Cercare la Verità

Paolo D’Ors, sacerdote e scrittore, cappellano d’ospedale, pellegrino, FC n. 39 del 25 settembre 2022

SOLO UNA COSA CONTA: CERCARE LA VERITA’

Sacerdote, ma anche scrittore di successo. E cappellano d’ospedale, cercatore di deserti, camminatore silenzioso, frequentatore di confini, giunto alla preghiera del cuore, un tesoro del monachesimo cristiano, dopo anni di pratica Zen. Padre Pablo d’Ors, nato a Madrid da una famiglia di artisti e intellettuali, religioso clarettiano dal 1991 e dal 2014, per volere di papa Francesco, consultore del Pontificio Consiglio della cultura, è una di quelle figure che sfuggono a ogni tentativo di incasellamento.

Essere, contemporaneamente, un prete e un romanziere da 150mila copie vendute, amato dal pubblico e premiato dalla critica è una condizione più unica che rara. E viene naturale chiedersi, innanzi tutto, quale rapporto possa esserci tra le due vocazioni. «In altri tempi», risponde d’Ors, «avrei detto che l’esperienza estetica e quella estatica sono profondamente affratellate. Oggi invece preferisco dire che queste due vocazioni non hanno nulla a che vedere fra loro e che, nello stesso tempo, hanno tutto in comune. L’importante non è essere scrittore, sacerdote, padre di famiglia o ingegnere civile. L’essenziale è come sei, ciò che sei. L’essenziale è cercare la verità, il bene veritiero. Tutto il resto è forma».

Ha avuto bisogno di silenzio padre d’Ors. E di cammino. Un bisogno antico, molto fisico e insieme molto profondo. Così eccolo, a piedi, lungo l’antica rotta dei pellegrini, verso Santiago de Compostela. E poi eccolo in mezzo al deserto del Sahara e poi, ancora, tra i monasteri ortodossi del Monte Athos. «Il pellegrino è l’archetipo dell’infinito, così come il monaco è l’archetipo della profondità. Ho avuto bisogno di cercare in molti luoghi per scoprire che quello che cerco lo porto dentro. Tutti lo portiamo dentro. L’importante è camminare verso la propria interiorità. Camminare all’esterno, per quanto bello sia il paesaggio, ha un senso solo se è una preparazione e un simbolo del viaggio interiore».

Sulla scorta di questa consapevolezza, nel 2014 padre d’Ors ha fondato l’Associazione Amici del deserto, «una realtà insolita e molto innovativa nella storia della Chiesa. È una rete di mediatori, culturalmente cristiana. Per aderirvi, però, non si richiede alcuna appartenenza confessionale. Nella vita vi sono tre posture possibili: credere in Dio-Amore; non credervi; oppure praticare, cercare, indipendentemente dal fatto che si creda o no. Amici del deserto si colloca, chiaramente, in quest’ultima posizione. Dio-Amore non è il punto di partenza ma, se mai, di arrivo». Questo non deve stupire, se consideriamo che lo stesso padre d’Ors è arrivato ad abbracciare la meditazione cristiana passando per una via inconsueta: 7 anni di pratica Zen. «Vivendo in un luogo straniero ho scoperto, di più, ciò che amavo nella mia patria. Solo se conosci il diverso puoi apprezzare il tuo. L’orazione nel silenzio e nella quiete non è estranea alla tradizione cristiana. E la pratica del silenziamento interiore non è del tutto aliena alla nostra tradizione. Ma ho dovuto conoscere il buddismo per fare questa scoperta. E che tutte le tradizioni di saggezza siano così affratellate è il segno inequivocabile di quell’unico Mistero verso cui tutte puntano».

Parlare, però, di vita contemplativa, in un mondo sempre più frenetico, che ci chiede continuamente di correre, può sembrare quasi impossibile. «Invece bastano 25 minuti al giorno di lavoro, con una guida adeguata», assicura padre d’Ors. «Chi fa questo si trasforma in un contemplativo. La questione non sta nel fatto che sia difficile, ma in ciò che non cerchiamo».

 
 
 

Esistenza libera e dignitosa

Post n°3775 pubblicato il 28 Settembre 2022 da namy0000
 

don Luigi Ciotti, FC, n. 39 del 25 settembre 2022

TUTTI HANNO DIRITTO A UN’ESISTENZA LIBERA E DIGNITOSA

Sono umilianti certe scelte economiche che generano povertà, ma anche le ipotesi di “blocco navale” contro i migranti.

«Una cosa va sottolineata con forza, in via di premessa: la legalità non è un valore assoluto. Il valore della legalità dipende dagli obiettivi a cui si rivolge, che possono essere di giustizia, ma anche di Potere. Esistono infatti leggi giuste e leggi ingiuste. Le prime sono quelle che valgono per tutti e tutelano l’interesse della collettività. Le seconde quelle che difendono solo l’interesse di potenti della politica e dell’economia, umiliando il diritto di ogni persona a una vita libera e dignitosa. Penso al mondo del lavoro, spesso privo di tutele, aperto a forme anche di sfruttamento. Penso alle povertà che incombono su tante vite e altrettante ne schiacciano. Ma penso anche alla proposta di un “blocco navale” per fermare l’immigrazione: esodo tragico, obbligato, che nasce dal bisogno di libertà, dignità e pace di milioni di persone affamate, perseguitate e profughe. La civiltà di un paese si misura dalla capacità di accogliere chi bussa disperato alle sue porte. Accoglienza rara in un Occidente nel quale il valore della vita umana è degradato in troppi casi a prezzo di mercato». La legalità non può prescindere dalla giustizia sociale, altrimenti le leggi diventano strumenti che discriminano e selezionano, introducendo nelle comunità quel principio di immunità che le distrugge, aprendo anche la porta all’azione e agli interessi criminali. Il nostro Paese ha “tradito” la Costituzione, un tradimento che si misura in disoccupazione, dispersione scolastica, povertà educativa, riduzione o smantellamento dei servizi sociali. È dalle parole inequivocabili e impegnative della Costituzione che la politica deve ripartire se vuole riconciliarsi alla sua essenza e funzione di Servizio al Bene comune.

 
 
 

Dall'energia alle emergenze sociali

«Dall'energia alle emergenze sociali salesiani pronti alle grandi sfide»

Per la prima volta la congregazione ha riunito in congresso economi, ispettori, responsabili. L'economo generale Jean Paul Muller: "Insieme per rispondere al cambiamento"

Per la prima volta la Congregazione Salesiana ha riunito in un congresso i suoi economi ispettoriali, i responsabili degli uffici di pianificazione e sviluppo, i direttori delle procure, i responsabile delle raccolte fondi e tutte le altre persone chiave per la gestione economica della Famiglia Salesiana, che conta più di 14mila persone in 134 nazioni del mondo: religiosi chiamati a lavorare per l’efficienza economica, la vocazione ai giovani e la testimonianza di povertà. L’appuntamento Sdb Change – iniziato lunedì scorso e in chiusura oggi a Roma, all’Università Pontificia Salesiana – è servito a «potenziare la nostra energia, il nostro know how, sempre con al centro la spiritualità e la vocazione per i giovani, dobbiamo confrontarci sempre per aiutare al meglio i giovani per un futuro che sarà più complesso e turbolento» spiega Jean Paul Muller, economo generale della Congregazione.

La sfida del cambiamento è già nel titolo del Congresso. Che cosa occorre cambiare?

Da un lato il cambiamento è davanti ai nostri occhi. Vediamo le trasformazioni dello scenario geopolitico, il dramma dei rifugiati dall’Africa, i grandi problemi sociali che attraversano l’Asia e l’Europa. Ci sono poi le sfide delle innovazioni tecnologiche, dall’intelligenza artificiale alle criptovalute, e quelle dell’agenda mondiale, a partire dall’economia sostenibile. Dall’altro lato c’è la nostra capacità di cambiare. Ogni persona che ha responsabilità di garantire i muri e le strutture in cui facciamo educazione in tutto il mondo vive inedite sfide diverse, ma che hanno molte caratteristiche in comune. Per questo abbiamo deciso per la prima volta di fare questo grande sforzo di trovarci fisicamente tutti insieme per ragionare sulle possibili soluzioni, per dare una risposta salesiana alle domande che solleva il mondo contemporaneo.

L’economia ha chiaramente un ruolo importante in questo cambiamento. In che modo la corsa dei prezzi e delle materie prime impatta sulla vostra attività?

È da dodici anni che sono l’economo generale e non ho mai visto una situazione come questa. Da diversi centri amministrativi emergono problemi di liquidità: hanno usato le riserve per mantenere i centri e pagare gli stipendi nei mesi della pandemia e adesso davanti all’impennata di tutti i costi sono costretti a indebitarsi per portare avanti l’attività. Anche questo è un tema di confronto: c’è chi ha saputo rispondere bene al cambiamento. Chi aveva investito già negli anni scorsi per diventare autonomo sul lato energetico, per esempio. Ma anche scuole che in alcune zone hanno riscoperto l’agricoltura, usando i prati attorno alle strutture per coltivare ortaggi per le mense. Come Congregazione oggi abbiamo la Casa generalizia, qui a Roma, di fianco alla Stazione Termini, che è un cantiere aperto, perché vogliamo ridurre il più possibile tutti gli sprechi di energia e le emissioni inquinanti. Certo, è dura per tutti: abbiamo da poco organizzato un piano di aiuti per la regione del Tigray e quando abbiamo preparato tutto abbiamo visto che la cifra con cui di solito si potevano inviare tre tir di aiuti ora bastava appena per un tir solo…

Quali sono i grandi temi al centro del congresso?

Abbiamo preparato questo appuntamento per due anni e mezzo. Abbiamo scelto cinque temi cruciali: l’economia sostenibile, la spiritualità salesiana, l’intelligenza artificiale, la comunicazione del futuro, la prevenzione della corruzione. Per noi salesiani l’idea di preparare i buoni cittadini del futuro è fondamentale. Ma che cosa significa oggi essere buoni cittadini in un contesto in cui, per esempio, la corruzione è dilagante? O che cosa comporta essere buoni cittadini rispetto all’impatto delle nostre scelte di ogni giorno sull’ambiente? È su questo genere di domande che ci siamo confrontati.

Avete trovato le risposte?

Ovviamente non ci sono risposte definitive alle grandi domande dei nostri tempo. Ma ci aspettiamo che chi ha partecipato torni a casa con più motivazione, ottimismo e consapevolezza. Abbiamo discusso di temi su cui anche io sono quasi analfabeta, come le valute digitali o l’intelligenza artificiale. Ma in alcuni Paesi questo cose sono normali e noi non possiamo non essere preparati, non possiamo dire 'questo non ci interessa': queste sono 'cose nuove' della realtà in cui i nostri giovani saranno immersi e abbiamo bisogno di conoscerle per prepararli al mondo. (Avvenire, 23 settembre 2022)

 
 
 

Centinaia di lapidi

Post n°3773 pubblicato il 23 Settembre 2022 da namy0000
 

Centinaia di lapidi e un falò trascurato
La croce di Marco, 26enne di Vittorio Veneto, trovato dai nonni nel bagno di casa, la siringa accanto al
corpo esamine. La croce di Francesca, 24enne di Brescia, probabilmente al primo buco, secondo la madre
costretta da amici degeneri, lei che era terrorizzata dall’eroina, che le aveva portato via un’amica. E la doppia
lapide di Ahmed, 21 anni, e Hamza, 20 anni, morti a Fermo perla stessa fornitura, il primo a due passi dalla
pizzeria in cui era apprezzato lavoratore, il secondo inutilmente soccorso in ospedale.
Il cimitero delle vittime da sostanze stupefacenti, nell’Italia in balìa di sempre nuove emergenze, non smette
di popolarsi. Implacabile, ingordo, inarrestabile. Certo, le statistiche non sono quelle dei terribili anni
Settanta, Ottanta e Novanta. Però, Marco, Francesca, Ahmed e Hamza sono solo 4 delle decine e decine di
consumatori, abituali o casuali, dipendenti o sperimentatori, entrati negli ultimi mesi nelle tristi cronache dei
morti per overdose.
Nel 2020 i decessi causati da droghe sono stati in Italia 308. E dal 1973, anno della prima rilevazione sul
tema, se ne sono contati ben 26.154: un vorace falò di giovani vite, un immenso carico di lutti, dolori,
rimpianti e rancori, che da decenni frantuma famiglie, amicizie, comunità, relazioni.
Le morti sono però solo la parte emersa di un iceberg – il traffico e il consumo di sostanze stupefacenti – la
cui mole non smette di creare danni sociali profondi e alimentare catene criminali diffuse nel mare agitato
della società italiana.
La certificazione la offre la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze.
L’ultima, la scorsa estate, ha dimostrato che nemmeno la pandemia, nonostante abbia imposto una drastica
diradazione dei contatti sociali, ha attenuato l’impatto e la capillarità del losco mercato, che arriva a muovere
un giro d’affari di oltre 16 miliardi di euro all’anno
. Ne ha solo modificato alcuni tratti, accentuando per
esempio lo spostamento dei traffici sui canali digitali.
Non può dunque che essere valutata positivamente la notizia dello svolgimento, avvenuto a Genova a fine
novembre scorso, della Conferenza nazionale sulle dipendenze e le politiche antidroga.
La legge prevede
che andrebbe convocata con cadenza triennale, ma erano 12 anni che non accadeva
,
sintomo eloquente
della sottovalutazione del tema, da parte della politica e di buona parte della società italiana
. Così, gli
operatori del settore hanno finito per sentirsi isolati e disorientati, senza occasioni per confrontarsi sulle
evoluzioni del fenomeno e sull’esigenza di adattarvi strumentini intervento, di riabilitazione, di cura.
Ora è importante che il dibattito pubblico riparta, schivando il rischio del muro tra opposti ideologismi. La
guerra tra proibizionisti e antiproibizionisti, censori e legalizza tori non è prospettiva augurabile, dopo un
decennio di distratti silenzi.
Sviluppare concrete strategie di prevenzione, tagliate soprattutto sul vissuto
quotidiano di centinaia di migliaia di studenti e giovani
: è quel che può mettere d’accordo sensibilità e
visioni differenti, ed è quel che si deve fare davvero. Nel tentativo di spegnere, o quantomeno smorzare, il
terribile falò che non smette di intossicarci.
(
Scarp de’ tenis
, Dic. 2021)

 
 
 

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