Messaggi di Dicembre 2025
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2025, FC n. 49 del 7 dicembre La violenza oggi «Se nel rap c’è anche poesia, certi testi trap vomitano una violenza che fa rabbrividire, alcuni raccontano un vissuto che segna da cui prendono poi anche le distanze, in altri come Simba la Rue, Baby Gang c’è esaltazione. Bisognerebbe ascoltare consci che non è un manuale di istruzioni per la vita, ma non tutti lo capiscono. La musica che ascolti, l’influenza di quelli che frequenti, la mancanza di prospettive se parti dai quartieri difficili, di luoghi sani di aggregazione sono le cose che portano i ragazzi su strade sbagliate». Alberto forse non sa che sono stati proprio questi i temi al centro di un dibattito parlamentare il 15 ottobre scorso, a Londra, dove i coltelli sono da tempo un’emergenza più grande che da noi. Le strategie che lo Youth Endowment Fund (un’organizzazione benefica indipendente che nel Regno Unito lavora alla prevenzione della violenza tra i giovanissimi) dice efficaci sono le stesse che indica Feder: «Coinvolgere nel fare volontariato, sport, educazione, per rimettere le basi che portano a “vedere” l’altro. Non lo puoi vedere se nessuno ti ha insegnato a vedere te stesso, a verbalizzare il tuo mondo interiore: va a finire che è la rabbia inespressa a prevalere e determinare azioni impulsive, ma la rabbia è un’emozione, non può diventare identità». Ci si chiede che impatto abbiano gli stupefacenti: «Le neuroscienze ci dicono che la cannabis, ormai quasi generalizzata, agisce sulla corteccia prefrontale: ne vengono condizionati il controllo, l’attenzione, il pensare prima di agire». «Era gennaio del 2024, mi trovavo con un amico in una piqzza centrale di Torino», racconta Giovanni A., studente al primo anno di università, «avevo 17 anni. Si sono avvicinati in tre, a occhio più grandi di me, uno mi ha chiesto una sigaretta, che non avevo, poi all’improvviso mi ha messo un braccio attorno al collo. Nel frattempo il mio amico era andato via. L’esperienza del judo, praticato per 13 anni da quando ne avevo tre, mi ha dato la lucidità di non andare nel panico: gli ho tenuto il polso, ma intanto un altro mi ha tirato per terra per le gambe. Sono rimasto giù, perché il judo mi ha insegnato a guardare le mani: avevo intuito un bagliore nella mano di chi mi teneva, ho temuto un coltello, ho ceduto per non aggravare la situazione, ho preso un calcio su un occhio mentre ero a terra, ma mi è andata bene, erano molto ubriachi hanno desistito. Ho cercato di restare contenuto nelle reazioni, non ho resistito, mi hanno aiutato gli automatismi del judo, sono riuscito a non perdere la calma, magari un altro per adrenalina o per orgoglio avrebbe provato a farsi valere o lasciato prevalere la rabbia, aggravando il rischio. È un trauma, può servire un aiuto: a me per un po’ è capitato di stare guardingo, anche di avere l’istinto di attaccare per primo se avvertivo un pericolo che magari non c’era, per fortuna i miei amici sono stati attenti alle mie reazioni. All’inizio ti vergogni anche a tornare a scuola con l’occhio bendato. Per il sentimento che ho provato pur avendolo dominato credo anche grazie al judo nel quale ho avuto un buon maestro che ha sempre messo in riga chi faceva lo spaccone, posso immaginare quale meccanismo scatti nella mente di chi lo pensa ma, a parte che con una lama ti puoi ferire da solo, a uno contro tre il coltello serve poco, anzi, se ti disarmano rischi di più. Ho portato, senza usarlo mai, lo spray al peperoncino per un po’, poi ho smesso. Può avere senso solo per neutralizzare un aggressore in un contesto isolato, in mezzo alla gente invece è molto pericoloso. A Torino, nel 2017, davanti al maxischermo per la finale di Champions League, in piazza San Carlo, per uno spray al peperoncino usato come arma impropria per rapina, tra la folla, due persone sono morte e migliaia sono rimaste ferite, alcune gravemente, schiacciate dalla reazione del panico collettivo. A distanza, posso dire che l’esperienza, elaborata, mi ha insegnato quando vedo in giro facce che non mi piacciono a cambiare strada. Consiglio di iscrivere un bambino (maschi e femmine) a judo, ma non con l’idea di insegnargli a difendersi menando in strada, ma perché si impara a controllare l’emotività e l’avversario: i suoi movimenti, le sue mani, i dettagli intorno. Se c’è un gradino e ti allontani, meglio il lato opposto per non rischiare di morire sbattendoci la testa». |
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Post n°4185 pubblicato il 06 Dicembre 2025 da namy0000
Tag: accoglienza, agire, aiuto, azione, compiti scolastici, dono, impegno, mettersi in gioco, speranza, suore, volontari Tutti i colori dell’Amore La casa Il mandorlo di Treviso aiuta nei compiti scolastici i ragazzini che arrivano da tutto il mondo Suor Liviana Poma delle Suore Maestre di Santa Dorotea racconta come è nata la casa Il mandorlo e il doposcuola più colorato di Treviso. «Li incontrerete ai campi, per le strade, ai divertimenti, diceva il nostro fondatore, beato Luca Passi». «Avevamo un rapporto antico con questa città e volevamo esserci nelle situazioni più fragili. Riflettendo tra consorelle, abbiamo identificato l’area di Santa Bona, San Liberale, Immacolata, San Paolo, dove a una folta comunità di immigrati si aggiungevano comunità nomadi». Oggi la loro casa accoglie ragazzi che hanno bisogno di aiuto nei compiti scolastici: una cinquantina provenienti dalle primarie della zona e dalla secondaria di primo grado. «Siamo partite in tre, oggi siamo quattro suore e ci affiancano trenta volontari. D’estate arrivano anche i liceali del vicino Da Vinci. Qualcuno mi dice: “Madre, io non sono credente ma voglio aiutare”, rispondo “sei il benvenuto”. Accogliere e amare senza tanto giudicare». Così arrivano i giovani figli di immigrati, i ragazzini sinti e rom. Ci sono cristiani, musulmani, qualche bambina viene con il velo. Ora c’è anche suor Jeanne. «È congolese e francofona, parla molti dialetti tribali: è la forza del nostro istituto che guarda al locale e al mondo, siamo presenti anche in America Latina e in Albania». Il mandorlo è il primo albero a fiorire e l’ultimo a caricarsi di frutti. «La casa inaugurata nel 2012, il 22 gennaio, giorno natale del fondatore, è stata battezzata così perché il nostro spirito è quello di lavorare con pazienza, il frutto maturerà». Sono arrivate nel 2009 nel quartiere, prima in un piccolo appartamento, poi hanno restaurato un vecchio edificio: camere, cucine e spazi adeguati all’attività di accoglienza. La casa è un via vai di volontari e ragazzini, chi aiuta in cucina, chi nelle sale per le attività, chi si raccoglie nella cappellina. Tutti desiderano dare una mano alle suore dorotee. – Mariano M. |
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Post n°4184 pubblicato il 06 Dicembre 2025 da namy0000
2025, FC n. 49 del 7 dicembre Piccoli negozi che chiudono, centri commerciali che aprono L’era dei “social” non è… sociale “Che tristezza, un’amica mi ha girato il video di una strada di Atene, non periferica, dove i negozi sono tutti chiusi, le strade dissestate e l’abbandono è evidente. Purtroppo, è ciò che sta succedendo anche in molte città italiane grandi e piccole con l’avvento dei supermercati, centri commerciali e vendite online. Anche i social ci stanno privando della necessità e del piacere della comunicazione in presenza. Sopravvivono ormai solo bar, pizzerie e ristoranti (finché la gente avrà i soldi per andarci!). È un cambiamento forse neanche equiparabile al passaggio dalla pastorizia nomade all’agricoltura nell’antichità. Quel cambiamento produsse aggregazione, nascita di agglomerati urbani e di mestieri necessari al funzionamento della nuova società. Dagli ultimi trent’anni, e forse nei prossimi, assisteremo alla disgregazione di un modo di vivere millenario senza che si possa intravvedere un’alternativa a misura d’uomo? L’Homo faber che abbiamo conosciuto conserverà l’uso del pollice opponibile solo per digitare su una tastiera – Nadia M” |


Inviato da: animasug
il 28/07/2025 alle 13:38
Inviato da: vitaslim
il 08/09/2024 alle 08:55
Inviato da: vitaslim
il 08/09/2024 alle 08:54
Inviato da: animasug
il 13/08/2024 alle 15:52
Inviato da: cassetta2
il 05/08/2024 alle 10:19