Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Gennaio 2026

Discorso di papa Leone XIV ai giovani

Post n°4200 pubblicato il 17 Gennaio 2026 da namy0000

Discorso di papa Leone XIV ai giovani (10 gennaio 2026)

Carissimi giovani, benvenuti!

Saluto anche tutti quelli che sono fuori, al freddo, che stanno seguendo il nostro incontro con gli schemi in Piazza e fuori del Sant’Uffizio. Davvero, benvenuti tutti! Sono molto contento di trovarmi con voi, di avere questa opportunità di condividere un po’ questa ricerca, questo desiderio di rispondere non solo a quelle domande che abbiamo appena sentito, ma a tante cose nella vita. Vi condivido che poco prima di venire questa sera ho ricevuto un messaggio da una mia nipote, giovane anche lei, che mi diceva: “Zio, come fai con tanti problemi del mondo, con tante preoccupazioni?” e poneva la stessa domanda: “Non ti senti solo? Come fai a portare avanti tutto?E la risposta, in gran parte, siete voi! Perché non siamo soli!

Dopo vi racconterò un po’ ciò che significa trovarci insieme e vivere questo spirito, questo entusiasmo, soprattutto questa fede anche nei momenti difficili, quando ci sentiamo soli, quando non sappiamo come fare. Se ricordiamo la bellezza della fede, la bellezza della gioia, di essere giovani, di trovarci insieme, di cercare insieme, possiamo sapere davvero nel nostro cuore che mai siamo soli, perché Gesù è con noi! E vorrei anche spendere una parola – il cardinale Baldo già ce lo ha detto: è veramente grande questa tristezza e dolore che tutti abbiamo vissuto, per quei 40 ragazzi di Crans-Montana che hanno perso la vita. Anche noi dobbiamo ricordare che la vita è così preziosa, che non possiamo mai dimenticare quelli che soffrono. Purtroppo quelle famiglie, ancora nel dolore, devono cercare adesso come superare quel dolore. Anche per questo è importante la nostra preghiera, la nostra unità: stiamo sempre uniti, come amici, come fratelli!

E un saluto grande a tutti i sacerdoti e le religiose che ci accompagnano questo pomeriggio. Grazie a voi! Grazie davvero!

Come abbiamo ricordato durante il video, all’inizio, durante l’Anno Santo abbiamo vissuto un momento fortissimo, qui a Roma, con migliaia e migliaia di vostri coetanei provenienti da tutte le parti del mondo. Persone di ogni lingua e cultura si sono unite nella stessa preghiera, elevando a Dio una lode gioiosa e chiedendo accoratamente la pace tra i popoli. Ora, in questo appuntamento “vostro” con il Papa, voi giovani romani rinnovate lo spirito di quelle giornate memorabili, impegnandovi a essere non solo pellegrini di speranza, ma suoi testimoni. E come esserlo davvero?

Per proporre una risposta, qui rispondo un po’ alle parole di Matteo, che ha evidenziato la solitudine di molti giovani, insieme ai sentimenti di delusione, smarrimento e noia che la accompagnano. Quando questo grigiore appanna i colori della vita, vediamo che si può essere isolati anche in mezzo a tante persone. Anzi, proprio così la solitudine mostra il suo volto peggiore: non si viene ascoltati, perché immersi nel frastuono delle opinioni; non si guarda niente, perché abbagliati da immagini frammentarie. Una vita di link senza relazione o di like senza affetto ci delude, perché siamo fatti per la verità: quando manca, ne soffriamo. Siamo fatti per il bene, ma le maschere del piacere usa-e-getta tradiscono il nostro desiderio.

Eppure in questi momenti di sconforto possiamo affinare la nostra sensibilità. Se tendiamo l’orecchio e apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza.

Allora, quando ti senti solo, ricorda che Dio non ti lascia mai. La sua compagnia diventa la forza per fare il primo passo verso chi è solo, eppure ti sta proprio accanto. Ognuno resta solo se guarda unicamente a sé stesso. Invece, avvicinarsi al prossimo ti fa diventare immagine di quel che Dio è per te. Come Egli porta speranza nella tua vita, così tu puoi condividerla con l’altro. Vi troverete allora insieme ad essere cercatori di comunione e di fraternità. E qui vorrei anche sottolineare quanta è stata bella l’accoglienza che voi, come Chiesa di Roma, avete offerto a tanti giovani che sono venuti da tutto il mondo durante il Giubileo. Davvero è stato grandissimo!

Ma tante volte la solitudine esiste e molti soffrono. Allora, osservando la solitudine, Salvatore Quasimodo scrisse questi celebri versi: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera». [1] Quello che sembrerebbe essere un destino senza scampo, in realtà ci chiama a destarci: l’unica terra sostiene tutti gli esseri umani e uno stesso sole illumina ogni cosa. Il raggio che ci trafigge, cioè entra nelle fenditure dell’animo, non è una luce intermittente, che sorge per poi tramontare, ma il Sole di giustizia, il sole che è Cristo! Egli riscalda il nostro cuore e lo infiamma del suo amore.

È da questo incontro con Gesù che viene la forza di cambiare vita e trasformare la società. Come notavano Francesca e Michela, davvero la luce del Vangelo rischiara le nostre relazioni: attraverso parole e gesti quotidiani si espande, coinvolgendo ciascuno nel suo calore. Allora un mondo grigio e anonimo diventa un luogo ospitale, a misura d’uomo, proprio perché abitato da Dio. Sono contento che nei vostri ambienti sperimentiate relazioni autentiche: quello che vivete nelle parrocchie romane, in oratorio, e nelle associazioni, non potete tenerlo per voi! Non aspettatevi che il mondo vi accolga a braccia aperte: la pubblicità, che deve vendere qualcosa da consumare, ha più audience della testimonianza, che vuole costruire amicizie sincere. Agite dunque con letizia e tenacia, sapendo che per cambiare la società occorre anzitutto cambiare noi stessi. E voi già mi avete mostrato che siete capaci di cambiare voi stessi e di costruire questi rapporti di amicizia. Così possiamo cambiare il mondo, così possiamo costruire un mondo di pace!

Mi avete chiesto che cosa desidero per voi: nelle mie preghiere, chiedo per ciascuno una vita buona e vera, secondo la volontà di Dio. In breve, spero per tutti una vita santa. Qui vi dico una cosa: sapete che la parola “santa” ha la stessa radice della parola “sana” e che se veramente vogliamo essere santi, bisogna cominciare con una vita sana e bisogna aiutarci, gli uni gli altri, a cercare come evitare quelle cose come, purtroppo, le dipendenze: tante situazioni in cui vivono i giovani. Noi siamo testimonianza, gli amici veri quelli che accompagnano, quelli che possono veramente offrire una vita sana, perché tutti siamo santi. E questo dipende anche da voi. Non abbiate paura di accettare questa responsabilità. Niente di meno desidero, perché vi voglio bene: vive davvero, infatti, chi vive con Dio, autore e salvatore della vita. Ecco come possiamo essere tutti santi in questa vita! Il Signore rende buona la vita non insegnando astratti ideali, ma dando la vita per noi (cfr Gv 10,10). Davanti alle sfide del suo tempo, un altro poeta affascinato da questo dono, Clemente Rebora, esclamava: «Ecco la certa speranza: la Croce. / Ho trovato Chi prima mi ha amato / E mi ama e mi lava, nel Sangue che è fuoco, / Gesù, l’Ognibene, l’Amore infinito, / L’Amore che dona l’Amore, / L’Amore che vive ben dentro nel cuore». [2] Il raggio di luce che ci trafigge si vede e si sente! È un amore vero, perché fedele e senza tornaconto. È un amore che conosce il nostro cuore e lo libera dalla paura. E la pace è il frutto che l’amore di Dio coltiva in noi: gustandolo, lo possiamo condividere attraverso la dedizione a chi non si sente amato, a quei piccoli che hanno più bisogno di attenzione, a chi attende da noi un gesto di perdono. Carissimi giovani, il vostro impegno nella società e nella politica, in famiglia, nella scuola e nella Chiesa parta dal cuore, e sarà fruttuoso. Parta da Dio, e sarà santo.

E vorrei invitarvi a ricordare quello che vi dicevo nella grande Veglia del vostro Giubileo: «L’amicizia con Cristo, che sta alla base della fede, non è solo un aiuto tra tanti altri per costruire il futuro: è la nostra stella polare. […] Quando le nostre amicizie riflettono questo intenso legame con Gesù diventano certamente sincere, generose e vere». Allora sì «l’amicizia può veramente cambiare il mondo», diventando «strada verso la pace» (Veglia, Tor Vergata, 2 agosto 2025). E questo mio desiderio corrisponde alle parole di Francesco, che ha accostato due espressioni, all’apparenza contrarie, per descrivere la delusione e il senso di schiavitù che talvolta avvertite. Ha detto: “siamo persi” e “siamo pieni”. Rende bene la situazione di chi ha tanto, ma non l’essenziale: sì, un cuore colmo di distrazioni non trova la strada, ma chi la desidera già inizia a liberarsi da ciò che lo blocca. L’insoddisfazione è eco della verità: non deve spaventarvi, perché mostra bene quale vuoto ingombra la vita, riducendola a strumento in funzione di altro.

Cosa potete “fare di concreto per rompere queste catene”? Anzitutto pregare. È questo l’atto più concreto che il cristiano fa per il bene di chi gli è accanto, di sé e del mondo intero. Pregare è atto di libertà, che spezza le catene della noia, dell’orgoglio e dell’indifferenza. Per infiammare il mondo occorre un cuore ardente! E il fuoco lo accende Dio quando preghiamo, specialmente quando lo riceviamo e lo adoriamo nell’Eucaristia, quando lo incontriamo nel Vangelo, quando lo cantiamo nei Salmi. Così Lui ci rende capaci di essere luce del mondo e sale della terra.

Prendete l’esempio dal canto della più grande poetessa, Maria, Maria Santissima. Lei ha cantato: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,46-47). Ci vuole coraggio per testimoniare oggi questa gioia! Ci vuole ardore per amare come il Signore ci ha amati, eppure è esattamente questo che ci fa “smettere di temporeggiare e vivere davvero”, come avete detto. Non si tratta di compiere sforzi sovrumani, e neppure di fare ogni tanto qualche opera di carità: si tratta di vivere come uomini e donne che hanno Cristo nel cuore, lo ascoltano come Maestro e lo seguono come Pastore.

Guardiamo ai santi: come sono liberi! Insieme con loro, andiamo avanti nel cammino, ben sapendo che il vero bene della vita non si può comprare con denaro né conquistare con le armi, ma si può donare, semplicemente, perché a tutti Dio lo dona con amore.

Grazie a tutti voi di essere venuti! E grazie – grazie davvero! - di amare insieme a me questa nostra Chiesa di Roma! La Chiesa di Roma è viva! E adesso benedico tutti voi, i vostri cari e i vostri amici. Grazie!

Arrivederci e buon cammino!

 
 
 

san Francesco 800 anni dalla sua morte

Post n°4199 pubblicato il 17 Gennaio 2026 da namy0000
 

LETTERA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI MINISTRI GENERALI DELLA CONFERENZA DELLA FAMIGLIA FRANCESCANA
IN OCCASIONE DELL'APERTURA DELL'VIII CENTENARIO
DELLA MORTE DI S. FRANCESCO D'ASSISI

[ASSISI, 10 GENNAIO 2026]

_____________________

Ai Ministri Generali
della Conferenza della Famiglia Francescana

«Nostra sorella morte», esclamava San Francesco il 3 ottobre 1226 alla Porziuncola, mentre le andava incontro come un uomo finalmente pacificato. Sono trascorsi otto secoli dalla morte del Poverello d’Assisi che ha scritto a caratteri incisivi la parola di salvezza di Cristo nei cuori degli uomini del suo tempo.

Nel ricordare la significativa ricorrenza dell’VIII Centenario del suo Transito, desidero unirmi spiritualmente all’intera Famiglia Francescana e a quanti prenderanno parte alle manifestazioni commemorative, auspicando che il messaggio di pace possa trovare eco profonda nell’oggi della Chiesa e della società.  

All’inizio della sua vita evangelica, aveva ascoltato una chiamata: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia pace”» [1]. Con queste parole essenziali, consegna ai suoi Frati e a ogni credente lo stupore interiore che il Vangelo aveva portato nella sua esistenza: la pace è la somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto. Che illusione sarebbe pensare di costruirla con le sole forze umane! E tuttavia è un dono attivo, da accogliere e vivere ogni giorno [2].

È lo stesso saluto che la sera di Pasqua il Signore risorto rivolge ai suoi discepoli, spaventati e chiusi nel cenacolo: «Pace a voi» [3]. Non è una formula di cortesia, ma l’annuncio certo della vittoria di Cristo sulla morte. Come la voce degli Angeli nella notte di Natale – «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama» [4] – così la pace che il Padre Serafico annuncia è quella che Cristo stesso ha fatto risuonare fra cielo e terra.

In quest’epoca, segnata da tante guerre che sembrano interminabili, da divisioni interiori e sociali che creano sfiducia e paura, egli continua a parlare. Non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della pace.

La visione francescana della pace non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero creato. Francesco, che chiama il sole «fratello» e la luna «sorella», che riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina, ci ricorda che la pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato. Tale intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento. La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione universale.

Cari fratelli, possa l’esempio e l’eredità spirituale di questo Santo, forte nella fede, fermo nella speranza e ardente nella carità operosa verso il prossimo, suscitare in tutti l’importanza di confidare nel Signore, di spendersi in una esistenza fedele al Vangelo, di accettare e illuminare con la fede e con la preghiera ogni circostanza e azione della vita.

In questo Anno di grazia, desidero consegnarvi una preghiera affinché San Francesco d’Assisi continui a infondere in tutti noi la perfetta letizia e la concordia:

San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono
andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato,
intercedi per noi presso il Signore.

Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera,
insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione
che abbatte ogni muro.

Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra
e di incomprensione,
donaci il coraggio di costruire ponti
dove il mondo erige confini,

In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni,
intercedi perché diventiamo operatori di pace:
testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo.
Amen

Con tali sentimenti, esprimo fervidi voti di bene specialmente per tutti voi che seguite il carisma del Poverello d’Assisi e per quanti ne ricorderanno in diversi modi la ricorrenza del dies natalis, mentre di cuore invio la desiderata Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 7 gennaio 2026

LEO PP. XIV

 
 
 

Litigate tra bimbi

2026, Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta, FC n. 2 del 11 gennaio

Non sopporto più le litigate tra bimbe su chi è la migliore amica

Non ne posso più delle dinamiche tra bambine! Dieci anni e non fanno che litigare per chi sta con chi. “Quella vuole essere la mia migliore amica, ma io ne ho già un’altra”. Quando poi sono in tre, peggio, mi sento: c’è sempre un terzo incomodo. “Vuole giocare con me ma io voglio giocare con l’altra”. Di fronte a queste lamentele di mia figlia, a volte perdo la pazienza o, peggio, vado su tutte le furie e me la prendo con lei, dicendole: “Ma non sapete giocare tutte insieme?!”. Non riesco a rimanere tranquilla. Perché il tutto è condito dalle lacrime di quella che, a turno, viene esclusa… Dico la verità: non invidio le maestre. Sarà che io sono stata una bambina facile. Mi piaceva giocare più coi maschi che con le femmine e non avevo tutte queste fatiche relazionali.

Cara Regina, crescere è faticoso soprattutto perché bisogna imparare a gestire le relazioni con gli altri in modo funzionale, imparando a decentrarsi, a entrare in sintonia con le emozioni degli altri (e non solo con le proprie), tollerare le piccole frustrazioni, gestire i conflitti. Tua figlia sta provando a imparare tutto questo allenandosi alla palestra della vita. Lo fa in un tempo di solitudine e isolamento sociale, in un mondo dominato da famiglie con figli unici che sono stati poco allenati alla relazionalità con bimbi di pari età. Chi ha fratelli è più capace di reggere il confronto con gli altri in modo funzionale. In qualche modo ha già vissuto sulla propria pelle ciò che i coetanei fanno sperimentare all’interno delle interazioni spontanee e di gioco. L’apprendistato che permette di saper stare al mondo senza trasformare ogni dissenso con l’altro in una miccia che accende un litigio è lungo e impegnativo e richiede una pazienza enorme da parte del mondo adulto. Da quanto scrivi, tu non riesci a relazionarti con quelle situazioni anche perché all’età di tua figlia non le hai vissute. Ed è probabile che a te le scaramucce tra amiche che si sperimentano in dinamiche di inclusione ed esclusione reciproca generino reazioni intense perché le trovi ingiuste e inappropriate. Ma tu le valuti attraverso la tua mente adulta, mentre tua figlia e le amiche le stanno mettendo sulla scena della loro crescita connotandole con l’immaturità che è propria della giovane età. Forse, invece di arrabbiarti, basterebbe dire a tua figlia che sono problemi che non ti riguardano e che non puoi fornire supporto o soluzioni. Questi spettano a loro. Eventualmente puoi farle sperimentare qualche gioco di ruolo in cui le mostri come ti comporteresti tu se fossi al suo posto, modellando una modalità più competente e funzionale per uscire dalla fatica che sembra presentarsi troppo di frequente nei momenti di gioco tra coetanee.

 
 
 

Casa Alber. Dove nessun bambino era perduto

Post n°4197 pubblicato il 13 Gennaio 2026 da namy0000
 

2026, FC n. 2 del 11 gennaio

La storia di una coppia che trasformò una dimora di paese in un “Nido” per 121 bambini in stato di abbandono, creando una casa-famiglia

Casa Alber. Dove nessun bambino era perduto

Prima che l’affido fosse riconosciuto dalla legge, Silvio Barbieri e Albertina Negri, a Olginate (Lecco), hanno cresciuto generazioni di “figli ritrovati”, offrendo accoglienza senza condizioni. Un “miracolo” di straordinaria normalità

A Olginate, quando l’inverno scivola dal Resegone fino alle case basse del paese, c’è un portone che per decenni è rimasto aperto. Si entrava senza bussare, tra il profumo di minestra e di legna asciutta, e c’erano sempre voci di bambini che correvano, litigavano, ridevano. Era Casa Alber, e sembrava una casa come tante. Non lo era.

Nel 1961, quattro anni dopo essersi sposati, Silvio Barbieri e Albertina Negri decisero che la loro casa non avrebbe ospitato soltanto la loro famiglia. Amavano molto. Così i primi dodici bambini arrivarono quasi senza che se ne accorgessero. E negli anni, fino al 1986, sarebbero diventati centoventuno: minori in stato di abbandono, storie spezzate che cercavano un posto in cui ricominciare. «Mi avevano dato per spacciato. Avevo due anni e mezzo, nessuno voleva più occuparsi di me. Quando arrivai a Casa Alber ero un corpo da gestire, non un bambino». A parlare è Paolo M., uno dei ragazzi cresciuti in via Conciliazione. Ricorda il giorno in cui Silvio lo prese in braccio senza dire nulla, come si prende un figlio che ha fatto un lungo viaggio. «Mi guardò negli occhi e disse solo: “Ce la facciamo, vedrai”. Io non sapevo parlare, ma capii che avevo trovato casa». è uno dei tanti miracoli silenziosi che qui accadevano ogni giorno. Enrico, che a dieci anni aveva già cambiato dodici istituti, racconta che la prima volta che vide Albertina non riuscì a reggere lo sguardo: «Era come se avesse già capito tutto, anche quello che non volevo dire». Carlo, il più timido, trovò in Silvio un maestro di scuola e di vita: «Mi insegnò a fare i compiti, ma soprattutto a non aver paura di sbagliare». Tra compiti di matematica, partite improvvisate nel cortile, turni per apparecchiare, lacrime di notte, abbracci del mattino, i giorni scorrevano come in una famiglia che si inventava ogni giorno, ma con una regola ferma: nessuno è solo, mai.

Silvio e Albertina non avevano un metodo scritto. Ne avevano uno vissuto: «I figli si accolgono, non si aggiustano», «ai ragazzi serve l’esempio, non le prediche», «la severità è inutile senza fiducia». Il figlio naturale Paolo Barbieri, oggi vive ancora nella casa dei genitori e lo dice con pudore: «La loro normalità era straordinaria. Per me era normale cenare con una tavolata di dieci bambini. Eppure oggi che sono padre mi rendo conto che quello che facevano era enorme. Sapevano dire “noi” anche quando erano stanchi, scoraggiati. Non hanno mai smesso».

Silvio, che per anni fu giudice onorario al Tribunale per i minorenni, portava in Tribunale lo sguardo che imparava a casa; Albertina, che nel 1945 aveva fondato lo scoutismo femminile a Lecco, trasformava ogni gesto quotidiano in un’impresa educativa. Il loro era un matrimonio di mani: mani che cucinavano, lavavano, sorreggevano, asciugavano lacrime, firmavano pagelle, accompagnavano alla maggiore età. E questo intreccio di tenerezza e fermezza che colpì il professor Carlo Mario Mozzanica, amico della coppia e studioso della loro esperienza: «Erano avanti trent’anni. Non facevano assistenza, facevano famiglia. Hanno anticipato ciò che la legge avrebbe riconosciuto solo nel 1983. Erano profeti senza saperlo».

Lo stesso Mozzanica ricorda che molti dei ragazzi, grazie a Silvio e Albertina, presero un diploma, un mestiere, una strada. «La loro grandezza era far sentire ogni ragazzo necessario, non tollerato». Tra gli adulti che custodiscono la loro memoria c’è Maurizio Volpi, l’autore del libro che ha rimesso in ordine la storia. «Per me erano semplicemente due persone che, invece di lamentarsi del mondo, hanno fatto qualcosa. Hanno preso in braccio i ragazzi feriti e li hanno fatti sedere a tavola. Senza proclami, senza eroismi. La loro santità stava nella porta aperta». E poi c’è la voce di Federica Frattini, che ha studiato Albertina nella sua radice scout: «Era una donna che partiva dal concreto. Dallo zaino da preparare, dal fazzolettone da annodare, dal sentiero da percorrere. È così che si educa: camminando insieme. A Casa Alber questo stile è diventato vita quotidiana». Di Albertina ricorda anche il sorriso severo ma accogliente, la capacità di parlare poco e di fare molto. «Diceva che i ragazzi hanno più bisogno di amore quando lo meritano meno. È una frase che oggi dovremmo tornare a scrivere sui muri delle nostre scuole».

«Qui dentro c’è ancora il loro modo di stare al mondo», dice Martina Barbieri, nipote della coppia. «Hanno insegnato che la famiglia non è un confine ma una scelta continua. E che l’amore, se non si spreca, non finisce mai». Camminando tra le stanze, si ha l’impressione che da un momento all’altro possa spuntare uno dei ragazzi con la cartella sulle spalle o con le mani infangate dopo una partita. La storia di Casa Alber non è finita nel 1986: è entrata nel Dna delle persone che ci sono cresciute. E continua, come tutte le storie che hanno radici profonde, a dare frutti senza chiedere nulla in cambio. Perché qui, in questa casa semplice affacciata sul paese, valeva una sola regola: nessun bambino è perduto, se qualcuno decide di essere la sua famiglia.

 
 
 

Altrimenti che vita è?

2026, FC n. 2 del 11 gennaio

Fiction Un professore: forse un’occasione persa

Un professore, la cui terza stagione si è appena conclusa.

Io darei un giudizio complessivamente positivo a questa fiction, a cui riconosco diversi meriti: col pretesto della filosofia solleva domande che non si è soliti sentire in prima serata; la sceneggiatura – considerato il piccolo ecosistema di una classe di liceo – è ben costruita; gli attori, in particolare quelli giovani, sono davvero bravi e Alessandro Gassman si avvia a superare in espressività il suo gigantesco genitore.

In tutto questo due aspetti mi hanno però dato fastidio: la sovraesposizione del tema della omosessualità, con sei tra ragazzi e ragazze (sei su dieci di cui si narrano le vicende) che la vivono come una condizione possibile, se non proprio normale; lo schiacciamento di ogni relazione affettiva nascente – è indifferente che veda coinvolti omo e etero, studenti o professori, adulti o giovani – su una immediata “prova del letto”. Fare sesso: “Cosa aspettiamo?”, chiede un giovane alle sue compagne di classe un attimo dopo aver deciso di sperimentare una improbabile relazione a tre; ma la stessa cosa capita anche al professore in palestra, al nuovo insegnante con la ex del professore, al ragazzo e alla ragazza che si perdono durante la gita. E l’elenco potrebbe continuare. Il tutto in un’aura di trasgressione e di nascondimento che ne rivela la precarietà e in qualche modo anche la loro impresentabilità pubblica: “andiamo a casa mia, oggi i miei genitori non ci sono…”; “andiamo in una camera dell’albergo” così nessuno saprà niente ecc.

Sul primo punto: l’omosessualità esibita a grandi numeri, al di là che sembra ormai un prezzo da pagare al politicamente corretto prevedere in ogni fiction almeno una relazione omosessuale (meglio se presentata con la naturalezza di una gita o di un bicchiere d’acqua, sottacendo invece le oggettive difficoltà a cui vanno incontro ancora oggi le persone dello stesso sesso legate affettivamente), mi sembra che sei ragazzi su dieci aperti a relazioni omosessuali trasmettono agli altri quattro (e quindi alla massa di telespettatori, ed è questa la chiara intenzione degli sceneggiatori) il messaggio che se non sei aperto e disponibile a provare una relazione omosessuale “non sai cosa ti perdi”.

Sul secondo punto, pare evidente che gli sceneggiatori non sappiano più raccontare una relazione affettiva matura che, al di là della dimensione sessuale, sia aperta al futuro, a un progetto di vita, anche solo a un cammino che si vuole percorrere insieme. Una “scopatina”, e via. Passando da questo a quello. Da adulto e da genitore di questo tempo, io dico: non ci sto e non mi arrendo a identificarmi nell’ironico professor Lombardi, che sembra essere l’unico adulto con la testa sulle spalle, ancorché irrimediabilmente incanutito e quindi fuori gioco. Ci vuole l’improvvisa gravidanza della protagonista, una virata di grande dignità autorale, a smascherare tutta la superficialità degli adulti maturi posti davanti alla domanda che ormai li inchioda: “Nasce un bambino, e adesso… che facciamo?”. Il professore, a questa notizia, sembra ritrovarsi dopo un periodo di scoramento. Ma avrà capito che in gioco non c’è (solo) il suo futuro di insegnante, ma (soprattutto) una piccola vita che gli sconvolgerà (in bene) il suo, di futuro? Avrà capito che quella creatura non manderà in frantumi solo la sua quotidianità di piccolo cabotaggio e di grandi domande lasciate senza risposta, ma la indirizzerà verso scelte e decisioni davvero mature? Lo scopriremo nella quarta stagione, che spero sarà all’altezza di questa salutare virata.

Concludo dicendo che non mi turbano le scene di sesso o le relazioni omosessuali. Mi turbano gli sceneggiatori che le agitano come una bandiera davanti a milioni di spettatori al grido “non sapete cosa vi siete persi”. Sono sposato, ho tre figli e una vita molto ricca e varia, giocata anche (ma non solo) sul registro della affettività e di una sessualità che non conosce le sue stagioni. Proprio ieri sera Rai3 (notare: non Rai1!) ha trasmesso Tutti insieme appassionatamente lasciate che dica agli sceneggiatori di Un professore che forse hanno molto da imparare, in materia di amore, dei suoi linguaggi e delle sue stagioni, da quella che è una delle più coinvolgenti sceneggiature della cinematografia mondiale. Prova ne sia che i miei figli ventenni – millennials! – sono stati davanti allo schermo fino alla fine, attendendo per l’ennesima volta che Fraülein Maria e il Comandante dichiarino il loro amore e vivano di esso. – Guido M., Monza

Caro Guido, pubblico per intero la tua lettera, perché non avrei potuto esprimere meglio il senso di desolazione che anche a me viene da questo gioco al ribasso. Quanto scrivi corrisponde, purtroppo, alla realtà. Nelle serie televisive, anche in quelle qualitativamente valide come Un professore, vengono sistematicamente inseriti dei personaggi e delle situazioni funzionali a veicolare messaggi della cosiddetta “cultura woke” che, nata per sensibilizzare sulle tante discriminazioni nella nostra società, spesso le enfatizza banalizzandole: ecco allora l’adolescente “fluido” alle prime esperienze sessuali, il ragazzino bullizzato, la donna vittima di violenze domestiche, l’immigrato sfruttato sul lavoro, il sacerdote che ha una sbandata con una parrocchiana. Intendiamoci, tutti temi serissimi! Ma che, in nome del politicamente corretto, rischiano di ingenerare nello spettatore esattamente l’effetto opposto, cioè di banalizzarli, perché dipingono una realtà distorta. Forse i signori della Rai (e non solo quelli della Rai…) non hanno capito che questo modo subdolo di veicolare temi impegnativi semplificandoli all’eccesso e normalizzandoli acriticamente, sta producendo nella società civile una sorta di rifiuto collettivo. L’esempio degli Stati Uniti alle ultime elezioni è lì a mostrarcelo chiaramente. Probabilmente anche qui da noi è solo questione di tempo. E, allora, sfruttando meglio certe intuizioni valide come quelle della serie Un professore, produttori, sceneggiatori e attori farebbero un miglior servizio alla collettività se offrissero motivi di riflessione seria su queste tematiche, aiutando le persone a fare su di esse considerazioni profonde che portino, soprattutto (ma non solo) i giovani, a prendere seriamente la vita e a orientarla verso il bello, il buono e il giusto. Altrimenti che vita è?

 
 
 

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