Messaggi di Aprile 2026
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Post n°4234 pubblicato il 18 Aprile 2026 da namy0000
2026, FC n. 15 del 12 aprile
Hanno detto che i giovani erano persi. Anestetizzati, incapaci perfino di scegliere. Poi è arrivato il referendum e li abbiamo visti: in fila, ostinati, vivi. Non per dovere, ma per fame. Fame di capire, di contare, di esserci. È da quella stessa fame che nasce l’idea di Dario De Lucia, 36 anni, uno che la politica non la racconta soltanto, la pratica. Consigliere comunale a Reggio Emilia, attivista, e soprattutto testardo nel credere che i ragazzi non siano il problema ma la risposta. Così ha fatto una cosa semplice e rivoluzionaria: ha dato loro un giornale. Il Progressista. Non un pulpito, ma un tavolo. Non una lezione, ma una conversazione. Dentro ci scrivono ventenni e trentenni, voci acerbe eppure lucidissime. Parlano di politica, sì, ma anche di lavoro, diritti, futuro. Parlano la lingua di chi non si accontenta dei riassunti, di chi vuole sporcarsi le mani. E allora forse il punto non è che i giovani non leggono i giornali, bensì che i giornali hanno smesso di parlare a loro. De Lucia lo ha capito. E mentre molti continuano a lamentarsi del silenzio, lui ascolta il rumore: quello di una generazione che torna alle urne, ma prima ancora torna a pensare. |
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Post n°4233 pubblicato il 17 Aprile 2026 da namy0000
2026, Avvenire, 16 aprile «Le sere di Giovanni con i senzatetto. Ora nascerà un villaggio in suo nome» Il padre di Giovanni Tamburi, il 16enne morto a Crans-Montana, racconta la scoperta casuale dell’impegno del figlio: «Diceva di uscire con gli amici, ma spesso era dai clochard. Uno di loro lo ha descritto come un angelo» Fin da piccolo Giovanni Tamburi aveva qualcosa che colpiva: un modo di ascoltare e accogliere gli altri che lasciava il segno. Chi lo ha conosciuto lo ricorda così, con quella luce discreta che portava nelle relazioni, nei gesti quotidiani, nel suo modo di essere presente. La sua morte, nella notte di Capodanno a Crans-Montana, ha lasciato un vuoto enorme, ma ha fatto emergere con maggiore chiarezza ciò che molti avevano già intuito: Giovanni era un ragazzo di una sensibilità e di una maturità fuori dal comune per i suoi 16 anni. Il padre, Giuseppe, lo descrive come un ragazzo pieno di vita, brillante, amato da tutti. «Giovanni era straordinario. Aveva bei voti, era apprezzato dalle ragazze, era ben voluto da tutti. Era una luce. Mi facevano tutti i complimenti per lui. Sembrava che potesse essere quello che io non ho potuto essere da giovane: mi batteva in tutto». Tra padre e figlio c’era un legame strettissimo: «Vivevamo in simbiosi. Era sempre stato con me». Solo dopo la tragedia, però, la famiglia ha scoperto un tratto che Giovanni aveva custodito con pudore. «Si è venuto a scoprire che, quando mi diceva che andava fuori in moto, a fare un giro con gli amici, non sempre andava a divertirsi e a fare cose da ragazzi: andava, invece, a far compagnia ad alcuni senzatetto della città. Portava loro da mangiare, dei vestiti. Andava dagli ultimi tra gli ultimi, quelli che si trovavano alla parrocchia dell’Annunziata, che poi si sono spostati». Questo luogo di Bologna è oggi agli onori delle cronache locali perché rifugio di un nutrito gruppo di clochard, oggetto di dispute tra chi, in città, vorrebbe allontanarli per motivi di pubblico decoro e sicurezza urbana e chi invoca pietas e tolleranza. Il gesto nascosto di Giovanni raggiungeva proprio questi ultimissimi: «Per questo, per ricordarlo, farò qualcosa in favore di questi homeless. È quello che lui avrebbe voluto». Da questa sollecitazione del padre è nata l’idea di trasformare l’area di via Terracini in un piccolo villaggio di casette leggere per persone senza dimora. «Ci sono vincoli diversi vincoli burocratici», spiega il padre, «ma desidero aiutare il Comune a realizzare questa idea, penso che in 7-8 mesi ce la faremo». A Bologna quello dei senza dimora è un tema bollente e attualissimo. Il Comune, dunque, per voce dell’Assessora al Welfare Matilde Madrid ha subito appoggiato la proposta: «la volontà del signor Tamburi, nata da una vicenda così dolorosa, è un atto di grande generosità che parla alla città intera e richiama tutti noi al valore della cura verso chi è più fragile. Come Amministrazione lo abbiamo accolto con rispetto, gratitudine e senso di responsabilità e siamo al lavoro in questa fase su valutazioni preliminari rispetto a vincoli urbanistici, sulla possibile localizzazione e sulla sua sostenibilità. Proprio per questo, ogni scelta dovrà essere costruita con attenzione e responsabilità condivisa, anche con i cittadini. L’obiettivo è dare forma a un intervento che sia davvero capace di rafforzare le risposte e generare inclusione. Lavorando, passo dopo passo, con tutti i soggetti coinvolti». Il villaggio di via Terracini, quando vedrà la luce, sarà questo: un luogo dove la luce di Giovanni, che tutti hanno descritto, potrà continuare a brillare per molti. La famiglia ha scoperto di questa attitudine di Giovanni per un’incredibile coincidenza: «Un’amica, in centro a Bologna, ha avuto un moto di commozione nel raccontare della tragedia che ha colpito Giovanni ad alcune persone. Un senzatetto l’ha sentita e le ha detto di condividere questa disperazione. La signora si è stupita e lui gli ha raccontato quello che mio figlio aveva fatto per lui e per altri, definendolo un angelo. È stata una sorpresa anche per noi» racconta il padre… |
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Post n°4232 pubblicato il 16 Aprile 2026 da namy0000
2026, FC n. 15 del 12 aprile Pronti a dire Sì ai grandi valori Viaggio tra i giovani che hanno bocciato in massa la Riforma della Giustizia All’indomani del referendum sulla giustizia, il titolo che più ha occupato le pagine dei giornali, dopo il risultato referendario, è stato quello sui giovani. Il 61% dei ragazzi tra i 18 e i 34 anni ha votato no. Con Andrea B., 50 anni, professore associato di Statistica sociale per la Facoltà di Psicologia in Cattolica e ricercatore per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, cerchiamo di capire cosa ci dice questo dato e che segnale dà alla politica. Prof, di quale generazione stiamo parlando? «Della Generazione Z che va dai 18 ai 30 anni, delle reti e dei nativi digitali». Cosa distingue politicamente questi giovani dalle generazioni precedenti? «Sono molto più liquidi, fluidi, apartitici. Il termine ideologia non fa parte del loro vocabolario né del loro modo di fare politica. Hanno un approccio più valoriale e l’adesione è per temi, campagne e problemi, non ideologica e rigida come è stata per le generazioni precedenti». Che rapporto hanno con la Costituzione nata nel 1947? «È un rapporto molto forte. Sono giovani cresciuti in un’enorme incertezza: nati nel post 11 settembre 2001, hanno attraversato la recessione finanziaria, la crisi ambientale, la pandemia e ora la stagione delle guerre. La Costituzione per loro c’è ed è solida, l’hanno fatta i loro nonni per cui nutrono grande stima e l’idea di toccarla senza sapere come è stato davvero troppo. Quel “non toccateci i nostri nonni” è stato un messaggio contro i genitori e i danni che stanno facendo in politica. L’altro aspetto decisivo è che l’unica figura politica solida e riconosciuta dai giovani è Sergio Mattarella che ha fatto sua la Costituzione e la cita in ogni occasione». La Costituzione come strumento ancora attuale di tutela dei diritti? «Sì, soprattutto per una generazione che fa dei diritti e dell’ambiente i capisaldi del proprio impegno». Quanto hanno influito i social network nella formazione dell’opinione dei giovani? «Questa generazione non si informa più con i canali tradizionali, giornali o Tv. Internet è il loro canale. Vivono i social come spazio di formazione delle idee, hanno un approccio più critico del nostro, distinguono ciò che è vero da ciò che è falso. Li usano non per assorbire un’idea, ma per costruirsela. E poi c’è il mondo dei podcast. Usano lo strumento per farsi domande, con un atteggiamento decisamente migliore dei boomer». Ecco perché allora lo “spirito costituzionale” sembra aver superato la polarizzazione tipica dei social: è un segnare di maturità politica? «Di certo non hanno apprezzato che su una materia così importante come la Costituzione, patto fondativo del nostro Paese, ci si polarizzasse in forma di “tifoserie”. Il clima da stadio – come lo chiamano loro – su un tema così sacro e importante non è piaciuto. La Costituzione per i giovani non si tocca». C’è poi il peso decisivo dell’associazionismo e degli incontri dal vivo. Gli incontri in presenza hanno aiutato a comprendere quesiti complessi meglio del dibattito online. «Dopo la pandemia la partecipazione politica ha molte sfaccettature: non è solo far parte di un partito o andare a votare. Ma è parlarne, aderire alle campagne, far parte dell’associazionismo e del volontariato “di persona”. Questa è una generazione che ha fatto le superiori in Dad: per loro è l’occasione di sperimentare, mettere le mani in pasta e vedere i risultati in tempi brevi. Così hanno contezza immediata di quello che fanno. Una caratteristica di questa generazione è di non perseverare se non vedono subito i risultati. Lì sanno di fare la differenza. In più ne hanno parlato tanto a scuola, affrontando nel merito le questioni, gli aspetti tecnici, in maniera specifica il tema, molto più degli adulti che si sono polarizzati a destra o a sinistra, pro o contro il Governo». Possiamo parlare di un ritorno alla partecipazione “dal basso”? «Per loro la partecipazione è molto più orizzontale, destrutturata. È un’onda partita già dalle elezioni europee. Non vanno a votare alle elezioni politiche perché le vedono lontane, sono lontani dai partiti ma non dalla politica. Nelle elezioni amministrative i dati ci dicono che non votano meno degli adulti, nelle europee hanno votato circa il 2% in più degli adulti. Vanno a votare se sanno di fare la differenza». Che rapporto hanno i giovani con la politica. Di fiducia, sfiducia o disillusione? «Con il Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo (in uscita il 10 aprile) già da più di 15 anni lavoriamo sulla condizione giovanile. Quello che notiamo è che non è vero che non c’è interesse o che è debole. È come una brace: va alimentata, sennò si spegne. Ma basta poco per riaccenderla e il referendum ce l’ha dimostrato. Partono con entusiasmo, ma la mancanza di spazi di partecipazione, la mancanza di un’offerta politica che parli con loro e di loro diventa sfiducia, disincanto e disillusione. Ma nascono entusiasti. Di certo la struttura dei partiti italiana li fa sentire lontani. Anche se i dati nei confronti dei partiti sono in costante crescita: nel 2025 il 31% ha affermato di avere fiducia, nel 2012 era solo l’8%. Alla domanda “Senza partiti c’è democrazia?”, più del 60% dice di no. Riconoscono che sono fondamentali, ma l’offerta che abbiamo in Italia non li rappresenta né li coinvolge». Che valore danno al voto? «Vanno se capiscono che il voto può fare la differenza, sennò no. E questo referendum senza quorum ne è la dimostrazione. Non hanno introiettato l’idea del voto come dovere, per loro è più un diritto. Quando questo diritto gli fa dire la loro e gli fa fare la differenza, allora vanno a votare». Uno sguardo al futuro. Questo protagonismo giovanile potrebbe avere effetti anche nelle prossime elezioni? «No, deve essere brava la politica a tener viva la fiamma. Anzi l’errore che non deve fare è di pensare di aver recuperato i giovani». Quali sono oggi le principali richieste politiche delle nuove generazioni? «I diritti, la politica estera (e quanto la guerra che ci circonda lede i diritti delle persone), il tema ambientale che ha mosso le generazioni in questi anni a partire dai Fridays for future, esercizio di partecipazione collettiva dei giovani che non è stato valorizzato. Infine, il lavoro che è la loro grande preoccupazione». Cosa dovrebbe fare la politica per coinvolgerli stabilmente? «Quando un giovane si avvicina a un partito non fargli fare per dieci anni volantinaggio, ma valorizzarlo nelle competenze in cui fa la differenza: il tema ambientale, le tecnologie. Avvicinarli non in quanto giovani – adesso si parla di quote giovanili nei partiti, ma vorrebbe dire trattarli ancora come razza in via di estinzione – ma valorizzarli perché sono competenti». Infine, se questo referendum ci dice qualcosa sui giovani italiani, qual è il messaggio più importante che la politica dovrebbe cogliere? «Che se vogliono – e lo vogliono – i giovani fanno la differenza e ci sono. Non sono sul divano, sdraiati. Hanno dato dimostrazione di partecipazione e di votare consapevolmente. Ci hanno detto chiaramente “ci siamo e sappiamo di cosa stiamo parlando”. Hanno dato un messaggio molto forte. L’affluenza alta tra i giovani è stato il risultato più bello di questo referendum». |
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Post n°4231 pubblicato il 13 Aprile 2026 da namy0000
2026, FC n. 15 del 12 aprile L’aiuto agli ultimi è una priorità A San Sebastiano al Vesuvio, Napoli, la comunità offre pasti, cure, lavoro e ascolto ai bisognosi Ogni lunedì sera, in piazze e vicoli, vengono distribuiti 300 panini; un gesto concreto che va oltre il semplice contatto, diventando messaggio di vicinanza a chi soffre, anche di solitudine. A San Sebastiano al Vesuvio, un piccolo Comune della provincia napoletana, c’è un gruppo di persone che ha scelto di seguire il Vangelo della Carità. Le anima don Enzo Cozzolino, parroco napoletano che nella basilica dedicata a San Sebastiano annuncia un messaggio semplice e chiaro: dal Vangelo alla strada esiste un percorso in cui l’aiuto agli ultimi è da sempre priorità. La parrocchia, appollaiata sul celebre vulcano, è attenta a chi non ce la fa. Sull’esempio dell’iperattivo sacerdote, segue la Parola che dall’omelia si trasforma in gesti concreti, donne e uomini diventano braccia per raggiungere gli invisibili, dai carcerati agli ammalati, donando una coperta per la notte e un pasto. La formazione inizia in parrocchia. È un percorso ricco di appuntamenti: catechesi biblica, momenti di riflessione, preghiera e confronto fraterno; incontri legati alle svariate esperienze del quotidiano, tutte illuminate dal Vangelo. Sono la molla da cui è scattato il desiderio di condivisione, letta e ascoltata, trasformata in gesto pratico. Ecco partire un laboratorio sartoriale dove chi per professione cuce e crea abiti decide di dedicare tempo a persone con disabilità per camminare insieme, sognando un’opportunità di lavoro. Viene aperto un consultorio medico, crescono i gruppi giovani e famiglie assieme a chi si dedica agli ultimi, di San Sebastiano e Napoli. Al molo, in via Marina e nell’elegante Galleria di Napoli, clochard, immigrati e senza fissa dimora si accucciano per dormire tra cartoni e coperte. Ragazzi, coppie di sposi e catechisti, arrivano all’imbrunire per ascoltare. Incrociano lo sguardo di chi è solo, schiavo delle dipendenze, offrendo un pane che è condivisione e gentilezza, quando tutto è più difficile. È il momento di sentire una voce che chiede: “Fratello, come va?”, e annunciare quella Bella Notizia che ci fa sentire tutti figli di un solo Padre – Nicola N. |
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Post n°4230 pubblicato il 12 Aprile 2026 da namy0000
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Inviato da: animasug
il 21/03/2026 alle 11:25
Inviato da: animasug
il 28/07/2025 alle 13:38
Inviato da: vitaslim
il 08/09/2024 alle 08:55
Inviato da: vitaslim
il 08/09/2024 alle 08:54
Inviato da: animasug
il 13/08/2024 alle 15:52