Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Maggio 2026

La ragazza di Montecitorio

Post n°4242 pubblicato il 15 Maggio 2026 da namy0000
 

2026, FC n. 19 del 10 maggio

L’eredità di Teresa Mattei (1921-2013, 92 anni), la ragazza di Montecitorio

Da partigiana e poi da politica continuò a lottare per le categorie più trascurate della società

«Le donne hanno, rispetto agli uomini, un atteggiamento e un modo di agire differente. Hanno una mentalità che definirei “orizzontale”, guardano quello che le circonda e si rimboccano le maniche per fare. Gli uomini guardano al potere e questo li porta ad avere un atteggiamento verticistico. Le donne invece preferiscono la conoscenza, il sapere, non vogliono comandare, ma condividere le scelte e i progetti. Vogliono costruire un mondo migliore per i loro figli, per i futuri cittadini. Per questo dovrebbero essere di più in Parlamento. Per questo dovrebbero essere ascoltate maggiormente e con più attenzione». In questo pensiero di Teresa Mattei, una donna straordinaria, rimasta nell’ombra, è racchiusa tutta la sua vita, l’impegno politico e sociale, vissuti con una dedizione totalizzante verso l’altro.

Scomparsa nel 2013, a 92 anni, grazie a Il vestito di mia madre (Ed. Piemme), più di un romanzo, un atto d’amore dell’autrice Sara Rattaro, è salita alla ribalta, per consegnarci una preziosa eredità.

Nata a Genova nel 1921, terza di sette figli, in una famiglia ricca di affetti e di solidarietà, una madre speciale, assorbì dal padre antifascista la ribellione ai soprusi e alle violenze del regime. A diciassette anni venne espulsa da tutte le scuole del Regno d’Italia per aver criticato in classe la supremazia della razza ariana. Fu l’evento che decise la sua partecipazione attiva alla Resistenza, inaugurata con la missione di portare del denaro in Francia a Carlo Rosselli e poi proseguita a Firenze, occupata dalle truppe naziste, dove da «antifascista di coscienza» divenne una guerriera, nome di battaglia “Chicchi”.

Entrò a far parte dei Gap, distinguendosi come staffetta partigiana e comandante di compagnia nel Fronte della Gioventù, fondò i Gruppi di difesa della donna. Giorni terribili, disseminati di orrori e crudeltà, dove anche chi stava dalla parte giusta incontrava un dolore macerante per quelle morti, date e ricevute, che Teresa avvertiva nella carne e che pagò di persona, quando venne seviziata e violentata dai tedeschi, durante una interminabile notte, scampando miracolosamente alla fucilazione. Finita la guerra, non finì il dolore. Pesava l’assenza del fratello Gianfranco, «senza avere un corpo su cui piangere», torturato dalle SS in via Tasso, a Roma, dove si era ucciso per non tradire i compagni di lotta.

Eletta deputata nelle liste del Partito comunista italiano, “la ragazza di Montecitorio” continuò a lottare perché gli articoli della Costituzione non fossero formule, ma calati nella realtà delle persone, e quando il suo partito assunse posizioni che non condivideva, restituì la tessera con una clamorosa frattura. Da quel momento per lei la politica cambiò volto: «Non stava più nei congressi, nelle formule o nelle parole d’ordine ripetute. La trovavo altrove, nelle scuole rumorose dei bambini, nei mercati dove le mani odorano di frutta, di sapone, di fatica; nei cortili, nelle cucine, nelle chiacchiere brevi sulle soglie delle case». La trovava in quelle mimose che fu lei a indicare come simbolo della Festa della donna, l’8 marzo.

 
 
 

Suor Zita

Post n°4241 pubblicato il 12 Maggio 2026 da namy0000
 

2026, Avvenire, 11 maggio

Suor Zita

di Alessandro Deho'

«Occorre che il cielo si avvicini alla terra per potersi immergere anima e corpo nell’Infinito».

“Occorre che il corpo sia immerso nell’Infinito. Stupenda realtà, ma che mistero! Come? Quanto? Quando? Occorre veramente che il cielo si avvicini alla terra per potersi immergere anima e corpo nell’infinito e sentirsi parte di esso. (…) è solo nella preghiera che io posso essere così perduta nell’Infinito?”. Ritrovo questo biglietto tra le pagine di un libro, sono pensieri di Zita Magagnoli, donna splendida, suora, per me anche santa. E non mi pare di esagerare anche se, mentre scrivo, mi sembra di sentire distintamente la sua voce che, ridendo, mi dice di smettere di prenderla in giro. Invece io i santi li immagino anche così. Vicini. E ironici. L’ho incrociata vent’anni fa Zita, io prete appena ordinato e lei suora da tanto tempo, era nata nel 1934. Donna di grande fede e di grande intelligenza, donna umile e donna profetica, donna profondamente unificata e libera, mi manca tantissimo.

È morta cinque anni fa. Memorabili gli incontri con lei, domandava e ascoltava, comprendeva e, alla fine, come madre del deserto, benediva. Donna della domanda. Le parole che ho scelto per iniziare questo scritto la descrivono bene, disegnava punti interrogativi, anche a voce, ed erano credibili perché in quella postura poi lei entrava, si adagiava nelle domande, diventava ascolto, creando possibilità per partorire verità. Talento rarissimo, dono affinato da anni di incontri e da lunghi momenti di preghiera, la stessa preghiera che suor Zita usava per provare, come scrive lei, a “perdersi nell’Infinito”.

Continuo la lettura del suo biglietto e le domande non smettono mai: “Ma chi è questo Infinito? È la carezza del Padre? È l’amore infinito di Dio di cui siamo avvolti? È chiedere al corpo di tenere vivo quel grande desiderio di verticalità che era dello stesso Gesù?”, interrogativi che assumono ancor maggior forza perché non provengono dalla cella di una eremita, non nascono dietro le grate di un monastero di clausura, non sono il frutto di silenzi immacolati, suor Zita apparteneva a un ordine di vita attiva, lei stessa ha insegnato per anni, e mentre scriveva queste parole stava seduta in una portineria, a contatto con tanta gente, con tanti ragazzi e genitori, rispondendo al telefono e al citofono, prendendo appunti, smistando la posta... Lì, nel mondo, umilmente, fino alla fine.

Se condivido con voi questi suoi interrogativi è perché credo fermamente che una città diventa alta quando dalla “bassezza” di certi luoghi, dall’umiltà di certi spazi, giganti di fede come suor Zita non hanno paura di gridare il loro enorme bisogno di infinito. Se condivido con voi questi ricordi è perché suor Zita giura ancora, anche oggi, che è possibile cercare Dio dentro il groviglio dei nostri impegni. Zita era una barca salpata nell’oceano dell’Eterno, aveva Cristo negli occhi, era mossa dal vento del Suo Spirito e lo faceva senza proclami e senza aspettare di essere nella giusta condizione.

Si può essere “verticali” ovunque, anche quando l’età ti infragilisce, anche quando sembra che il mondo possa fare a meno di te, anche quando occupi l’angolo anonimo della portineria di una scuola cattolica. Ma se sei un veliero salpato verso l’Eterno nessun porto può ingabbiarti mai. Se vi parlo di suor Zita è perché credo fermamente che donne e uomini così tengano vivo il mondo. Servono domande, domande vere, più che dogmatiche risposte. Serve di amarlo l’uomo, di amarlo senza misura. E serve la fede. Così concludeva suor Zita: “oggi sono venuti così questi pensieri, convinta che sarà sempre un maggior ascolto nella preghiera a fare luce”.  

 
 
 

E oggi sono qui

2026, Avvenire, 11 maggio

«Ho perso le gambe, non la voglia di vivere. Ai ragazzi che mi hanno accoltellato dico: non siete perduti»

di Davide Simone Cavallo

La commovente lettera di Davide, lo studente di 22 anni sopravvissuto alla violenta aggressione di Milano dello scorso ottobre a opera di 5 giovanissimi, di cui 3 minorenni: «Non odio chi mi ha fatto questo». Il racconto del dolore, della riabilitazione e della scelta di non arrendersi

A volte ancora la sento, la coltellata. All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta, piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui. Mi chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove iniziare perciò racconto un po’ di me.

Sono un ragazzo di 22 anni a Milano. Mi piace recitare e scrivere poesie, sono anche discreto. Sono nato a Milano ma cresciuto davanti al mare, in Sicilia, praticamente sulla spiaggia. Mi piace correre, saltare, ballare moltissimo, fare la verticale, i tuffi, arrampicarmi sugli alberi, camminare sui muretti, scoprire posti nuovi. Viaggiare. Ho praticato 8 anni di ginnastica artistica e 6 di pallacanestro, insieme a corsi di danza e vari altri sport. Mai stato fermo un minuto, anche quando non mi allenavo. Non ho mai dimenticato la gioia di una capriola, la fierezza del riuscire a toccare il ferro con un salto, l’invincibilità nel tagliare un traguardo dopo ore di corsa o di vincere una partita con i miei amici. Sono una persona buona, per quanto non stia a me dirlo, voglio crederci. Amichevole con tutti, dal genio allo sbandato, dal poco di buono allo stupido: non trovo che nessuno meriti il mio disprezzo o la mia maleducazione. Ho una famiglia numerosa che mi ama e degli amici che mi sanno vedere. Studio Economia dell’Arte in inglese, un corso di economia mirato ai prodotti culturali, musica, film, quadri, spettacoli. Sono leale, curioso, gentile, appassionato fino alle ossa di qualsiasi cosa la vita voglia regalarmi, bello e brutto: mi piace così. Ho avuto la fortuna di non finire praticamente mai in ospedale, mai ossa rotte o salute difficile, un corpo perfettamente funzionante, bello e affidabile. La mia agilità e riflessi sono invidiabili. Continuo a dire «sono» e non «erano» perché non riesco ad accettare che siano perse dopo quello che mi è successo. Non sarebbe giusto. E io credo nelle cose giuste. Perciò mi sembra corretto raccontare come sia arrivato qui.

Una stanza grigia, scura, macchinari attaccati alle pareti e un ragazzo vestito di azzurro che mi parla e dice «Davide stai immobile, non ti spaventare. Sei in ospedale, hai un tubo attaccato alla gola potresti farti male. Sei stato accoltellato, ti abbiamo operato». Che cosa è successo? Dove sono? Perché mi sto svegliando qui? Che ore sono? Che giorno è? Le gambe. Non mi sento le gambe. Perché non mi sento le gambe? «Perché non mi sento le gambe?». All’inizio dissero che erano atrofizzate, che sarebbe passato subito, che dovevo provare a muoverle: la destra un po’ rispondeva, la sinistra no. Ma le ore passavano, i giorni, e nulla cambiava. A volte ancora me lo chiedo. Perché? Che è successo? Le vedo qui ma se provo a muoverle… a sentirle... Avevo due tubi nel petto che andavano uno sopra uno sotto i polmoni, e succhiavano via il sangue rimasto, 18 buchi sui polsi, qualcosa che non ho mai voluto toccare attaccato al collo e farmaci molto forti nelle vene, insieme a sangue non mio. Non mi sento le gambe, perché? Ancora me lo chiedo a volte, sapendo che quasi sicuramente non avrò mai risposta… I primi giorni in intensiva sono stati un inferno, non potevo muovere che un braccio, non potevo mangiare né bere, non sapevo che ore fossero, non vedevo il sole, non ricordavo niente degli ultimi 5 giorni della mia vita… più ci pensavo più diventava faticoso ricordar qualcosa di debole delle ultime due settimane. Mi dissero che per un po’ mi avevano dovuto legare le mani perché tentavo di strappare i tubi, mi sentivo tutto intorpidito. Poi la morte. Sentivo persone che stavano male non potevo girarmi a guardarle, vedevo un signore davanti a me con un tubo in gola che muoveva febbrilmente le mani per aria e di tanto in tanto sembrava chiamasse la figlia. Io, in tutto questo, ero imbottito di farmaci molto potenti: fentanyl, popofol, morfina. Non potevo chiudere gli occhi perché vedevo, sentivo cose, non potevo aprirli perché un essere nero, strano, con solo gli occhi e nessuna bocca mi si avvicinava di tanto in tanto, passo dopo passo, e io non potevo muovermi, non potevo scappare, non potevo girarmi dall’altro lato senza farmi male, distoglievo lo sguardo di botto, immobile, sperando sparisse ma lo sentivo lì, lo sapevo lì: avevo paura.

Una paura matta, tremenda, indescrivibile, la più profonda che abbia mai provato, una paura che ti fa sbarrare gli occhi al buio, tremare e rompere la voce, ogni secondo, ogni attimo; ero fuori pericolo? Sì, credo di sì ma era come se la morte mi fosse rimasta addosso, mi girasse attorno mentre non guardavo, sapendo che non sarei potuto andarmene anche se mi avesse accarezzato. Una paura fuori da ogni immaginazione, volevo la mamma, cercavo mia mamma. Continuavo a piangere senza potermi fermare, le lacrime scendevano mentre gli infermieri mi parlavano e gli operatori sanitari mi pulivano e spostavano. Sapevo che stava arrivando qualcosa, il corpo sentiva la paura di quello che era iniziato. Giorni. Giorni e giorni di paura. Potrò muovermi? Potrò camminare? Potrò fare pipì? Che cosa sta succedendo? Perché mi fa male? Cosa che non tutti sanno, le problematiche che una lesione midollare può causare non si circoscrivono al non muovere. Vanno dal non sentire al non riuscire a urinare o sentire le parti intime, fitte casuali, ferite da immobilità (piaghe da decubito) lente a guarire per la circolazione ridotta, non sapere dove sono le gambe e spasmi involontari, ripetitivi e dolorosi. Le mie giornate da 6 mesi a questa parte la mattina iniziano con tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie

Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so. La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi. E, invece, eccomi qui, a combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare. Tutto ciò che mi sono riguadagnato è grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono» solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite. Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita, dolore e una quantità di forza inimmaginabile.

Tuttavia, provo a capire. Conosco la rabbia di un’età, la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per noi, quel dolore immotivato frutto del non capire e non capirsi, e inevitabilmente, non essere capiti. Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio. D’altronde, la cosa che meno sopporto è la stessa per cui più devo ringraziare: sono stato costretto ad essere grato delle cose più piccole. Un passo, un movimento che fino a ieri era normale finalmente riacquisito dopo mesi di lavoro, una notte senza svegliarmi, un po’ di sole. Fa un po’ strano a volte, sentirmi particolarmente allegro per una doccia, ma non è male. Il cuore perdona, il corpo invece, ancora, aspetta. Sta fermo e non capisco se ha paura o soffre. Non so quando e se riuscirò a perdonare fisicamente, a lasciare andare il ricordo di quella sensazione. Spero di sì un giorno. 

Come devo gestire, giorno dopo giorno, negli anni, cose simili? Che effetto avrà? Che dovrei fare io ora? Sembra mi sia stata strappata metà della vita in un colpo solo, mi sento di levitare nel mio stesso corpo, stretto da nodi, non riesco a riempirmi. Ero veloce, modestamente agile, bravo in tutti gli sport, ne andavo fiero, mi faceva sentire sicuro. Ora devo concentrarmi per non far cedere le ginocchia quando sto su. Dove sono io? Sono questo ormai? Avrei voluto scoprire qual era il massimo che potevo raggiungere, e non sarà mai più possibile. In qualunque modo sarebbe andata la mia vita se non avessi subito un’aggressione che ha causato un’ischemia midollare a livello dorsale a 21 anni, io non lo potrò mai sapere. Il ragazzo che correva e saltava e ballava non esiste più se non nella mia immaginazione e in quel che riesce questo nuovo corpo. Questo sono io adesso. Non l’ho deciso io, non posso cambiarlo, mi fa un male cane ogni istante che passo così e a temere per il mio futuro, ma non posso farci niente. Nella realtà delle cose a me non è mai importato chi esattamente ha sferrato la coltellata. Nel momento stesso in cui mi hanno iniziato a picchiare nessuno aveva già più a cuore la mia incolumità, sono diventato un oggetto, un palloncino da scoppiare per gioco. È difficile razionalizzare una cosa del genere. Inoltre, per quanto contento che non tutti i coinvolti si siano dati alla violenza, non sono d’accordo con la giustificazione del «ero lontano, non potevo fare niente». Proprio chi è amico degli aggressori è forse l’unico capace di fare qualcosa senza prenderle al posto della vittima. Chissà che con un “Ragazzi che fate? Lasciatelo in pace!” nessuno di noi sarebbe stato qui a parlarne. Se avessi visto quella scena dal di fuori sarei intervenuto, con intelligenza. Ma anche a costo di rimetterci: nessuno merita di passare quello che ho vissuto. Penso che il mondo sarebbe un posto migliore così. Io, quella sera, volevo solo tornare a casa, mettermi a dormire e svegliarmi la mattina dopo come tutti i giorni. Invece sono qui a farmi forza, a cercare di dare un senso a quel che un senso non ne ha, a rimettere insieme i pezzi del mondo, crudele ma prezioso, che mi è rimasto. A tentare di trovare una placidità che mi permetta di andare avanti e guardare in faccia i responsabili dopo tutto questo. E mi trovo spesso a chiedermi perché debba vivere tutto ciò, perché debba domandarmi quanti soldi valga una vescica, quanti anni di galera il mio sesso, quanti mesi un passo. Quanto è grande il pezzo di cielo che mi tocca scambiare con loro? Da dove dovrei cominciare? Non lo so, e fortunatamente non sta a me rispondere a queste domande. Ma non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto. Per questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione; la mia concentrazione, speranza e forza sono tutte riposte lì, insieme alle paure e i dubbi. Non riesco a scinderli ma so che un lato sarà più forte dell’altro se lo nutro, lo accolgo, lo sprono. Se anche lontanamente è possibile riuscire, perché non io? Risparmiamoci le congratulazioni per la forza, la grande resilienza. Il punto è: avevo altra scelta? No. Queste cose non lasciano scelta. O ci credi veramente di uscire, o marcisci, fino a non riconoscerti più. Vorrei evitare. Tralascio l’aspetto più vitale e che forse più mi strugge: la mia famiglia. Gli anni che hanno perso i miei nonni quando hanno saputo dell’accaduto, il dolore fisico e mentale dei miei genitori, i pianti dei miei amici, lo sguardo e la sofferenza di mio fratello, le preghiere, la rabbia e la paura di tutte le persone che mi amano. Le ore spese in ospedale, i viaggi, il lavoro che i miei hanno bruscamente interrotto, l’immensa frustrazione del non potermi aiutare direttamente e a volte nemmeno capire, il vedermi irritato furioso depresso, incapace di alzarmi, di parlare a volte.

Quello che è stato fatto alla mia famiglia, quello che si è rischiato di far loro passare, quello è imperdonabile. I miei genitori potrebbero adesso essere senza un figlio, soli, in casa, senza speranze, con mio fratello traumatizzato a vita, senza un ospedale dove trovarmi, un vuoto incolmabile perenne e nulla, assolutamente nulla, da fare per star meglio. Sarei rimasto nel cuore dei miei amici come quel caro ragazzo a cui volevano bene che non hanno mai potuto veder crescere, non avrei mai finito di studiare, scelto un lavoro, ora non sarei qui a scrivere. Non avrei avuto un effetto sul mondo. Un centimetro più a destra, qualche minuto di più, un’altra sottile lama che mi recideva qualcosa e nessuno avrebbe mai saputo di me dalla mia bocca, visto i miei occhi. Non ci sarebbe nessuno dietro queste parole. Dunque, ci tengo infine a dire, a costo di essere macabro, una cosa che facilmente ci si scorda. Una cosa forse difficile da ascoltare, ma il cui solo senso è essere ricordata, ogni istante. L’unica cosa che mi dia un senso a quanto accaduto: io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando, andavo al parco, mi svegliavo, col sorriso o meno e vivevo la mia vita. Fino a ieri tutto era «normale», scontato, abitavo il mio corpo e non pensavo alle cose a cui penso oggi. Nessuno mi aveva detto che sarei finito così, non un segnale, un messaggio: un giorno ti svegli, la tua vita è cambiata e non puoi farci nulla. Per questo ogni giorno penso di non aver ballato abbastanza, abbracciato abbastanza, rincorso, saltato, viaggiato, toccato, sentito, vissuto, amato abbastanza. E me lo ripeto, a non finire. Cosa sarà mai abbastanza? Beh, io non lo so… Ma spero che ciascuno di voi se lo possa chiedere ogni attimo della sua vita, ogni momento di indecisione, ogni volta che non sai se buttarti o meno, se ballare o no. Non ve lo viene a dire nessuno che un giorno finisce, signori. Non c’è promemoria.

A sorpresa. Un giorno perdi parti di te fino a ieri scontate e inizi a cercarle, perché così siamo noi, e pur non trovandole continui, per mesi, anni magari. Sembra terribile ma è proprio per questo motivo che tutto ci è così prezioso, ci è così caro: è a tempo. Perciò se mi rivedessi prima dell’aggressione, senza dubbio, direi: «Vivi, il più possibile, fai del bene, viaggia, ama quanto più puoi, lascia andare il male». Con tutta la rabbia che provo ci si potrebbe riempire un oceano, le parole non bastano per descrivere dentro. È inevitabile, dovrò conviverci per un po’. Nonostante questo, non per rabbia, dolore o vendetta ho recuperato il possibile, così come non per paura o inumana resistenza sono sopravvissuto quella notte, no. Fu qualcosa di strano e diverso, non ricordo quasi nulla ma quando mi svegliai era come se lo sapessi, che volevo vivere, che amavo quel braccio libero che mi era rimasto e la garza bagnata datami da un’OSS per inumidirmi le labbra: avevo voglia di cantare. Senza motivo. Per me, non per altri, non sono nemmeno particolarmente bravo peraltro. Ma sono convinto che quel piccolo, lieve aggancio alla vita vera, mi abbia tenuto qui. È servito da memento del fatto che voglio ardentemente fare delle cose nella vita, e non intendo rinunciarvi. Perché amo vivere e questo mondo. Amare mi ha spinto dove sono. Se non amassi le mie gambe, anche dopo quanto gli è successo, non sarei riuscito a muoverle. Se non amassi il mondo, che, posso capire, può sembrare un posto orribile, non ci sarei mai voluto tornare.

Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi. Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici. Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, L’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita. Grazie alla luce.

Mi chiamo Davide Simone Cavallo, 6 mesi fa sono stato accoltellato e ho quasi perso me stesso e l’uso delle gambe. Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui.

 
 
 

Ti ricordo

2026, Lettera di Layla Mustapha ammar, islamologa e membro della Commissione Mariana Musulmano-Cristiana a  FC n. 18 del 3 maggio

Dalle macerie di Beirut un grido: «Non dimenticate il Libano»

Basterebbero pochi passaggi della storia per comprendere come questo bellissimo Paese, il Libano, sia stato attraversato più volte dalla stessa ferita. Una ferita che non si rimargina mai, cambia volto ma non sostanza, e ritorna ogni volta a ricordarci quanto sia fragile la nostra pace. Non c’è un momento preciso in cui la guerra è entrata nella nostra vita: non ha bussato, non ha avvisato. Si è insinuata lentamente, come un rumore lontano, fino a diventare una presenza quotidiana che si intrecciava con le nostre preghiere, nelle moschee e nelle chiese. Sono cresciuta così, in una città che cambia umore come il mare che cambia colore, dove tra silenzi sospesi e corse verso un rifugio dopo i bombardamenti, sopravviveva una sola speranza, custodita nel cuore di ciascuno: la propria fede.

Beirut per me non è mai stata la mia città: è stata la città di tutti, sospesa come una sposa diletta tra storia e modernità, tra tradizione e libertà, tra Cristianesimo e Islam. Eppure, sulle sue sponde, uomini e donne hanno dato vita nella loro quotidianità a una speranza ostinata, trasformando la fragilità in resistenza tra lacrime trattenute dietro un sorriso. Conosco Beirut, dove il dolore non ha religione, dove i racconti drammatici di una città ferita mille volte da scontri, attentati e invasioni non hanno fatto altro che alimentare la sua capacità di rinascere nel core di chi, come me, la ama perdutamente. Eppure, nell’attesa eterna della pace sognata, è accaduto ancora. Ancora una volta Beirut è stata tradita, violentata, bombardata. Le sue strade si sono riempiti di corpi feriti, di vite spezzate in pochi istanti. In pochi minuti , interi palazzi sono stati colpiti, trasformando il volto della città in uno scenario apocalittico, mentre io da lontano resto impotente e sofferente.

Cosa vedo? Un padre che urla cercando la sua famiglia e una madre che stringe il corpo del suo bambino. E tra le macerie anche lei, Fatima, la mia compagna di scuola, insieme alla sua famiglia. Una tragedia umana che mi ha colpito profondamente, e mentre quelle immagini scorrevano davanti agli occhi di un mondo che non ha mai ascoltato la sua ninnananna, le sue preghiere, la sua devozione, così mi sono ricordata del suo messaggio inviato alcuni anni fa, uno di quei messaggi che appaiono all’improvviso e sembrano appartenere a un’altra vita.

«Sei Layla… della nostra scuola a Beirut? Ti ricordi di me?». Guardando lo schermo del mio computer, ho pensato che da quelle sue parole potesse riemergere anche il suo volto, la sua voce e la realtà da cui ero fuggita, con la mia famiglia, quarant’anni prima. In un attimo, la memoria mi ha restituito tutto, non solo frammenti di ricordi d’infanzia, ma per intero quel mondo che credevo di aver lasciato alle mie spalle. Ed ecco che ritrovo il primo volto che non è stato il suo, ma mio… Io, ribelle, insofferente, sempre in bilico tra ciò che dovevo essere e ciò che sentivo di essere davvero. In quella scuola di sole ragazze, tra lezioni di lingua araba e versetti del sacro Corano da imparare, ricordo i nostri sguardi vivi, inquieti, che cercavano spazio e libertà.

Lei sognava di diventare madre, di costruire una famiglia tutta sua, radicata nell’ambiente più tradizionale del nostro quartiere a Beirut. Me ne parlava spesso, con semplicità e gioia. Ed io ero felice per lei: dopo la maturità si era sposata e viveva insieme alla sua famiglia, tutti riuniti nello spesso palazzo, come accadeva un tempo. Le nostre strade nel tempo si sono divise e come spesso accade, ho avvertito tra noi il peso di una distanza che non era solo geografica, ma anche culturale: una distanza che spesso confonde e appiattisce, incapace di distinguere tra chi resiste e chi aggredisce, tanto nelle società libanesi quanto in quelle occidentali.

A tratti, sentivo anche il peso di vivere in un mondo occidentale e secolarizzato, egoista e muto verso gli orrari perpetrati in Palestina, incapace di difendere i più deboli e condannare chi sradicava un intero popolo. Intanto mentre piovono le bombe che non fanno differenza tra un imam musulmano e un sacerdote cristiano e colpiscono indifferentemente vite umane, memorie e identità, dalla terra di Qana fino a tutto il Libano, per un attimo, tutto è tornato vicino: Beirut, la scuola, le strade, le voci, noi. Poi la guerra. Poi noi. E, poi, ancora la guerra. Lei e la sua famiglia spezzati e cancellati in un istante, lasciandomi sola, incredula, a guardare quel palazzo sventrato dalle bombe, ridotto a uno scheletro di cemento.

Sono passati pochi giorni e non ho dormito. Restavo sveglia pensando a te, Fatima, alla tua famiglia, ricordando la tua fede, la tua speranza in Dio. E ho pensato che la malvagità umana di pochi può ferire l’intera umanità. Quel tuo messaggio semplice, quasi timido, che ha attraversato il tempo per raggiungermi mi ritorna dentro: «Ti ricordi di me?».

E io no, non ti ricordavo abbastanza. Non allora. ma adesso sì. Ho scelto di ricordarti mia amata Fatima. Di ricordarti per sempre. E di non dimenticare l’ingiustizia con cui sei andata via. La tua memoria, insieme a quella di tutti i libanesi innocenti, martiri nel sud del Libano, diventa così per me un confine da difendere con il coraggio di essere sempre contro l’arroganza, contro la falsificazione della storia, contro ogni forma di ingiustizia e indifferenza. Adesso ti ricordo, come si ricordano le cose che contano davvero: con dolore, con lucidità, con una presenza che non si lascia più ignorare. – Layla Mustapha Ammar, islamologa e membro della Commissione Mariana Musulmano Cristiana.

 
 
 

Formare manager

2026, Avvenire, 4 maggio

Dobbiamo formare manager che creino valore per la società

I giovani sono esigenti nel mondo del lavoro: non cercano solo flessibilità, ma anche significato e impatto

"Avvenire" il 1° maggio, prosegue la presentazione del documento “Inquinamento digitale” del Centro Studi Scienza & Vita. Già due settimane fa erano stati alcuni consiglieri di S&V a riassumere i principali contenuti dello studio, evidenziandone le possibili direttrici di approfondimento. In questo secondo appuntamento, abbiamo voluto coinvolgere tre esperti “esterni”, con differenti competenze (filosofia, economia, ingegneria) a cui abbiamo chiesto di leggere e commentare – nella loro prospettiva specifica – il nostro documento, sottolineando quegli aspetti che, alla loro considerazione, sono risultati maggiormente significativi e utili per ulteriori ricerche e indagini. (Maurizio Calipari) 

«Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Cielo sempre blu, ragazze sempre belle, una felicità perfetta, ritoccata in Photoshop. Immagini leccate, musiche nel vento. Quando, a forza di risparmi, voi riuscirete a pagarvi l’auto dei vostri sogni, quella che ho lanciato nella mia ultima campagna, io l’avrò già fatta passare di moda. Sarò già tre tendenze più avanti, riuscendo così a farvi sentire sempre insoddisfatti. Il glamour è il paese dove non si arriva mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma». Così scriveva 25 anni fa Frédéric Beigbeder, pubblicitario francese, che ha raccontato da insider le logiche di una buona fetta del marketing.

Le mode sono sempre esistite, e in parte nascono da una sana curiosità, creatività e innovazione, come dal bisogno che tutti abbiamo di appartenere e di relazionarsi in comunità che hanno proprie tradizioni e oggetti simbolici. Ma, come ci ricorda Beigbeder, una promessa di felicità che passa dal consumo è in gran parte un inganno. Il salto di qualità del problema nasce quando l’obsolescenza è progettata dalle aziende e “industrializzata”. Questo riguarda molti settori, e per definizione il mondo del fashion, come ci ricorda “Il diavolo veste Prada 2”. Ma è nel settore tech che gli impatti diventano sistemici: culturali, sociali e ambientali.

Il documento di S&V lo mette bene in luce, e propone, giustamente, più regolamentazione. Sia per ridurre l’impatto in ambito sociale causato dall’inquinamento “visivo”: dipendenza da smartphone, pornografia e sovraccarico di stimoli, soprattutto per i minori. Sia per contenere l’impatto ecologico e l’inquinamento “elettrico”: data center energivori, rifiuti elettronici in aumento. Il documento insiste poi su un punto cruciale, l’importanza di consumatori consapevoli ma, come ben sottolinea lo studio, non basta.e

L’inquinamento digitale è anche il risultato di valutazioni tecniche e di decisioni manageriali, di scelte su come progettare prodotti, piattaforme, campagne, e sui sistemi di incentivi con cui funzionano le aziende di tecnologia. Per cui il problema va affrontato anche a monte. Non basta regolamentare, serve anche formare chi prende – o prenderà – quelle decisioni, nelle scuole, nelle università, nelle business school. Gli attuali e futuri ingegneri, designer, manager.

Dobbiamo chiederci che tipo di lavoratori stiamo formando: generatori di valore o generatori di consumo e dipendenze? Il terreno è potenzialmente fertile. Le nuove generazioni sono esigenti nel mondo del lavoro, e cercano non solo flessibilità e varietà ma anche significato e impatto, e lavori capaci di creare valore per la società. In ogni studente e professionista c’è una domanda di senso sul proprio lavoro, anche se a volte sepolta sotto un certo cinismo e disillusione. Servono docenti e percorsi formativi in grado di affrontare non solo gli aspetti tecnici dello user experience design, del marketing o di programmazione e controllo. Ma che offrano occasioni per discutere la complessità delle scelte manageriali riconoscendone le implicazioni etiche: non con corsi aggiuntivi di business ethics, ma dall’interno di quegli stessi corsi di user experience design, marketing o programmazione e controllo. I ragazzi potranno così fare esperienza che per servire e creare valore con il proprio lavoro non bisogna necessariamente lavorare per una Ong: lo si può fare in qualunque funzione aziendale e in qualsiasi settore professionale, a partire dalle grandi aziende tecnologiche.

Marco Sartirana è economista all'Università Bocconi di Milano

 
 
 

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