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Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi del 30/11/2020

Governare è tutt'altro

2020, Scarp de’ tenis agosto-settembre.

In Italia lo Stato sembra aver perso sovranità su vaste aree del territorio nazionale: ghetti urbani dove tutto può accadere. Il futuro d’Italia si gioca a Scampia, Ostia, Corviale, Pioltello, allo Zen, nei Caruggi, e alla Diga di Genova, al Moi di Torino, nelle case popolari controllate dal racket, nei quartieri che attendono infrastrutture.

Goffredo Buccini racconta, nel libro Ghetti (Solferino Editore), la sua discesa nel lato oscuro del Paese: un viaggio che indaga sulle conseguenze dei roghi tossici per la salute, sui bambini mandati ad appiccare gli incendi, perché non perseguibili, sui 600.000 migranti invisibili sfuggiti al circuito d’accoglienza e sfruttati nel lavoro nero, sui nostri connazionali impoveriti, 15.000.000 di periferici.

Goffredo Buccini ha raccontato gli italiani invisibili e impoveriti, quelli adatti per essere materia prima, ghiottissima, per gli appetiti sovranisti o propagandistici del politicante italiano. Indaga la trincea dove si gioca una nuova guerra civile: quartieri in cui la povertà è diventata prima degrado e, poi, odio contro il nemico: il perfetto capro espiatorio di una classe politica inconcludente, quando non corrotta. Nei ghetti, le istituzioni hanno lasciato il controllo del territorio alla malavita organizzata che si spartisce il bottino, come le iene con le carcasse degli animali.

«Il vuoto politico è figlio di un vuoto di rappresentanza, il problema attiene a tutte le democrazie occidentali venute dal secolo scorso. La gente ha capito che sta votando per persone che non hanno vero potere decisionale sui temi chiave della loro vita: welfare, bilancio, fisco, persino sicurezza sono sempre più partite che si giocano altrove, in un contesto internazionale, a tavoli dove spesso i giocatori che contano non sono eletti da nessuno. Oscuramente, i cittadini lo percepiscono, fomentati anche dai sovranisti che tirano verso un modello autoritario e autodistruttivo. La crisi durerà finché le democrazie liberali (per le quali faccio il tifo) non avranno preso nuove misure a questa realtà mondializzata. È una crisi sistemica, ma spero solo una crisi di crescita».

«È in contesti del genere, dove i diritti non esistono più e vige la legge del più forte che funziona assai bene la pratica del capro espiatorio: la colpa del disastro è sempre di qualcun altro. Un estraneo, uno che non ci appartiene per cultura, religione, colore della pelle. Le forze illiberali giocano molto su questo meccanismo, noi contro loro, suscitando la falsa idea che, una volta eliminati loro, noi non avremo più problemi. Questa crisi, umana, sociale, sistemica, non inventa nulla di nuovo rispetto agli errori della storia, speriamo solo che non ne ripeta gli orrori».

«Non esistono soluzioni diversificate, serve una visione del problema e, magari, del mondo che ci aspetta».

«Se non ricostruiamo, prima ancora che paesi e borghi, vite e senso di comunità, le contrapposizioni tra i più svantaggiati aumenteranno. È a rischio la coesione sociale. Ma bisogna mettere a sistema i bisogni diversi, non contrapporli. In questo senso suggerisco di guardare alla formidabile esperienza dei Comuni della Rete Welcome messa in piedi dalla Caritas: anziani, italiani poveri, disabili, migranti, non più interessi contrapposti ma rete di solidarietà e condivisione».

«Protestare è una cosa, governare è tutt’altro. Si rischia il velleitarismo e il caos, oltre a palesi picchi di narcisismo già assai visibili in alcuni leader. La disastrosa parabola del Movimento Cinque Stelle mi pare possa essere un buon monito per tutti».

 
 
 

Essere preti è una cosa molto bella

Post n°3465 pubblicato il 30 Novembre 2020 da namy0000
 

Diventato famoso dopo una discussione con Fedez (un famoso cantautore) riguardo al testo di una sua canzone, il giovane sacerdote varesino don Alberto Ravagnani, 26 anni, è diventato una celebrità. «Serve una svolta missionaria della Chiesa in occidente e questa passa inevitabilmente attraverso i social, perché influenzano la vita di milioni di persone».

Il conta-follower è schizzato in un pomeriggio di giugno 2020, quando dal già ottimo livello di 30.000 seguaci, è arrivato a 60.000 in 24 ore. Tutto merito di una piccola e costruttiva polemica con Fedez: a don Alberto quella rima “meglio bimbe di Conte che bimbi dei preti” proprio non è andata giù; e allora ha deciso di taggare il rapper nelle sue stories e dire la sua. Il cantante ha risposto e ne è nato uno scambio di battute che ha reso un piccolo sacerdote di Busto Arsizio una star.

 

«In poche ore sono arrivate interviste, chiamate, e perfino l’incarico di girare alcuni video per la Cei», spiega. Il seguito di Fedez ha contribuito, ma il successo è tutto di don Alberto. Per i suoi ragazzi il don, per i suoi follower @albertorava, soprattutto se si tratta di TikTok: camicia e colletto d’ordinanza, ciuffo inappuntabile, video brevi, musica e balletti per spiegare cose facili che riguardano la fede, ma anche un po’ la sua vita. «Ma se ti innamori e non hai più voglia di fare il prete?» si chiede in un video, mentre in sottofondo passa una delle canzoncine più famose del mondo, e risponde: «L’amore è una scelta e io ho fatto la mia per sempre».

 

Su Instagram ha spopolato il cambio d’abito con suo fratello, a cui ha prestato il clergyman, per indossare la camicia a quadrettoni e i jeans. Un linguaggio che calza perfettamente, insomma, con le piattaforme utilizzate, anche tra coreografie e gag simpatiche. E infatti la sua fanbase è affiatatissima: è sul loro supporto che don Alberto ha potuto contare quando ha sfidato Fedez.

 

«Mi piaceva un casino la canzone originaria, quella di Dargen D’Amico, remixata da Fedez – spiega don Alberto – ma ho pensato che quelle parole sarebbero state ascoltate da migliaia di persone in radio o magari perfino in oratorio. E che, per denunciare il dramma della pedofilia, avrebbero squalificato tutta la Chiesa, che è molto di più. Mi faceva ancora più rabbia che la frase sarebbe stata ascoltata anche da chi usava la canzone come sottofondo delle storie di Instagram. Allora ho pensato di provare a dire qualcosa pubblicamente».

 

Come è nata la passione per i sociale?

Tutto è stato ispirato dalla quarantena. Io, prima di allora, ero un signor nessuno, un normale prete di oratorio. Poi ho pensato che per mantenere una vicinanza con i miei ragazzi, avrei dovuto inventarmi qualcosa. Ho girato e montato un video su YouTube dal titolo molto semplice A cosa serve pregare. Ed è diventato virale.

 

Ma un video può davvero avvicinare le persone alla fede?

Di questo sono certo perché ho raccolto i frutti. Da quando pubblico ho messaggi di persone che mi dicono: «Grazie perché con quello che fai, mi hai cambiato la vita».

 

Che cosa non ti piace del mondo di internet?

La contrapposizione, la polemica politica. Penso che il mio compito sia quello di portare un messaggio con toni pacati.

 

Sembra quasi che tu abbia una laurea in comunicazione, perché sai adattare perfettamente il contenuto al tipo di social che usi, possibile che sia tutto improvvisato?

Non ho studiato comunicazione e non uso strategie, sono me stesso. Rifletto solo sul tipo di messaggio da mandare per adattarlo al contenitore: su TikTok, ad esempio, funzionano canzoncine e balletti. In fondo, i social sono piazze con regole di comunicazione: non mi sognerei mai di usare lo stesso tono di un’omelia. Io voglio fare il prete, anche su internet: il Vangelo è un annuncio, che deve essere capito. Se vai in missione all’estero, prima impari la lingua del posto e poi predichi.

 

Sei un prete giovanissimo e già con le idee chiare, ricordi il momento della vocazione?

Sono cresciuto in una famiglia cattolica, ma non molto praticante. Tra la terza e la quarta superiore, ho fatto una vacanza con alcuni amici dell’oratorio e dal ragazzo timidissimo, quasi bloccato, che ero, sono diventato molto più consapevole. In quel momento ho capito che era passato Dio-Amore nella mia vita: qualcosa era cambiato. Ho cominciato a farmi delle domande, ma Dio-Amore era ancora una presenza informe. A un certo punto, mi sono posto un quesito: «E se facessi il prete, da grande?». E lì mi sono fregato. Poco prima mi ero innamorato di una mia compagna di classe, ma la preghiera spontanea mi lasciava affascinato. A 17 anni sono entrato in seminario, e il 9 giugno 2018 sono stato ordinato.

 

Che cosa dicono i tuoi superiori del tuo talento per i social?

Credo che siano contenti: la Chiesa di Milano condivide i miei video, e anche la Cei me ne ha chiesti alcuni. La mia vocazione però resta la pastorale giovanile.

 

La comunicazione della Chiesa dovrebbe adeguarsi?

La Chiesa è rimasta indietro rispetto ai tempi. Papa Francesco invece è più avanti di tutti, perché con le sue parole arriva ovunque. E io sono d’accordo con lui: serve una svolta missionaria (lo aveva già intuito madre Teresa di Calcutta ndr) della Chiesa in Occidente e questa passa inevitabilmente attraverso i social, perché influenzano la vita di milioni di persone. Quando ho incrociato i Ferragnez ho capito che c’è un’economia che si muove dietro alle loro figure. E ho pensato che se vogliamo parlare di Dio dobbiamo usare con i giovani un linguaggio che loro capiscono. Il che non significa mondanizzarsi.

 

Come nasce un tuo video?

Mi faccio un’idea dell’argomento che dovrei trattare anche parlando con i miei ragazzi, e poi un piccolo schema. Da quando ho molti più follower però, ho capito che dovrò mettere molto più a fuoco quello che faccio perché non ho la stessa libertà di prima.

 

Sei contento della tua vita, don?

Sono contentissimo. Essere preti è una cosa molto bella e io sono molto felice. A volte incontro i miei compagni di classe: tutti nati nel 1993 e mi rendo conto che tra loro sono l’unico ormai sistemato.

 

Hai un sogno?

Il mio in parte l’ho realizzato, ma vorrei ogni giorno realizzare il sogno di Dio-Amore.

 
 
 

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