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Lingua dei segni

Post n°3468 pubblicato il 02 Dicembre 2020 da namy0000
 

2020, Avvenire 1 dicembre

Covid. Medico specializzando impara la lingua dei segni per aiutare sorda

Al Gemelli il dottor D'Angelo cerca in rete un “dizionario” che gli traduca «almeno le cose più semplici e necessarie». E la 37enne, già in fase acuta, si rasserena. «Ha vinto l’umanità»

Poco tempo, Marco prende il cellulare, naviga su internet, cerca un ‘dizionario’ che traduca “almeno le cose più semplici e necessarie” nel linguaggio dei gesti. Lo trova, impara in fretta a mente i gesti per alcune frasi: “Hai difficoltà a respirare? Hai dolore da qualche parte del corpo? Ti senti affannata?”. Non che si fidi troppo di un sito incontrato al volo, sa che in rete c’è di tutto e di più, ma davvero non ha tempo. Decide d’imparare quei gesti: “Proviamoci”, pensa.

Ha appena chiuso il telefono, giovedì scorso. La chiamata era appena arrivata dal pronto soccorso: “Fra mezz’ora vi mandiamo in reparto una trentasettenne sorda” e il reparto è uno di quelli Covid al Policlinico Gemelli di Roma. Marco prende la chiamata, “va bene”, poi chiude perplesso, preoccupato. Sa già quanto sia “difficile comunicare con alcune persone anziane che hanno problemi all’udito” e che nemmeno possono aiutarsi col labiale, visto che la bocca di medici e infermieri è coperta da mascherina e tutto il resto. E ora con una ragazza che non sente e non parla dalla nascita diventa quasi impossibile. Quasi. Gli è venuta quell’idea, non sa se e quanto possa essere realizzabile.

La donna arriva in reparto, è agitata, disorientata, in ossigenoterapia, nella fase acuta della malattia da Covid. Impaurita perché non saprebbe come spiegarsi. Marco D’Angelo è aquilano, medico specializzando alla Scuola di Medicina interna della Cattolica di Roma, diretta da Antonio Gasbarrini, ha ventotto anni, va subito da lei. Entra nella sua stanza, la saluta con un cenno della mano, lei risponde con gli occhi. C’è un muro fra loro. Inevitabile. Invalicabile. Quasi, appunto.

Le fa una domanda con la lingua dei gesti. Lei “sbarra gli occhi, inizia a sorridere e da quel momento fra noi non ci sono più barriere comunicative”, racconta Marco. Le chiede se ha dolori al corpo, lei gli risponde no, le chiede se ha difficoltà respiratorie e lei replica ancora no: “Ero contentissimo, capiva i miei gesti, quel che avevo imparato in mezz’ora non era sbagliato. Davvero era proprio crollato quel muro. Davvero, soprattutto, adesso la vedevo più serena”. E poiché il cuore a volte poi conta quanto le terapie, “il gesto che da quel giorno le ripeto più spesso è ‘tu stai bene, tranquilla’ e lei si tranquillizza, si sente molto più a suo agio”.

Marco D’Angelo non dimenticherà giovedì scorso. “Ho provato un calore immenso al cuore, come se avessi riscoperto l’umanità”, spiega: “Una sensazione di dolcezza verso questa ragazza. Ho realmente sentito il cuore che si riscaldava”. Marco si emoziona ancora: “Sì, è stata una riscoperta d’umanità. Rendendomi conto come le piccole cose riescano a far diventare più belle le emozioni di una persona, riescano a farla sentire al sicuro”.

 
 
 

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