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Messaggi del 16/02/2021

Ho continuato a credere

Post n°3533 pubblicato il 16 Febbraio 2021 da namy0000
 

Margaret Karram, classe 1962.

È la nuova presidente del Movimento dei Focolari, racchiude nella sua stessa origine le contraddizioni e le speranze di un mondo che aspira alla pace.

Araba cattolica di Haifa, 58 anni (nel 2021), in Italia dal 2014, cerca da sempre di spezzare le radici dell’odio che pure ha respirato nel suo Paese lacerato.

Cinque lingue imparate già a 6 anni, una laurea in Ebraismo all’Università ebraica di Los Angeles (Usa), impegnata, negli anni di permanenza a Gerusalemme, nella Commissione episcopale per il dialogo interreligioso e nell’Assemblea dei Cattolici Ordinari della Terra Santa e nell’organizzazione Icci (Interreligious Coordinating Council in Israel), si appresta a guidare i Focolarini, dopo la fondatrice Chiara Lubich e dopo Maria Voce, con uno sguardo che è quello della comune appartenenza alla grande famiglia umana.

Quando ha incontrato il Movimento?

«Avevo 14 anni. Alcuni ragazzi di Nazaret, che avevano conosciuto il Movimento attraverso un religioso salesiano italiano, sono venuti a parlare nella nostra scuola e a invitarci a un incontro a Gerusalemme di tre giorni, ma Mariapoli. Non capivamo bene di cosa parlassero, pensavamo che “focolare”» significasse folclore, Gen, cioè Generazione nuova, ci risuonava come la parola araba che, invece, significa “spirito maligno”, avevamo timore che fosse una setta. Ma loro erano così entusiasti nel parlarci e l’idea di andare a Gerusalemme ci attirava così tanto che abbiamo deciso, tutta la classe, di aderire all’iniziativa. Abbiamo pensato che se non ci fosse piaciuto almeno avremmo visto la città.

E invece?

«E invece ho sperimentato subito un’atmosfera di pace, quella che mi mancava. Vengo da una famiglia palestinese. I fratelli e le sorelle di mio padre sono andati via quando, nel 1948, si è costituito lo Stato di Israele. Mio padre è rimasto, ha sposato mia madre. Siamo nati in quattro e i nonni erano con noi.

Ho vissuto in un quartiere interamente ebraico. A scuola, dalle suore carmelitane, i miei compagni erano cristiani delle diverse Chiese e palestinesi musulmani. Per me era naturale convivere con queste persone e costruire amicizie. Ma sentivo anche la sofferenza dei miei nonni e di mio padre che non hanno visto mai più i miei zii e le mie zie, c’era il dispiacere per gli insulti che arrivavano anche dagli altri bambini. La mia famiglia ci ha sempre spronati non solo ad accettare gli altri, ma ad amarli nel senso cristiano-cattolico dell’ama il prossimo tuo. Per me questo era molto forte, ma sentivo anche un senso di ingiustizia e di dolore. E mi dicevo che da grande avrei voluto fare qualcosa per la società, per costruire la pace. Ecco, durante quell’incontro, ho sperimentato questa calma profonda. Non ho parlato con nessuno, ma ho lasciato il mio numero».

Cos’è successo dopo?

«Nel 1977, quando Chiara Lubich ha ricevuto il Premio Templeton per il Progresso della religione, a Londra, assieme a tante personalità di varie religioni c’erano anche ebrei e musulmani che si sono congratulati per la sua testimonianza di fede. E lei ha capito che era arrivato il momento di aprire la prima comunità a Gerusalemme. Sono arrivate le prime due focolarine. Loro hanno chiamato noi ragazzi e ragazze che avevamo lasciato il nostro numero. Ho risposto e da quel giorno non ho più lasciato il Focolare».

Cosa l’ha spinta a impegnarsi sempre di più?

«Il fatto di vedere che la mia sete di giustizia prendeva un’altra direzione. Sentivo dentro di me il dolore dei due popoli, non solo per la questione palestinese, ma anche per le generazioni di famiglie ebree che avevano subito l’Olocausto ed erano arrivate in Israele perché sentivano che era la loro patria. Non capivo più neppure bene quale fosse la mia identità. Nell’incontro con il Movimento ho capito che la rivoluzione che volevo fare per riaffermare la dignità e i diritti umani non era un rispondere all’odio con la violenza, ma che era, ripeto la parola, una rivoluzione evangelica. Era l’Amore che ama il nemico, che ama per primo, che serve gli altri. Ho capito che non devo cambiare le persone ma il mio cuore, e che devo guardare gli altri con lo sguardo di Dio-Amore. Solo così aiutiamo a vivere e a costruire la pace. A 19 anni ho lasciato tutto per seguire questo carisma, che è quello che Chiara Lubich ci ha lasciato: vivere per l’unità, che tutti siamo una cosa sola. La pace viene quando ci vogliamo bene, quando siamo più fratelli e sorelle. Mi sono messa nelle mani di Dio-Amore come un suo strumento per contribuire perché l’unità sia ancora più vera. Non cerco altro».

Cosa ha provato nel leggere la preghiera di san Francesco nell’incontro per la pace dell’8 giugno 2014 promosso in Vaticano dal Papa con il patriarca ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo, il presidente israeliano Shimon Peres e quello palestinese Abu Mazen?

«È stata un’esperienza fortissima. Quando ho vissuto a Gerusalemme, ho sentito ancora di più che la divisione nei quartieri, nei pullman, la costruzione del muro. Ho sofferto tanto, ma ho continuato a credere che bisognasse dare la vita per costruire la pace. Sono sempre andata avanti, non da sola, ma con tanti altri che hanno conosciuto il Movimento e la piccola comunità. Poi sono stata trasferita in Italia, nel momento in cui mi sentivo in piena vocazione. Quando sono arrivata a Roma mi sentivo fuori posto e, in più, sentivo il dolore perché si stava preparando la visita del Papa – cosa che io avevo sperato tanto – ma senza che io potessi tornare a Gerusalemme. Due mesi dopo, però, mi viene chiesto, parlando io l’arabo, se potevo partecipare alla preghiera. Ho cercato di capire cosa Dio volesse da me, perché non volevo creare imbarazzi in una situazione tanto delicata. Mi sono lasciata guidare dalle letture del giorno. Si parlava della disputa tra sadducei e farisei e dell’angelo che appare a san Paolo dicendogli: “Non temere, perché come mi hai testimoniato a Gerusalemme adesso mi testimonierai a Roma”. Sentivo che queste parole erano dirette a me. E con questo spirito ho accettato di andare nei Giardini vaticani. Sentivo che dovevo essere lì a dare voce alla pace. E, anche se ci sono ancora tanti nodi, credo che quel momento porterà un seguito, forse tra molti anni. L’albero di olivo che il Papa e il Patriarca hanno piantato sarà il segno per le nuove generazioni. E un giorno lo vedranno portare i frutti della pace».

 

Lei prende in mano il Movimento dei Focolari in un tempo particolare sia per la pandemia sia per i tanti conflitti, «la terza guerra mondiale a pezzi», che ci sono nel mondo. Cosa spera?

«Innanzitutto vorrei dire che non sono sola. Con me c’è un corpo di persone, un governo con il quale insieme guardiamo al presente che non è facile e al futuro che non sappiamo come sarà. Non è un periodo semplice. Sentiamo tante grida dell’umanità: non solo la pandemia, ma ingiustizie, guerre, governi che crollano, conflitti di vario genere ovunque. Il carisma di Chiara, di vivere in un mondo più unito, deve venire ancora più fuori. Sulle sue orme vorrei che il mio mandato fosse caratterizzato da questa frase: “Siate una famiglia”. Se avremo sempre questo spirito, che vuol dire avere il calore, l’attenzione, lo sguardo che si ha tra fratelli e sorelle, ameremo chiunque incontreremo. E sarà carità vera» (FC n. 7 del 14 febbraio 2021).

 
 
 

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