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Messaggi del 07/05/2021

Governare il futuro

2021, HuffPost 7 maggio

Governare il futuro. Tre mosse per difendere i bambini dalla pedofilia onlinePuntata n.38 del podcast curato da Guido Scorza. Oggi si parla di come tutelare i più piccoli da uno dei crimini più ignobili

Ieri si è celebrata la giornata nazionale per la lotta alla pedofilia, uno dei crimini più ignobili che affligge la nostra società non certo da ieri e da ben prima dell’invenzione di Internet.

È, però, fuor di dubbio che, nella dimensione digitale, certi orrori trovano, purtroppo, terreno fertile per accadere, verificarsi e aumentare.

Vale, quindi, forse la pena, fermarsi un istante a riflettere su cosa si può e, anzi, forse, si dovrebbe fare per rendere Internet e dintorni un luogo-non luogo più sicuro per i più piccoli.

Innanzitutto, in questa prospettiva, credo che ieri ciascuno di noi adulti  - ciascuno nel proprio ruolo e con le proprie responsabilità professionali, istituzionali, di genitori o, semplicemente, di adulti – avrebbe dovuto rivolgere ai più piccoli quelle scuse che così di frequente chiediamo loro di porgerci o di porgersi perché di tante cose possiamo discutere ma non del fatto che avremmo potuto fare meglio, fare prima, fare di più nel garantire che la dimensione digitale fosse disegnata, progettata e implementata a misura di bambini.

 

Non è andata così e oggi rendere la dimensione digitale un luogo-non luogo non dico sicuro ma almeno pericoloso quanto la dimensione fisica è, purtroppo, più difficile che se ne avessimo capito tutti l’importanza nella prima fase di sviluppo di quella dimensione che, specie nei mesi della pandemia è diventato l’ambito naturale – per quanto innaturale – dei più piccoli.

 

Quindi se non l’abbiamo fatto ieri, facciamolo oggi, chiediamo scusa tutti insieme ai più piccoli per aver loro consegnato un ecosistema digitale disegnato, con poche eccezioni, solo per noi adulti.

 

Muovendo da questa constatazione, forse amara, ma che non vuole essere pessimistica, mi limito a poche considerazioni per provare, insieme, a far meglio in futuro.

 

La prima.

I nativi digitali non esistono.

Dobbiamo assolutamente smettere di usare questa espressione che persuade grandi e bambini della circostanza che chi è nato con lo smartphone in mano sia una sorta di anfibio, capace indistintamente di vivere con la stessa naturalezza nella dimensione fisica e in quella digitale. 

Non è così.

I nostri figli per quanto, ormai, conquistino a tre o quattro anni l’abilità di spolliciare su uno smartphone o su un tablet non sanno nulla o sanno poco delle opportunità e delle insidie della dimensione digitale, non sanno approfittarne e non sanno prevenirle.

Guidarli nella scoperta di quella dimensione tocca a noi.

La pandemia, da questo punto di vista ha peggiorato enormemente le cose e ha semplicemente creato l’effetto che si crea lungo i nostri litorali nella prima domenica di sole: una massa di persone che credendo di saper nuotare senza aver mai nuotato si butta in acqua dando un gran da fare alle donne e agli uomini del soccorso in mare.

Oggi abbiamo davanti quella stessa emergenza: più o meno la metà della popolazione del Paese che fino a un anno fa non usava internet se non saltuariamente vive immersa nella dimensione digitale senza conoscerla e, tra loro, milioni sono bambini.

 

La seconda.

Anche nella dimensione digitale non tutto è per tutte le età.

Dobbiamo fare lo sforzo, purtroppo divenuto innaturale per colpa di prassi e cattive abitudini che abbiamo lasciato si affermassero, di immaginare la dimensione digitale come un enorme parco dei divertimenti – pur consapevoli che, per fortuna, è più di questo – nel quale esistono attrazioni per tutte le età e attrazioni riservate ai più grandi, alle persone alte almeno un metro o che abbiano almeno quattordici anni.

Se chi non ha l’età o non ha l’altezza sale su un’attrazione disegnata per i più grandi o per i più alti, per quanti sforzi possa fare chi l’accompagna o chi gestisce la giostra non c’è modo di rendere quell’esperienza sicura.

La stessa cosa accade con i servizi e le piattaforme digitali.

Ce ne sono alcune – molte – che semplicemente non sono disegnate per i più piccoli e dalle quali i più piccoli vanno tenuti fuori.

Qui le parole magiche si chiamano age verification.

Dobbiamo pretendere l’implementazione di soluzioni di age verification tanto mature da fare almeno in modo che se una piattaforma si auto-dichiara adatta a chi ha almeno una certa età, chi è più piccolo non riesca a entrarvi perché, altrimenti, ogni sforzo di garantirgli la sicurezza è destinato a risultare vano.

E questo è tanto più vero quando – e capita sempre o quasi sempre – presupposto per l’utilizzo della piattaforma è che gli utenti condividano con il gestore della piattaforma e con altri utenti dati personali perché non si può né pretendere che i più piccoli comprendano il valore della loro identità personale né lasciare che ne siano espropriati per arricchire i giacimenti di dati dei giganti del web.

E qui, però, dobbiamo dircelo con grande franchezza, esiste una responsabilità grande, enorme, oltre che dei gestori delle piattaforme che immolano i più piccoli sull’altare del profitto anche di noi adulti che non facciamo abbastanza per tenere i più piccoli lontano da piattaforme che non sono disegnate per loro né per educarli alla cultura della privacy.

Anzi, sempre più spesso, purtroppo, la cronaca racconta di genitori che sovra-espongono i loro figli, neonati o bambini nell’universo social, talvolta per loro compiacimento personale nell’ambito del fenomeno del c.d. sharenting e talaltra addirittura per farne baby influencer macinando denari mentre ipotecano la privacy e non solo la privacy dei loro figli.

 

La terza  e ultima.

La privacy non è e non può diventare un alibi per non proteggere in maniera efficace la sicurezza e la salute dei più piccoli.

In democrazia non esistono diritti tiranni e nessun diritto, per quanto fondamentale, privacy inclusa evidentemente, può impedire il legittimo esercizio di altri diritti o impedire allo Stato di garantirli ai cittadini.

Il segreto sta sempre nel bilanciare i contrapposti diritti e interessi alla ricerca di una posizione di equilibrio che non imponga mai a un cittadino – specie a un cittadino bambino – di dover rinunciare a un diritto per vederne tutelato un altro.

E spesso – la lotta alla pandemia credo ce lo insegni in maniera esemplare – non è la privacy la nemica dell’implementazione di questa o quella soluzione tecnologica o di processo capace di contemperare contrapposti interessi ma la nostra pigrizia, la nostra preferenza per soluzioni che implementano il principio – poco moderno e poco democratico – del fine che giustifica i mezzi anche se sacrifica e travolge taluni diritti.

Secondo me su questo versante c’è tanta strada da fare.

E lo si deve fare, tra l’altro, lavorando sul piano della ricerca e dello sviluppo tecnologico e sul piano delle policy.

Ai grandi della tecnologia, ai centri di ricerca e sviluppo, dobbiamo dare un input diverso da quello che, esplicitamente o almeno implicitamente, abbiamo dato sin qui: non più sempre e comunque progettare la tecnologia migliore per raggiungere un determinato risultato ma progettare la tecnologia che consenta di raggiungere quel risultato nella maniera più efficace possibile trattando il minor numero possibile di dati personali, ad esempio.

I diritti fondamentali, a cominciare dalla privacy, devono rappresentare un vincolo da inoculare, fin dalla fase della progettazione, nelle nuove tecnologie.

 

Se non seguiamo questa strada, governare il futuro nell’interesse dei più piccoli, non sarà facile.

 
 
 

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