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Un mondo nuovo

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Messaggi del 18/06/2022

Sporcarsi le mani

Sporcarsi le mani, andare contro, esporsi. L’eredità di Pierpaolo Pasolini (Giorgio Terruzzi, Scarp de’ tenis, Aprile 2022)

Si chiamava Pierpaolo Pasolini. Nato nel centro di Bologna, a due passi dalla Basilica di Santo Stefano, il 5 marzo 1922, morto ammazzato sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975.

L’anniversario porta a lui, una volta di più. Alla sua opera, monumentale, perché stiamo parlando di un poeta, di un saggista, di un reporter, di uno scrittore, di un insegnante, di un regista instancabile.

Di Pasolini è stato detto molto, moltissimo, da persone che l’hanno conosciuto, l’hanno frequentato, hanno studiato e analizzato i testi, gli snodi di una vita colma di approfondimenti e studi, cambi di passo. Curiosità e interiorità. Così, dovendo ricordarlo qui, preferisco pensare alla sua anima sensibile, dotata però di un rarissimo coraggio, di quella indipendenza che viene dall’intelletto, una sorta di libertà del pensiero che ha amplificato, nel tempo, l’autorevolezza.

Noi, che negli anni Settanta eravamo studenti agguerriti e spaventati nel contempo, Pasolini dovevamo rincorrerlo in qualche modo e in permanenza, consapevoli di avere a che fare con un intellettuale lucidissimo, preso dalle contraddizioni fornite da un ideale comunista impregnato di cultura cattolica. Aspirazioni sincere e sensi di colpa, un’attenzione verso gli ultimi non sempre declinata sul fronte della politica. Ciò che portava molti di noi ad oscillare, a commettere errori, a misurare, in definitiva, una sorta di doloroso fallimento. Mentre lui, era già morto, dopo aver volato più alto, individuando precocemente le tracce forti e per certi versi penose della borghesia dentro la protesta, svelando retoriche e conformismi dentro la sinistra. Qualcosa che avremmo compreso nel tempo e in ritardo, senza riuscire davvero a cogliere un insegnamento. Parlava di volontà intima e identificazione con il diverso, dell’umiltà intellettuale, appunto, che porta a perseguire una direzione “ostinata e contraria”.

Mentre preparavo questa nota per Scarp mi sono reso conto di quanto autentica fosse la sua modernità. Un uomo scandaloso al punto da generare una sorta di disorientamento perbenista, allora, focalizzato sulla sua omosessualità e su quella parte autodistruttiva che lo accompagnò sino ad una morte a sua volta scabrosa e misteriosa. Ma oggi, proprio ora, mentre abbiamo a che fare con gli esisti macroscopici del conformismo messo a fuoco così precocemente da Pasolini, i suoi testi, i suoi saggi, i suoi film assumono un’attualità formidabile. Circondati come siamo da intellettuali collusi, molle il ventre, in un’apparenza di integrità. La sinistra come una bandiera sventolata da poltrone sempre un po’ troppo comode, il “grande giornalista” che si accomoda in una ricerca di consenso e lì si ferma, in una rete di gratificazioni simile a un sedativo.

Sporcarsi le mani, andare “contro”, esporsi. La strada tracciata da Pasolini è invisibile, mimetizzata, colma di erbacce. L’applicazione dello studio alla dialettica, una rarità da tenere ai margini. Siamo qui, imbarazzati, imbolsiti ma capacissimi di farci accogliere, scambiando buonismo per progressismo, facendo bene attenzione ad uscire da un confort talmente radicato da non generare alcuna contestazione. Bon ton, maledizione. E che nessuno alzi la voce, per carità, alla faccia di urgenze assolute. Era scarno, segnato il volto di Pasolini. Il nostro molto meno. Anche se siamo morti, più morti di lui.

 
 
 

Il pianista di Medyka

Post n°3746 pubblicato il 18 Giugno 2022 da namy0000
 

UCRAINA, Il pianista di Medyka suona Yesterday (Paolo Lambruschi, giornalista, Scarp de’ tenis, Aprile 2022) (Storie della guerra vista da altri punti di vista)

C’è un pianoforte appena varcato il cancello verde che separa il posto di frontiera polacco di Medyka dall’Ucraina. È un pianista che suona Yesterday per accogliere mestamente i profughi. Si passa solo a piedi, un flusso ininterrotto di donne di tutte le età e di bambini, perché i maschi ucraini maggiorenni fino a 60 anni non possono lasciare il Paese. Alle spalle si sono lasciati tutto e si sono consumate separazioni dolorose tra famiglie, sperando che siano temporanee.

Dopo il cancello, si cammina su una stradina stretta dove ong e associazioni offrono ristoro prima di mettersi in fila e venire trasportati in un centro di accoglienza e di smistamento. In molti casi vengono a prenderli amici e parenti dalla Polonia o da altri paesi dell’Unione. E appena a sinistra, sotto la tenda della missione evangelica, c’è il vecchio piano a coda nero con il simbolo universale della pace di Holtom disegnato sul coperchio. Perché Yesterday, canzone di un amore perduto, scritta quasi 60 anni fa? Il testo non parla solo di un amore finito. Pensate al verso più famoso: I believe in yesterday. Ora pensate a quello che avete. Poi pensate che all’improvviso tutto ciò non esista più: la casa, la famiglia, il lavoro, gli amici, gli impegni quotidiani. Tutto ciò che diamo per scontato, cancellato da una guerra improvvisa che sembrava impossibile nel 2022. Yesterday è la canzone del tempo perduto, delle gioie date per scontate. Ma non lo erano. Certo non sono invisibili i profughi ucraini, per fortuna nella tragedia l’Ue e gli europei stanno offrendo una risposta inaspettata di solidarietà. Fino a pochi mesi fa la stessa Polonia, l’Ungheria, i paesi dell’Est sembravano sul punto di uscire dall’Unione della quale non condividevano i valori fondanti. Primi fra tutti la solidarietà e l’accoglienza dei rifugiati. Oggi, la guerra alle porte di casa, ha almeno ricordato agli europei quello che ciascun paese ha sofferto nel secolo scorso, mentre ai paesi orientali con tendenze autocratiche ha ricordato probabilmente il valore della democrazia. Yesterday ci fa pensare che l’accoglienza data giustamente agli ucraini stride con l’accoglienza negata alle vittime di altre guerre lontane dimenticate, nascoste o ignorate. Il conflitto in Siria, quello in Etiopia o nello Yemen, la guerra contro i curdi nei quattro Stati mediorientali dove vivono o il terrorismo islamico nel Sahel hanno provocato decine di migliaia di morti mai filmati o raccontati. E gli effetti di quelle guerre, ovvero gli assedi con blocco di aiuti umanitari, la distruzione di strutture sanitarie e scuole, la carestia hanno cancellato intere generazioni che non hanno mai vissuto un tempo felice e spensierato. Sono profughi, rifugiati in fuga da guerre come quella che abbiamo visto in diretta alle porte di casa. Li ritroviamo sulle rotte desertiche del Sudan e del Sahel, in viaggio verso la Libia e la Tunisia, nelle mani dei trafficanti pagati migliaia di dollari. Gli stessi che, indossata la divisa di poliziotto, prendono i soldi dall’Ue per rinchiuderli nelle galere libiche chiedendo ulteriori riscatti alle famiglie. Li ritroviamo sulla rotta balcanica a sfuggire alle guardie croate o nella lunga foresta tra Bielorussia e Polonia, dove le guardie non sono così accoglienti con chi ha tratti mediorientali. E sulle strade verso Oulx e Ventimiglia, dove cercano di aggirare i doganieri francesi. La guerra ci chiede di aprire gli occhi e trattare tutti allo stesso modo. E se qualcuno ripete il nuovo slogan per cui africani, asiatici e mediorientali non sono profughi perché non fuggono da guerre vere, è giusto che tre cose si sappiano. La prima è che nell’Ue, i cui valori di libertà sentiamo minacciati apertamente, una persona ha diritto di essere salvata se in pericolo e di chiedere asilo, e la domanda va valutata da giudici ed esperti indipendenti, non da politici. La seconda è che questi politici, anche nostrani, sono in genere amici di Vladimir Putin, che non hanno mai ascoltato davvero Yesterday.

 
 
 

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