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Uomini e uomini

Post n°3806 pubblicato il 06 Dicembre 2022 da namy0000
 

2022, Scarp de’ tenis, ottobre

Ricordo di Yushi, senza dimora che donava serenità

Yushi Zhao era nato a Dalian, in Cina, nel 1951. È morto a Verona il 6 giugno 2022 ed era un senza dimora; il primo, forse unico cinese che riposa nel cimitero monumentale della città. Ma Yushi era molto, molto più di questo. «Lo abbiamo incontrato per la prima volta all’inizio della pandemia, quando è arrivato al nostro Rifugio in una situazione di salute precaria», spiega Alberto S., presidente dell’associazione Ronda della Carità.

In Italia dal 1990, Yushi aveva lavorato nella ristorazione ad Ascoli Piceno e poi a Verona, quindi aveva affittato dei campi e aveva iniziato a coltivarli.

«Purtroppo il rovesciamento accidentale del trattore sul quale lavorava gli ha causato un’ischemia cerebrale, e così, all’età di 70 anni, si è trovato a non poter più lavorare e a vivere all’addiaccio nel vallo dei bastioni. Un senza dimora. E nel 2022, in un Paese membro del G8, senza dimora significa senza diritti. Perdere il lavoro ha significato anche non poter rinnovare il permesso di soggiorno e diventare irregolare in . uno Stato nel quale aveva lavorato e pagato i contributi per anni. Nel suo zaino c’era anche un decreto di espulsione notificato due anni fa. Lo conservava insieme alla lettera di dimissioni dall’ospedale e la copia di una carta d’identità scaduta. Gli altri documenti gli erano stati rubati, compreso il passaporto, che grazie all’aiuto prezioso di un’amica, Rosa, era riuscito a rifare (ma è arrivato solo pochi giorni dopo la sua morte). Il resto dei suoi averi erano le tessere del dormitorio e della mensa e tre monete da dieci centesimi».

Yushi non aveva nulla, eppure dava moltissimo. «Veniva ogni giorno al Rifugio per la colazione, rimanendo tutta la mattina per coltivare il magnifico orto che ha creato dal nulla dopo aver dissodato, con le sue mani e pochi arnesi di fortuna, il terreno ostile dall’asfalto e dalle pietre, con le quali, una dopo l’altra, ha creato poi un muro a secco a delimitare l’orto», continua Alberto.

L’orto, la passione di Yushi, il suo mondo incarnato e un luogo in cui condividere immagini e ricordi preziosi. Francesca F., volontaria della Ronda, ricorda: «Yushi lavorava nell’orto e spesso gli facevo compagnia, chinandomi vicino a lui, seguendo con lo sguardo i gesti che compiva. Non erano movimenti banali, c’era una sapienza antica nel maneggiare gli attrezzi, nel modo in cui rivoltava la terra. Era in grado di spiegarti il come e il perché di ogni ortaggio che aveva piantato, le sue proprietà, come usarlo in cucina. Ed era generoso anche nel condividere i momenti della sua vita: una nonna cui da piccola, secondo la tradizione, erano stati fasciati i piedi, ma che non volle per nessuna ragione fosse fatto alla sua bambina. Il padre che lavorava al porto, la mamma che cuciva i vestiti e nutriva i figli con il cibo migliore mentre per sé preparava la zuppa con le bucce. Un’immagine che non è svanita mai dai suoi ricordi».

E le immagini di lui fluiscono, tante, una dopo l’altra, come le onde nella corrente di un fiume: Yushi che ogni mattina ascolta il notiziario cinese, Yushi che si massaggia le gambe, che la mattina fa Tai Chi. Yushi che si illumina quando ringrazia, Yushi che regala a tutti la verdura che coltiva e non vuole soldi in cambio. «Qualche euro per il tabacco lo accettava, se glielo offrivano – spiega Alberto – ma per la verdura mai: la verdura si regala. E se chiedevi un cespo di insalata ne ricevevi almeno due. Sempre più di quello che chiedevi». Yushi era così: possedeva tre monete ma era ricco, non tratteneva, era generoso dei suoi tanti doni.

Il suo funerale avrebbe potuto essere il funerale dei poveri, anonimo e senza nessuno, ma hanno voluto occuparsene i suoi amici della Ronda. E ci sono riusciti, grazie anche all’aiuto di molti veronesi che non lo avevano mai incontrato. Un gesto di riconoscenza dovuto ad una persona speciale, saggia e generosa che nonostante le condizioni di difficoltà in cui viveva ha lasciato a tutti un po’ della sua luce.

 
 
 

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