Messaggi del 10/12/2025
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Post n°4187 pubblicato il 10 Dicembre 2025 da namy0000
2025, Alberto Pellai, medico psicoterapeuta, FC, n. 49 del 7 dicembre L’esempio? Dobbiamo darlo per primi noi adulti La Generazione Z – nata tra il 1995 e il 2010 – ha rappresentato la popolazione “cavia” di un esperimento sociale avvenuto su scala globale, che ha generato una vera e propria mutazione antropologica dell’età evolutiva. Prima di questa generazione, crescere implicava muoversi da “dentro” a “fuori”, trasformando il mondo in una palestra di allenamento alla vita. Ma la Generazione Z ha attraversato la crescita facendo un movimento inverso: ovvero da fuori nel mondo si è ritirata per molte ore al giorno nella propria cameretta. Il conflitto genitori-figli, prima basato sulla richiesta del motorino, si è trasformato in conflitto per avere l’ultimo modello di smartphone o consolle di videogiochi. Gli adolescenti della Generazione Z sono stati i primi ad avere in dotazione due vite e due identità: quella reale e quella virtuale. E questa “duplicazione” non si è, di fatto, trasformata in un vantaggio reale per le loro vite. Perché invece di dotare gli adolescenti di nuove conoscenze, competenze e opportunità, li ha incarcerati nell’ingaggio basato sul rilascio di dopamina (il neuromediatore biochimico del sistema nervoso centrale da cui derivano le dipendenze comportamentali) voluto dai gestori delle piattaforme di social e videogiochi, per aumentare attrattività e profitti. Oggi l’adolescenza presenta su scala globale i peggiori indicatori di salute mentale degli ultimi decenni, derivati dal fatto che il tempo della crescita non sembra più intriso del desiderio di affrontare e sfidare il futuro, ma si presenta sempre più arrotolato su se stesso, in preda ad ansia, depressione, autolesività e ritiro sociale. La stessa Società italiana di pediatria ha emanato nuove raccomandazioni per le famiglie, puntando sulla prevenzione della dipendenza precoce da devices e invitando i genitori a ritardare il più possibile l’iscrizione ai social, a dare solo dopo i 13 anni uno smartphone a uso personale, a favorire le attività di gioco e all’aria aperta. Nel frattempo, i governi di tutto il mondo si stanno interrogando se non sia giunto il momento di definire per legge l’età minima al di sotto della quale è vietato iscriversi a un social o possedere un cellulare personale. Come aiutare allora i nostri figli a tornare nel mondo e ripristinare quel benessere che rappresenta un pre-requisito per attraversare l’adolescenza e assolvere i suoi compiti evolutivi? Favorendo la partecipazione alla vita della comunità e disincentivando l’appartenenza alle communities. I genitori, in preadolescenza, dovrebbero tenere i figli fuori nel mondo, favorire la loro partecipazione alla vita degli oratori, delle associazioni sportive. Molto meglio che un figlio partecipi alle attività di un laboratorio espressivo, teatrale o musicale che iscriversi a una community multiplayer. E poi, noi genitori per primi dobbiamo dare l’esempio. Non solo con la nostra capacità di regolare e autolimitare la nostra permanenza nel mondo digitale, ma mostrando la bellezza di una partecipazione attiva alla vita della comunità. Ogni famiglia dovrebbe gemellarsi almeno con un’altra con cui condividere esperienze, gite, cenare insieme almeno una volta alla settimana, condividere regole e visione educativa della crescita. Esci da quella stanza è oggi il monito più fatto dai genitori a un figlio in crescita. Ed è anche il titolo del libro che ho scritto con Barbara Tamborini, per genitori ed educatori, per riportare i nostri figli nel mondo reale e – soprattutto – restituire l’infanzia all’infanzia. Un’impresa complessa, difficile e necessaria, che nessun genitore può compiere da solo. Perché il cambiamento deve avvenire a livello globale e deve essere voluto e perseguito dall’intera comunità educante. |


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il 28/07/2025 alle 13:38
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