Messaggi del 05/01/2026
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Post n°4194 pubblicato il 05 Gennaio 2026 da namy0000
2026, don Stefano Stimamiglio, FC n. 1 del 4 gennaio Incrociamo lo sguardo dei nostri ragazzi e incoraggiamoli Sono un padre e, ascoltando mio figlio e molti ragazzi della sua età, mi colpisce un disagio che va oltre le difficoltà materiali: è come se mancasse la speranza. Non parlano più di sogni o di vocazioni, ma di strategie per “resistere”, di lavori temporanei, di scelte rimandate per paura di sbagliare. Come se ci fosse un disinteresse per le vicende del mondo. Mio figlio, ad esempio, dice spesso che non vale la pena progettare troppo la sua vita, perché il futuro è troppo incerto e le promesse vengono facilmente tradite. Io e mia moglie proviamo a incoraggiarlo, ma le nostre parole sembrano fragili, fuori tempo… Di fronte a una generazione che non si sente autorizzata a sperare, quale responsabilità abbiamo noi: genitori, educatori, comunità cristiana, società? Come possiamo tornare a essere credibili agli occhi dei giovani, così disorientati e sfiduciati, senza limitarci a giudicarli o a rimpiangere il passato, ma imparando davvero ad ascoltarli e a camminare con loro? Come possiamo trasmettere una speranza credibile, che non neghi le fatiche del presente, ma li aiuti a intravedere un domani possibile, degno di essere atteso e costruito insieme? – Un papà dubbioso Caro papà, la tua lettera intercetta un sentimento reale e diffuso – un misto di frustrazione e senso di impotenza – di noi adulti, che non va né minimizzato né troppo drammatizzato. La mancanza di speranza nel futuro che molti giovani (non certo tutti) esprimono oggi con i loro comportamenti, atteggiamenti e parole è un segnale serio, ma proprio per questo chiede a noi adulti uno sguardo più esigente, non solo protettivo o consolatorio. Occorre, però, prima di tutto avere uno sguardo realistico, che forse a volte ci sfugge… Ho in mano, ad esempio, diverse centinaia di bigliettini che studenti delle scuole superiori lo scorso maggio hanno attaccato alla bacheca dello stand delle Edizioni San Paolo alla Mostra del libro a Torino, rispondendo alla domanda “Cosa speri dal tuo futuro?”. Emerge tante volte il termine felicità, che è la vera, grande, infinita aspirazione di ogni giovane. Quell’umanissima aspirazione trova tante espressioni: dal “rivedere mia nonna che non c’è più”, all’”accettarmi così come sono”; dall’essere semplicemente “felice e sereno”, al “rimanere per sempre col mio ragazzo”… Il senso di speranza che emerge da questi bigliettini mi ha reso la giornata più bella e mi ha dato conto che la potenza immaginativa di questi ragazzi li rende simili a noi alla loro età in quella straordinaria – ma, certo, faticosissima! – età. E, allora, da dove viene quel senso di sfiducia di cui parli e che pure è un dato reale? Certamente la situazione esterna è sfavorevole: guerre, cambiamento climatico, lavoro sottopagato, debito pubblico fuori controllo, peso futuro delle pensioni e tanto altro deprimerebbero l’anima di chiunque... Mi chiedo, però, quanto abbia fatto bene il nostro riempirli di “cose” (spesso senza nemmeno che ce lo chiedessero…), neutralizzando in loro la potenza umana del desiderio, da cui tutto parte. Non hanno più nulla, a volte, da desiderare. Li abbiamo messi al centro di tutto, sotto una campana di vetro per proteggerli da un mondo cattivo (che è poi il nostro, quello che abbiamo fatto noi grandi). Quasi compatendoli. Con l’effetto che si sono concentrati su loro stessi. Fanno fatica a volte a decentrarsi da sé. Di qui, almeno in parte, la poca voglia di figli che hanno appena crescono un po’. Peggio ancora è, però, quando li consideriamo una generazione “perduta”, molle. Li trattiamo a volte come fragili cronici, incapaci di affrontare la realtà, togliendogli la possibilità di misurarsi realmente con la vita. Per questo è decisivo stimolarli e non solo rassicurarli. È importante incoraggiarli a provare, a rischiare di sbagliare, a rimettersi in piedi quando cadono, a uscire dal proprio orizzonte ristretto. Molti ragazzi vivono una fatica reale, ma spesso la osservano come se fosse insuperabile. Perché non gli facciamo fare (costringendoli se necessario!) esperienze di volontariato, di servizio, di aiuto concreto a chi sta peggio…, semplicemente per andare a “scuola di realtà” ? Incontrare la sofferenza altrui aiuta non solo a riconoscere ciò che si ha, ma anche a riscoprire risorse interiori inesplorate e soprattutto a sviluppare il senso di compassione, senza il quale davvero la società va verso l’abisso. E a capire che la propria vita può essere utile a qualcuno. Scoprirlo da giovani fa tutta la differenza del mondo! I ragazzi, poi, vanno educati all’impegno, allo sforzo, al desiderio di raggiungere un risultato. Solo per la via stretta del mettersi in gioco i sogni si realizzano. Questo a scuola, nello sport, nella fede, nelle relazioni, negli obiettivi che ci si pone. Se tutto piove dall’alto, perché colpevolmente noi adulti facciamo sì che ciò avvenga, a un certo punto la benzina finisce, i sogni svaniscono, il desiderio scema, la vita prende una piega di un tran tran e la noia si accompagna ai rimorsi nel quotidiano “non senso”. C’è poi un altro passaggio decisivo: rileggere la storia. Ogni generazione pensa di vivere il tempo più difficile di tutti. Eppure, se guardiamo con onestà al passato, scopriamo epoche segnate da guerre, dittature, povertà estrema, mancanza di diritti e opportunità che oggi ci sono e che colpevolmente diamo per scontati. Questo non per dire che “oggi tutto va bene”, ma per aiutare i nostri ragazzi a collocare le proprie paure dentro una prospettiva più ampia, meno schiacciata sul presente. La storia insegna che l’umanità ha attraversato crisi enormi e ne è uscita grazie a donne e uomini che, pur nel buio, hanno continuato a scegliere, a costruire, a prendersi responsabilità. C’è un’altra verità, poi, che va detta con rispetto ma con altrettanta chiarezza: il mondo molto presto sarà nelle mani dei giovani di oggi. Il futuro non è qualcosa che “capita”, ma qualcosa che si costruisce. Nessuno può garantire loro un domani facile, ma nessuno può tanto meno sottrarre loro la libertà, la responsabilità e il dovere di provarci. Continuare a dire che “non c’è futuro” rischia di diventare una profezia che si autoavvera. Dire invece: “Il futuro dipenderà anche da te” è una chiamata esigente, ma che ridà dignità al loro esistere. Infine, una necessaria parola sulla fede, che vale come premessa a tutto il discorso. Gesù è il futuro. Non solo quello escatologico, nella vita eterna. Ma fin d’ora. Oggi. Subito. Lui è il compagno, l’amico che non tradisce. Nei suoi incontri con i giovani descritti nei Vangeli, Gesù mostra sempre fiducia verso i giovani, li responsabilizza, dà loro opportunità, li guarisce. Perché li ama. Questo è un richiamo a noi adulti di non cessare mai di parlare loro di Gesù. Anche quando lo ritengono, insieme alla Chiesa un retaggio del passato, una cosa “da vecchi”. Gesù è la vera e unica opportunità per i nostri ragazzi, perché se lo incontrano il loro cuore si apre alla speranza, alla voglia di vivere, al desiderio del bello, a quella aspirazione a essere felici dei bigliettini di cui sopra. Non è una chimera, una roba superata. Pensiamo al giovane Carlo Acùtis, loro contemporaneo. Gesù è giovane e rende giovane chi lo incontra. Basta solo volerlo incontrare. Concludo con la frase che il cardinale Martini diceva incrociando lo sguardo con i ragazzi di allora (gli adulti di oggi) nel Duomo di Milano, e che anche noi dobbiamo ripetere loro oggi, incessantemente: “Forza. Coraggio!”. |


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