Messaggi del 13/02/2026
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Post n°4212 pubblicato il 13 Febbraio 2026 da namy0000
2026, FC n. 6 del 8 febbraio La sua fede ha guarito i nostri cuori Alberto, morto di tumore a 8 anni. sopravvivere alla morte di un figlio è così contro natura che non cìè neppure un nome per indicare chi resta. Se poi il figlio è solo un bambino, che si è assistito per mesi consapevoli che la malattia non dava speranze, il dolore può essere uno scoglio insuperabile. Elisa e Federico, che il 24 settembre 2024 hanno perso il loro unico figlio Alberto, 8 anni, per una rarissima forma di glioma, da quel dolore hanno tratto una nuova forza: hanno creato l’impresa speciale La casa di Alberto, dove, a Pinerolo, attraverso Il pulmino dei sogni, assistono i malati oncologici, accompagnandoli sia alle terapie sia realizzando i loro piccoli desideri. Alberto era un bambino tranquillo, intelligente, curioso: molto più maturo della sua età; non faceva capricci, aveva sempre un pensiero per gli altri. A scuola era autonomo nei compiti, ordinato. Il primo segnale strano fu quando cominciai a vedere i suoi quaderni più disordinati: lui mi diceva di sentirsi le mani come di burro. E poi quel dolore al collo che non passava. Per capirne l’origine i medici prescrissero una risonanza. Racconta papà Federico: «Ero al lavoro quando mi telefonarono per dirmi l’esito: un tumore. E di andare a prendere Alberto a scuola perché doveva essere operato con urgenza all’Ospedale Regina Margherita, dove il neurochirurgo era già stato allertato. Guidando come in apnea piansi tutte le mie lacrime. Solo l’anno prima era morto per un tumore mio padre. Scoprimmo che si trattava di un glioma di quarto grado, un tumore rarissimo che colpisce ogni anno solo 20 bambini in Italia. L’operazione serviva a scongiurarne la morte imminente, ma non lo avrebbe salvato; anzi, ci dissero che con alte probabilità ne sarebbe uscito tetraplegico. Ma, con sorpresa dei medici, Alberto si riprese dall’intervento – durato 14 ore – tornò a scuola, malgrado le terapie, che gli cambiavano i lineamenti e lo rendevano più stanco, ma non intaccavano la sua voglia di vivere, di rendersi utile ai compagni in difficoltà, di continuare a prendere lezioni di pianoforte. Era come se fosse lui a farci forza. Io, che con la religione avevo sempre avuto un rapporto tiepido, mi recai a Lourdes per chiedere che Dio prendesse me, non mio figlio. Nel vedere Alberto continuare a peggiorare, gli dissi un giorno: “Dovrei esserci io al posto tuo”, e lui replicò: “Papà, questa è la mia strada, non la tua”». Alberto ha convissuto con la malattia per 17 mesi contro ogni pronostico. «Una domenica, durante la Messa, guardando il Crocifisso, mi disse: “Ricordati che quando tutti ti diranno che è impossibile, allora sarà possibile”. Il vero significato lo capimmo il giorno dopo, quando Alberto si sentì male, e la Tac rivelò un idrocefalo che gli lasciava al massimo 48 ore di vita. E ancora una volta Alberto, sotto gli sguardi increduli dei medici, si riprese. Gli ultimi mesi, dopo un disperato tentativo con una cura sperimentale a Parigi, Alberto era diventato completamente tetraplegico. Finì in coma quattro volte per poi tornare sempre tra noi. Una di quelle volte mi raccontò: “Sono stato in un posto bellissimo, ho visto Gesù. Salivo su una scala come quella dei pompieri. Ma non dirlo a papà, che è un pettegolo e lo andrà a riferire a tutti”. Dopo l’ultima crisi respiratoria, si riprese in tempo per dirmi: “Siediti, calmati e conta fino a dieci”. Lo feci, e al mio dieci lui se n’era andato». Con il mio ricordo struggente e la fede ritrovata è nata una domanda: “Come faccio a rendere giustizia a quello che mio figlio mi ha insegnato, che oltre il buio la luce c’è?”. Ho ripensato a un’altra frase di Alberto, che alla domanda «Cosa vorresti chiedere a Dio?», rispose: «Che tutti fossero felici, perché è ciò che mi rende felice», allora insieme a mia moglie abbiamo pensato al Pulmino dei sogni: «Noi non possiamo cambiare il destino di una persona, ma possiamo almeno cambiargli una giornata». Ci volevano tanti soldi e altre persone che li aiutassero, e sono arrivati come una grazia. Questo è stato il dono di Alberto che ha cambiato la vita dei suoi genitori e quella di molte altre persone che soffrono. Ora Elisa aspetta un altro bambino. |


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