Messaggi del 16/02/2026
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Post n°4213 pubblicato il 16 Febbraio 2026 da namy0000
“Perché la gente nega l’evidenza, usando il ‘politicamente corretto – Luigi, 17 anni’”
Risposta di don Stefano Stimamiglio (FC n, 7 del 15 febbraio 2026) Caro Luigi, negare l’evidenza appellandosi al politicamente corretto non nasce da confusione intellettuale, ma da una difficoltà più profonda: accettare che la realtà possa contraddire le nostre convinzioni, i nostri interessi. O, più spesso, per cercare il consenso sociale. Il linguaggio diventa allora un rifugio per mascherare o negare le cose. Se cambio le parole, penso di poter cambiare anche i fatti. Un esempio attuale è il modo in cui, nel dibattito pubblico, si parla di immigrazione. Spesso si evitano dati, problemi concreti o domande legittime (sulla gestione, sull’integrazione, sulle sue difficoltà oggettive ecc.) per timore di essere etichettati come ostili o disumani. L’intenzione di fondo – non ferire, non discriminare – è giusta. Ma quando il linguaggio diventa così sorvegliato da impedire di descrivere la realtà, il rischio è che il confronto si impoverisca, che i problemi restino irrisolti e che si scateni la reazione opposta, cioè di parlare, senza remore, in modo “politicamente scorretto”. Con frasi forti, aggressive, spesso anche offensive. È, quest’ultima, una forma di esprimersi che sentiamo sempre più intorno a noi e anche nel dibattito pubblico, non solo italiano ma anche in altre nazioni, proprio come reazione al politicamente corretto. Sono due modalità che non cercano la verità, ma piuttosto la manipolano per i propri fini ideologici (nel caso citato difendere o combattere a oltranza l’immigrazione, ma i casi sono tanti). Tornando al politicamente corretto, esso non è attenzione all’altro, ma autocensura preventiva che finisce per allontanare le persone invece di aiutarle a capire. Anche nei Vangeli questo meccanismo è riconoscibile. Gesù non accusa mai le persone di non vedere, ma di non voler vedere. In Giovanni leggiamo: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce» (3,19). La Verità è lì, visibile. È Lui. Ma riconoscerla può costare cara: «Anche tra i capi, molti credettero in lui, ma, a causa dei farisei, non lo dichiaravano, per non essere espulsi dalla sinagoga. Amavano infatti la gloria degli uomini più che la gloria di Dio» (Giovanni 12,42). Cosa impariamo da questo episodio? Il politicamente corretto, quando smette di essere attenzione all’altro e diventa paura del giudizio altrui, serve a evitare quel costo. È una forma antica ma sempre attuale di prudenza, che può scivolare nell’ipocrisia. Anche la scena di Pilato è illuminante. Davanti a Gesù, che si è proclamato “Via Verità e Vita” (Giovanni, 14,6), chiede: «Che cos’è la verità?» (Giovanni 18,38). Non è una domanda filosofica: è il tentativo di tenersi neutrali, di non scegliere. Ma la neutralità, davanti all’evidenza, diventa già una scelta. Mettiamoci allora alla scuola del Vangelo, che non ci invita a essere provocatori o aggressivi, ma neppure a nasconderci dietro formule rassicuranti. «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no» (Matteo 5,37). La verità non umilia, ma libera: «La verità vi farà liberi», proclama Gesù (Giovanni 8,32). E la libertà, anche oggi, passa dal coraggio di chiamare le cose per nome. Senza mai rinunciare alla carità. |


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