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Un mondo nuovo

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Messaggi del 06/09/2020

Carissimo nemico

Post n°3399 pubblicato il 06 Settembre 2020 da namy0000
 

Arrivederci in paradiso, Gino, mio “carissimo nemico”

L’immancabile telefonata quotidiana, la mia solita domanda, ripetuta sino alla noia ‹‹Gino, come ti senti?››, e la sua ironica risposta: ‹‹Fammi la domanda di riserva››. Un’ironia bonaria che ha tenuto in piedi un rapporto vero, di grande stima, di grande rispetto, nato sui banchi di scuola sin dalla seconda elementare, fra due soggetti molto spesso in contrapposizione di idee: per questo avevamo imparato a definirci “i carissimi nemici”; spesso in disaccordo, anche a motivo dei nostri diversi percorsi culturali, ma legati da un vero, immenso amore fraterno: Gino, preciso e calcolatore, infatti, è stato un bravissimo ingegnere; io, più fantasioso e sognatore, filosofo. Poi, anche un cammino di fede; negli anni Ottanta il nostro comune (non è un caso) padre spirituale, don Michele M., ci chiama a una inaspettata e impensata avventura: la via del diaconato permanente.

E il 5 gennaio 1991, insieme ad altri sei compagni di cordata, riceviamo la sacra ordinazione. E ancora la nostra vita che si trova a percorrere strade comuni, esperienze di fraternità e di fede: dalla seconda elementare agli odierni 85 anni, abbiamo affrontato immancabili prove, sofferenze, ma anche tantissime gioie: ognuno di noi è nonno di molti nipoti che a loro volta si frequentano, si vogliono bene e continuano a respirare affettuosamente questa bella ara familiare. Ma un brutto giorno è sopraggiunta la malattia di Gino, l’ultima di una lunga serie, che ne ha provato irrimediabilmente il fisico, ma non lo spirito.

Negli ultimi giorni ho avuto la grazia di portargli Gesù Eucarestia e di vederlo sereno, non rassegnato. Il pomeriggio del 13 luglio l’ultima telefonata, la sua; e il mio impegno che all’indomani sarei andato ancora una volta a trovarlo con Gesù. Ma il Signore è stato più veloce di me e, nella notte, è andato lui in persona a prenderselo con sé.

Un’ultima accorata considerazione: nel nostro fraterno rapportarci con benevola ironia, scherzavamo spesso su chi dei due avrebbe “salutato” l’altro; è toccato a me, alla fine di una liturgia molto partecipata da sacerdoti e diaconi e presieduta da monsignor arcivescovo: ho parlato con il cuore, ho ricordato la lunga via che abbiamo percorso affettuosamente e fraternamente insieme; ho concluso che “all’ultimo tornante” di questa via, spesso tortuosa e sempre in salita, Gino ha “preso la rincorsa” ed è volato lassù dove non ci sono più affanni e dolori e da dove ci guarda, ci protegge e prega per noi. arrivederci in paradiso, Gino, mio “carissimo nemico” – diacono Abramo F. (FC n. 36 del 6 settembre 2020).

 
 
 

Il nome del Padre

Post n°3398 pubblicato il 06 Settembre 2020 da namy0000
 

2020,Avvenire 5 settembre.

È Bibbia il nome del Padre

Ma Dio capisce. Esiste anche il diritto del disperato a pregare. E io devo farmi voce di tutte le creature quando prego. Dunque si preghi anche in nome dei più disperati che sono nel mondo
David Maria Turoldo, I salmi

La Bibbia non è una raccolta di buoni sentimenti, non è un repertorio di storie edificanti per persone per bene. Contiene gesti efferati e parole tremende, eco del gesto e delle parole di Caino. I padri e le madri del popolo scelto e i suoi re migliori ci vengono presentati come intrecci di virtù e di vizi, capaci di grande amore e di peccati, di meschinità e di delitti spaventosi. Al centro della genealogia di Gesù è incastonato Uria l’Ittita, un nome che in ogni Natale ci ripete che quel bambino di Betlemme è anche germoglio di un incontro tra un fiore immacolato e il fiore del male. Quella genealogia moralmente imperfetta dice il solo tipo di perfezione possibile sotto il sole. Perché il Logos potesse diventare vero uomo per lui non c’era altra strada di quella polverosa che calchiamo da millenni, dove vicino Gerico abbiamo incontrato un Samaritano chinato su un uomo mezzo morto, verso Damasco abbiamo visto un persecutore di cristiani diventare loro benedizione, e nei pressi di Emmaus abbiamo udito un viandante dire parole di terra con il profumo del cielo e del pane.

 

Questo lo sapevamo, tutto questo lo sappiamo. Ma questa consapevolezza un po’ astratta della imperfezione della "perfezione" biblica non è sufficiente per evitarci lo choc dell’incontro con il Salmo 109. Sapevamo che, nei Salmi, Dio è dalla parte dell’uomo, conosce tutte le nostre parole e le usa tutte per parlarci di sé. Lo sapevamo, ma non eravamo ancora pronti per questo salmo. È il testo che contiene la più potente imprecazione del Salterio e di tutta la Bibbia. In molti hanno pensato nei secoli di cancellare quei tremendi versi 6-19, perché convinti che la Bibbia non dovesse ospitare tali parole cattive, perché non è possibile accostare alle parole di Dio parole umane così lontane dalla natura di YHWH. E invece quegli antichi scribi e maestri hanno salvato le venti maledizioni del Salmo 109, sono stati più grandi della loro idea di Dio, hanno lasciato quella parola libera di intrecciarsi e meticciarsi con le nostre parole, con tutte le nostre parole, quelle di luce e quelle di tenebra, quelle buone e quelle cattive. E così ci hanno fatto un grande dono, ci hanno rivelato meglio l’uomo, ci hanno spiegato meglio Dio.

 

«Mi rendono male per bene e odio in cambio del mio amore. Che sia dominato dal Maligno, ci sia Satana in piedi alla sua destra. Citato in giudizio, ne esca colpevole e la sua preghiera si trasformi in peccato. Gli siano mozzati i giorni, un altro ne prenda il posto. Rendigli i figli orfani, la moglie vedova. Schiacciati da una casa in rovina, i suoi figli errino mendicando. Su tutta la sua roba prenda l’ombra lo strozzino, intrusi lo spoglino d’ogni avere. Da nessuno riceva umanità, nessuno abbia pietà dei suoi orfani. Stroncagli la discendenza, nella generazione che segue sia cancellato il suo nome. La colpa dei suoi padri sia ricordata al Signore, il peccato di sua madre non sia mai cancellato... La maledizione sia la coperta che lo avvolge, la cintura di cui si cinge» (109,5-19). Si resta senza fiato...

 

Tante sono state le strategie tentate per salvare Dio e la Bibbia da queste maledizioni. In molti credono che un tale salmo dovrebbe essere semplicemente escluso dal salterio, perché la Bibbia deve offrirci solo parole buone di pace, per migliorare i nostri rapporti sociali. Altri esegeti hanno cercato di smorzare lo sconcerto proponendo di leggere quella serie di imprecazioni come una lunga citazione che l’accusato (il salmista) fa delle parole dei suoi accusatori; una strategia che si rivela inefficace, perché lo stesso salmista nel versetto venti invoca esplicitamente la legge del contrappasso per i suoi accusatori: «Ripagato così sia chi mi nuoce, chi mi ha tirato addosso il maleficio». Guido Ceronetti, che ci ha donato la più bella traduzione in italiano di questo salmo, così commenta questi versi: «Siamo così snervati! Così deboli di fronte all’orribile, al satanico! Chi sa maledire sa combattere» ("Il libro dei salmi").

 

Qui propongo una via diversa. Dobbiamo accogliere, semplicemente, lo sconcerto e il disagio che ci nascono nell’anima di fronte a questa preghiera diversa. Fare loro spazio, anche quando durano per molto tempo, per alcuni per sempre. Finché, un giorno, ti ritrovi con un figlio assassinato, con una nipote, la luce dei tuoi occhi, violentata, con un fratello ingannato e rovinato per sempre, finché non incontri nella tua carne una vittima vera e un carnefice vero. Finché non arriva il tempo della disperazione per un dolore procurato a un innocente, magari a un innocente che amavi molto – le vittime raccontate dagli altri e quelle conosciute nella propria carne sono molto diverse. Quando quell’innocente sei tu, un caro amico, tua moglie, tuo padre. In quel giorno e in quel tempo, se lo avevi conosciuto e non capito nei tempi della gioia e della fede facile, ti ricordi che dentro la Bibbia, custodito nello scrigno del salterio, c’è un salmo diverso. Ti nasce un desiderio inedito di ritrovarlo. E allora riprendi quella Bibbia lasciata da mesi, da anni nello scaffale, scrolli la polvere, cerchi di ricordare dove si trovano i salmi. Li trovi dopo Giobbe, e finalmente capisci perché. Scorri le pagine del salterio, incontri i molti salmi della gioia, della lode, del rendimento di grazie, della grandezza di Dio... e non ti dicono nulla, ti danno fastidio. Superi il disagio, continui a sfogliare in cerca di qualcos’altro, e finalmente giungi al Salmo 109. E nel leggerlo senti che era stato scritto solo per te, solo per quel giorno tremendo. Ti aspettava, e non lo sapevi. Inizi a leggere quella serie tremenda di maledizioni. Le senti come parole tue. Parola dopo parola, le lacrime scorrono. Senti che dentro qualcosa comincia a muoversi, quel cuore indurito e ghiacciato dalla rabbia e dal dolore si scalda, quel nodo che ti aveva fin lì ridotto il fiato nei polmoni e il respiro nell’anima comincia a sciogliersi. Capisci che magari avevi pregato una vita intera i Salmi perché nella tragedia più grande tu potessi ricordare quell’unica preghiera con quelle uniche parole possibili per te. La Bibbia è capace di fare anche questo. Il suo Dio ci capisce.

 

Se avessero vinto quegli antichi scribi che volevano cancellare il Salmo 109, tu non avresti avuto le sole parole per ricominciare a vivere, per reimparare a pregare. A pregare, sì, perché se quella lettura è sincera, mentre leggi quelle maledizioni capisci che quelle parole che pur senti tue e vere non possono essere le ultime parole: sono solo le penultime. Ma per capire che erano penultime dovevi fare l’esperienza di sentirle come ultime e vere. E così la preghiera può terminare con le parole con cui termina il Salmo: «Essi maledicano pure, ma tu benedici!» (109, 28). Lì torni sul Golgota, finalmente vedi veramente un figlio crocifisso, e forse riesci a ripetere «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno». Ma prima dell’incontro con il Salmo 109 forse non saresti riuscito a pronunciarle. C’è una fraternità tra le parole della Bibbia. Alcune sue parole le capisci solo quando scopri che erano lì per consentirti di dirne altre. Per poter arrivare a chiedere a Dio che le maledizioni che tu stesso hai pronunciato diventino benedizioni, prima dovevi attraversare l’inferno della disperazione in compagnia della Bibbia e di Dio. Senza il Salmo 109 la Bibbia avrebbe perso parole per raggiungere le zone più periferiche e più preziose dell’area dell’umanità. Quegli angoli dove si nascondono parole mute, le preghiere strozzate, che sarebbero restate afone senza il coraggio di quegli antichi maestri che capirono che non ci sono parole umane che Dio non possa raggiungere. Immensa, straordinaria, Bibbia.

 

Il primo "padre misericordioso’" della Bibbia è la Bibbia stessa, Nuovo e Antico Testamento insieme. Vede da lontano il figlio tornare, lo abbraccia quando ancora non sa e non riesce a parlare, gli getta le braccia al collo e gli mette l’anello al dito, riceve le critiche dei tanti fratelli maggiori che vorrebbero che l’agape si arrestasse sull’uscio del recinto dei maiali e sulle porte delle case delle prostitute. L’abbraccio misericordioso della Bibbia sono le sue parole, che ci vedono, ci guardano, ci accompagnano mentre ci muoviamo tra il paradiso e gli inferi, e ci risorge accompagnandoci nelle nostre sventure. Accompagnandoci fino a toccare il fondo: il Salmo 109 è quella terra sul fondo delle acque profonde nelle quali siamo caduti, su cui poggiare il piede e slanciarci verso la risalita.

Noi invece non capiamo la Bibbia, come non capiamo la grande letteratura. Pensiamo che le parole di resurrezione siano quelle che iniziano dopo i peccati, dopo i tradimenti, dopo le cattiverie, dopo le maledizioni. Leggiamo questi grandi testi in cerca delle parole di Giobbe cui vengono ridonati i figli e i beni, di Davide che vince su Saul, della fine dell’esilio babilonese, il sepolcro vuoto. E così ci perdiamo tutte le altre resurrezioni nascoste sul mucchio di letame, nella sconfitta di Saul, nell’inizio dell’esilio, nel grido del Golgota. Perché la Bibbia salva e riscatta le vittime mentre le vede, mentre si china su di esse, nell’accompagnarle nei loro drammi. Victor Hugo riscatta Jean Valjean mentre lo raggiunge nella sua sventura, Israel Joshua Singer salva la moglie di Reb Abraham Hirsch Ashkenazi mentre ce ne descrive la sua misera vita: «E guardatili li amò», forse il soffio divino della grande letteratura sta tutto in questi occhi capaci di resurrezione.

 

Noi invece siamo in cerca degli "happy end", non amiamo i sabati santi, saltiamo dal venerdì alla domenica. Scartiamo le parole bibliche di maledizione e di disperazione, e perdiamo contatto con tutti gli uomini e le donne che ora stanno vivendo quelle parole nella loro carne. La nostra preghiera diventa piccola, infima, incapace di toccare l’anima del mondo e il cuore di Dio.
Il Salmo 109 (il versetto 8) è entrato anche nel Nuovo Testamento. Gli Atti degli apostoli lo hanno usato per parlare della morte di Giuda: «Sta scritto infatti nel libro dei Salmi: ’La sua dimora diventi deserta e nessuno vi abiti, e il suo incarico lo prenda un altro"» (1,20). Anche Pietro trovò in quel Salmo 109 parole per dire un dolore scandaloso e muto – non dobbiamo dimenticare che Giuda era stato un amico degli apostoli e di Gesù: «Egli infatti era stato del nostro numero» (At 1,17). Possiamo pensare e sperare che neanche Giuda fu escluso dall’abbraccio misericordioso della Bibbia e del suo Dio.

l.bruni@lumsa.it

 
 
 

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