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Suonatrice di dotar

Post n°3414 pubblicato il 25 Settembre 2020 da namy0000
 

Canto l’amore contro tutti i pregiudizi

Yalda Abbasi, nata nel nordest dell’Iran, nel 1987, il Khorosan, studia al Conservatorio  Milano, canta le antiche canzoni d’amore nella sua lingua e fa beneficenza per i bambini. e questo le crea qualche problema

Intorno alla testa il fazzoletto a fiori diventato il simbolo della lotta delle donne del Rojava, intorno agli occhi le ciglia lunghissime, a incorniciare uno sguardo che illumina. Per questi due particolari mi aveva colpito, Yalda Abbasi, quando l’ho conosciuta durante una manifestazione di solidarietà al popolo curdo, ancora prima di scoprire che su Instagram aveva la “spunta blu”, che contraddistingue chi è davvero famoso (ha oltre 200.000 follower ndr). Quando ci siamo incontrate, ei si è presentata come una semplice studentessa di canto del Conservatorio di Milano, ma era chiaro dal suo sorriso, che la sua storia era molto più grande e profonda.

Trentuno anni, passaporto iraniano, Yalda viene dalla zona a nordest del Paese degli scià, il Khorasan, ed è curda. Il suo canto, quello nella lingua antica di un popolo diviso tra quattro Stati, è arrivato grazie a lei in tutto il mondo, varcando con la voce, confini che altri non potrebbero superare.

‹‹La passione per il canto è un’eredità di mia madre – spiega – anche lei cantava da giovane, prima della rivoluzione. Dopo, per le donne, non è più stato possibile esibirsi da sole››. Un divieto trasformato in voracità per la vita, che ha portato questa ragazza a non fermarsi nemmeno davanti alle troppe domande dei tribunali del suo Paese, ad una notte nelle carceri turche, alla vita lontano da casa. Cantare è l’unica cosa che conta, e farlo in quella lingua che per lei “parla solo d’amore” ma che per il governo dell’Iran rappresenta un problema.

Come è nata la tua passione per la musica antica curda?

Sono cresciuta ad Ouchan, nel nordest dell’Iran, una città famosa per la musica, dove si concentrano i migliori maestri di dotar, uno strumento a due corde, antichissimo e tipico di quest’area. Ho cominciato a sauonare e cantare ad orecchio, con gli anziani del posto: a loro sembrava strano che una ragazzina di 10 anni volesse imparare. Poi mi sono laureata in Information Technology a Mashhad, ma sapevo già che la mia vita srebbe stata la musica. Così ho inciso alcuni canti antichi e li ho diffusi sui social. È bastato questo perché i miei connazionali, da tutto il mondo, mi chiamassero a suonare. Ho cominciato con un tour di 15 concerti in Europa.

Ma così sono cominciati anche i problemi…

Sì, purtroppo. Io mi esibivo nella mia regione, ma anche nel resto del Kurdistan iraniano. Tuttavia le canzoni in cui si sentiva soltanto la mia voce non erano gradite: nel mio Paese è possibile cantare per una donna soltanto se accompagnata da una voce maschile. Sono stata convocata in tribunale e il processo si è concluso con una multa e il divieto di uscire dai confini dello Stato per due anni.

Che cosa è successo in questi due anni?

Ho continuato a studiare. Ma covavo un sogno: durante il tour in Europa ho incontrato Parvaz Homay, un cantante molto famoso in Iran, che viveva in Italia e studiava qui. Mi sono innamorata di questo Paese e ho deciso di trasferirmi. Ho studiato per due anni l’italiano e preso la certificazione B2 all’istituto di cultura italiana Pietro della Valle di Teheran. E, intanto, preparavo l’esame per il Conservatorio.

Come andò?

Avevo studiato canti barocchi, perché era questo il corso di studi che volevo intraprendere, la musica occidentale più vicina alla mia. Ma non cantai bene: conoscevo poco il pentagramma e poco la vostra armonia. Poi chiesi di suonare il dotar e cantare una mia canzone: i professori rimasero stupiti di come solo quelle due corde potessero riprodurre così tante note. Fui ammessa, ora sono al terzo anno.

Le tournée sono aumentate e i viaggi moltiplicati. Come ti senti quando torni nel tuo Paese?

Mi sono esibita in Canada, Francia, Svizzera, ma soprattutto Germania, dove c’è la comunità curda più numerosa. Ho suonato di fronte a 15.000 persone con un gruppo tedesco di musica d’ambiente: loro in inglese, io in dialetto curdo, il Kermanj. È stato emozionante. Anche se tornare in Iran mi crea ogni volta dei problemi, io amo andare nei villaggi dove ho imparato, visitare i miei maestri, che ora sono anziani.

La tua vita è la musica, nonostante tutte queste difficoltà?

Cantare è la mia vita. anche in tribunale ho spiegato che io canto solo l’amore nella lingua dei miei antenati. Loro credevano che io sponsorizzassi qualche organizzazione politica ma, poi, hanno capito che non è così.

E allora qual era il loro problema?

Dicevano che usando il dialetto della mia regione avevo fatto conoscere al mondo che ci sono curdi anche nel nordest dell’Iran che questo li avrebbe in qualche modo uniti all’estero o anche nel Kurdistan. Il mio canto mi dà da vivere, è un lavoro, e non ha niente a che fare con la politica. Certo, voglio che i miei concerti abbiano anche un fine benefico: sono ambasciatrice del Maaf, un’associazione che cura i bambini mutilati di Afrin, nel Rojava curdo siriano, e devolvo a loro gli introiti di alcuni miei concerti.

Non deve essere stato facile cantare in Turchia, in zone che ora stanno vivendo momenti difficili…

Quando le autorità turche hanno saputo che sarei andata in quelle zone mi hanno arrestata per una notte. Ho dovuto prendere un avvocato che parlasse la mia lingua per farmi scarcerare. Però mi sono esibita comunque.

Cosa ti spinge a fare tutto questo, Yalda?

Il sogno di mia madre è un motore fortissimo. Perché lei ha fatto di tutto per me, mi ha aiutata sempre e quando torno in Iran canta con me.

E con una voce maschile…

Sì, facciamo dei duetti o terzetti. Ma io so che chi viene ai concerti vuole ascoltare me. Questo mi basta. (Maria Teresa Santaguida, Scarp de’ tenis, gennaio 2020).

 
 
 

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