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Nonostante la paura

Post n°3575 pubblicato il 14 Aprile 2021 da namy0000
 

2021, FC n. 15 del 11 aprile. Libro, Nonostante la paura di Jean Paul Habimana (Edito da Terre di mezzo)

Che cosa accade nella vita, nei pensieri, nelle emozioni di un bambino di 10 anni quando da un giorno all’altro tutto il suo mondo si disgrega? Quando vede la propria famiglia distrutta da una implacabile furia omicida? Quando la caccia all’uomo che lo vede vittima con tutti i suoi cari è messa in atto anche dai vicini e dagli ex amici di famiglia? L’esperienza della guerra, purtroppo, la vivono milioni di persone. Di meno, ma sempre troppi, quella di un genocidio.

Jean Paul Habimana, ruandese ma ormai anche italiano, è uno di loro. Lui aveva, appunto, soltanto 10 anni. Il suo mondo era fatto da mamma, papà, i fratelli e le sorelle, i vicini. E poi le dolci colline del Ruanda, un minuscolo villaggio a due passi dal Lago Kivu, nella parte nord-occidentale del piccolo Paese africano.

Tutto è cambiato in poche ore. A oltre 200 chilometri di distanza, nella capitale Kigali, all’imbrunire del 6 aprile 1994, due missili abbattonol’aereo presidenziale con a bordo il capo dello Stato ruandese Juvenal Habyarimana e anche quello burundese Cyprien Ntaryamira. Due tremendi boati, che di certo nel paesino rurale di Nyamasheke non si sentono, ma che decidono il destino del piccolo Jean Paul. Bastano poche ore perché una vita normale e tranquilla di gioco e di studio diventi un incubo popolato di mostri con i machete, le mazze ferrate o le bombe a mano, per “fare prima” nelle chiese o nelle scuole. Da bambino a preda per il solo fatto di essere tutsi, l’etnia di minoranze che nel 1994 gli hutu avevano deciso di sterminare.

Jean Paul Habimana ci ha messo 27 anni a prendere la decisione di raccontare in un libro la sua storia: di quell’8 aprile in cui lui e la sua famiglia dovettero fuggire da casa e nascondersi. Da quel giorno, e ancora oggi, non avrà piùnotizie di suo padre.

Oggi Jean Paul è professore, ha 37 anni, due bambini, ed è sposato con Marie Louise, ruandese anche lei, ma di famiglia hutu. «Nel 2014 nacque Samuel e nel 2019 Davide», spiega Jean Paul, «due ruandesi, con un padre nato e cresciuto tutsi e una madre nata e cresciuta hutu. Se fossero nati prima del 1994 Samuel e Davide sarebbero stati classificati tutsi perché, allora, era il padre il portatore dell’etnia. Ma dopo il genocidio, il Governo soppresse la distinzione etnica. Siamo ruandesi e basta!».

Il Ruanda del 1994 è stato un’infernale stagione di sangue. Peripezie e momenti spaventosi vissuti dal piccolo Jean Paul. Ma il suo racconto va ben più in là. La sua vicenda, e quella di sua moglie, è profondamente diversa. Non solo perché erano bambini (Marie Louise allora aveva 7 anni) e non solo perché in quei momenti l’uno era dalla parte delle vittime e l’altra da quella dei cacciatori d’uomini. È diversa perché da quei giorni di terrore, torture, misfatti, massacri, ferocia, disumanità, Jean Paul è uscito “pulito” nell’animo. È una storia diversa perché loro due, con una scelta all’apparenenza insensata e folle, si sono sposati e nel loro percorso la fede in Gesù Cristo è stata fondamentale e determinante. È diversa perché i loro figli nati e cresciuti a Milano, saranno parte dei “nuovi italiani”, ma sono prima di tutto ruandesi. Non sono più né tutsi né hutu. Sono italiani e sono ruandesi.

Quell’8 aprile iniziarono ad accadere cose che nessuna persona dovrebbe mai vivere né conoscere: le uccisioni, le case bruciate, le donne violentate, le torture, la fame. Un tragico spettacolo che sembrava senza fine. Un milione di persone venne barbaramente ucciso. Furono assassinate 416 persone per ogni ora di quei 100 giorni, 7 ogni minuto. Una vittima ogni 8 secondi e mezzo. Jean Paul deve la vita, come tanti altri tutsi, a qualche “anima buona” che fra gli hutu lo nascose, e anche a tante circostanze fortunate che gli permisero di non essere acciuffato dai gruppi di massacratori. Una vicenda, quella narrata nelle pagine di questo libro, da imparare a memoria. Non solo perché non deve accadere mai più, ma anche per ciò che da quelle ceneri Jean Paul ha ricostruito. Questa vicenda è anche una stupenda storia d’amore. “Forte come la morte è l’amore”, recita un salmo della Bibbia. Dopo il genocidio, hutu e tutsi non si potevano amare, né tanto meno sposare. Era unire la propria vita al nemico… «Io sono qui», conclude Jean Paul, «a scrivere queste riche, oltre 27 anni dopo, e lo faccio per la prima volta. Non sono riuscito a raccontare tutto. I miei occhi hanno visto certe cose che vanno oltre il linguaggio umano. Le conseguenze di quella follia sono incalcolabili. Quello che conta più di tutto è che l’esperienza amara dell’odio mi ha insegnato ad apprezzare e assaporare la forza dell’amore».

 
 
 

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