Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Maggio 2021

Piattaforma Laudato Si'

2021, 25 maggio

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER IL LANCIO DELLA PIATTAFORMA 
LAUDATO SI'

[Multimedia]


 

Cari fratelli e sorelle,

con l’Enciclica Laudato si’, promulgata nel 2015, invitavo tutte le persone di buona volontà a prendersi cura della Terra, che è la nostra casa comune. Da tempo, ormai, questa casa che ci ospita soffre per ferite che noi provochiamo a causa di un atteggiamento predatorio, che ci fa sentire padroni del pianeta e delle sue risorse e ci autorizza a un uso irresponsabile dei beni che Dio ci ha dato. Oggi, queste ferite si manifestano drammaticamente in una crisi ecologica senza precedenti, che interessa il suolo, l’aria, l’acqua e, in genere, l’ecosistema in cui gli esseri umani vivono. L’attuale pandemia, poi, ha portato alla luce in modo ancora più forte il grido della natura e quello dei poveri che ne subiscono maggiormente le conseguenze, evidenziando che tutto è interconnesso e interdipendente e che la nostra salute non è separata dalla salute dell’ambiente in cui viviamo.

Abbiamo bisogno, perciò, di un nuovo approccio ecologico, che trasformi il nostro modo di abitare il mondo, i nostri stili di vita, la nostra relazione con le risorse della Terra e, in generale, il modo di guardare all’uomo e di vivere la vita. Un’ecologia umana integrale, che coinvolge non solo le questioni ambientali ma l’uomo nella sua totalità, diventa capace di ascoltare il grido dei poveri e di essere fermento per una nuova società.

Abbiamo una grande responsabilità, specialmente nei confronti delle future generazioni. Che mondo vogliamo lasciare ai nostri bambini e ai nostri giovani? Il nostro egoismo, la nostra indifferenza e i nostri stili irresponsabili stanno minacciando il futuro dei nostri ragazzi! Rinnovo allora il mio appello: prendiamoci cura della nostra madre Terra, vinciamo la tentazione dell’egoismo che ci rende predatori delle risorse, coltiviamo il rispetto per i doni della Terra e della creazione, inauguriamo uno stile di vita e una società finalmente ecosostenibili: abbiamo l’opportunità di preparare un domani migliore per tutti. Dalle mani di Dio abbiamo ricevuto un giardino, ai nostri figli non possiamo lasciare un deserto.

In questo contesto, il 24 maggio 2020 ho indetto l’anno Laudato si’, la cui organizzazione è stata affidata al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Ringrazio tutti coloro che hanno celebrato quest’anno con moltissime iniziative. Oggi sono lieto di annunciare che l’anno Laudato si’ sfocerà in un progetto d’azione concreto, la Laudato si’ Action Platform, un cammino di sette anni che vedrà impegnate in diversi modi le nostre comunità, perché diventino totalmente sostenibili, nello spirito dell’ecologia integrale.

Vorrei dunque invitare tutti ad affrontare questo cammino insieme, in particolare mi rivolgo a queste sette realtà: famiglie – parrocchie e diocesi – scuole e università – ospedali – imprese e aziende agricole – organizzazioni, gruppi e movimenti – istituti religiosi. Lavorare insieme. Solo così potremo creare il futuro che vogliamo: un mondo più inclusivo, fraterno, pacifico e sostenibile.

In un cammino che durerà per sette anni, ci lasceremo guidare dai sette obiettivi della Laudato si’, che ci indicheranno la direzione mentre perseguiamo la visione dell’ecologia integrale: la risposta al grido della Terra, la risposta al grido dei poveri, l’economia ecologica, l’adozione di uno stile di vita semplice, l’educazione ecologica, la spiritualità ecologica e l’impegno comunitario.

C’è speranza. Tutti possiamo collaborare, ognuno con la propria cultura ed esperienza, ciascuno con le proprie iniziative e capacità, perché la nostra madre Terra ritorni alla sua originale bellezza e la creazione torni a risplendere secondo il progetto di Dio.

Dio benedica ognuno di voi e benedica la nostra missione di ricostruire la nostra casa comune. Grazie!

 
 
 

Troppe Rut

2021, Luigino Bruni, Avvenire 23 maggio

Rut torna a Betlemme con in spalla l’orzo raccolto spigolando dietro i mietitori diventati generosi perché obbedienti al comando di Boaz, il loro padrone. La vediamo avanzare, al tramonto di una lunga giornata che è trascorsa tutta all’aria aperta e sotto il sole, con in spalla il pesante sacco pieno d’orzo. Un lavoro duro, lavoro di poveri, di donne povere. Sono passati due millenni e mezzo da questi versi, ma continuiamo a vedere troppe donne che sul finire del giorno avanzano portando sulle spalle carichi troppo pesanti. Questa pandemia è stata dolorosa per molti, sotto certi aspetti lo è stata per tutti; ma soprattutto lo è stata per le donne, che hanno dovuto farsi carico, caricarsi sulle spalle genitori e bambini. Troppe Rut tornano a casa la sera troppo stanche. La cura, sempre più necessaria, diventerà sostenibile per le donne solo quando diventerà l’arte di tutti, uomini e donne. «Sua suocera Noemi vide ciò che aveva spigolato. Rut tirò fuori quanto le era rimasto del pasto e glielo diede» (Rut 2,18). Come suo primo gesto Rut dona a Noemi una parte del grano tostato che aveva messo da parte durante il suo pranzo con i mietitori. Il testo dice che quel grano era avanzato dalla sua "sazietà", ma noi sappiamo che è parte del mestiere delle donne di ieri e di oggi racimolare parte del loro pasto per condividerlo con chi non ha mangiato.

Quel grano tostato messo in veste e custodito fino a sera per Noemi non era grano superfluo, probabilmente era grano necessario. Donne e uomini abbiamo, spesso, misure diverse per misurare il necessario e separarlo dal superfluo. È raro vedere una donna, in particolare una madre, che si sazia senza includere nella sua sazietà coloro che non stanno ancora mangiando. Non possono, non riescono a saziarsi quando qualcuno che amano ha ancora fame. È una sazietà collettiva, una sazietà di comunione, che arriva solo quando e se ci si sazia insieme. È questa sazietà parziale e condivisa che fa sì che nelle comunità muoiano meno fragili e poveri durante le crisi e le carestie. La sazietà diversa delle madri ha salvato e continua a salvare, come i sistemi di Welfare. Le mense di casa sono spesso luoghi di fraternità e sororità e non di sopruso dei più forti perché c’è almeno una donna che custodisce cibo per chi non è ancora tornato da scuola, per i più piccoli e per le sorelle, che ha cura delle non-sazietà assenti. La fraternità è una sazietà misurata sulla base di chi non è sazio o non è ancora arrivato a tavola. La suocera le chiese: "Dove hai spigolato oggi? Dove hai lavorato? Benedetto colui che si è interessato di te!"». Noemi, più esperta di Rut, capisce subito che tutto quell’orzo non poteva essere frutto della semplice spigolatura, perché molto maggiore di quella di un normale giorno di raccolta. Capisce che qualche proprietario terriero era stato particolarmente benevolente con lei. Rut non sapeva che tutto quell’orzo che aveva trovato dietro i mietitori erano frutto dell’ordine dato da Boaz agli uomini di "lasciar cadere le spighe" – questo lo sappiamo solo noi. Noemi lo intuisce, e quindi vede molto dono dentro quel salario.

Noemi benedice l’anonimo uomo che si è "interessato" a Rut. Il verbo nakar lo possiamo tradurre "interessarsi" ma anche e forse più propriamente "riconoscere", in particolare riconoscere chi è estraneo. Quel raccolto molto buono portato a casa da Rut è frutto di un riconoscimento di una donna estranea (moabita), che si trovava in una triplice condizione di svantaggio: donna, povera, straniera. Il riconoscimento di una donna povera e straniera si era concretizzato in un "salario" particolarmente generoso, un intreccio fatto di lavoro e di dono. E qui troviamo un’altra perla antropologica ed economica. Quando nel mondo del lavoro ci si trova di fronte ad una persona in una condizione inferiore ed "estranea", ogni riconoscimento vero deve iniziare da un salario generoso, che superi quello previsto dal normale mercato del lavoro. Perché in ogni società i salari dei poveri non sono mai giusti anche quando fatti dal mercato – il mercato è immagine quasi perfetta dei rapporti di potere che reggono una società. Riconoscere un lavoratore povero significa prima di tutto riconoscergli un salario più alto di quello "normale", perché il salario normale sarebbe insufficiente. Qui il dono diventa doveroso affinché i salari possano diventare giusti. E invece, ieri e oggi, la forma più normale di non riconoscimento di poveri, stranieri, donne è umiliarli con salari "normali" che non sono mai giusti perché troppo bassi. Oggi i salari normali di mercato pagano un bracciante emigrato stagionale un salario mensile che è più basso di un’ora di lavoro di un economista. Sono salari normali e ingiusti, che non riconoscono la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici. E quando un imprenditore "diverso" aumenta i salari ai suoi lavoratori, includendoci anche una parte che non dovrebbe esserci per la legge del mercato, sta usando il dono per compiere un atto di giustizia. La storia del lavoro ha conosciuto molti gesti nati doni e maturati più tardi in diritti.

«Rut raccontò alla suocera con chi aveva lavorato e disse: "L’uomo con cui ho lavorato oggi si chiama Boaz"» (2,19). Ora anche Noemi sa il nome di Boaz, e dice una seconda benedizione: «Noemi disse alla nuora: "Sia benedetto da YHWH, che non ha rinunciato alla sua misericordia verso i vivi e verso i morti!"» (2,20). Ora la benedizione è personale, è per Boaz. Dal testo ebraico non si capisce se il pronome "che" si riferisce a Boaz o a YHWH, quale dei due sia il misericordioso. L’autore forse non ha voluto sciogliere l’ambiguità per tenere assieme l’hesed (misericordia) di Dio e quella di Boaz. Perché nella Bibbia la misericordia-amore di Dio si manifesta, si deve manifestare, nella misericordia-amore di uomini e donne. E qui il libro di Rut continua a rivelarsi come un libro tutto nostro. È un libro che parla di noi. Qui la voce di Dio e la sua provvidenza arrivano attraverso voci e provvidenze di donne e uomini. Non tutti siamo profeti e non tutti abbiamo il dono di sentire direttamente la voce che ci chiama. Ma tutti possiamo riconoscere la mano di Dio nelle mani di uomini e donne che diventano provvidenza e misericordia per noi. Troppe persone non sperimentano la mano della provvidenza perché le nostre mani non sono abbastanza generose. Il riconoscimento che chiama la riconoscenza assume ancora una forma indiretta: Boaz (A) ha riconosciuto Rut (B) e Noemi (C) benedice con riconoscenza Boaz (A). Le benedizioni più belle sono quelle che ci giungono da chi guarda la nostra azione di riconoscimento e ci ricolma di riconoscenza. È il tre il numero primo della grammatica sociale.

Quando Rut, all’inizio del giorno, era partita per spigolare, aveva lasciato Noemi ancora triste, "amara" e "vuota" (1,20), convinta che Dio l’avesse abbandonata. Ora, al termine di questo primo giorno, Noemi ci appare piena di vita e di parole, ritrova il senso del suo nome Noemi ("la dolce"), benedice due volte e menziona il nome di YHWH con benevolenza e gratitudine. È l’esperienza della benevolenza di Dio e degli uomini (Boaz) che risveglia in lei la voce di Dio. Altro grande messaggio di questo libro. Le depressioni spirituali, diversamente da quelle psichiche, spesso si originano quando una persona, che ha fatto della vita interiore il capitale più prezioso della propria esistenza, inizia a sentire con forza e per un lungo tempo la scomparsa di una presenza intima, la più intima. In una prima fase lotta, cerca altre sintonizzazioni più sottili o profonde, ma se l’assenza permane la persona sprofonda in una vera e propria notte dello spirito, nella quale non si vede né l’alba né la speranza dell’alba. Si insinua la convinzione che la voce che era stata l’anima dell’anima sia scomparsa per sempre e non parlerà più. La Bibbia ci dice che da queste depressioni speciali, che somigliano molto alle depressioni "normali" (ma sono molto diverse), si può uscire in due modi. La soluzione più comune è un intervento diretto di Dio che irrompe nella vita della persona depressa spiritualmente (Elia, Anna, Abramo, etc.). Ma ora scopriamo che c’è anche la soluzione del libro di Rut, dove una donna (Noemi) esce da una depressione perché ritrova la presenza di Dio attraverso la benevolenza di un uomo. Ma diversamente da altri passi biblici dove la persona umana che risveglia nell’altro la presenza spenta di Dio è un profeta (Eliseo, Isaia, Natan, Gesù stesso), nel libro di Rut a risvegliare Dio in Noemi è l’azione di un uomo ordinario, di una persona normale, di uno come noi. E la ritrova, ancora, indirettamente: Noemi (A) vede agire Boaz (B) con misericordia verso sua nuora Rut (C), e in questa azione generosa Noemi risente l’amore di Dio (D) e della vita verso se stessa (A). Al Dio biblico piace intrufolarsi dentro le nostre reciprocità, nascondersi dietro le maschere-persone della commedia umana che è anche divina.

Non possiamo sapere quante Noemi ritrovano Dio nella loro anima perché hanno visto un Boaz diventare provvidenza generosa per una Rut. La Bibbia ci svela la trama della storia, ci dà alla fine la visione d’insieme del racconto, dove tutto diventa trasparente. Ma nel libro della vita le maschere non sempre si tolgono alla fine. Noi conosciamo solo alcuni brani, a volte solo alcune parole della storia che stiamo scrivendo. Forse solo in paradiso ci accorgeremo di quanti Boaz c’erano dentro le nostre resurrezioni, e quante Noemi avevamo risorto perché avevamo riconosciuto, amato e accolto un povero, una straniera, una vittima, e qualcuno ci aveva guardato. Capiremo finalmente che anche dietro alle nostre misteriose risurrezioni che qualche volta ci hanno fatto rialzare quando pensavamo fosse finita, che ci hanno fatto riscoprire il nostro vero nome, c’era stato qualcuno che aveva amato anche per noi. La Bibbia è questo paradiso-quaggiù, che ci dice e assicura che le trame invisibili d’amore che si compongono attorno a noi, sono più numerose e preziose delle poche che riusciamo a vedere a occhi nudi.

l.bruni@lumsa.it

 
 
 

Insidie

Post n°3596 pubblicato il 24 Maggio 2021 da namy0000
 

“Concedere ai figli esperienze e oggetti che non sono specifici per i loro bisogni di crescita, rispetto ai quali non hanno competenze emotive e cognitive adeguate per gestirne la complessità di utilizzo semplicemente in base al criterio della popolarità (tutti ce l’hanno, tutti lo fanno) mi sembra la peggiore delle mosse che un adulto possa fare. Con tua figlia leggete Social control. Le verità di Tim Works di L. Burgassi (Porto Seguro), che in forma romanzata e avvincente aiuta i giovanissimi a capire le molte insidie della vita online” (Alberto Pellai, Medico, psicoterapeuta, FC n. 21 del 23 maggio 2021).

 
 
 

Quella preghiera

Post n°3595 pubblicato il 20 Maggio 2021 da namy0000
 

2021, Avvenire 18 maggio

I diari inediti. Quella preghiera di Eugenio Corti nel gelo della Russia

II tenente Corti sul fronte del Don annota il duro lavoro per realizzare ripari dal freddo. La situazione è disperata: rivolgersi a Dio per il futuro scrittore del "Cavallo Rosso" è la sola risorsa

Autunno 1942

Presso le buche già iniziate ne feci segnare altre, portando così il numero a quattro, vicine e parallele fra di loro. Segnammo inoltre il tracciato di una buca per il magazzino viveri e la cucina; di un’altra per il vestiario; di un’altra ancora per il magazzino pesante. Due buche per gli autisti e trattoristi e quattro piccole buche vicine e intercomunicanti per noi ufficiali. Per non scoraggiare gli uomini di fronte al troppo lavoro, segnavo il tracciato delle buche nuove solo quando le vecchie erano a buon punto.

Avevo adunato tutti gli uomini, nel gran freddo, e dopo che mi erano stati militarmente presentati (io che alla forma non ci tengo granché nelle situazioni ordinarie, nei momenti brutti ci ho sempre tenuto) avevo loro parlato con impeto, con calore: lottavamo per non morire. Presto, se non riuscivamo a metterci sotto terra, sarebbero cominciati i congelamenti, le bronchiti, le polmoniti. Qualcuno poteva morire. Non uno doveva morire per colpa nostra! Sarei stato inflessibile, feroce. Avessero fiducia, mi seguissero; garantivo in poche settimane di portar felicemente a termine l’impresa. Volti pensierosi, specie fra i vecchi la cui resistenza era in molti casi ormai all’estremo. Tuttavia cenni d’assenso dovunque. Fiducia assoluta.

Divisi l’intera batteria in squadre, al comando di sottufficiali e di graduati. E ci buttammo come demoni al lavoro. I picconi rimbalzavano sul terreno gelato come battessero sulla pietra. Continuamente si schiantavano i manici. Pedretti, il nuovo operaio di batteria, aveva impiantato presso il proprio autocarro un piccolo laboratorio apposta per riparare i picconi rotti.

Il freddo era soffocante. Giravo ininterrottamente da un lavoro all’altro, da una squadra all’altra di lavoratori e ora davo di piglio a un piccone, ora a un badile e sostituivo quello fra gli uomini che era più stanco. Giravo poi per l’accampamento perché gente non lasciasse il lavoro per mettersi intorno ai fuochi. Proibii che si accendesse, durante le ore di luce, anche un sol fuoco.

Ora dovevo soprattutto sorvegliare la cucina. Non lasciavo in pace neppure le "cariche speciali". Nei ritagli di tempo liberi, furieri, magazzinieri, cucinieri ecc. dovevano essi pure saltare nelle buche e lavorare. E il lavoro progredì. Le buche, con le loro pareti di terra giallognola, cominciarono a divenire una realtà, lentamente.

Il freddo era mortale. Ci avvolgeva da ogni parte, ci stringeva in una terribile morsa. Soffrivamo per tutto il corpo, incessantemente. Non si poteva stare cinque minuti fermi in un posto. E così dal primo albore fino a tarda sera. E anche la notte era un terribile incessante tormento, specie per gli uomini che avevano solo tre coperte. Le tende erano diventate rigide come lamierini. La paglia buttata sopra s’era incrostata di neve e di brina, il vento l’aveva scomposta. Come immergervi le mani doloranti per rimetterla in ordine? Chi se lo sentiva? Così gli uomini dormivano le prime ore e passavano le altre a battere i denti, stretti gli uni agli altri. Per colmare la misura il rancio diminuì sensibilmente di quantità. Era assolutamente insufficiente.

Ah! Potersi accoccolare vicino a un fuoco, anche in mezzo al fumo, anche scaldandosi da un lato e dall’altro sentendo vivi più che mai i morsi del freddo! Ma un po’ di calore! Un po’ di calore! Quel freddo non era soltanto una gran sofferenza; era anche una per così dire anti-vita, era come la morte che avanzava lentamente. Mai avevo compreso così chiaramente come vita significhi calore! Poveri cari soldati! Come avrei potuto permettermi, dal canto mio, la minima esitazione, quando io come ufficiale avevo di che sfamarmi, e in brandina con sette coperte potevo sfidare il freddo?

Nelle batterie vicino alla nostra i lavori procedevano pure intensi, tuttavia di gran lunga meno che da noi e più disorganicamente. I soldati in attesa di avvicendamento non lavoravano: attendevano di partire da un giorno all’altro. Non temevano le punizioni: cosa erano esse di fronte al martirio di un lavoro in simili condizioni? Come mi aspettavo, ben presto anche i miei vecchi cominciarono a lamentarsi, a non voler lavorare, specialmente alcuni. Eravamo ancora ai primissimi giorni; pareva di lavorare chissà da quanto tempo! Ogni ora pareva un’eternità. Senza l’aiuto dei vecchi ben poco si poteva concludere. Cominciai a punire: non rigore e trattenute di stipendio, ma una, due, cinque e più notti di guardia. Sapevo bene che la punizione era feroce, ma ne andava della vita dei miei uomini. Piuttosto che tirarmi indietro ero pronto anche a uccidere. E i miei uomini lo sapevano. Durante i mesi di vita in comune la mia condotta era stata sempre lineare.

Dovetti adunarli di nuovo, parlare loro di nuovo: «Tante cose abbiamo superato insieme, non dovremo superare anche questa?». Nei nostri soldati il sentimento può moltissimo. E i vecchi, lamentandosi ad alta voce, tornavano a lavorare. Essi mi volevano bene. A volte, qualche vecchio soldato, vedendomi correre infaticabilmente da un luogo all’altro, si fermava appoggiato al piccone e rispettosamente mi diceva con semplici parole la sua ammirazione: «Se non fosse per voi, signor Tenente...». E i nuovi cominciarono a fare come i vecchi.

Quelle parole, di fronte alle quali allegramente mi schernivo, bastavano a ripagarmi di ogni sacrificio. Erano parole di gente semplice, senza ambizioni e secondi fini. Non mi facevo la barba, non mi lavavo più. Come i miei uomini, così anch’io, per tutta la durata del giorno (ormai molto, molto breve) non ci staccavamo dai lavori. Pregavo invece, insistentemente, lungamente: «Aiutaci o Signore. Siamo poveri uomini. Non permettere che il freddo vinca e ci faccia morire. Non permettere che per causa nostra qualcuno dei più deboli debba soccombere. Aiutaci o Signore».

 
 
 

Qui c'è tutto

Post n°3594 pubblicato il 18 Maggio 2021 da namy0000
 

2021, Alessandro Zaccuri, Avvenire, domenica 16 maggio 2021

Qui c’è tutto. Sono andato a vaccinarmi e ho visto già il domani

Ho visto il mondo di domani e secondo me non è male. Ci siamo tutti, c’è il meglio di quello che già conosciamo e c’è anche qualcos’altro, che magari risulterà imprevisto, però il futuro è così: non si sceglie, accade. Prima di raccontare ho aspettato qualche giorno, perché volevo essere sicuro di non essere sotto un qualche effetto collaterale del vaccino che mi è stato somministrato. Sì, è di questo che si tratta e so benissimo che la mia, in fondo, non è un’esperienza eccezionale. La riferisco a beneficio di tutti. Come il futuro, non mi appartiene. Per me il mondo nuovo si è manifestato al Palazzo delle Scintille di Milano.

Nome bellissimo, che predispone alla scoperta, anche se all’inizio tutto è come te lo aspetti, con gli alpini a regolare l’ingresso. Quello che si occupa di me è alto, di battuta pronta, gli occhi chiari che ridono al di sopra della mascherina. E dev’essere un alpino anche l’altro volontario, più tarchiato, che misura la temperatura puntandomi il termometro alla fronte. Sarà per la suggestione del luogo, ma a questo punto una scintilla si accende davvero: è da oltre un anno che il gesto viene ripetuto, ma finora non mi ero mai accorto di quanto sia simile a quello che l’angelo compie su Dante alla porta del Purgatorio.

D’accordo, lì non è questione di gradi centigradi ma di peccati da cui mondarsi, eppure resta l’impressione di una premura somministrata con delicatezza. 'Premura' è una parola che i milanesi (e non solo loro) usano in un’accezione particolare, per cui il significato originario di 'sollecitudine' assume un elemento di rapidità, quasi di fretta. Premurosa in entrambi i sensi è la donna che mi accoglie poco dopo. Indossa il camice bianco, ma si capisce che non è un medico, né un’infermiera. Persone come lei si incontrano spesso negli androni degli ospedali, degli istituti oncologici, dei tanti luoghi del dolore e della cura. Sono volontarie e volontari, di nuovo, e nella maggior parte dei casi pare che non facciano granché oltre a dispensare rassicurazione. Lei, per esempio, si limita a premere un pulsante al posto mio e a consegnarmi il numero della mia prenotazione.

Mi chiameranno presto, dice, e in effetti mi chiamano subito. Il ragazzo che avvia la pratica non avrà più di venticinque anni, mi riserva la stessa cortesia sbrigativa che ho imparato ad apprezzare nei miei figli e lascia cadere perfino l’occhio sullo smartphone senza che questo implichi disinteresse. L’ennesimo volontario, al crocevia di un corridoio, mi indica la dottoressa che compilerà l’anamnesi: una giovane di origine latinoamericana, dalla grafia precisa e spigliata, altro che gli scarabocchi di una volta. Firma il modulo, mi accompagna, mi mostra la fila alla quale accodarmi, mi saluta. L’attesa dura pochi minuti, il tempo di origliare la conversazione tra due infermieri che ammettono che verso quest’ora (sono le 19 passate), un po’ di stanchezza si fa sentire. Non si direbbe, tanta è la gentilezza con cui rispondono a richieste che si sono ripetute uguali per tutta la giornata. A vaccinarmi è un’infermiera sui trent’anni, l’accento lombardo appena smussato.

Mi ricorda quello che dovrei già sapere, ghiaccio se fa male e tachipirina se sale la febbre, mi raccomanda di restare in osservazione per un quarto d’ora. «Il ragazzo con il gilet giallo le darà un biglietto », spiega. Il ragazzo con il gilet giallo è un nero abbastanza imponente, taciturno. Sul biglietto è stampato l’orario al quale devo attenermi per lasciare il Palazzo delle Scintille. Quando viene il momento, lo faccio a malincuore.

Qui c’è tutto, penso: l’Italia di sempre, la premura di Milano, i giovani di ogni età, il fiero mondo nuovo di chi è venuto da un altro Paese. Per strada incrocio un alpino che torna a casa in bicicletta. Non saprei dire se sia lo stesso con cui ho scherzato mezz’ora fa. La lezione più importante, forse, viene proprio da lui: non si piange invano, se alla fine si impara a ridere con gli occhi.

 
 
 

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