Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Settembre 2020

Uno splendido affresco poetico

Post n°3409 pubblicato il 21 Settembre 2020 da namy0000
 

Uno splendido affresco poetico

Il Siracide rappresenta la grandezza di Dio con la bellezza della Natura: il firmamento, la neve e la brina, la rugiada e il mare innalzano un inno di lode al Creatore.

‹‹La Natura ha delle perfezioni per mostrare che è l’immagine di Dio, e dei difetti per mostrare che ne è soltanto l’immagine››. Così il grande credente, pensatore e scienziato secentesco francese Blaise Pascal nei suoi Pensieri. Noi, tenendo in mano la Bibbia e sfogliandone alcune pagine, abbiamo da tempo voluto rappresentare le perfezioni del Creato. Lo facciamo anche questa volta, invitando i lettori a contemplare uno splendido affresco poetico, tratteggiato dal Siracide, un sapiente biblico del II sec. a.C.

Si tratta di un inno che inizia in 42,15 del suo libro e si conclude in 43,33, segnato dalla convinzione che la Natura sia appunto un’‹‹immagine di Dio››, anche se limitata e imperfetta. Infatti, ‹‹come il sole che sorge illumina tutto il Creato, così della gloria del Signore è piena la sua opera›› (42,16). Per questo, di fronte all’architettura cosmica, l’uomo non può che esclamare: ‹‹Egli (Dio) è tutto›› (43,27). Il poeta s’affaccia con stupore sulle meraviglie dell’Universo che sfilano davanti ai suoi occhi affascinati da tanta bellezza, quasi fosse una ripresa filmica.

 

Si parte dal firmamento luminoso, dominato dall’incandescenza dei raggi solari. Subentra il quadretto dedicato alla Luna che è simile a un orologio cosmico perché scandisce il calendario liturgico e civile che allora era lunare e non solare. Ad essa si associano le stelle, simili a sentinelle che vegliano nella notte. Subito dopo irrompe maestoso l’arcobaleno, tracciato nel cielo dalla stessa mano divina. Subentra, poi, la meteorologia coi fulmini, le nubi che ‹‹volano come uccelli da preda››, i chicchi di grandine, il tuono che fa sobbalzare la terra, i venti impetuosi.

 

Una deliziosa miniatura è riservata alla neve, la cui caduta lieve è comparata al volo degli uccelli e degli stormi delle cavallette: ‹‹Il suo candore abbaglia gli occhi e, al vederla fioccare, il cuore rimane estasiato›› (43,18). Tocca, poi, alla brina, i cui grani brillano come cristalli sui rami. Queste immagini invernali si chiudono con la gelida tramontana che fa ghiacciare le acque, rivestendole quasi di una corazza.

 

È la volta, poi, per contrasto dell’estate che, con la sua arsura, fa bruciare la vegetazione e fa sospirare la rugiada che feconda il terreno arido. L’ultima serie di scene è dedicata al mare ove sono ‹‹piantate›› come oasi o fiori le isole. Delle sue profondità abissali, popolate di mostri, delle sue tempeste furiose e dei relativi territori rimangono le testimonianze dei naviganti che possono salvarsi solo affidandosi alla parola divina che placa le onde (si legga anche l’emozionante rappresentazione marina del Salmo 107,23-32).

 

L’esclamazione iniziale dell’inno del Siracide suonava così: ‹‹Quanto sono amabili tutte le sue opere! Eppure appena una scintilla riusciamo ad osservare… Chi si sazierà di contemplare la sua gloria?›› (42,22.25).

La finale è analoga: ‹‹Egli è il Grande al di sopra di tutte le sue opere… Chi lo ha contemplato e lo descriverà, chi può magnificarlo come egli è? Vi sono molte cose nascoste più grandi di queste: noi contempliamo solo una parte delle sue opere›› (43,28.31-32). L’inno non è, dunque, una lirica sulla Natura ma una preghiera di lode al Creatore (Gianfranco Ravasi, FC n. 38 del 20 settembre 2020).

 
 
 

Gusto a sognare

Post n°3408 pubblicato il 20 Settembre 2020 da namy0000

2020, FC n. 38 del 20 settembre.

I 4 fratelli infermieri in tempo di pandemia Covid-19

Il pellegrinaggio lungo la via Francigena, per arrivare a piedi fino al Papa, nella testa dei 4 fratelli Mautone, Maria, Stefano, Valerio e Raffaele, tutti infermieri. Volevano portargli il frutto del loro lavoro in prima linea, simboleggiato dalle loro divise e dalle lettere di pazienti e operatori sanitari. C’erano quasi riusciti, il Papa li aspettava il 20 giugno con i rappresentanti della sanità lombarda, ma il virus, nel frattempo, a fine maggio, aveva sgambettato Valerio, ferrista in neurochirurgia al Sant’Anna di Como, volontario in rianimazione nei giorni più duri: ‹‹Dante lo metterebbe tra i traditori dei benefattori››, commentava via messaggio senza perdere l’ironia. ‹‹Bloccato a letto senza forze, i giorni più sprecati della mia vita››, si sfogava. Quando a fine giugno è arrivata la guarigione, la prospettiva di camminare fino a Roma era una fata Morgana, l’udienza prevista ormai trascorsa.

L’idea del pellegrinaggio era stata di Raffaele: ‹‹Quando monsignor Leonardo Sapienza ci ha invitati per un’udienza privata il  settembre non ci potevo credere, ma non avendo ferie, mi son dovuto arrendere a mezzi più rapidi del cammino. Farò il pellegrinaggio il prossimo anno, con mia moglie. Che emozione, però, la coincidenza di essere lì proprio nel giorno dell’anniversario di santa Teresa di Calcutta, con Francesco che mi diceva: “S’è avverato il tuo sogno”››.

Già, perché tutto era iniziato nel pieno dell’angoscia per sé, per i pazienti, per le famiglie, quando Raffaele si svegliò una mattina ricordando un sogno strano, in cui c’erano il Papa e Madre Teresa. Da lì l’idea di scrivere a Francesco, mettendo il sogno nero su bianco e poi sperare: ‹‹Mi ha emozionato vederlo accarezzare le nostre divise sul tavolo mentre passava››, racconta Stefania: ‹‹Mai avrei immaginato di poter recitare un’Avemaria col Papa, con lui che pure si scusava d’averci ricevuto in un luogo formale come la Biblioteca privata, di solito riservata ai capi di Stato. Ha ascoltato con grande empatia i nostri racconti, gli ho detto di quanta forza ha dato a noi, ma anche ai nostri colleghi atei, quella sua preghiera solitaria, con sulle spalle il dolore del mondo, ai piedi del Crocifisso in piazza San Pietro sotto la pioggia››.

Quel senso di comunità viene fuori anche dal racconto di Maria: ‹‹Spero di essere riuscita a trasmettergli la responsabilità che sentivo di essere lì a nome di tutti i nostri colleghi. Mi resterà per sempre il senso di familiarità che ci ha dato: il Papa che resta sulla porta a salutarci finché non ci perde di vista, incredibile››.

Valerio alla fine è stato l’unico ad arrivare da pellegrino: in auto da Como a Viterbo e poi 5 giorni di cammino, per 125 chilometri, fino a Piazza San Pietro: ‹‹Mi sono distrutto i piedi perché, come mi ha detto un pellegrino tedesco, “Con kvelle va Messner sull’Everest, hai spagliato scarpe”. Ho avuto tempo per pensare camminando da solo e pure un momento di paura per l’incontro con un lupo. Ci tenevo per ringraziare del privilegio di poter ancora andare a Roma con le mie gambe, per rispetto dei tanti che non potranno più farlo, come don Fausto Resmini, arrivato da noi il 12 marzo e spirato il 23. Dell’incontro con il Papa mi resterà la profondità delle sue parole, semplici e dirette››. Valerio ha ripreso a lavorare in Neurochirurgia: ‹‹Se servisse sono pronto a tornare in rianimazione, mi piacerebbe, però, vedere più accortezza in giro››.

Adesso ci sarebbe un altro sogno: ‹‹Il Nobel per la pace agli infermieri del mondo. raffaele l’ha detto al Papa, ma forse non è compito suo››. La voce di Valerio tradisce il sorriso di chi ha preso gusto a sognare.

 
 
 

Diciamolo subito

2020, Intervista a Corso Mariano, 53 anni, professore di Leadership e innovazione, responsabile scientifico dell’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano, Alberto Laggia, FC n. 38 del 20 settembre 2020.

‹‹Diciamolo subito: quello che gli italiani hanno dovuto praticare nei mesi del lockdown non è stato smart working vero, bensì una forma di telelavoro forzato, di fronte a un’emergenza. L’alternativa era quella di rimanere inoccupati. Il principio fondante del “lavoro agile”, al contrario, si basa proprio sulla libertà di scelta di tempi e luoghi della propria attività di dipendente››. A distinguere bene lo smart working “coatto” da quello autentico è Mariano Corso, per primo in Italia, ancora nove anni fa, ha iniziato a studiare il “lavoro agile”, ben prima della pandemia Covid, quindi. L’emergenza sanitaria causata dal contagio, in altri termini, ha funzionato da grande acceleratore di un passaggio di filosofia manageriale che in tempi normali avrebbe richiesto ancora lunghi anni. E per molti  adesso non si tornerà più indietro.

‹‹Nell’epoca Pre-Covid››, spiega il professor Corso, ‹‹eravamo arrivati, in Italia, ad avere 600.000 lavoratori “agili”  e una sperimentazione dello smart working in due grandi aziende su tre. Ma c’erano enormi resistenze sia nel settore privato, soprattutto nella piccola impresa, che nell’amministrazione pubblica, scettiche sulla possibilità di realizzare per determinati lavori autonomia e auto-organizzazione dei dipendenti che prescindessero da vincoli d’orario e di luogo di lavoro››.

 

Poi c’è stata la pandemia…

‹‹E con essa la necessità di dover lavorare a distanza. E qui s’è rivelata utilissima la normativa, tra le più innovative in Europa, che era stata varata nel 2017 (legge 81) proprio sul “lavoro agile”, perché il ricorso alla legge è stato il modo più veloce e naturale per sopravvivere. Chi aveva già fatto esperienze di smart working, avendo in precedenza sposato il “lavoro per obiettivi” e si era dotato degli stumenti tecnologici necessari, non hanno avuto difficoltà e non ha perso tempo››.

 

E chi invece non l’aveva mai sperimentato?

‹‹La sorpresa vera è stata che anche aziende e lavoratori che non erano preparati al “lavoro agile”, non solo sono riusciti a organizzarlo, ma hanno soprattutto scoperto che con le novità introdotte dallo smart working, dall’autonomia professionale, all’abbattimento di perdite d’efficienza tipiche del lavoro tradizionale d’ufficio, si può lavorare meglio e con più efficienza, migliorando la qualità di vita dei dipendenti››.

 

Un gradimento dei dipendenti misurabile in cifre?

‹‹I lavoratori da noi interpellati nella stragrande maggioranza (93%) hanno detto che non intendono tornare al modo tradizionale di lavoro. Due lavoratori su tre preferirebbero un mix intelligente tra le modalità “da remoto” e in ufficio, che è proprio quanto propone lo smart working››.

 

Quali i vantaggi per le aziende?

‹‹S’è calcolato un aumento di produttività del 15%, con risparmi economici importantissimi che si aggirano tra il 30 e il 50%. Ma in alcuni casi anche molto di più. Pensi, per fare solo un esempio, che Microsoft Italia ha potuto ridurre gli spazi lavorativi da 30.000 metri quadri ai 7.500 della nuova sede››.

 

Quanti lavoreranno in modo “agile” da oggi in poi in Italia?

‹‹Le nostre stime, che concordano con gli altri studi, ci dicono che in fase lockdown 6 dei 23 milioni di lavoratori italiani hanno lavorato a distanza. Nel pubblico addirittura il 50%. Altra novità: la gran parte dei nuovi smartworker sono impiegati nella piccola impresa o sono liberi professionisti. Riteniamo che a regime saranno tre-quattro milioni i lavoratori che stabilmente si affideranno allo smart working, che significa cinque volte tanto rispetto all’era Pre-Covid. Un bel cambio di passo››.

 

Ci sono differenze tra aree geografiche?

‹‹Di certo il Covid ha livellato le differenze tra grandi città e territori, dando nuove possibilità a realtà locali, borghi e provincia di ripartire. Molti lavoratori sono tornati al Sud››.

 

Questione “regole”: c’è chi paventa la possibile lesione di diritti come quello alla disconnessione. Meglio normare tutto o lasciare spazio per accordi aziendali?

‹‹Credo che si debbano tutelare i diritti fondamentali, in primis di chi è più debole, e poi lavorare su una regolamentazione dello smart working lasciando massima flessibilità e possibilità d’accordo tra azienda e singolo dipendente, come peraltro stabilisce la legge del 2017, che ha già previsto il diritto alla disconnessione e non impone una regolamentazione inutilmente asfissiante››.

 

Lo smart working potrebbe causare una diminuzione di nuovi contratti di lavoro per un aumento invece di rapporti più precari?

‹‹Accadrà esattamente il contrario: renderà più efficace, sostenibile e soddisfacente per tutti un rapporto di lavoro dipendente stabile. Si riattiveranno economie locali dei territori più marginalizzati. Diminuiranno gli spostamenti e il traffico. Crescerà la presenza in famiglia e il tempo libero. Insomma migliorerà la qualità della nostra vita››.

 
 
 

Hai dimenticato questo

Post n°3406 pubblicato il 19 Settembre 2020 da namy0000
 

2020,

 

Thailandia:parco rispedisce ai turisti i rifiuti abbandonati

Ministro ambiente posta su Fb foto 'pacchi'. 'Ti torna indietro'

(ANSA) - ROMA, 18 SET - A mali estremi, estremi rimedi. Il popolare parco thailandese di Khao Yai, vicino Bangkok, ha deciso che se i turisti non inizieranno a rispettare le regole e non smetteranno di gettare rifiuti in giro per la riserva se li troveranno davanti alla porta di casa. Lo riporta la Bbc. Il ministro thailandese dell'ambiente, Varawut Silpa-archa, su Facebook ha postato la foto di un cumulo di rifiuti impacchettati e pronti ad essere spediti. "Hai dimenticato questo", è scritto sulla scatola.
    "La spazzatura ti tornerà indietro", si legge nel post sotto all'immagine nel quale si ricorda anche che gettare rifiuti in un parco nazionale è un crimine punibile con cinque anni di galera. Le autorità che gestiscono il Khao Yai hanno spiegato che la spazzatura può essere particolarmente pericoloso per gli animali. Il parco di 2.000 chilometri quadrati, è il più antico della Thailandia ed è famoso per le sue cascate e i suoi paesaggi. La misura anti-inquinamento potrà essere applicata grazie al fatto che al loro arrivo i turisti devono registrarsi lasciando anche il loro indirizzo. 

 
 
 

Emilio e il suo Steyr

Post n°3405 pubblicato il 18 Settembre 2020 da namy0000
 

Emilio e il suo Steyr, portano aiuti in cambio di sorrisi

Questa è la storia di un uomo, una macchina e uno zaino di sorrisi.

L’uomo si chiama Emilio, genovese, consulente aziendale, temperamento concreto e propositivo.

La macchina è uno Steyr Puch Haflinger del 1974, un curioso mezzo di trasporto piuttosto spartano, 2 cilindri molto rumorosi, un generosissimo spazio di carico pur nelle dimensioni ridotte, la testardaggine di chi vuole arrivare proprio là, in quel vicolo dove il Suv si ferma e a quelle case sulle colline dove le strade diventano creuze: in buona sostanza ovunque ci sia bisogno di portare un aiuto alimentare. Il tema dell’impegno di Emilio è proprio questo: il bisogno alimentare che si è esteso con la crisi del Covid-19, anche a Genova. ‹‹Come Caritas diocesana abbiamo fino ad ora sostenuto questo bisogno con oltre 60.000 euro, grazie a quanto pervenuto tramite Caritas Italiana e da singoli donatori. Anche alcune grandi realtà private, un’importante catena di supermercati genovesi e una compagnia crocieristica le cui navi sono ferme in porto, si sono attivate devolvendo eccedenze alimentari da destinare alle famiglie: così abbiamo potuto veicolare a molte realtà ecclesiali impegnate in questo servizio 5 tonnellate di cibo che sono diventati 4.000 pasti, oltre a 1.000 uova di Pasqua e 800 colombe››. …

Emilio e il suo veicolo battono bandiera doppia, a seconda dei giorni e delle esigenze un po’ Caritas Genova e un po’ Comunità di Sant’Egidio, ma l’armatore evidentemente è sempre lo stesso. ‹‹La mia giornata inizia con un messaggio che mi informa cosa ritirare e dove portarlo. Prima tappa, Casa della Giovane, nel cuore del centro storico, che per l’emergenza Covid-19 ha messo a disposizione parte dei suoi locali per stoccare e diffondere gli aiuti alimentari. Riempio il mezzo e parto per le consegne che possono durare anche tutto il giorno, con più viaggi e carichi››.

Un mezzo così particolare ti regala il vantaggio di essere ben presto riconoscibile anche da parte delle forze dell’ordine presenti sulla strada. Insomma: con l’aiuto dei loghi di servizio, l’Haflinger di Emilio è diventato ben presto un piccolo simbolo di solidarietà.

‹‹Molti amici mi chiedono perché lo faccio, incuriositi, forse preoccupati per un certo rischio, ma credo anche spinti da una sana invidia. Io rispondo che dietro alle porte che si aprono per ricevere il pacco viveri trovo tanta gente commossa, rincuorata nel proprio dramma. Io do loro un semplice sacchetto con un po’ di alimenti e porto via la loro riconoscenza per quanti, enti e persone, li stanno aiutando. E alla fine della giornata, anche se stanco dai tanti viaggi, posso portare a casa il carico più prezioso, uno zaino pieno di sorrisi››. (Scarp de’ tenis, maggio-giugno 2020).

 
 
 

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