Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Aprile 2021

Coraggio di osare

Suor Ann Rose Nu Tawng: «Uccidete me, non la gente». Suor Ann Rose Nu Tawng, disarmata, inginocchiata, l’ha ripetuto più volte, tra le lacrime, ai militari schierati nel centro della sua città, Myitkyina, nel nord del Myanmar. Era il 28 febbraio 2021, e quell’immagine ha fatto il giro del mondo, diventando in breve un’icona della protesta popolare non violenta in atto nel Paese dal 1 febbraio scorso, giorno in cui i militari hanno destituito la leader democratica Aung San Suu Kyi, vincitrice delle elezioni del novembre 2020. L’8 marzo la scena si è ripetuta: “sorella coraggio” ha di nuovo affrontato disarmata i poliziotti.

La prima volta, nonostante due sassi che l’hanno colpita al petto, la sua mediazione ha avuto successo, la seconda no: due persone hanno perso la vita.

Religiosa delle suore di San Francesco, nata nel 1977, in un villaggio del Nord, quinta di 13 figli, lavora come infermiera nella clinica diocesana della capitale dello Stato Kachin.

«Credo che Dio si sia servito di me, lo Spirito Santo mi ha dato la forza. Questo non sarà mai un Paese democratico finché poliziotti e soldati, che dovrebbero proteggere le persone, le uccidono». «Quando ho saputo del colpo di Stato, mi sono sentita assalire dalla disperazione, dalla sensazione di sprofondare in un buio passato». «In Myanmar tanta gente si sta ribellando: sono scesi in piazza i giovani, gli studenti, ma anche tanti lavoratori di diverse categorie: impiegati statali, medici, insegnanti. Questo è un fatto nuovo». «Ogni giorno arrivano feriti nella nostra clinica, che vanno ad aggiungersi ai tanti malati. Ci viene chiesto un surplus di fatica: qualche volta mi manca il tempo per andare in chiesa, ma affido il mio lavoro a Dio come preghiera». «I giovani sono sempre in prima linea nelle proteste, affrontano i militari, i lacrimogeni e i proiettili. Vanno avanti con coraggio, animati dalla speranza. Sanno che se la protesta non arriverà a buon fine, si tornerà al passato. Per questo sono pronti a offrire la vita per dare un futuro migliore al loro Paese. Li ammiro e li ricordo spesso al Signore». «Alcuni di loro hanno studiato all’estero, hanno fatto esperienza della libertà e vogliono la stessa cosa per sé e per il loro popolo. I militari hanno ucciso alcuni dei giovani impegnati nelle proteste, ma ciò non è bastato a fermarli». «Io appartengo al popolo del Myanmar e avverto gli stessi sentimenti della gente: mi sento triste. Prego il Signore per il mio Paese, e vi chiedo di farlo con noi. Non voglio rimanere ancora sotto la pressione dei militari, e non voglio questo futuro nemmeno per i nostri giovani». «Da quando la Giunta militare ha preso il potere, nel 1962, il nostro Paese ha fatto molti passi indietro dal punto di vista sociale, educativo ed economico, ma i governanti hanno cercato di farci credere che il Myanmar andasse meglio. Non vogliamo che questo riaccada di nuovo». «La violenza deve finire, i capi religiosi e politici dovrebbero incontrarsi e dialogare. Credo che il dialogo e il perdono reciproco siano alla base di un Paese felice e democratico. Mi affido a Dio perché ci guidi lui». «All’interno di polizia e militari ci sono anche brave persone, io stessa ne ho fatto esperienza. Alcuni sono disponibili al dialogo, ma i capi no. Tuttavia, nutro la speranza che il Movimento per la disobbedienza civile riuscirà a fermare pacificamente la violenza. Conseguire la vittoria finale non sarà facile, ma se stiamo insieme possiamo farcela». «Questo sentimento di condivisione di papa Francesco ci ha colpito e rafforzato. Perciò anche io chiedo: continuate a pregare per il nostro Paese e ad aiutarci, ne abbiamo molto bisogno!». «In Italia avete fatto tanto per informare la gente su quanto accade qui. So che pregate per noi e vi siete mobilitati. Noi da soli non ce la faremo a uscire da questa situazione complessa. Per questo ci appelliamo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà». «Tanti hanno capito che siamo in profonda unità con il popolo, che sentiamo il dolore della gente, come fratelli e come cittadini, membri di una sola famiglia. Noi stiamo vivendo tutto questo come una missione: vogliamo essere “Chiesa in uscita”. Vogliamo stare dalla parte della verità e della libertà, e siamo pronti a pagare un prezzo per questo. Non sarà facile vincere. Ma la speranza è l’ultima a morire». (FC n. 16 del 18 aprile 2021).

 
 
 

La prima volta che

2021, HuffPost 18 aprile

“La prima volta che sono venuta in Italia sono rimasta solo cinque mesi. Avevo lasciato mia figlia di due anni in Romania. Sono tornata perché stare lontana da lei, per me, era troppo doloroso”. Francesca (nome di fantasia) non ha esitazioni nella voce. Ha un piglio ruvido, il carattere deciso di chi ha preso la sua vita tra le mani e ne ha fatto una scommessa. Perché ci vuole coraggio, amore, generosità e forse un po’ di incoscienza per lasciare la propria terra e i propri figli e tentare la sorte in un Paese straniero, l’Italia appunto, dove risiedono oggi circa 1 milione e 200 mila romeni, secondo i dati Istat. Un esodo che è soprattutto femminile. Donne che con un bagaglio di fortuna e quattro soldi in tasca arrivano nel nostro Paese per “prendersi cura” dei nostri fragili, ma anche per lavorare nei campi, nei cantieri. Affrontano questo sacrificio per migliorare la vita dei propri figli, permettere loro di studiare, per donare loro più di quello che hanno potuto ricevere. Ma la maggior parte delle volte il cammino si trasforma in una strada tortuosa, lastricata di dolore, solitudine, abbandono, senso di colpa.

Quella di Francesca, però, è una sfida vinta, una storia a lieto fine, anche se non priva di ostacoli. “Io sono di Galați. Sono arrivata in Italia nel 2004 per cercare un lavoro, volevo dare una vita migliore a mia figlia che all’epoca aveva due anni”, ci spiega. “La prima volta sono stata distante 5 mesi, poi sono rientrata perché non riuscivo a stare senza di lei. Mi sono detta: preferisco la povertà, magari mangiare un uovo, metà io e metà lei, ma la distanza era troppo dolorosa”. La bambina era rimasta, infatti, con la madre di Francesca in Romania, ma nonostante la tenera età soffriva la lontananza della mamma: “In 5 mesi l’ho sentita 3/4 volte al telefono. All’inizio mi diceva: quando torni? Quando vieni? Poi deve aver pensato che non tornassi più, perché non mi voleva più parlare”.

E’ lì che il cuore di Francesca comincia a rompersi piano piano. Comincia a chiedersi se ne vale la pena, inizia a pensare di preferire la povertà all’abbandono e alla dimenticanza di sua figlia. “Sono rientrata in Romania e solo quando ho potuto portare anche lei con me, era il 2007, aveva 4 anni e mezzo, sono tornata in Italia e qui oggi ho la mia famiglia: mio marito e le mie tre figlie. Non è stato facile, mi manca sempre la mia terra e mia madre, che ho lasciato lì e che a 78 anni avrebbe bisogno di essere accudita, ma la nostra vita adesso è qui”.

Ma le cose non vanno sempre così. Non ha avuto lo stesso esito il tentativo di Roberta (nome di fantasia) venuta in Italia dalla Romania senza nessuno, con tre figli lasciati in custodia a sua madre. Il più piccolo alla sua partenza aveva 1 anno, lo rivedrà quando ormai ne avrà 8. Nel frattempo sono passati 13 anni, lei è sempre in Italia a lavorare, e quei bambini sono diventati adulti: il più grande ha più di 20 anni, la figlia ne ha 20, il più piccolo 14. Ha regalato loro una vita migliore? “Nella quotidianità sì, con i soldi spediti hanno una vita dignitosa, ma hanno smesso di studiare. Quando provo a consigliarli, a riprenderli anche, ho da loro sempre la stessa risposta: ‘ci hai abbandonati da piccoli, ora che vuoi da noi?‘”, ci dice Roberta, una donna granitica che sgretola le sue lacrime solo al ricordo di quel che è stato. Questa è una sorte che tocca a molti figli lasciati dalle madri a crescere da soli: vanno presto a lavorare nei campi, molti emigrano alimentando questo massiccio esodo dalla Romania in cerca di lavoro. Pochi riescono davvero a corrispondere il sogno di “una vita migliore” che i loro genitori cercano di costruire loro. Perché? Perché si perdono. Perché crescono senza mamma e senza papà. Sono quelli che vengono identificati come “left behind”, letteralmente ‘lasciati indietro’. Bambini abbandonati. Soli. Senza amore. Senza guida. Perduti. Sono oltre 350 mila in Romania, secondo l’Unicef.

“I bambini lasciati in Romania pensano di essere stati abbandonati”, ci spiega Silvia Dumitrache, presidente dell’Associazione Donne Romene in Italia, “vedono le madri andare via ed è inutile spiegare loro che sono andate per lavorare, guadagnare, garantire loro una vita migliore. Scoprono un giorno che la madre non c’è e pensano che sia colpa loro”. Aspettano il ritorno della madre, ma passano anni e questa lontananza li uccide poco per volta. A volte anche in senso letterale. “In Romania dal 2010 ci sono stati circa 100 suicidi infantili”, ci racconta Silvia Dumitrache. “Ho raccolto la storia di un bambino che si è tolto la vita nell’illusione che questo gesto potesse far tornare la mamma. Aveva 11 anni. Un giorno parlando con un compagno di banco, gli ha detto: ‘Vedrai che domani farò tornare la mamma’. Il giorno seguente si è tolto la vita. E la mamma è tornata, ma per seppellirlo”.

“Ci sono certamente storie a lieto fine, ma se guardiamo in generale la radiografia della Romania, ci troviamo di fronte a un Paese in cui manca manodopera, con aree rurali popolate solo da vecchi e bambini, con analfabetismo alle stelle, elevato abbandono scolastico e già alla seconda generazione di figli “left behind”, che lasciano la scuola verso i 15 anni, vanno a lavorare nei campi e a 18 vanno all’estero per lavorare. Dove è la crescita che il sacrificio di queste donne dovrebbe portare? Non si costruiscono scuole, ospedali, asili nido e nel frattempo si accresce la piaga dei figli abbandonati e del “Mal d’Italia”, incalza Silvia Dumitrache.

Perché c’è un altro aspetto in questa vicenda. In Italia e negli altri Paesi europei in cui queste donne emigrano, molto spesso il lavoro è usurante. “Un vero e proprio sfruttamento istituzionalizzato”, ci dice Silvia Dumitrache. “Queste donne riportano grossi problemi di salute perché non si può lavorare 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Non hanno vita privata, non possono socializzare, stanno sempre chiuse in casa, all’inizio sono prese per curare una persona, ma finiscono per occuparsi di tutta la famiglia. Non tutte le famiglie, poi, fanno contratti di lavoro. Vengono pagate direttamente, prendono i soldi in mano: gesto che poco per volta dà l’impressione che il lavoratore ti appartenga, non lo vedi più come una persona, ma come un’utilità”.

Due psichiatri ucraini notarono che alcune donne che tornavano dall’Italia avevano sindromi depressive e definirono questo malessere da burnout “sindrome italiana” o “mal d’Italia”. Molte di loro al rientro in Romania finiscono in cliniche psichiatriche per curare questa “patologia”: un deperimento psico-fisico dovuto al dolore per la lontananza dai figli, alle preoccupazioni famigliari e alle condizioni di lavoro che sono costrette a sopportare. “Siamo stanchi di essere invisibili”, sbotta Silvia Dumitrache. “Non ne possiamo più di questa indifferenza. In Italia siamo circa 1 milione e 200mila e non abbiamo consiglieri, ad esempio: perché i romeni non vanno a votare? Perché la politica italiana ti fa sentire sempre uno straniero? Alle amministrative devi iscriverti alle liste elettorali 40 giorni prima, ma perché non si viene iscritti all’anagrafe al momento della ricezione della carta d’identità?”.

 

E i romeni non sono l’unico popolo a subire queste storie di migrazione e sfruttamento: “Siamo invisibili, i nostri figli lo sono, non solo quelli dei romeni, ma di tutti gli europei più poveri. Questa è un racconto che nasce dalla povertà e dalla disperazione. E povertà e disperazione non hanno cittadinanza”.

 
 
 

Non avere paura

2021, Avvenire 17 aprileCovid. Vaccini, Marcucci: ecco perché non avere paura delle trombosiL’esperta del Careggi chiamata dall’Ema per la revisione del vaccino: sicuro sugli over 60. «Nessun rischio per chi ha avuto già disturbi cardiovascolari in passato. Più pericoli con il Covid»

La mail dagli uffici dell’Ema è arrivata ai primi di marzo, quando si è cominciato a sospettare in tutta Europa che i – pur rarissimi – casi di trombosi registrati qualche giorno dopo la somministrazione del vaccino AstraZeneca, col vaccino qualcosa dovevano centrare. Servivano dati e analisi, per una revisione in tempi rapidi. Sono stati chiesti ai luminari nel campo delle malattie aterotrombotiche e vascolari di tutto il continente e tra loro c’è la nostra Rossella Marcucci, direttore del Centro di riferimento per la trombosi dell’Ospedale Careggi di Firenze, professore associato di Medicina interna all’Università di Firenze e membro del gruppo Scienziate per la società. Un curriculum sconfinato di incarichi e pubblicazioni su questi temi, finora piuttosto sconosciuti all’opinione pubblica (anche se le trombosi sono tra le patologie più frequenti nel mondo occidentale).

Professoressa, che idea si è fatta studiando i fascicoli che l’Ema vi ha trasmesso?
Ci siamo resi subito conto di essere innanzi a delle trombosi anomale, diverse da quelle che fino a quel momento avevamo incontrato. Il binomio caratteristico di questi eventi era infatti l’associazione dell’evento trombotico al basso livello di piastrine. E poi c’era la stessa tipologia di trombosi (cerebrale o addominale), la concentrazione in una fascia d’età del tutto inattesa (persone giovani, in prevalenza donne) e il timing preciso (dai 5 ai 15 giorni dopo la prima iniezione).

Insomma, non ha avuto dubbi che il nesso tra vaccino e trombosi esistesse?
Con evidenza quel nesso esisteva ed esiste. E questa però è anche l’unica certezza che per ora abbiamo: servirà moltissimo tempo per comprendere il meccanismo di queste reazioni, che chiaramente – data l’estrema rarità dei casinasce nella correlazione con la storia dei pazienti e coi fattori specifici che li contraddistinguono. Una conferma ulteriore di questa correlazione ci è arrivata però dagli Usa con il caso di Johnson&Johnson: lo stesso tipo di vaccino, a vettore virale, è legato allo stesso tipo di trombosi nella stessa fascia di popolazione.

I vaccini a vettore virale, dunque, non sono sicuri?
Tutt’altro, lo sono ancora di più proprio perché grazie a una risposta immediata sul fronte della ricerca e dell’analisi scientifica abbiamo individuato – almeno nel caso di AstraZeneca – come usarli in sicurezza. Cioè, somministrandoli in quelle fasce di popolazione e di età in cui queste eventi non si sono presentati e non si presentano. Ricordiamo sempre che proprio AstraZeneca fornisce una protezione del 100% rispetto alle forme gravi della malattia.

Nessuna trombosi anomala negli over 60?
In base ai dati che possiedo, no. In ogni caso credo che al primo caso sospetto ci sarebbe stata la stessa immediata reazione che abbiamo visto scattare a marzo: la sorveglianza clinica è stata altissima. Invece non ne abbiamo avuto notizia, nonostante ormai da settimane AstraZeneca sia somministrato agli anziani in tutta Europa.

Quali sintomi, in ogni caso, dovrebbero indurre una persona a recarsi immediatamente all’ospedale dopo la vaccinazione?
Sintomi gravi, impossibili da sottovalutare: un’emicrania persistente, farmacoresistente e invalidante, associata a disturbi neurologici importanti. O crampi addominali insopportabili, per cui non esista alternativa al Pronto soccorso. Qualche linea di febbre, o una leggera cefalea, sono reazioni assolutamente normali al vaccino che non devono spaventare nessuno.

Le trombosi legate al vaccino possono essere curate?
Certamente. Come Società italiana di emostasi e trombosi abbiamo già trasmesso tutti i dati disponibili e i protocolli di intervento a tutti gli ospedali italiani: i medici sanno come affrontare i casi sospetti e il tipo di terapia anticoagulante da somministrare.

Chi ha avuto trombosi in passato è più a rischio? Questa, per esempio, è una delle preoccupazioni maggiori tra gli anziani...
Assolutamente no: non esiste alcuna associazione tra queste trombosi rare legate al vaccino e storie personali o familiari di trombosi. Invece attenzione, mi permetta di sottolinearlo con forza, questa associazione esiste, eccome, col Covid: chi cioè ha sofferto di trombosi in passato rischia moltissimo nel caso di contagio. Soprattutto se ha più di 60 anni. Ecco perché non dovrebbe aver alcun dubbio nel vaccinarsi.

E chi invece assume anticoagulanti, è meno a rischio?
Non ci sono prove di questo. Mi sentirei, in ogni caso, di parlare di un motivo aggiunto di tranquillità.

Prendiamo invece il caso di un’insegnante di 45 anni che abbia ricevuto la prima dose di AstraZeneca. Può ricevere la seconda a cuor leggero?
È un punto dolente, perché non abbiamo dati al momento: i nostri studi si sono basati solo su casi legati alle prime somministrazioni. Mi aspetto una decisione chiara e ben soppesata in tempi rapidi da parte delle agenzie regolatorie: i richiami, in Italia, scatteranno a maggio. Teniamo comunque presente che non siamo in possesso di dati nemmeno rispetto all’eventualità di una seconda somministrazione con un vaccino diverso. Tutte le scelte comportano un rischio, da calcolare di volta in volta. Del rischio del Covid, invece, abbiamo già contezza piena: il beneficio dei vaccini resta in ogni caso di gran lunga superiore.

Cosa pensa della possibilità, ventilata da molti in questi giorni, che i vaccini a vettore virale possano essere presto abbandonati a favore di quelli a mRna, che non hanno presentato eventi avversi così seri?
I vaccini a vettore virale sono, per loro stessa natura, destinati ad avere vita breve: il sistema immunitario impara col tempo a riconoscerli e si abitua, per così dire, all'adenovirus che viene utilizzato al loro interno. Non sarebbero comunque utili per eventuali richiami, in futuro (anche se tutti speriamo che non ci debbano servire). I vaccini ad mRna e a proteine ricombinanti invece, come il NovaVax che presto sarà approvato, non presentano questo limite: la tecnologia con cui sono stati costruiti è straordinaria ed è facile pensare che potranno essere utilizzati con successo in futuro, anche dopo il Covid, per altre malattie. D'altronde non vedo nulla di male nel fatto che nel tempo, accorgendoci di avere dei vaccini più efficaci, scegliamo di utilizzare questi ultimi. La scienza fa questo: agisce modificando subito il suo percorso in base ai fatti, si adatta strada facendo. Non ci dovrebbe essere nessuno sgomento.

 
 
 

I diritti negati

Il campione del basket Usa. Kanter: «La mia sfida: i diritti negati in Turchia»

La star, di origini turche, si fa voce delle vittime del "regime" di Erdogan. «Ispirare milioni di ragazzi affinché, da adulti, non debbano vedere ciò che oggi vediamo noi»

Enes Kanter, 28 anni, superstar dell’NBA di oggi, arriva da quella Turchia che nomina abbassando lo sguardo, come trafitto da una nostalgia irrisolvibile, e il cui governo lo considera un terrorista.  Ho fatto l’allenatore e, posso assicuralo, non ho mai incontrato una tale disponibilità e una voglia di guardare altrove, come in questo ragazzo a cui hanno tolto passaporto, famiglia, nazionalità e che insiste con coraggio a combattere e a prendere rimbalzi. Ne aveva presi trenta la sera prima, un record storico. «Prendere rimbalzi è qualcosa che ha a che fare con l’aiutare gli altri, è una specie di dono di Dio. In qualche modo intuisco dove la palla andrà a finire e faccio il mio lavoro. Prendere un rimbalzo dà grande fiducia alla squadra, regala una seconda opportunità. È soprattutto un fatto di volontà». Si può immaginare che questo gigante sia un incubo per i suoi avversari sotto canestro, ma a guardarlo, non si capisce come sia possibile vedere in lui un pericoloso terrorista. «Te lo spiego – mi dice – questo è il mio decimo anno negli Usa e nelle prime due stagioni non pensavo ad altro che al basket. Poi nel 2013 in Turchia ci fu un grande scandalo di corruzione. Erdogan era Primo Ministro e lui, la sua famiglia, alcuni membri del Congresso ne furono coinvolti. Gli investigatori trovarono delle registrazioni dove parlava con suo figlio e altri politici di quel denaro sottratto alla gente. Impazzì, letteralmente, e incominciò a incarcerare tutti coloro che si occupavano di quel tema. Ancora oggi la Turchia è fra i paesi con il più grande numero di giornalisti in carcere e non c’è libertà di stampa. Così ho pensato che il mio compito dovesse essere quello di parlare dei diritti umani, della libertà di espressione o religione. Ogni volta che faccio un tweet su questi temi, diventa virale. Erdogan odia tutto questo. Lui vuole il mio silenzio. Ecco perché devo essere la voce di chi non ha voce». Enes Kanter sta pagando un prezzo che il suo contratto milionario con Portland non potrà mai risarcire. «Mio padre era professore di genetica all’Università della Tracia. È stato licenziato, arrestato, condannato a 15 anni di prigione. Mia madre è un’infermiera, mia sorella ha studiato medicina per sei anni e non lavorano. Mio fratello gioca a basket ed è stato letteralmente cacciato da tutti i club turchi. Tutto questo per via del loro cognome. Mio padre è stato costretto a fare una dichiarazione a mezzo stampa disconoscendomi, chiedendomi di cambiarlo, quel cognome, per aver infangato l’onore della Turchia. Fu uno dei giorni più duri della mia vita». Il padre di Enes, grazie a pressioni internazionali, è stato scarcerato nel 2020, ma questa superstar che con un tweet può raggiungere milioni di persone, non si ricorda neppure quando è stata l’ultima volta che ha potuto parlare con la sua famiglia. «Mio padre è stato liberato, ne sono felice, ma il mio lavoro non è finito. Ci sono ancora tantissimi prigionieri politici, giornalisti, donne che sono in carcere e che hanno bisogno di aiuto. Non mi fermerò finché anche queste persone innocenti saranno libere».

Quando parliamo di che cosa gli succederebbe se tornasse oggi in Turchia, lo sguardo scappa di nuovo da un’altra parte. «Hanno segnalato il mio nome all’Interpol. Ho informazioni certe che, durante la presidenza di Donald Trump, Erdogan gli chiese personalmente la mia estradizione, ma io, negli Stati Uniti, non ho mai preso neppure una multa per il parcheggio. Se tornassi in Turchia sarei portato immediatamente in carcere, torturato come migliaia di altre persone. Forse leggereste che sono morto suicida o avvelenato da qualche fanatico. Certamente non sentireste mai più una mia parola». «Quello che faccio non è politica, non ho mai detto 'vota per questo o per quel partito'. Parlo di diritti e di democrazia. Vorrei lo facessero non solo gli atleti, ma i cantanti, i rapper, gli attori. Grazie ai social media queste star possono ispirare milioni di ragazzi affinché, da adulti, non debbano vedere ciò che oggi vediamo noi. Le nuove generazioni devono essere consapevoli dei propri diritti, lottare contro i regimi, i dittatori, i bulli».

«In questo momento, in Turchia, ci sono 17.000 donne innocenti in prigione e circa mille bambini stanno crescendo in cella, con le loro madri. Donne innocenti che, come dicono i report di Amnesty International, vengono torturate e violentate. Erdogan non ha il minimo interesse riguardo ai diritti delle donne. Poche settimane fa è uscito dalla Convenzione di Istanbul il cui scopo è proteggere le donne dalla violenza domestica. È incredibile. Quando ho visto Ursula Von der Leyen che non sapeva do- ve sedersi, beh se fossi stato Erdogan mi sarei alzato e le avrei offerto la mia sedia. Perché così si fa con gli ospiti, nel mio Paese. Sono stato felice quando ho sentito il vostro Premier definire Erdogan ciò che è: un dittatore. Ho ripetuto questa cosa ogni giorno negli ultimi sette anni. Così, quando ho letto quella dichiarazione, ho postato una frase: ' Wake up, world', perché voglio che ogni persona sappia ciò che Erdogan realmente è».

Fra poche settimane un grande evento sportivo si disputerà a Istanbul, la finale di Uefa Champions League e c’è chi sta chiedendo di spostarla in un’altra nazione. «Devo essere onesto, amo il calcio più del basket e se devo scegliere tra due match in tv, beh, guardo il calcio. La finale di Champions League è uno degli eventi sportivi più importanti in Europa, ma quando in un Paese ci sono così tanti problemi con le violazioni dei diritti umani, se ci fosse una possibilità, pur capendo quanto sia difficile, vorrei che non si giocasse lì. Finché il mio Paese non risolverà il suo problema con la democrazia, credo che nessun grande evento sportivo dovrebbe svolgersi a Istanbul o in Turchia. La soluzione? Dovrebbero essere i calciatori a dire 'noi non vogliamo giocare in un Paese dove i diritti umani sono violati e la stampa non è libera'. Lo sport è così importante nelle nostre vite che dovremmo usarlo come strumento di pace. E quando non c’è pace in un Paese, quel Paese non dovrebbe ospitare eventi sportivi, finché la pace non si manifesta».

«Ciò di cui abbiamo parlato è più importante dello sport. Quando mi ritirerò e guarderò indietro dirò: ok, quella volta ho preso 30 rimbalzi ed è una bella cosa. Tuttavia la domanda alla quale voglio rispondere quando mi sarò ritirato è un’altra: quante vite ho cambiato? Quanti cuori ho toccato? Quante persone ho ispirato?». Una in più, Enes. Grazie.

Avvenire 16 aprile 2021

 
 
 

Una famiglia meravigliosa

Post n°3577 pubblicato il 15 Aprile 2021 da namy0000
 

2021, FC n. 16 del 18 aprile.

Una famiglia meravigliosa che mi ha reso felice.

Caro diario, il 21 febbraio 2020 l’Italia è stata scossa dal terremoto del Covid-19, un “mostro” che si è diffuso in tutto il mondo, creando un’epidemia che si è trasformata in pandemia. Innumerevoli persone sono morte, tutti siamo stati chiusi in casa senza vedere nessuno, né amici né parenti. Ci siamo trovati nella condizione di non poterci avvicinare, di non poter abbracciare e baciare le persone a cui si vuole bene e… con il rimpianto di non averlo fatto prima abbastanza. Personalmente, durante questo lockdown, sono stato tristissimo e, da quel ragazzo gioioso ed estroverso che ero sono diventato cupo e silenzioso. Le notizie che il Tg ci trasmetteva erano troppo tristi, così si insinuava sempre più dentro di me la paura, l’angoscia di morire e di perdere qualche persona cara. Sai, caro diario, ho avuto nostalgia della scuola, dei miei compagni, delle passeggiate, insomma di tutto ciò che sembrava scontato.

Poi, pian piano, sembrava che tutto stesse scemando, durante l’estate tutto faceva presagire un miglioramento… ma poi rieccoci di nuovo chiusi nelle nostre case, che da nidi confortevoli diventano prigioni dorate. Anche la mia cameretta, che rappresentava un rifugio, ha perso parte del suo fascino. Lì potevo riconciliarmi con i miei pensieri, ora invece rappresenta il luogo dove i pensieri che avevo sopito, che la quotidianità, lo studio, la scuola, gli amici avevano placato, riemergono. Il ricordo… risorge.

Ricordo ancora quando mamma e papà avevano organizzato l’incontro con un nostro compagno di nome N. a Ravenna. ero arrabbiato quando mamma mi ha fatto sedere sulle sue gambe e mi ha raccontato che eravamo stati nello stesso istituto in Russia, perché come me era un bambino adottato. "Adottato", una parola che ho pronunciato poche volte, mi infastidiva perché volevo essere tutto di mamma e papà e fingevo di non ricordare… ma ricordo tutto anche se ero veramente molto piccolo. Ricordo N. e quante ne avevamo combinate insieme, ma il ricordo che è impresso nella mia mente credo sia quello di “tutti noi” bambini adottati: è il giorno in cui ho visto per la prima volta mamma e papà. Loro erano bellissimi e avevano tante cose per me, la mamma allargava le braccia… come vorrei tornare indietro nel tempo per correrle incontro e godere di quell’abbraccio che ho sempre desiderato e non ho mai avuto. Invece ho pianto, ho pianto ininterrottamente, erano per me due estranei. Ma ora, altro che estranei, sono la mia meravigliosa famiglia, che mi ha reso immensamente felice regalandomi affetto, casa e soprattutto un fratello affettuoso e amorevole, il mio adorato S. che grazie a loro ho potuto conoscere.

Poi, caro diario, mi allontano dai ricordi e ripiombo nella realtà: tante persone sono morte, ancora muoiono, noi continuiamo a stare in quarantena obbligata, a studiare da casa e le giornate sono tutte uguali, ma la primavera non lo sa e avanza, e il mio giardino è tutto fiorito… questo mi dà tanta speranza. Ora ti lascio, caro diario, perché vado a studiare – Lettera firmata.

 
 
 

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