Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Novembre 2021

Un matrimonio così è possibile

Post n°3677 pubblicato il 13 Novembre 2021 da namy0000
 

2021, Mariateresa Zattoni, FC n. 45 del 7 novembre

Un matrimonio così è possibile

Lui ci teneva che usassi la bici: ha gonfiato le gomme, abbassata la sella e finalmente ho vinto la mia pigrizia. Sono partita per un bel giro, sentivo alle spalle il suo sguardo soddisfatto… Sto per tornare e mi arriva un sms: «Ti ho lasciato aperto il cancelletto. Lascia fuori la bicicletta che te la ritiro io». Mi sento coccolata dal mio cavaliere. O sbaglio? - Nicoletta

Cara Nicoletta, ti confido che quando mi arrivano buone notizie come questa mi sembra di respirare meglio anche con… la mascherina! Lasciami gustare le modalità di tuo marito di fare il cavaliere. Altro che matrimonio tomba dell’amore, come dicevano i nostri vecchi quando si credevano disincantati e intelligenti!

Punto di partenza: tu ammetti di aver accumulato qualche chilo di troppo durante la sosta forzata del Covid. Lui pensa che un po’ di esercizio di bicicletta ti farebbe bene. Ma non ti fa la predica, semplicemente prepara la bici accantonata nel garage a tua misura. A questo punto – come dici onestamente - «ho vinto la mia pigrizia». E fai un bel giro. E a casa il marito ad attenderti e forse a escogitare un modo per riconoscere i tuoi sforzi e così ti invia un sms: puoi lasciare fuori la bici, per raggiungere il garage c’è una bella discesa scivolosa, e lui ci tiene a rimetterti a posto la bici come se ti onorasse. E tu lo chiami “cavaliere”! Giustissimo. Ma quando nella vita di coppia succedono questi piccolissimi miracoli, si è sempre in due a farli accadere, ciò che accade è sempre reciproco, mai soltanto unidirezionale. È una specie di danza i cui passi sono: il suo accorgersi che una bella biciclettata ti farebbe bene, il tuo accorgerti che lui perde tempo per adattarti la bici, la sua gioia nel mostrartela “giusta” per te, il tuo riconoscere che lui si merita che tu vinca la tua pigrizia, il tuo uscire insediata sul trono-bici e il suo aspettarti, il suo desiderio di sollevarti dalla fatica di riportare il tuo “cavallo” nella stalla e la tua dolcezza del lasciarlo lì al cancelletto, in attesa che lui lo ritiri, e così via: la danza coniugale non è che il fidarsi che l’altro si fidi, riconoscere i passi dell’altro e mettere i propri al punto giusto, come succede nella più raffinata delle danze! E che questo succeda attorno ai quarant’anni di matrimonio con i figli “a posto” (come racconti tu) rende questa danza ancora più sacra. Mentre tu lo riconosci cavaliere, lui ti riconosce come sua regina!

 
 
 

Quante vite

Post n°3676 pubblicato il 11 Novembre 2021 da namy0000
 

Riccardo Maccioni, Avvenire, 10 novembre 2021

Quante vite possono esserci in una vita sola. Dieci, cento, mille, forse di più. Il segreto sta nel trovare un filo rosso, un percorso comune, un orizzonte che le unifichi tutte. E allora l’itinerario, malgrado le buche e gli ostacoli, diventa una linea piana, una strada diritta, un sentiero di gioia.

Nell’esistenza di Charles de Foucauld (1858-1916) che, notizia di ieri, sarà canonizzato il prossimo 15 maggio assieme ad altri sei nuovi santi, la sintesi, l’ingrediente che rende unica la ricetta, è stato il totale abbandono a Dio, la rinuncia radicale a se stesso, fino alla scelta del deserto come casa e destino. Prima rampollo di una famiglia bene, ufficiale dell’esercito, dandy gaudente, poi poverissimo, trappista, sacerdote innamorato dell’Eucaristia, precursore del dialogo, eremita e apostolo del silenzio. Umanamente un fallito, morto senza convertire nessuno al cristianesimo, ucciso da una banda di predoni là dove aveva scelto di abitare con il popolo Tuareg. Un piccolo uomo in apparenza dimenticato da tutti. In realtà un seme, un chicco di grano, quello che secondo le parole del Maestro «produce frutto» solo se muore, perché il segreto della felicità è lo svuotamento delle proprie certezze per lasciare posto a Dio. E si diventa Santi per dimenticanza: dei nostri desideri, degli agi mondani, dei sogni solo e unicamente umani.

«Dio costruisce sul nulla – scriveva Charles de Foucauld –. È con la sua morte che Gesù ha salvato il mondo; è con il niente degli apostoli che ha fondato la Chiesa; è con la santità e nel nulla dei mezzi umani che si conquista il cielo e che la fede viene propagata». Un vuoto che nelle mani del Signore si riempie di attenzione agli altri, diventa scuola di perdono, cresce come radice di un bosco immenso e meraviglioso. Si spiega così la fioritura spirituale seguita alla scomparsa del "piccolo fratello", la nascita dei tanti gruppi che gli si ispirano, delle famiglie religiose, diverse eppure accomunate dagli stessi princìpi: preghiera, vita fraterna, condivisione. Fino alla fede assoluta nella Provvidenza divina, quella che ti fa svuotare le dispense per soccorrere chi ha ancora meno di te. Non pauperismo o filantropia ma consapevolezza di essere, ogni uomo e ogni donna, figli dello stesso Padre, membri della medesima famiglia, perché tutti amati da Dio, perché Gesù è morto per ciascuno di noi. «Voglio abituare tutti gli abitanti del luogo, ebrei, cristiani, musulmani e idolatri a considerarmi il loro fratello, il fratello universale» - scriverà nel 1902 de Foucauld da Beni-Abbés nel deserto del Sahara - «gli indigeni cominciano a chiamare la mia casa la fraternità, e questo mi è dolce».

Parole senza spine, delicate come una carezza, nate nel cuore di chi più che alla conversione degli altri, si sente chiamato a preparare l’annuncio, a togliere le erbacce per rendere il terreno pronto, docile all’evangelizzazione. Un impulso missionario fondato, per usare un’immagine cara sia a papa Francesco sia a Benedetto XVI, non sul proselitismo ma sull’attrazione, che nella vita del prossimo Santo significa anche imparare la lingua della gente, dialogare con lei, instaurare veri rapporti di amicizia, rispettare la cultura locale al punto da tradurre e commentare centinaia di poesie tuareg. Sempre evitando ogni protagonismo, nell’imitazione dell’esistenza «umile e oscura del divino operaio di Nazareth», del Gesù povero che sceglie l’ultimo posto. «Non si ama mai abbastanza – scriverà nella sua ultima lettera alla cugina Marie de Bondy – ma il buon Dio che sa con che fango ci ha modellato e che ci ama più di quanto una madre possa amare il suo bambino, ci ha detto "Colui che non mente non rifiuterà chi verrà a Lui"». A maggior ragione se la preghiera arriverà da un’anima nuda, sotto un sole cocente, nell’aridità di un terreno che non dà frutto. Ma attento e disponibile all’azione di Chi può tutto.

Charles de Foucauld è morto nel calore asfissiante del deserto ma quel manto giallo che annebbia la vista era solo un’apparenza, una copertura, una carta velina. Perché sotto già si vedeva, stava crescendo, un grande giardino fiorito.

 
 
 

Amore di mamma

Post n°3675 pubblicato il 10 Novembre 2021 da namy0000
 

FC n. 45 del 7 novembre

In questo tempo che ci riporta al pensiero per i nostri cari “andati” avanti sto pensando a mamma Gemma, che ci ha serenamente saltato a metà luglio, nella sua casa e nel suo letto, attorniata da tutti noi 10 figli e da tanti dei suoi 20 nipoti. È stata semplicemente, ma straordinariamente, mamma e nonna. Ci ha voluto un gran bene, come lo aveva voluto a papà Lorenzo, che 22 anni fa, improvvisamente, nel suo letto era salito lassù. Dopo la celebrazione del funerale presieduta dal figlio padre Gianni Criveller (missionario Pime), l’abbiamo salutata, prima della tumulazione, con un dolcissimo canto, Mammina mia mammina, divenuto gettonatissimo su YouTube. Mi permetta di esprimere, tramite questa rivista così cara, questo sentimento, perché dobbiamo molta gratitudine a mamme che hanno attraversato le vicissitudini del dopoguerra, la povertà e che, nella loro semplicità e generosità, sono straordinari esempi di dedizione e amore e pozzi di “sapienza”. Mamma era l’ultima sorella di una nidiata di fratelli/sorelle, fra i quali fratel Francesco Rossi, religioso paolino che ci ha lasciato lo scorso anno a 99 anni, legatissimo a mamma, e che credo nella sua vita abbia dato moltissimo, nella sua semplcità, laboriosità e umiltà, alla congregazione paolina. Ora si sono ritrovati in cielo, e siamo certi veglieranno su di noi, che abbiamo avuto il dono di esempi così straordinari – Marcello C.

 
 
 

Mostraci il tuo volto

2021, Avvenire 7 novembre

Mostraci il tuo volto. L'eremita Vermorell: «Negli amici ho trovato l'amicizia di Dio»

Frédéric Vermorel, francese, vive dal 2003 nell’eremo di Sant’Ilarione in Calabria. «Se la Parola entra in risonanza con la vita - ci dice - anche i volti diventano Vangelo»

«Quando sono arrivato qui era una struttura abbandonata da 51 anni, piena di pipistrelli e di ratti che si erano mangiati tutto, anche i paramenti sacri e i lezionari, ma appena l’ho vista ho avuto la certezza di essere a casa». L’eremita dal volto sereno e i gesti pensosi ci ha appena accolto sulla porta dell’Eremo di Sant’Ilarione, posto su uno sperone di roccia a dominare un’ansa della Fiumara Àllaro che scende dalle Serre e attraversa una delle zone più aspre della Locride per uscire in mare alle porte di Caulonia. Si chiama Frédéric Vermorel, è francese, ha 63 anni e vive qui dal 2003, consacrato eremita diocesano dall’allora vescovo di Locri-Gerace Giancarlo Maria Bregantini. Poco più oltre la soglia del nostro incontro, a termine di una breve rampa di scale, c’è la piccola chiesa che chiude l’antica struttura in pietra, nella quale trovano spazio anche alcune spartane 'celle' per gli ospiti. Qui, fra rocce, boschi, cinghiali, silenzio e il buio totale della notte, giungono tutto l’anno persone che chiedono di poter vivere qualche giorno l’ora et labora dell’eremita. E in questi anni Frédéric (la sua storia è raccontata in un libro-diario uscito di recente per le Edizioni Terra Santa: Una solitudine ospitale) è diventato un riferimento per tanti: «Accolgo e ascolto», dice mentre lungo il corridoio che collega le stanze dell’eremo ci conduce nello studio pieno di libri e denso di preghiera stratificata da secoli di silenzi monacali. Quando, poi, sottolinea che la sua «spiritualità si radica negli incontri» non puoi non pensare che in quel momento tu sei il suo incontro, il «sacramento del volto di Dio», un po’ come gli angeli alle Querce di Mamre.

Frédéric ha una patologia che gli impedisce di vedere il contorno delle figure e, nei fatti, concentra il suo guardare sul viso dell’interlocutore come se non ci fosse altro che il volto delle persone, ognuno «a comporre il Volto di Dio». «Arrivano uomini e donne con ferite profonde nel cuore. Chiedo loro soltanto di impegnarsi in qualche lavoro. Senza lavorare non si vive l’eremo e non si trova la strada. Poi c’è il silenzio alle 21. Tante volte li ho visti incontrare la pace nel giro di pochi giorni». Nei fatti Sant’Ilarione è uno di quei luoghi in cui  la frontiera fra il visibile e l’invisibile  diventa impalpabile. E la strada è nel seguire e nel nutrirsi dei gesti dell’eremita per il quale, te ne accorgi presto, non c’è azione e non c’è parola che non siano immersi nella preghiera.

Come è arrivato qui?

È stato un percorso complicato. A 15 anni ho cominciato a frequentare la comunità di Taizé e ho conosciuto Frère Roger Schutz. A 21 ho fatto il primo viaggio nel Sud Italia e fu uno schiaffo per il borghese che ero. Ho girato il Mediterraneo, sono stato nel Sahara sulle orme di Charles de Foucauld, in Brasile. Quando è maturata la vocazione monacale sono entrato nella Comunità monastica di Santa Maria delle Grazie a Rossano Calabro, dove sono rimasto per 12 anni. Poi sono tornato in Francia ospite di Jean Vanier alla comunità dell’Arca. Ho studiato teologia in Belgio. In visita a Caorle nella comunità dossettiana fondata da don Giorgio Scatto, proprio don Giorgio mi disse che dovevo andare in Calabria e mi consigliò di incontrare il vescovo Bregantini. Mentre mi diceva queste cose avevo la sensazione che non fosse lui a pensarle e, tempo dopo, lui stesso me lo confermò.

E Bregantini?

Lo incontro il 5 dicembre del 2002. Gli racconto il mio percorso vocazionale poi gli dico: «Cerco un vescovo, una benedizione e un luogo dove stare». Lui risponde: «Ci sarebbe un antico monastero». Quando l’ho visto ho capito. Ospite di una piccola comunità di suore qui vicino per sei settimane ho lavorato all’eremo per ripulirlo e sistemarlo. Ho dormito qui la prima volta l’8 giugno del 2003, vigilia di Pentecoste. L’8 giugno di 12 anni prima era morto il mio migliore amico, il gesuita padre Rodolfo Benevento. Era il mio confessore, eravamo grandi camminatori, le confessioni le facevamo camminando e le misuravamo a chilometri: una confessione di 8 chilometri, di 10 chilometri... Dopo l’assoluzione si tornava in silenzio attraverso le montagne calabresi.

Confessore e amico: un raro connubio.

Spesso avevamo meditato il ciclo di Elia, in particolare quando Eliseo gli chiede due terzi del suo spirito. Quando padre Rodolfo è morto ho chiesto due terzi del suo spirito. Oggi ho la certezza di essere qui perché lui è diventato il mio intercessore e con lui tante persone che hanno attraversato la mia vita come Maria Luisa Donadio, la trasparenza fatta donna, morta di sclerosi multipla.

Tante persone, tanti volti...

...Tanti aspetti del volto di Dio. Per me gli amici sono il sacramento dell’amicizia di Dio. Quando penso ai miei amici dell’Arca questo mi è molto chiaro: loro sono 'i guaritori feriti', come scriveva Henri Nouwen in un libro del 1982.

Guaritori feriti?

Le persone con gravi handicap hanno il dono della riconciliazione. Ricordo Marie Josè, incapace di camminare e di parlare, con episodi psicotici violenti. La accompagnavo alla messa con la carrozzella. Riceveva la Comunione sulla mia spalla e avevo la netta percezione della coincidenza del corpo crocifisso di Gesù col corpo di Marie Josè. È l’identità eucaristica di una persona con handicap: un corpo consegnato. Sono cose che ti segnano la vita.

Una vita segnata dagli incontri...

Ripeto, la mia spiritualità è fondata negli incontri. La mia teologia è trinitaria, radicata nella carne, nella storia. Il reale è superiore all’idea, trabocca rispetto ai concetti. Ricordo che in Brasile, ospite del Monastero dell’Annunciazione a Goias, andavo a trovare la mamma di uno dei ragazzi col quale avevo fatto amicizia. Aveva sette figli di cui uno con handicap e una delle figlie si era trovata incinta giovanissima. Il marito beveva e il rigagnolo che portava la fogna del quartiere le invadeva la casa quando pioveva un po’ di più. Un giorno le chiesi come facesse a sorridere sempre. Rispose: «Dio è sempre con noi». Primo schiaffo! Aggiunse: «E se io non sorridessi, mio marito e i miei figli potrebbero dimenticarlo». Secondo schiaffo. Questa è la regalità dei poveri.

Incontri che sono grazie.

Appena arrivato a Sant’Ilarione mi presento al mio parroco, qui vicino, nel paese di San Nicola. Arriva una donna piccolina, con gli occhi azzurri e mi chiede: «Chi sei tu?». «Il monaco che vive a Sant’Ilarione». «Oggi vieni a mangiare da me. Hai la macchina... Bene! Allora accompagni me e Carmela, che mangia con noi». Maria era la donna più facoltosa del borgo ma anche la vera autorità morale. Aveva dato lavoro a tanta gente. A casa aveva ospitato fino alla morte di lui un barbone che aveva accudito come un padre. Carmela, la sua grande amica, non era stata amata in famiglia. A un mese era caduta nel fuoco, a 12 anni era stata violentata. Aveva tre figli da uomini diversi. Quando lavorava per i genitori di Maria lei le portava da mangiare di nascosto. La più ricca e la più povera del paese... Devo molto a quelle due donne.

Altri due volti del Volto di Dio?

In fondo è facile incontrarlo nelle persone. Basta lasciarsi muovere e commuovere con loro. Se la Parola entra in risonanza con la vita può dare tutti i suoi frutti. La parola illumina la vita e la vita illumina la Parola. Allora la vedova di Sarepta si identifica con un volto concreto... e capisci quante volte hai vissuto il miracolo dei pani e dei pesci.

Il Volto è anche nelle brutte storie?

Ho conosciuto un ragazzo di 16 anni: una vita di abusi subiti, ma era lui a sentirsi «sporco fin nell’anima». Lì ci vuole tempo per trovare Cristo. Spiritualmente riesci a trasformare le ferite in feritoie, ma continuano a sanguinare. E non basta aver perdonato. Devi mettere le tue piaghe nelle sue. Ma come fai a spiegarlo? Come lo conduci per mano a questa comprensione? Il Volto è lì che ci aspetta. Eppure due donne macinano alla mola, una viene presa e l’altra lasciata... Perché? Una ha accettato di vederlo e l’altra no? Contemplare queste cose dà le vertigini. Lì c’è la nostra libertà. Lì ci siamo noi.

 
 
 

L'ultimo menestrello

Post n°3673 pubblicato il 06 Novembre 2021 da namy0000
 

Bugelli. La vita, l’arte e la virtù dell’ultimo menestrello

Luigi Fabbri da Panicale di Licciana Nardi, 78 anni, è l’ultimo menestrello della Lunigiana. Con vecchie nenie e canzoni da bambini racconta in dialetto un mondo che non c’è più, ma anche come tutto sta cambiando.

La sua valle, verde e silenziosa, è la Lunigiana, terra affascinante e oggi ampiamente ignorata dagli uomini, incastonata tra la Liguria e la Toscana.

Lui, cappello sempre calato in testa, canta la sua terra, terra santa e partigiana, da quand’era bambino, e oggi in molti lo conoscono come Bugelli, l’ultimo menestrello della Lunigiana.

«Qui, quand’ero bambino, tutti cantavano. Nei boschi quando raccoglievamo le castagne, nei campi mentre si lavorava, e poi la sera, tutti radunati nella piazza del paese. Ero affascinato da questi momenti in cui donne, vecchi, bambini, tutti cantavano i racconti di questa terra, le storie dell’Appennino tosco-emiliano, le vicende di chi partiva per le Americhe e di chi tornava. Ho iniziato a cantare anch’io e non ho più smesso».

Luigi Fabbri è nato in uno dei borghi di questa valle, Panicale di Licciana Nardi, da una famiglia di contadini, ai tempi del re, specifica lui. Veramente tutti qui, in qualche modo, erano contadini e lo sono rimasti nella cultura. Le storie e le tradizioni di questa gente si sono sempre tramandate attraverso i canti, per memoria, e Bugelli, per memoria, impara a cantare.

A suonare, invece, impara più tardi. A vent’anni, finite le scuole, raggiunge i fratelli emigrati a lavorare in Svizzera: in un locale, si imbatte in una chitarra e per lui, che al massimo aveva costruito zufoli nel bosco come gli altri bambini, quello strumento è un colpo di fulmine.

Ha la fortuna di trovare un grande maestro, inizia a studiare musica e da allora la sua attività di musicista non si ferma più. A Ginevra per alcuni anni lavora con i fratelli e suona la sera nei locali. Si chiamano Hot Rabbit e sono un gruppo decisamente assortito: insieme a lui suonano due inglesi, tre svizzeri e un francese, studente della Sorbona. Fanno rock, blues e folk, sono gli anni di Donovan e Bob Dylan. … Ho preso vecchie nenie, canzoni da bambini, ho elaborato la musica per raccontare nel nostro dialetto il mondo che si stava perdendo. Piano  piano, Bugelli ha iniziato a diventare una personalità in questi paesi. Osterie, sagre, feste di piazza: a lungo Bugelli è stato il riempitivo di tante serate.

«Allora giravo per la Lunigiana a piedi e con l’asino, quando ancora non avevamo le macchine; qui è difficile andare da un paese all’altro, le strade son quelle che sono, ci vuole tempo. Ma continuo a dire sì a tutti e andare dove mi chiamano», ricorda. «i contadini sono sempre al centro delle mie canzoni. Ma io racconto anche altro: non canto solo il mondo che non c’è più, canto anche il presente e il futuro. Nelle mie canzoni ci sono l’Amazzonia, la Palestina, ci sono i migranti che vengono dal mare». «La Lunigiana è un paradiso per certi versi, con le sue valli verdi e la sua cultura, ma certamente oggi, qui, non si può vivere solo di questo», sospira Bugelli.

L’immaginazione ci porta subito alla mente scene di castelli, vita di corte o piazze di villaggi medievali. La figura del menestrello, in effetti, nasce intorno all’anno mille in Europa occidentale, ma cantare la vita e le sue storie non è mai passato di moda. Ogni anno a settembre, nel caratteristico villaggio di Ribeauvillé in Alsazia, regione della Francia ai confini con la Germania, si tiene la più grande festa dei menestrelli…

In Italia, oggi, il più famoso cantastorie di un territorio resta Davide Van De Sfroos, che canta la vita semplice che ancora vive sulle sponde e le montagne del lago di Como.  (da Scarp de’ tenis, agosto-settembre 2021).

 
 
 

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