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AVV. GIOVANNI RINALDI - Ricordi di un antifascista

Post n°42 pubblicato il 04 Marzo 2012 da vps2011
Foto di vps2011

Due ricordi della mia vita sono legati alla figura di un antifascista che, nel ventennio, subì condanne di carcere e di confino: Giovanni Rinaldi, un avvocato di Spezzano Albanese. Dei due ricordi uno mi riporta alla infanzia lontana, mentre l’altro è più vicino nel tempo. Entrambi, però, sono vivi in me, con contorni chiari e precisi. Era il primo maggio del 1925: noi ragazzi giocavamo spensieratamente alla periferia del paese, dalla parte che si affaccia sulla vasta piana di Sibari. Dal gioco fummo distratti da uno spettacolo insolito: una lunghissima schiera di uomini; in fila per due, si snodava, giù, sotto di noi, per una di quelle stradette che dalla campagna portavano all’abitato. Erano in tanti e venivano lentamente, alcuni con la giacca buttata dietro le spalle, altri con il fazzoletto legato attorno al collo. Al centro camminavano carabinieri e uomini in camicia nera. Spinti dalla curiosità, ci precipitammo giù per la china al loro incontro. Dietro di noi veniva un gruppo di donne, raccoltesi come per un richiamo, e le più giovani tenevano il nostro passo scivolando leggere e sicure, anche se goffe, per le numerose e ripide scorciatoie. Erano le mamme, le spose e le sorelle di quei temerari che avevano osato festeggiare il Primo Maggio, sfidando le ire del fascismo, diventato ormai regime. Si erano dati convegno per celebrare, nonostante i divieti ufficiali, la Festa del Lavoro, all’aperto, tra canti e discorsi, in una scampagnata serena, allietata da abbondanti vivande e da numerose mescite di generoso vino. I carabinieri si erano presentati con alcuni militi fascisti del luogo proprio nel bel mezzo della festa e li avevano tratti tutti in arresto. Giovanni Rinaldi aveva protestato perché la pacifica sagra si teneva nella sua proprietà ma, nello stesso tempo, aveva convinto gli altri a non reagire, a non raccogliere le provocazioni ed evitare colpi di testa. In fila per due, come prigionieri di guerra, scortati da carabinieri e fascisti, erano stati costretti a riprendere la via del ritorno attraverso le strade di campagna. L’incontro con le donne e con tutti noi ragazzi scesi dalla paese avvenne presso il quadrivio, sopra la fontana del “Prato”. Si alzarono grida e lamenti e invano la moglie del Rinaldi, una romagnola, tentava di rassicurarle, ripetendo che nulla di male i loro congiunti avevano compiuto, che stessero calme, perché anche lei aveva il proprio marito tra gli arrestati. Ma le donne strillavano più forte, mentre la lunga schiera passava lenta e noi bambini guardavamo stupiti ed ignari. Una vecchietta gridava più di tutte le altre, perché dei suoi due figlioli uno era tra gli arrestati e l’altro fra i fascisti. Si strappava i capelli e ripeteva: “Un fratello ha arrestato l’altro fratello!”. La lunga schiera non fu fatta salire per il “Prato”, dove, attorno al palazzo dei Rinaldi, che nel 1860 aveva ospitato uno dei fratelli Cairoli, abitava la maggior parte degli arrestati: istradata verso il Santuario bianco tra gli ulivi, fece il suo ingresso in paese dalla parte del Carmine. Pochi giorni dopo, una carrozza chiusa attraversò la strada nazionale che ripidamente scendeva verso l’Esaro e risaliva, poi, a Castrovillari, sede del tribunale e del carcere. Per Giovanni Rinaldi cominciava il calvario. Condannato al confino egli tenne duro e da Lagonegro, nel 1927, così scriveva al suo amico Ferdinando Cassiani: “Dopo la partenza dei miei compagni di confino, trasferiti improvvisamente nei giorni scorsi alla colonia coatta di Ustica, sento ancora più pesare su di me la solitudine e l’esilio. Ma non è venuta, né verrà mai meno, per questo e per qualsiasi altro evento riservatomi in avvenire, il coraggio e la forza d’animo provenienti dalla coscienza che non ha e non può avere nulla a rimordermi. Attento dunque serenamente gli eventi”. 

L’altro ricordo, oltre che al Rinaldi, è legato ad una adunata storica: il 25 luglio del 1943. Giovanni Rinaldi, tornato dal confino al suo paese, era vissuto per tanti anni in un isolamento che altri non avrebbero saputo sopportare. Partiva all’alba per la campagna e rincasava al tramonto: leggeva moltissimi libri, ma un solo quotidiano che arrivava alla moglie, l’Osservatore Romano. Del resto, era stato sempre più pericoloso per gli altri avere rapporti con lui, perché si finiva schedati, ed egli, che si rendeva conto di ciò, non si fermava a parlare con nessuno. Un brutto incidente aveva interrotto il mio servizio militare ed io, piuttosto che trascorrere la convalescenza in ospedale del Nord (la sconfitta era già nell’aria), avevo ottenuto di ritornare a casa. La sera del 25 luglio ero ospite di un mio parente che faceva professione di antifascismo. Si era sparsa la voce che la radio avrebbe trasmesso un comunicato speciale e Giovanni Rinaldi, il quale, per ovvi motivi, non possedeva alcun apparecchio nella sua casa, era venuto anche lui. Lo conobbi, così, da vicino: era fortemente miope, parlava a scatti e a voce bassa. Chiese dei miei studi e mi ricordò uno zio di mia madre che gli era stato fedelissimo e che era stato costretto ad emigrare in America. Parlò, poi, di letteratura con una competenza specifica che mi meravigliò. Quando la radio annunziò che il fascismo aveva compiuto il suo ciclo, io vidi quell’uomo duro e fiero, che aveva subito carcere e confino, restare muto, mentre le mani gli tremavano e le lacrime gli spuntavano dagli occhi ed egli non sollevava le lenti per asciugarle. Il mio parente stappò una bottiglia e volle che brindassimo: Giovanni Rinaldi, per il tremito che si era impossessato delle sue mani, stentava a portare il bicchiere alle labbra e a fumare la sigaretta che mi aveva chiesta. Quanti anni aveva attesa quell’ora? Io lo guardavo stupito e mi rendevo conto di qualcosa che ignoravo: vi era stata realmente della gente che non aveva aderito al fascismo, che non si era entusiasmata ed era rimasta all’opposizione anche quando l’Italia aveva conquistato l’Impero. Era mezzanotte quando egli se ne andò ed il mio parente poté accompagnarlo tranquillamente: nessuno, ormai, lo avrebbe potuto più schedare. Il giorno dopo, quando Giovanni Rinaldi percorse la strada che dalla piazza saliva al corso, tutti, dalle porte delle case e dei negozi, lo salutarono ostentatamente e molti gli si avvicinarono e, in silenzio, come per scusarsi, gli strinsero la mano. GIOVANNI LAVIOLA

 
 
 
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