Un amico medievalista ci ha mandato un commento alla Misericordiae vultus, la bolla di indizione del Giubileo che inizia a dicembre 2015, che volentieri pubblichiamo.
Commento La bolla di papa Francesco I, come di solito i documenti pontifici, dà per scontate alcune cose che il fedele ha bisogno di sapere, di norma da chi è preposto. Dato che il Signore mi ha portato a studiare lungamente le questioni teologiche, mi è sembrato bene dare il mio contributo. Commento quindi alcune frasi. “[…] tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo.” Questa citazione da un altro Papa va letta secondo i santi Vangeli e i santi Padri, e si capisce che servire l’uomo non significa servire la sua volontà. Infatti, Gesù resta a Gerusalemme e quando Maria e Giuseppe lo ritrovano, dice che Lui deve fare la volontà di Dio; inoltre, altrove dice che i peggiori nemici di un uomo sono quelli di casa sua, intendendo con ciò dire che in certe famiglie i parenti possono opporsi alla sua vera vocazione, come i nostri Padri insegnano. Servire l’uomo significa dunque portare la croce per salvare l’uomo, non fare la volontà dell’uomo. “Le pagine del profeta Isaia potranno essere meditate più concretamente in questo tempo di preghiera, digiuno e carità”: il Papa cita un brano in cui il digiuno che Dio chiede è liberare gli oppressi e nutrire gli affamati. I nostri Padri hanno sempre lodato il digiuno vero e proprio, consistente nello stare a pane e acqua il mercoledì e il venerdì, perché apre il cuore a Dio che ci santifica. Altrimenti, l’attaccamento alle cose del mondo è troppo forte, e nessuno può fare molto per i poveri. Dopo aver digiunato, i santi hanno potuto liberare gli oppressi. Cristo digiunò letteralmente, prima di iniziare a guarire i malati. “Nessuno di noi è padrone del Sacramento, ma un fedele servitore del perdono di Dio.” Il prete infatti non può assolvere uno che voglia rimanere nei propri peccati. Lo ingannerebbe. Il prete deve dire al penitente quali sono i peccati gravi. Chi può infatti pentirsi di ciò che non sa essere peccato? “Non porranno domande impertinenti, ma come il padre della parabola interromperanno il discorso preparato dal figlio prodigo” Le domande impertinenti sono quelle che non riguardano la natura e il numero dei peccati, e le cose che il prete deve sapere per capire quali ferite ha l’anima del penitente. Il prete deve domandare se vi è questo o quel peccato, se vi è questa o quella occasione di peccato: il diavolo fa a volte proposte alle anime desiderando rimanere nascosto, e quando il penitente racconta tutto al confessore, lo smaschera. Talvolta, si accorge egli stesso, proprio parlando col prete, che rischia di peccare gravemente, di fare molto male a se stesso e agli altri, ma di non averci quasi fatto caso. Così può tornare indietro. Il discorso del figliol prodigo fu breve. Il Papa vuol dire qui che il prete deve esser disposto ad assolvere il penitente appena capisce che è pentito; ma il penitente ha il diritto di spiegare cosa ha fatto con tutti i particolari che crede opportuni per far capire la gravità (speriamo minima) del male fatto. A volte, oltre la confessione, il penitente ha anche desiderio di sfogarsi, di essere capito nelle sue difficoltà. Quindi il prete non deve avere fretta, ma deve ascoltare. “Il mio invito alla conversione si rivolge con ancora più insistenza verso quelle persone che si trovano lontane dalla grazia di Dio per la loro condotta di vita. Penso in modo particolare agli uomini e alle donne che appartengono a un gruppo criminale, qualunque esso sia. Per il vostro bene, vi chiedo di cambiare vita. Ve lo chiedo nel nome del Figlio di Dio che, pur combattendo il peccato, non ha mai rifiutato nessun peccatore.” Un gruppo criminale è un gruppo che compie crimini. I crimini non sono per forza quelli che decide lo stato: un crimine è un’azione contro la legge divina, che in parte è nota come legge di natura. Non tutte le azioni poi hanno la stessa gravità. Anche se non si fa parte della mafia, ma si uccidono bambini innocenti, si compie un crimine. Anche se l’occhio non li vede, ci sono lo stesso. Se si uccide l’anziano nel suo letto, se si fa la fecondazione artificiale che spinge i dottori a uccidere tanti bambini all’inizio della vita, bisogna pentirsi, è un crimine. Se si usa il preservativo, e si sa che potrebbe far passare lo stesso l’Aids, si rischia di uccidere il coniuge. Se si licenzia il lavoratore secondo la legge dello stato, ma si sa che lo si potrebbe far lavorare guadagnando un po’ meno, lo si deruba di ciò che gli è proprio. “Nel sacramento della Riconciliazione Dio perdona i peccati, che sono davvero cancellati; eppure, l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri rimane. La misericordia di Dio però è più forte anche di questo. Essa diventa indulgenza del Padre che attraverso la Sposa di Cristo raggiunge il peccatore perdonato e lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato, abilitandolo ad agire con carità, a crescere nell’amore piuttosto che ricadere nel peccato. La Chiesa vive la comunione dei Santi. Nell’Eucaristia questa comunione, che è dono di Dio, si attua come unione spirituale che lega noi credenti con i Santi e i Beati il cui numero è incalcolabile (cfr Ap 7,4). La loro santità viene in aiuto alla nostra fragilità, e così la Madre Chiesa è capace con la sua preghiera e la sua vita di venire incontro alla debolezza di alcuni con la santità di altri.” L’indulgenza del Padre viene incontro anche ai morti. Non abbandoniamo i defunti. Infatti, sta scritto che Giuda Maccabeo fece fare preghiere per i defunti, e che se non fosse stato necessario, non l’avrebbe fatto. Come nel secondo libro dei Maccabei, aiutiamo i cari defunti, specialmente quelli a cui nessuno pensa più, a liberarsi “da ogni residuo della conseguenza del peccato”, facendo sì che si aprano del tutto all’amore di Dio, perché forse in terra non è accaduto che crescessero a sufficienza nell’amore. All’inizio del Cristianesimo, si pregava per i morti, per aiutarli a salire in cielo, come mostrano la lapide di Abercio e il diario della martire Perpetua. Anche ai defunti deve estendersi la misericordia. U. Peccator