Cristicchi si presenta sul palco di Sanremo con la sua semplicità di uomo, che racconta con la delicatezza del poeta il dramma che da figlio sta attraversando, e lo fa nell’unico modo che conosce, che gli è congeniale, attraverso le parole, i versi della sua canzone, che sono poesia pura e come tale dirompente, per far questo utilizza la musica che seppur meravigliosa è prevalentemente solo la base su cui adagiare con cura parole di una dolcezza infinita e che ciò nonostante riaprono immancabilmente ferite mai rimarginate in chi sta vivendo o ha vissuto il dramma di dover assistere i propri genitori anziani. Assistendo suo malgrado al ribaltamento dei ruoli, in cui diviene il genitore dei propri genitori, che divengono figli da accudire con pazienza, amore e comprensione. Cristicchi ci ricorda e lo fa più volte, che il rapporto genitori figli non è a senso unico, che a volte le circostanze della vita ci portano a dover ricambiare, prendendoci cura di loro, quell’amore con cui loro si sono presi cura di noi, pur sapendo che per noi figli sarà impossibile eguagliarlo. Cristicchi, ci parla dell’Alzheimer, un male oscuro, infido e ce ne parla come se ci raccontasse una fiaba ma senza lieto fine, perché quel male gli ha insegnato che ci saranno attimi di lucidità sempre più rari, sempre più brevi che non potrà permettersi di sprecare e ci racconta, e lo fa senza alzare la voce, quel senso di rabbia e di fatica, quasi fisica nel dover accettare ciò che non si può cambiare.