PUNTO. E A CAPO

RABBIT ON YOUR HEADLIGHT


L’apocalisse si avvicina e comincia dal Giappone. Ed invece di ringraziare la mia buona stella per non essere radioattiva oggi il mio coraggio vacilla. Mi chiedo se mi sarà concesso ancora di amare. Perché so che potrà accadere solo se qualcuno deciderà di entrare nella mia vita a dispetto dei rischi. E dovrà farlo con consapevolezza non per disperazione, ho imparato la lezione. Mi sento esattamente come l’uomo col parca nel video di Rabbit on your headlight. Cammina in mezzo alla strada in un tunnel trafficato di macchine inveendo contro un nemico invisibile in un linguaggio incomprensibile. Alcune auto lo schivano, altre lo investono in pieno alle spalle sgommando subito via. Ogni volta lui si rialza come se nulla fosse, continua ad inveire e camminare verso l’uscita del tunnel . Ecco proprio così mi sento. C’è chi mi schiva e chi mi prende sotto. E fa male. Dio se fa male. Ogni volta mi rialzo come fossi insensibile rivolgendo al nulla la mia rabbia che nessuno può comprendere. La mia rivolta è contro chi mi vorrebbe indurre ad abbandonare ogni speranza per la mia pericolosa diversità, che mi ghettizzassi da sola rinunciando alla vita. Le persone che mi usano la violenza dell’indifferenza per vedere fino a che punto mi reggerò in piedi. E certi giorni, come oggi, una stanchezza gelida alla fine mi spegne. Le mie speranze scivolano nel tentativo di scavalcare il muro liscio della mia solitudine. Una solitudine ormai diventata essenziale. La mia croce. Il mio baluardo.