PUNTO. E A CAPO

LOVE & PIERCING


Sono prossima ad un punto di non ritorno. O forse l’ho già varcato. Ho bisogno di riaddomesticarmi al contatto fisico. Mi irrigidisco ormai con tutti non appena mi si avvicinano, persino mio padre. Sono poi abbastanza brava da nasconderlo dietro un sorriso rasserenante. Ma intanto la sensazione è panico.  Ho bisogno delle attenzioni di un uomo che non mi ferisca. Un uomo esperto che sa come prendermi. Thomas.  Oggi è il giorno giusto. Fa freddo ma c’è un bel sole. Camminiamo svelti io e Michele lungo via delle Moline. Mi stupisco del neon “Love  & Piercing” sulla finestra del negozio come fosse la prima volta che lo vedo. Ma non è la prima volta che vengo qua. Entriamo. Non c’è fila oggi, siamo fortunati. Thomas, il titolare, ci riconosce e ci saluta con un sorriso ed un cenno del capo mentre ancora sta parlando con altri clienti. “Ditemi!” esordisce poi rivolto a noi col suo caratteristico accento teutonico non appena si libera. “Lei deve fare un piercing” mi precede Michele. E poi continuo io illustrandogli la posizione che mi interessa. Questa volta, dopo aver impiegato anni per ottenere guarigioni complete con le cartilagini delle orecchie, sono orientata su un sottopelle di molto più rapido disimpegno. Nella parte posteriore del collo, sotto la nuca. È un piercing abbastanza comune. A Michele fa orrore. E non solo a lui. Ma a me piace assai. Thomas mi fa voltare di spalle e chinare il capo per verificare se è realizzabile. Con medica perizia cerca di afferrare una quantità di carne sufficiente. Ma sono troppo magra in quel punto. Non si può fare sentenzia. “Negli uomini è più difficile che non ci sia abbastanza carne. L’avevo anch’io perché quando se l’è fatto mio figlio ho detto vuoi mai che non me lo faccio anche io. Poi con i bambini piccoli te li metti in groppa e si impigliano e allora l’ho tolto”. Dice voltandomi le spalle e massaggiandosi il collo nel mezzo dove non riesco ad individuare alcuna cicatrice sulla pelle chiara. È abbastanza insolito che conceda confidenze, per quanto banali, riguardo la propria vita privata. Ma oggi non c’è nessuno in negozio. E per qualche ragione gli stiamo simpatici sospetto. Sfortunatamente non mi interessano altri piercing. A parte l’anti-trago,  gli dico, la cartilagine dell’orecchio che non mi volle bucare due anni fa perché estremamente difficile da guarire e che barattai con la conca. E fu abbastanza impegnativo già quello. Un anno e mezzo circa per poterne dichiarare la completa guarigione. Come la ragione per cui l’avevo fatto: Matteo. Un anno e mezzo circa per asciugare quei sentimenti. Thomas segue con attenzione la sostituzione del gioiello al dermal al polso che il suo apprendista sta praticando ad una ragazza. Sembra non pensare più a noi. Io ho già dato per scontato che non farò nessun nuovo buco. “Ok, dei due quello più possibile è l’orecchio” mi si rivolge di nuovo all’improvviso “ti do il foglio da compilare se lo vuoi fare”. “Ok” rispondo incredula. Evidentemente ha compreso la mia urgenza e dà per scontato di dovermi fare un buco per quanto non sia troppo favorevole.Ci fa accomodare nell’ambulatorio e comincia a preparare l’occorrente. “Non se ne vedono molti in giro di questi” dice. Mi spiega che la particolarità che rende questo piercing così difficile è che attraversa contemporaneamente due cartilagini molto dure. Non capisco bene lì per lì, perchè a vedersi sembra una sola come il trago. Ma me ne renderò conto chiaramente in seguito. “Ti ricordi vero che ho l’HCV?!” gli rammento concitatamente. “Sì certo. Hai fatto bene a dirmelo, ma mi ricordavo.” risponde lui con stanca malinconia mentre si infila, uno sopra l’altro, due paia di guanti in lattice.Mi sono seduta sul lettino nel frattempo. Mi fa smontare e lo ricopre con la carta. “Preferisco farlo sdraiata” dice. Preferisco anch’io. Mi spiega anche che potrà sanguinare un po’ perché, siccome la cartilagine tende a stringersi molto attorno al gioiello,  bucherà con l’ago da due ma mettendoci un’ anella da uno e sei. Come al solito mi fido e non ho paura. Mi sdraio e chiudo gli occhi. Il contatto fisico con lui è il minimo indispensabile, eppure avverto un calore umano che è ossigeno per i miei polmoni fiaccati dai troppi singhiozzi degli ultimi tempi. È un piercing lungo e doloroso nonostante la sua abilità. Passata la prima cartilagine va a cercare la seconda ed io mi stringo al bordo del lettino con un gemito. Forse anche per questo non ama praticarlo. In quei pochi ma lunghi secondi ha tutto il tempo di rendersi conto che sta facendo del male ad una persona. Una volta praticato il foro il peggio è passato. Ma deve ancora infilarci l’anella e mi fa ancora male mentre traffica per allacciarla e per tamponare il sangue. Michele ai miei piedi mi accarezza rigidamente una caviglia per solidarietà. Stranamente non mi infastidisce ora questo contatto. Terminata l’operazione mi alzo a sedere mentre Thomas va a recuperarmi un bicchiere di succo alla pera. Il buco mi fa ancora male e ha un colorito livido a differenza di quelli fatti in precedenza per cui il dolore era svanito immediatamente. Ma è questione solo di pochi minuti. Poi la situazione migliora. Rimaniamo un altro po’ li dentro io ed il mio compare, poi paghiamo e ce ne andiamo ancora una volta da quel posto con gli occhi sorridenti. Per me è un palliativo, ormai lo so. Ma nel frattempo mi godo il respiro libero che quest’esperienza mi dà.