…personaggio dei tempi della pestilenza – di manzoniana memoria – accusato di provocare la diffusione del morbo in modo intenzionale, applicando una sostanza infetta su maniglie ed oggetti che passavano di mano in mano. Dopo tre quarti d’ora dell’ennesima fila all’interno di un liceo della città, l’impressione è di trovarsi di fronte ad un soggetto simile. Il liceo quel pomeriggio pullula di genitori ansiosi di avere un quadro più o meno dettagliato dell’andamento scolastico del proprio pupillo. Un ammasso di tensioni nervose dovute alle corse, ai permessi supplicati sul lavoro, alle ferie trascorse nei corridoi del liceo piuttosto che a fare scampagnate all’aria aperta, per essere lì, per sapere, per affermare che si è bravi genitori, che dei propri figli ci si occupa e ci si preoccupa. E’ un appuntamento ricorrente. Soccorre il genitore oberato di impegni mettendo a disposizione per un colloquio tutti gli insegnanti dei propri pulzelli. Essi in tempi più o meno brevi, determineranno il clima familiare che si svilupperà tra genitori e figli la sera stessa e anche in quelle seguenti. Il sistema cerca di velocizzare il tutto: ogni aula ospita uno o più insegnanti; su ogni porta d’ingresso vi sono affissi degli elenchi riempibili con i propri cognomi che determineranno le liste di attesa per i colloqui. Sono stata velocissima, in quaranta minuti ne ho sentiti già due di insegnanti. Lasciamo perdere l’esito non è importante o forse si, per il mio sistema immunitario, o forse no. Terza aula, terzo insegnate. Penna in mano pongo il mio cognome nella lista affissa alla porta ed attendo…e lungamente attendo. La coda si allunga, fa caldo, si suda. I genitori iniziano ad alleggerire il proprio corpo dagli indumenti superflui, almeno per quel che si può. Cappotti, sciarpine, borsette, borse della spesa…è una coda quasi interamente al femminile…immancabili penna e foglio di carta per annotare quello che magari vorresti pure dimenticare. Tutto è ben stretto tra le braccia, non vi è angolo custodito dove appoggiare le cose, non vi è angolo dove appoggiarsi e basta. Le lunghe, nervose, fila mi ricordano certi filmati tipici del socialismo reale, manco che le fila per il pane noi italiani nella storia non le avessimo mai fatte. Comunque. Mentre il corpo stanco suggerisce alla mente stanca di distrarsi, pensando a cose più o meno sensate (nella mia quelle meno sensate hanno il sopravvento), arriva il mio turno. Entro nell’aula numero 13 – non sono superstiziosa … è un dettaglio specificato per il lettore che lo è! – e penso a quanti ragazzi, sulla base dell’esito delle interrogazioni lì dentro svolte, giudichino quel numero fortunato o sfortunato per il resto delle loro vite. L’aula ospita tre insegnanti dislocati in tre angoli diversi (nell’angolo questa volta ci son finiti loro!) nel quarto angolo il cestino dei rifiuti ed un banchetto per gli alunni disturbatori o per i secchioni o ... solo per appoggiare lo straccio della lavagna. Vedo una figura femminile esile, cappello liscio e castano, occhiali dalla montatura sottile, giacca appoggiata sulle spalle con camicetta bianca e collana di perle (non so se finte o vere, non ha importanza), sguardo già allampanato perché sono il dodicesimo genitore che incontra e dopo di me avrà almeno altri cinquanta da incontrare. Focalizzo, è lei l’obiettivo da raggiungere. Mi avvicino pronta ad esternare il mio più educato: “piacere sono pinka palla, la madre di palla pinka”. La mia mano destra tesa pronta alla stretta che sancisce ogni accordo… il nostro: l’istituzione scolastica dice; l’istituzione familiare ascolta. Il passo si fa accelerato per accelerare i tempi, la mano si protrae, il sorriso si fa pure spontaneo e….zaccccccc…la mano destra di lei si libera del fazzoletto appena usato per stringere con forza la mia. Un secondo, anzi un nanosecondo per capire che l’untrice (si, si è un’untrice) ha colpito per la dodicesima volta in poche ore! Mentre parla, soffia il suo naso gocciolante altre volte, tossisce sui registri, mette la mano anche davanti alla bocca, ma la stessa mano poi la passa da oggetto in oggetto: prende, afferra …stringe mani e mani. ARGHHH…Io speriamo che me la cavo, scriveva D’Orta, e non avendo alcun attributo scaramantico da palpare mi affido alla fantasia, ma non otterrò gli stessi effetti. Dopo cinque giorni ho la certezza che la realtà in questi casi è ben più seriale e crudele della fantasia. Un pizzicorio alla gola annuncia la catastrofe… in un paio d’ore passo da uno stato di salute ad essere uno cencio. Tre giorni di febbre alta che mi fa delirare sul perché, dico…ma perché: non ho sottratto la mia mano a quella micidiale stretta??? Gli occhi lucidi e la fronte bollente mi portano a spaziare i poco lucidi pensieri. E’ stata buona educazione la mia? E’ stato un benevolo gesto di accettazione del più debole e malato il mio? E’ stato il solito “vigile interno” della buona educazione instillato da mia madre a non permettermi di “fare la brutta figura della maleducata che non stringe la mano dell’altro”? E’ stato un gesto di pavidità? E’ stata solo minchiaggine all’ennesima potenza la mia? Fluttuando tra questi dilemmi, penso a tutte le volte che mi sono fatta fregare per atti comportamentali “dovuti”. Comportamenti che si percepiscono sbagliati ma si ripropongono contro il proprio sentire perché facenti parte degli usi, costumi e consuetudini. E’ questa la buona educazione insegnatami: ingoiare il rospo anche se non accetti di mangiare le escargot fritte? Quanti SI detti quando all’interno risuona un NO di petto? Il delirio febbricitante non colpevolizza più di tanto la prof. Ricordo – Manzoni a qualcosa è servito - quante vittime innocenti furono condannate durante le pestilenze accusate di essere degli untori. L’assolvo, almeno parzialmente. Se stava in aula così malconcia credo sia stato perché a casa non ha potuto starci. In quel pomeriggio mezza popolazione genitoriale di quel liceo credo sia stata condannata al riposo forzato. Fortunatamente per me c’è il ponte dell’Immacolata. Originale trascorrerlo con tre maglioni addosso pur non trovandosi in alta montagna. La prossima volta al “vigile interno” che alza la paletta dei comportamenti indotti …gliela spezzo…la paletta …e faccio a modo mio. … tanta salute a tutti!
L'untore...
…personaggio dei tempi della pestilenza – di manzoniana memoria – accusato di provocare la diffusione del morbo in modo intenzionale, applicando una sostanza infetta su maniglie ed oggetti che passavano di mano in mano. Dopo tre quarti d’ora dell’ennesima fila all’interno di un liceo della città, l’impressione è di trovarsi di fronte ad un soggetto simile. Il liceo quel pomeriggio pullula di genitori ansiosi di avere un quadro più o meno dettagliato dell’andamento scolastico del proprio pupillo. Un ammasso di tensioni nervose dovute alle corse, ai permessi supplicati sul lavoro, alle ferie trascorse nei corridoi del liceo piuttosto che a fare scampagnate all’aria aperta, per essere lì, per sapere, per affermare che si è bravi genitori, che dei propri figli ci si occupa e ci si preoccupa. E’ un appuntamento ricorrente. Soccorre il genitore oberato di impegni mettendo a disposizione per un colloquio tutti gli insegnanti dei propri pulzelli. Essi in tempi più o meno brevi, determineranno il clima familiare che si svilupperà tra genitori e figli la sera stessa e anche in quelle seguenti. Il sistema cerca di velocizzare il tutto: ogni aula ospita uno o più insegnanti; su ogni porta d’ingresso vi sono affissi degli elenchi riempibili con i propri cognomi che determineranno le liste di attesa per i colloqui. Sono stata velocissima, in quaranta minuti ne ho sentiti già due di insegnanti. Lasciamo perdere l’esito non è importante o forse si, per il mio sistema immunitario, o forse no. Terza aula, terzo insegnate. Penna in mano pongo il mio cognome nella lista affissa alla porta ed attendo…e lungamente attendo. La coda si allunga, fa caldo, si suda. I genitori iniziano ad alleggerire il proprio corpo dagli indumenti superflui, almeno per quel che si può. Cappotti, sciarpine, borsette, borse della spesa…è una coda quasi interamente al femminile…immancabili penna e foglio di carta per annotare quello che magari vorresti pure dimenticare. Tutto è ben stretto tra le braccia, non vi è angolo custodito dove appoggiare le cose, non vi è angolo dove appoggiarsi e basta. Le lunghe, nervose, fila mi ricordano certi filmati tipici del socialismo reale, manco che le fila per il pane noi italiani nella storia non le avessimo mai fatte. Comunque. Mentre il corpo stanco suggerisce alla mente stanca di distrarsi, pensando a cose più o meno sensate (nella mia quelle meno sensate hanno il sopravvento), arriva il mio turno. Entro nell’aula numero 13 – non sono superstiziosa … è un dettaglio specificato per il lettore che lo è! – e penso a quanti ragazzi, sulla base dell’esito delle interrogazioni lì dentro svolte, giudichino quel numero fortunato o sfortunato per il resto delle loro vite. L’aula ospita tre insegnanti dislocati in tre angoli diversi (nell’angolo questa volta ci son finiti loro!) nel quarto angolo il cestino dei rifiuti ed un banchetto per gli alunni disturbatori o per i secchioni o ... solo per appoggiare lo straccio della lavagna. Vedo una figura femminile esile, cappello liscio e castano, occhiali dalla montatura sottile, giacca appoggiata sulle spalle con camicetta bianca e collana di perle (non so se finte o vere, non ha importanza), sguardo già allampanato perché sono il dodicesimo genitore che incontra e dopo di me avrà almeno altri cinquanta da incontrare. Focalizzo, è lei l’obiettivo da raggiungere. Mi avvicino pronta ad esternare il mio più educato: “piacere sono pinka palla, la madre di palla pinka”. La mia mano destra tesa pronta alla stretta che sancisce ogni accordo… il nostro: l’istituzione scolastica dice; l’istituzione familiare ascolta. Il passo si fa accelerato per accelerare i tempi, la mano si protrae, il sorriso si fa pure spontaneo e….zaccccccc…la mano destra di lei si libera del fazzoletto appena usato per stringere con forza la mia. Un secondo, anzi un nanosecondo per capire che l’untrice (si, si è un’untrice) ha colpito per la dodicesima volta in poche ore! Mentre parla, soffia il suo naso gocciolante altre volte, tossisce sui registri, mette la mano anche davanti alla bocca, ma la stessa mano poi la passa da oggetto in oggetto: prende, afferra …stringe mani e mani. ARGHHH…Io speriamo che me la cavo, scriveva D’Orta, e non avendo alcun attributo scaramantico da palpare mi affido alla fantasia, ma non otterrò gli stessi effetti. Dopo cinque giorni ho la certezza che la realtà in questi casi è ben più seriale e crudele della fantasia. Un pizzicorio alla gola annuncia la catastrofe… in un paio d’ore passo da uno stato di salute ad essere uno cencio. Tre giorni di febbre alta che mi fa delirare sul perché, dico…ma perché: non ho sottratto la mia mano a quella micidiale stretta??? Gli occhi lucidi e la fronte bollente mi portano a spaziare i poco lucidi pensieri. E’ stata buona educazione la mia? E’ stato un benevolo gesto di accettazione del più debole e malato il mio? E’ stato il solito “vigile interno” della buona educazione instillato da mia madre a non permettermi di “fare la brutta figura della maleducata che non stringe la mano dell’altro”? E’ stato un gesto di pavidità? E’ stata solo minchiaggine all’ennesima potenza la mia? Fluttuando tra questi dilemmi, penso a tutte le volte che mi sono fatta fregare per atti comportamentali “dovuti”. Comportamenti che si percepiscono sbagliati ma si ripropongono contro il proprio sentire perché facenti parte degli usi, costumi e consuetudini. E’ questa la buona educazione insegnatami: ingoiare il rospo anche se non accetti di mangiare le escargot fritte? Quanti SI detti quando all’interno risuona un NO di petto? Il delirio febbricitante non colpevolizza più di tanto la prof. Ricordo – Manzoni a qualcosa è servito - quante vittime innocenti furono condannate durante le pestilenze accusate di essere degli untori. L’assolvo, almeno parzialmente. Se stava in aula così malconcia credo sia stato perché a casa non ha potuto starci. In quel pomeriggio mezza popolazione genitoriale di quel liceo credo sia stata condannata al riposo forzato. Fortunatamente per me c’è il ponte dell’Immacolata. Originale trascorrerlo con tre maglioni addosso pur non trovandosi in alta montagna. La prossima volta al “vigile interno” che alza la paletta dei comportamenti indotti …gliela spezzo…la paletta …e faccio a modo mio. … tanta salute a tutti!