Ada vede

PERCHE' L'ITALIANO PENSA COSI' #1


Qui di seguito riporto i primi brani, copia-incollati da “La fabbrica dell'obbedienza”, di Ermanno Rea. Sullo scrittore e giornalista lascio al lettore la sua conoscenza, dico solo, per convinzione personale, che probabilmente uomini di questo lignaggio potrebbero cambiare in Bene il corso della storia del nostro Paese. Circa il libro, penso che dovremmo leggerlo a scuola, per capire chi siamo, cosa ha creato il pensiero dell'italiano di oggi, perchè agiamo e ragioniamo come facciamo: in un modo assolutamente assurdo, specialmente in un'ottica collettiva. Nell'ottica cioè dell'interesse di tutti, che sta a significare l'interesse di ciascuno di noi, non quello di nessuno. Come comunemente s'intende. Buona lettura:“E dire che a inventare il cittadino responsabile siamo stati noi italiani! Accadde molti secoli fa, tra il Trecento e il Cinquecento, con l'Umanesimo e il Rinascimento. Fu una lunga stagione di gloria che durò non meno di centocinquant'anni; poi, lentamente, furono spente tutte le luci che erano state accese e, tra roghi e altre forme di violenta repressione, la Controriforma espulse dall'Italia quell'homo novus appena plasmato, sostituendolo con un suddito deresponsabilizzato, vera e propria maschera della sottomissione e della rinuncia a ogni forma di autonomia di pensiero.Siamo condannati a restare per l’eternità figli della Controriforma? La domanda che inquieta è soprattutto questa. La pose con forza, anche se forse non per primo, Betrando Spaventa: di qui la mia appassionata attenzione a questo ormai dimenticato filosofo. In ogni caso, l'esperienza dell'Inquisizione (ma quando mai e finita?) ha segnato, anzi manipolato, in profondità il nostro carattere, il che a me pare non soltanto un’innegabile mostruosità ma anche una di quelle spine di cui nessuno ama parlare: il silenzio come cancellazione del peccato. Parliamone, invece. Subito.  Se è vero, come è vero, che sono sopratutto la storia e le istituzioni a forgiare un popolo, credo allora che sia nostro dovere interrogare prima di tutto il nostro vissuto.. Come fa appunto Spaventa domandandosi chi fossero gli italiani prima della Controriforma. La sua idea è insomma che noi siamo le nostre esperienze, che il nostro ritratto è tutto racchiuso nelle vicende e nelle contraddizioni che ci portiamo dietro. Per guardarci in faccia, per riconoscerci, per raccontarci a noi stessi e agli altri, sembra dire il filosofo, è questa la matassa che bisogna cercare di sbrogliare.Bertrando Spaventa la sbroglia raccontandoci una favola bella ed edificante (favola, sia chiaro, non infondata, non fuori della realtà), secondo la quale la Controriforma trovò nel popolo italiano un materiale umano nient'affatto malleabile, anzi di grana dura e speciale, come sta a dimostrare la vicenda di Giordano Bruno che muore sul rogo convinto che la liberta di giudizio è tutto e senza libertà di giudizio la vita non è più un bene, non vale nulla, meglio non viverla affatto. Che splendido esempio di coraggio e di fermezza d’animo, si entusiasma Bertrando Spaventa. Ma purtroppo, soggiunge, non sono gli eroi a tessere la storia. E' la potenza dei muscoli. Così accadde che gli italiani furono costretti a vivere l'esperienza di una sottomissione di cui continuano a pagare le conseguenze attraverso quel divieto di pensare in proprio, che si trasformerà ben presto in conformismo coatto e cortigianeria. Che cosa fu infatti la Controriforma se non l'obbligo ad affidarsi ciecamente alla parola dei papi e delle gerarchie della Chiesa, unica titolata a pronunciare sentenze di merito, e non soltanto nel campo etico e in quello dei comportamenti quotidiani, ma persino in quello scientifico? (......................)Il tema dell'appropriazione della coscienza dell’italiano da parte di una Chiesa invasiva come nessun'altra in Occidente non è nuovo, anche se non è mai emerso con altrettanta evidenza come in questi tempi di diffusa e cieca soggezione al potente di turno. Servilismo con prospettiva di lucro, o comunque di vantaggio contingente, e mancanza di scrupoli e di senso della responsabilita si caratterizzano sempre più come il portato di un lungo, anzi lunghissimo addomesticamento che si sviluppa nei secoli a partire dalla Controriforma fino ai giorni nostri senza soluzione di continuità. Come ricorda Adriano Prosperi in un vasto saggio intitolato “Tribunali della coscienza”, complesse e ancora non tutte ben scandagliate sono le ragioni dell’«egemonia della Chiesa di Roma sulla società italiana», vero e proprio nodo storico che percorre tutta intera la nostra vicenda collettiva. Circa le tecniche per il controllo delle anime, Prosperi individua nell'istituto della confessione lo strumento principe usato da santa romana Chiesa per raggiungere i suoi scopi, vale a dire per rafforzare il proprio potere tutelandosi contemporaneamente da tutte le eresie. Gran parte del libro è dedicata a questo tema, esplorato nei suoi più reconditi aspetti e nelle trasformazioni di forma e di sostanza operate nel tempo rispetto al modello originario, agostiniano. Si tratta di tentare di mettere in chiaro una vasta zona d'ombra che grava sulla nostra vita associata e colora irrimediabilmente di doppiezza la nostra coscienza. La confessione, lo sanno tutti, è parente del pentitismo, fonte di delazione che si fonda a sua volta su precisi programmi di scambio: protezione e benefici giudiziari contro informazioni, testimonianze, denunce. Ma lasciamo per ora in penombra tutto questo e cerchiamo di analizzare la matrice dalla quale il “meccanismo perdonistico” deriva. Il modello, non ci sono dubbi, è quello della confessione di rito tridentino. Prosperi è categorico: «Chi era stato a sconfiggere l'eresia in Italia, l'Inquisizione o la confessione? Secondo il cosiddetto Catechismo tridentino non c'erano dubbi: la cittadella che aveva protetto la chiesa dagli assalti dell'eresia era stata la confessione.”