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L'iraq al Festival di Venezia


Scritto per noi da Nicola FalcinellaTelefonini e i filmati fatti dai soldati sono l’unico modo per avere informazioni dirette sulla guerra in Iraq. Il grande tema della 64^ Mostra del cinema di Venezia esce da tante pellicole, in modo diretto o indiretto. In più occasioni in modo molto intelligente con cineasti e attori che ragionano su come il mondo si trasformi e come il ruolo dei mezzi di comunicazione stia cambiando. Su tutti due film americani, tra i maggiori candidati ai Leoni 2007. Redacted. Il grande Brian De Palma ha presentato “Redacted”, operazione originale e rischiosa tra finzione e realtà. Una sorta di video diario di soldati americani impegnati in guerra. Con un’avvertenza iniziale: i fatti e i dialoghi possono essere stati detti da persone reali ma sono stati rielaborati. Anche se un gruppo di militari ha violentato una ragazzina di 15 anni irachena esattamente come nella realtà. Il titolo, che può essere tradotto “ripulito” (in Italia arriverà a marzo 2008), indica l’operazione di censura che viene fatta sulle notizie. “E’ una censura economica e politica – ha denunciato il regista – Negli Usa questa pulizia riguarda ormai tutto. Noi abbiamo dovuto premunirci, mettere questa clausola per evitare cause legali”. Le informazioni per il film De Palma le ha tratte da internet, dai blog dei soldati e dei familiari e dai tanti siti che mostrano immagini e raccontano fatti sul conflitto. “Le testimonianze ci sono – ha affermato il cineasta – In internet c’è tutto, ma queste notizie non raggiungono un pubblico largo per via della censura. Non arrivano ai media tradizionali che hanno impatto sul grosso dell’opinione pubblica. Per questo ho fatto il film. Se la gente vedesse le immagini del dolore, dei morti, della sofferenza, farebbe pressioni sui membri del Congresso e la guerra finirebbe. Questa è l’unica strada. Questa è una guerra inutile da fermare subito”. “Il mio film – ha concluso De Palma - non è facile da guardare, Ë doloroso, non è un intrattenimento allegro per un sabato sera, ma spero che ci sia un pubblico che risponderà”.In the Valley of Elah. Meno “teorico” e più narrativo, e per questo più capace di arrivare a un pubblico largo “In the Valley of Elah”. Il regista è Paul Haggis (“Crash” e la sceneggiatura di “Million Dollar Baby”), che ha diretto Tommy Lee Jones, Charlize Theron e Susan Sarandon. Una pellicola compatta e forte che uscirà in Italia il 23 novembre. È la storia di un padre militare in pensione (Jones) che cerca il figlio che non ha dato notizie dopo essere rientrato da 18 mesi di Iraq. Una ricerca contro tutto e tutti, assistito solo dalla poliziotta Theron. Una storia molto americana che Haggis scrive e tiene in pugno con perizia e senza far calare mai la tensione. Un anziano deve affrontare ciò in cui ha sempre creduto e sconfiggere il tentativo del sistema insabbiare la verità. Il figlio è stato ucciso e fatto letteralmente a pezzi dai commilitoni dopo un “ordinario” litigio fra soldati ubriachi il sabato notte. Il reduce del Vietnam non capisce gli orrori dell’Iraq, quanto quella terribile esperienza segni gli uomini. La verità si affaccia a poco a poco, in una progressiva presa di coscienza dell’americano comune, che forse si era lasciato sedurre dai discorsi del presidente Bush e troppo tardi si è reso conto della carneficina e del “casino iracheno”. Il padre vede i filmati realizzati dal figlio con il telefonino in guerra. Compreso il bambino investito mentre attraversava la strada e lasciato ai bordi: i convogli americani non possono arrestarsi per nessun motivo a causa del rischio di essere colpiti da granate. Videocamerine che riprendono ciò che i media ufficiali non possono o non vogliono filmare, mostrare e raccontare. “Non ci sono più giornalisti di guerra che fanno il loro lavoro, per questo sono gli artisti che devono raccontare queste cose” ha dichiarato Haggis proseguendo il discorso fatto dal collega: “Io sono contro la guerra, ma questo non è un film di parte, volevo raccontare il disorientamento dei soldati e gli effetti devastanti che il conflitto ha su di loro”.( fonte: www.peacereporter.it )