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alessandro canu

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I RACCONTI DEL LABBRO LEPORINO Psycho (Il volto della vita) parte II.

Post n°89 pubblicato il 18 Febbraio 2012 da alex.canu
 

 

Psycho  

(Il volto della vita)

parte II.

 

 Risale a quel periodo l’idea di lasciarmi crescere i baffi che porto ancora oggi. Certo non posso dire di aver risolto il problema, però mi pare che il mio aspetto sia migliorato sensibilmente e poi mi danno un’aria più professionale e autorevole. In occasione di questi viaggi godevo di ampia libertà nella scelta dell’albergo che ritenessi più adatto. Potevo noleggiare un’autovettura di mio gradimento e la società non lesinava certo sui ristoranti e sugli inviti a cena o a colazione che potevo estendere a mia discrezione. Era l’occasione per gustare cibi nuovi, conoscere nuovi locali o per confermare la fiducia già accordata a ristoranti già sperimentati in precedenti viaggi. E`bello variare e, qualche volta, lo posso ammettere ormai, mi lasciavo tentare dalla compagnia femminile. Sapevo a chi rivolgermi, avevo sempre un paio di indirizzi giusti nella mia agenda. Il mercato di questo genere è fiorente dappertutto, bastava solo telefonare ed esprimere i propri desideri in fatto di età, sesso, perfino sul colore dei capelli o degli occhi. Bastava solo chiedere e pagare. Io ho gusti raffinati, preferisco le ragazzine tra i tredici e i quindici anni, perchè ti guardano con quegli occhi sgranati, eternamente stupiti e non si ribellano mai a nessuna richiesta per paura dei loro padroni. Mai al di sopra dei quindici, mai al di sotto dei tredici. Chiedevo loro un documento di identità appena entravano in camera, per accertarmi della loro età. Mi piaceva guardarle mentre si spogliavano e si toccavano con le loro mani impacciate e nervose. Talvolta le aiutavo, toccando con finta inavvertenza un seno o una spalla levigata dalla loro acerba giovinezza. Non partecipavo attivamente perchè il mio desiderio si esauriva rapidamente e allora dovevo tenerlo a freno per non dissipare troppo in fretta il piacere misto al dolore di quei corpi vulnerabili. Guardavo e soffrivo, mentre avrei voluto rallentare ogni più piccola percezione del corpo di quelle bambine. Mi masturbavo e al culmine del mio piacere leccavo loro i piedi e le ginocchia. Non crediate però che io sia un pervertito. In occasione di quei soggiorni amavo anche interessarmi delle mostre e dei concerti che la città offriva. Amo in particolare l’arte contemporanea e nutro una grande passione per l’opera lirica. Durante un viaggio di lavoro in una città, per un affare che si concluse molto positivamente, dopo una lunga ed estenuante trattativa, vidi una grande mostra dedicata a Rothko che mi impressionò molto per il senso mistico del suo colore e per la profondità di quelle immense tele cupe, con il rosso bruno i neri e i grigi. Ritrovai qualche tempo dopo a teatro, in un altra città, una atmosfera simile in un allestimento del Tannhauser di Wagner, con una scenografia che suggeriva, attraverso l’uso di pochissimi colori, l’immensità del dolore umano. Andai a vedere quest’opera con gli avvocati dei nostri clienti, per una trattativa che si annunciava difficile e particolarmente lunga nei tempi di risoluzione. Le difficoltà si appianarono la sera successiva a cena, avendoli nostri ospiti in un ristorante, nel comune ricordo di Wagner e dello sfortunato amore tra Elisabeth e Tannhäuser. Ecco com’era la mia vita, tutto normale. Ho la testa sulle spalle,io. Ben piantata e col viso rivolto in avanti. 

   Quella mattina tutto sembrava procedere come al solito. Ero uscito di casa con un po’ di anticipo per passare dal mio barbiere. Mi doveva tagliare i capelli e rasare la barba. Mentre preparava lo shampoo mi volle rivelare un segreto della sua professione: - Sa dottore, - mi disse - un bravo barbiere lo si riconosce dal fatto che nessuno deve capire che un suo cliente si è appena tagliato i capelli. - Giusto.- approvai, non afferrando in pieno il senso di una tale confidenza. I miei baffi crescevano e si infoltivano coprendo bene le due cicatrici sul labbro. Se non fosse stato per quel dente che rimaneva leggermente scoperto si sarebbe detto che nel mio volto fosse tutto normale. Ma c’era quel labbro leggermente sollevato a ricordarmi il rifiuto di mia madre nei miei primi giorni di vita. Un rifiuto che mi tornò alla mente quando, una di quelle troiette che mi portavo in albergo, mi guardò in faccia e rise chiedendomi se fossi normale. Le sibilai un insulto pesante e le assestai uno schiaffo sul volto, facendole sanguinare una gengiva. La vista di quel piccolo rivolo di sangue mi eccitò e presi la ragazza con violenza, fu la prima volta che riuscii a possedere una donna. Quella mattina ero proprio di buonumore. Il lavoro in ufficio non mi aveva creato particolari problemi, solo routine, banale amministrazione, niente di più. Avevamo concluso un contratto vantaggioso e mettevo in ordine tutta la documentazione relativa ad un cascinale del XVIII sec. circondato da 6 ettari di terreno a corpo adibito a vigneto, noccioleto, giardino e parco che avevamo appena venduto. Avevo appena sollevato la cornetta del telefono per prenotare un tavolo per il pranzo in un ristorante vicino, quando il collega architetto che divideva con me l’ufficio spostò il ritratto di sua figlia che teneva sul tavolo, per fare posto ad alcuni rotoli di progetti a cui lavorava. Urtò la cornicetta colorata e la foto della piccola si voltò verso di me. I suoi occhi di verde puro si inchiodarono nei miei e mi guardarono a fondo. Io rimasi con la cornetta sollevata e il dito ancora puntato sulla tastiera del telefono e lo sguardo fisso su quel volto di adolescente. Devo ammettere che la figlia del mio collega era una ragazza molto carina, ma c’era nel suo sorriso qualcosa di triste che mi ricordava le ragazzine che frequentavo negli hotel dei miei viaggi. Questa somiglianza mi stupì. Mi meravigliò trovare a cosi poca distanza quello che cercavo nascostamente in altre città. I capelli lunghi e neri le donavano un aria di sofferta intensità, esaltata dagli occhi di un verde di vetro profondo, circondati da due archi perfetti di sopracciglia ancora intatte. Era voltata di tre quarti, sorrideva e la spalla nuda era offerta in primo piano. La guardai a lungo prima che l’architetto si accorgesse che fissavo l’immagine di sua figlia. La voltò rapidamente rimettendola al suo solito posto e io finii di comporre il mio numero e con un leggero sorriso prenotai il mio tavolo. Mentre pranzavo, ripensai a quella foto, l’avevo già vista tante altre volte, ma non l’avevo mai, guardata. Fu come osservare, per la prima volta, il contrasto dei capelli neri con la pelle così bianca. I suoi occhi di bottiglia scura mi colpirono e mi fecero provare un senso di vergogna e desiderio insieme. Tutto qui, cioè niente. Il taglio sul labbro mi diede un leggero dolore che accolsi con sottile piacere.

   Quando ritornai a casa, quella sera stessa, trovai apparecchiato per due, come al solito. Mia madre non cenava mai con me, ma lasciava un altro coperto per mio padre, che pure non c’era più. Quel piatto vuoto, con le posate perfettamente allineate, il tovagliolo intonso con il suo anello di plastica colorata, il bicchiere, mi ferirono. Quello specchio nel quale non mi riconoscevo mancava solo del portacenere, per il resto era speculare al mio mondo. Non avevo mai sopportato la figura meschina di mio padre, nè il senso della muta accettazione di una vita priva di alcun interesse che non fosse il procurarsi le sue sigarette. Mia madre come sempre guardava i programmi della televisione voltandomi le spalle. Mangiava sempre prima di me e preparava una cena leggera a base di verdure, pane, affettati e frutta. La televisione era il suo unico passatempo e vi si dedicava con ingordigia, al punto da rimanere davanti allo schermo anche con programmi di televendite e cartoni animati. Usciva al mattino per fare una spesa leggera e rientrava subito a casa. La donna delle pulizie che veniva due volte a settimana sbrigava le sue faccende rispettando quell’isola formata dalla sua poltrona e dal televisore di fronte. Durante la cena non mi rivolgeva mai la parola e al mio rientro non rispondeva al mio saluto se non con un movimento della testa. Non rispondeva più al telefono e io le facevo uno squillo tutti i pomeriggi alla stessa ora dall’ufficio. Dall’altro capo del telefono sentivo il ronzare della televisione mentre le facevo un elenco dettagliato del mio programma di lavoro, delle vendite e degli acquisti di quella giornata. Lei non rispondeva e quando la salutavo riattaccava senza una parola. Non cenava mai con me, diceva che le facevo andare le cose per traverso, fin da piccolo, quando facevo lo schizzinoso ogni volta che mi dava da mangiare. Si era spazientita allora, diceva. Non aveva dimenticato il suo latte rigurgitato da quel bambino con le labbra spaccate. Diceva che non sopportava quel mio modo impacciato di articolare le parole. Dopo l’operazione che mi ricostruì le labbra avrei dovuto andare da un logopedista, ma nessuno seppe consigliarci correttamente e così crescendo ebbi difficoltà di fonazione che cercai di correggere in età ormai adulta.Da bambino non acquisivo correttamente suoni e lettere e questo aveva delle ripercussioni sul linguaggio e quindi sulla comprensione delle parole e sulla corretta capacità di produrre frasi articolate. Avevo difficoltà ad attivare il movimento di elevazione del palato molle e questo mi causava dei seri problemi nel deglutire e nel parlare. Avrei avuto bisogno di un logopedista e mia madre non lo sapeva. Le mie difficoltà nel mangiare correttamente erano causate anche da questo, ma lei non lo capiva e mi trattava male. Mi derideva e mi umiliava apertamente, esasperata. Da adulto qualcuno mi consigliò un logopedista e dovetti fare un duro lavoro di rieducazione della muscolatura facciale, ma riuscii a riguadagnare un uso corretto della parola, della deglutizione e imparai a gustare i cibi e il piacere della buona tavola. 

   Quella sera, come tutte le sere, mentre mangiavo, lei mi dava le spalle e, io dal tavolo, lei dalla sua poltrona, seguivamo i programmi della televisione. In silenzio in cucina, separati dal tavolo apparecchiato per due, dove mangiavo sempre da solo. In totale silenzio, lei davanti allo schermo illuminato, seguiva quello che la televisione trasmetteva per le persone come noi. Non si voltava mai, non rispondeva alle mie domande se non con un si o con un no, pronunciati seccamente. Guardavo la crocchia dei suoi capelli diventati grigi col tempo, tenuta su da una testa immobile, paralizzata in un unica direzione. La si sarebbe potuta dire addormentata davanti allo schermo, ma la sua attenzione era vigile. Non faceva alcuna osservazione o commento sui programmi che seguiva e si rifiutava di usare il telecomando costringendosi a vedere un programma dall’inizio alla fine. Poco prima delle undici spegneva bruscamente il televisore. Come un gesto imperioso, un “basta”, pronunciato con un tocco nervoso del dito sul tasto. Non mi chiedeva il permesso, non si curava se io volevo proseguire nella visione, spegneva e basta. Si alzava lentamente dalla sua poltrona e preparava la caffettiera per il mattino successivo. Quindi se ne andava a dormire dopo avermi augurato meccanicamente la buonanotte. Così tutti i giorni, tutti da che io ricordavo, Tranne quella sera.

   Quella sera accadde quello che aspettavo, da anni mi ero preparato ad una evenienza simile. Inconsapevolmente, senza premeditazione alcuna del gesto che di li a qualche istante avrei compiuto. Nella mente mi erano scorse per anni, nitidamente, le immagini del film del delitto che stavo per compiere. Se premeditazione poteva esserci stata era contenuta nei racconti legati al rifiuto di mia madre di prendersi cura di me nei primi momenti dalla nascita. Se premeditazione poteva esserci stata era nelle migliaia di sigarette che mio padre si era ostinato a fumare, soffiando la sua sporca nicotina sulle tende di casa. Dovevo aver preparato con cura questo delitto orrendo, ogni volta che mi ero tappato le orecchie con le mani per non sentire l’urlo soffocato di mia madre appena un infermiera, con scarso giudizio, mi presentò a lei, sudata e stravolta dal parto. A lei, che si aspettava il giusto premio per tutte quelle sofferenze, venne presentato un bambino con un ghigno mostruoso, che la insultava davanti a tutti e le gridava col suo pianto disperato: - tu mi hai fatto tu così.

 

   Quella sera seguivamo in televisione un programma di canzonette, quando lei si voltò e per un attimo i nostri sguardi si incontrarono. Accadde come per la foto della figlia del mio collega, in ufficio. Lui la voltò e i nostri occhi si incontrarono. Mia madre mi osservò freddamente trattenendo a lungo il suo muto rimprovero sui miei occhi. Sono convinto, ora che ci penso, che calcolò il peso dei miei pensieri, comprese in un attimo l’intenzione che era già maturata dentro di me. Le tornarono alla mente le parole di sua madre che tentò di minimizzare la malformazione del bambino appena nato. Le disse con falsa esuberanza che la chirurgia estetica avrebbe fatto miracoli. Le sovvenne l’espressione di muto rimprovero della suocera, che era già di per sè un accusa nei suoi confronti, di non essere riuscita a mettere al mondo un bambino decente. Non si mosse affatto quando mi vide afferrare il coltello del pane e non staccò mai il suo sguardo dal mio. Il televisore continuava a inondare la stanza con le sue chiacchiere e con le sue canzonette nostalgiche. Vecchi cantanti esibivano ancora i loro capelli ritinti, nel fallimentare tentativo di tenere coi denti un frammento della loro antica giovinezza. Insieme al nero indecente dei loro ciuffi ribelli, riproponevano i passi e quelle mossettine studiate, che li avevano resi celebri per una stagione estiva, molti anni prima. Lei era voltata e il collo faceva una piega innaturale per seguirmi. Mi ricordò di un piccolo rapace che presi una volta e che ruotava il collo alla stessa maniera, nel tentativo disperato di tenermi sotto controllo. Col coltello fra le mani mi avvicinai alle sue spalle e le presi dolcemente la testa fra le mani. Le sollevai il mento e vidi il pomo di adamo che si muoveva in su e in giù. Si lasciò prendere senza opporre alcuna resistenza, senza mai smettere di fissarmi con quei suoi occhi terrorizzati. Fu la prima volta che la chiamai mamma, mamma. Il presentatore sorrideva mentre intervistava una donna e si tirava indietro i capelli del colore dell’ ambra. Il pubblico applaudiva e le luci giravano impazzite. Le sollevai ancora di più il mento e tesi la pelle sotto la sua gola. Fu la prima volta che mi chiamò figlio, figlio. Le serrai la bocca con la mano e affondai la lama. Si accasciò sulla poltrona con lentezza, rilassando le braccia che lasciò cadere lungo il corpo inerte. Mentre il sangue sgorgava i suoi occhi si chiusero senza alcun rimprovero e mi accorsi che quella scena mi era familiare. Quel gesto non mi era costato nessuna fatica, era già stato preparato e provato tante volte, l’azione in sè era solamente il compimento di un progetto comune. Notai con stupore che il programma di canzoni proseguiva con gli stessi personaggi e gli stessi sorrisi, come se non fosse accaduto niente in quella stanza. Eppure tutti dovevano aver visto. Il pubblico in sala batteva le mani al nuovo cantante, che ora veniva preso sottobraccio dal presentatore, che lo accompagnava al centro dello studio. Veniva mostrato un vecchio filmato in bianco e nero dove, un giovane cantante si agitava con dei pantaloni stretti a tubo, impugnando una chitarra che fingeva di suonare. Altri applausi altre luci che giravano. Scostai mia madre dalla poltrona, dove giaceva appoggiata al bracciolo e pensai che si fosse addormentata. La chiamai, ma non mi rispose. La presi per le ascelle e la trasportai sulla sedia del tavolo dove ero seduto poco prima. La spogliai e indossai i suoi vestiti intrisi di sangue. Mi sedetti sulla poltrona, al suo posto e dondolai ritmicamente il corpo in avanti e indietro seguendo la canzone che veniva trasmessa in quel momento. Dopo altri applausi e un breve stacchetto di ballerine che alzavano le gambe tenendosi abbracciate per le spalle, una nuova cantante venne invitata al centro del palcoscenico. Il presentatore la accolse con un sorriso smagliante e un finto baciamano. Le luci si abbassarono e la cantante si aggiustò il filo del microfono mentre, con gli occhi rivolti in basso, cercava una concentrazione adatta al motivo che stava per eseguire. Un organo introdusse enfaticamente il brano, creando un atmosfera carica di tensione che si sciolse in alcuni colpi secchi della batteria. Il basso si inventò un ritmo sincopato e la chitarra acustica invitò la voce della cantante ad entrare: - Con il corpo sono qui, ma la mente mia non c’è, sta volando dietro te e ti raggiungerà...

Notai che il motivetto era semplice e orecchiabile. Provai a canticchiarlo, non era male - I miei occhi sono chiusi, ma ti vedo molto bene. Stai uscendo da una casa e corri verso me-

Mi voltai e vidi mia madre riversa sul tavolo, pensai alla fatica che avrei dovuto fare per portarla a letto. Certo stava invecchiando e adesso si addormentava così davanti alla televisione.

- Il volto della vita, il volto dell’amore- cantava la canzone e il pubblico la accompagnava battendo a tempo le mani.

Quando anche quella musica finì il presentatore parlò tenendosi appoggiato ad un pianoforte a coda. Era simpatico e le sue battute erano spiritose e strappavano risate al pubblico in sala.

- Tesoro c’è della torta di mele, lì nella dispensa, - mi sentii dire, con una voce del tutto identica a quella di mia madre. Mi voltai di scatto e la vidi che stava ancora li, distesa sul tavolo, che dormiva. Pensai di essermelo immaginato. Mi alzai e dalla dispensa presi un dolce confezionato, lo scartai e iniziai a mangiarlo, quindi mi risiedetti davanti al televisore. Le luci della sala si abbassarono e una nuova canzone diffuse le sue note nell’appartamento, ma non ne sentii la fine perchè mi addormentai, di un sonno profondo. 

 

 

 
 
 
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