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Fuga dal carcere delle Saline (parte 2)

Post n°93 pubblicato il 08 Agosto 2012 da alex.canu
 

   Capitò improvvisamente, una sera, l’ultima mezz’ora prima di andare via, quando tutti sono nervosi e stanchi e non si riesce più a tirar su neanche un grano di sale. E`il momento in cui anche i carcerieri lasciano i moschetti con la canna a pendere rivolta verso terra. Sbuffano, hanno fame come noi e sono più nervosi, perchè costretti a stare doppiamente attenti, devono contarci sempre almeno due volte e accade spesso che i due conteggi diano risultati diversi. Allora si innervosiscono ancora di più e partono i primi colpi. Ci devono ricontare daccapo, mentre ci spingono con violenza con il calcio dei fucili. Ci ammassano tutt’insieme e alle minacce seguono sempre le botte sulla testa e sui fianchi. Quando ci mettono in fila il loro odio è pari al nostro, sono pagati poco e per il più infame dei lavori, maltrattare fra tutti gli esseri umani, i più simili a loro. Pensano che a quell’ora dovevano essere già di ritorno a casa, dalle loro famiglie, altre carceri, ma con pretese di normalità. Capitò durante l’ultima conta, c’era un po’ di cagnara e le guardie ci avevano già messi in fila altre due volte. Posarono i moschetti a terra, i berretti unti di sudore erano gettati all’indietro, i fazzoletti erano sporchi da fare schifo; capitò durante quell’ultima conta. Io e il Toscano, col quale nessuno aveva legato né parlato mai e che se ne stava sempre alla larga da tutti, ci guardammo negli occhi e disubbidimmo al terzo comandamento, quello che le guardie temevano di più: non organizzare risse. Cominciammo a gridare e a insultarci: fizz’e bagassa, deo ti occo, testa de hazzo, hoglione, burdu chi no ses atteru, t’aberzo sa ula, cane. Cominciammo a darcele e gli altri compagni proseguirono per noi che immediatamente ci acquattammo a terra. Tutti ci coprivano, la confusione era grande. Le guardie intervennero, alzando le canne dei moschetti, urlando: “ Branco di pezzenti schifosi, corros de furcas, animas de s’ifferru”. La cosa finì lì, non ebbero la forza di ricontarci e noi iniziammo a strisciare lentamente come serpenti verso il muretto più basso. Rimanemmo immobili, in silenzio, per almeno due ore. Sentivo il respiro regolare dell’altro. Quando del sole e del giorno non rimase più niente e una grande luna pallida si era fatta largo in mezzo all’oscurità, tingendo d’argento il mare e gli alberi, iniziammo a muoverci. Eravamo ebbri di paura. Il mio compagno mi toccò per primo, sul braccio. Me lo tirò piano e mi indicò laggiù, verso le luci di Civitavecchia che ardevano calme, soffocate dal canto dei grilli e dalle stelle, a migliaia. Le luci di Civitavecchia erano un richiamo fortissimo. Lì avremmo trovato abiti nuovi, avremmo raggiunto il porto e imbarcarci non sarebbe stato difficile, nessuno fa troppe domande di questi tempi. Saremmo potuti fuggire lontano, definitivamente lontano. Cominciammo a correre, in mezzo alla campagna buia che da perfetta gentildonna non ci risparmiava né fossati, né buche o rovi. Ci fermammo a riposare, ansimavamo forte, i polmoni scoppiavano. Saranno state le tre di notte, la luna era già tramontata da un pezzo. Avevamo fatto un lungo percorso, o almeno così ci pareva. Tra corse, alternate a lunghi tratti di camminata veloce, avevamo senz’altro percorso un bel tratto. Dovevamo essere vicini al Mignone, il fiume che separa il territorio di Tarquinia da Civitavecchia. Fermi lì in mezzo alla campagna con la paura di non farcela e l’angoscia di essere ripresi mi resi conto che del mio compagno non sapevo niente.

La mia libertà, la mia stessa vita era appesa alla sua capacità di correre e orientarsi in mezzo alla campagna. Mai avevo sentito il bisogno di conoscere il suo nome, né quello di chiunque altro. In carcere non si sente questa esigenza. La tua vita dipende dagli altri carcerati, meno si parla meno si sa di te e questo è meglio per tutti. Gli altri prigionieri sanno perché ognuno è dentro e cosa ha commesso e quando il suo cervello ha preso fuoco e per chi, questo basta. Le distinzioni non vengono fatte in base a nient’altro che non sia il tuo delitto e la tua pena. Assassinio, rapina, gelosia, furto… trent’anni, vent’anni, cinque anni, si potrebbe continuare all’infinito. Ognuno di noi sa perfettamente che non possono esistere due delitti simili.  Caino uccise Abele, dicono, ma forse Abele non uccideva suo fratello con la perfezione del suo sacrificio? Non costringeva dio a schierarsi con l’agnello perfetto, pulito, senza macchia? Abele uccise Caino ogni giorno, lo costrinse ad una gara, ad una competizione priva di senso. Abele era già primo, suo fratello lo uccise una sola volta e pagò per sempre. Caino era lì accanto a me, oppresso come me, spaventato come me. Sentii il bisogno di conoscere il suo nome e di dirgli il mio, come un bene prezioso da scambiarci, come un testamento lasciato in mezzo alla macchia.

   Veniva da Orbetello, disse. Da un casolare misero nei dintorni di Orbetello. Malaria e fame, erano le costanti della giornata. Aveva ucciso un contadino che gli aveva negato una parte del suo raccolto. L’uomo lo aveva colto in flagrante con due sacchi pieni di grano e lui non aveva saputo spiegargli come mai se li stesse caricando e portando via. Non gli venne altra idea che spiegarglielo con un coltello, glielo infilò fino al manico dentro la pancia. Il contadino capì in un baleno. Il contratto che li unì fu svantaggioso per entrambi, il contadino perse tutto il suo raccolto e il mio amico, con i due sacchi di grano, perse anche la libertà. Raccontò tutto questo come se riguardasse un’altra persona, non lui. Come se tutta la sua esistenza precedente fosse stata cancellata in preparazione dell’unico evento degno di essere vissuto appieno, fuggire via di lì. Per andare dove, non era importante, probabilmente verso altri sacchi pieni di grano e altri cornuti di contadini da sventrare. Lui non era altrettanto curioso nei miei confronti e mi fece cenno di proseguire la marcia. Le luci di Civitavecchia erano sempre lì a farci da faro. Per un buon tratto camminammo stando attenti a fare meno rumore possibile, i cani delle tanche abbaiavano per un niente e avrebbero potuto segnalare la nostra presenza. Camminare piano dovevamo, evitare le case e stare attenti a non romperci le ossa o a non impigliarci nei rovi. Quando entrammo in una macchia alta e profonda priva di abitazioni riprendemmo a correre, eravamo arrivati al Mignone e già le prime canne ci annunciavano il territorio di Civitavecchia. Lì ci fermammo a riposare, le spalle appoggiate l’una all’altra, gli occhi sgranati frugavano ogni segnale nel buio fitto della notte. Rallentammo il ritmo della nostra paura e  respirammo boccate d’aria umida. Misuravamo la distanza che ci rimaneva ancora da percorrere e, per la prima volta, iniziammo a pensare che ce l’avremmo potuta fare. Sotto le camicie avevamo nascosto pezzi di pane e formaggio, li tirammo fuori e cominciammo a mangiare.

     Fu allora che ci si gelò il sangue nelle vene e ci si bloccò il respiro in gola. Il latrare in lontananza dei cani ci raccontò di facce scure che erano state tirate giù dai letti; di baffi duri come l’acciaio puntati verso di noi; di fucili spianati affamati di fuoco. Ci alzammo e con quanta energia e coraggio avevamo in corpo iniziammo a correre come disperati verso il primo guado del fiume. Lui mi indicò a sinistra, “non andare in direzione del mare,” mi disse, “non andare verso il mare” e si allontanò, gettandosi in mezzo al canneto, lasciandomi solo. Sparì nel buio e lo persi di vista, gridai piano, lo chiamai, ma non ebbi nessuna risposta. Era sparito. Proseguii dritto verso le luci accese di Civitavecchia, raggiunsi il fiume e mi fermai dietro un grande masso per riprendere fiato. Sentii in lontananza le prime voci e l’abbaiare dei cani. Corsi ancora, come potevo, cadendo e rialzandomi. Mi immersi nel fiume e per un tratto avanzai strisciando nel fango e nell’acqua, aggrappandomi alle canne ed ai cespugli. Sentivo le mani bruciarmi per le ferite, i piedi erano tagliati dai sassi. Trovai un’apertura tra le canne e mi ci infilai. Il cuore batteva come pazzo e pensavo che le guardie e i cani prima di loro l’avrebbero sentito, coro frimmadi! pensai nella mia lingua, no t’assuconen lunghes, né ischuru ‘e notte, né alloroscare de canes. Frimmadi coro, alloroscare de canes, né ischuru de notte t’assuconen lunghes. Reposa inoghe, mudu e tancadu, senza pasu né boghe, senza ‘oghe né pasu , coro meu inserradu. Né alloroscare de canes, né ischuru’e notte ti tocchen, né lughes attesas, mudu e tancadu, inoghe reposa. Senza pasu né boghe, inserradu meu coro. Il latrare dei cani era vicinissimo e le voci delle guardie ringhiavano a poche decine di metri da me. Improvvisamente, poco più lontano, sentii due detonazioni secche, due brevi lampi che rischiararono il cammino al mio amico, verso il contadino che aveva spanciato e che, da tempo, lo attendeva nell’aldilà, impaziente davanti alla porta dell’inferno, col coltello ancora piantato dritto nel ventre, ché non avesse da inciampare o sbagliare entrata. Deus de misericordia perdonanos a tottu, gridai dentro di me. I cani latravano sempre più forte, sentivano il mio odore e la mia paura. Contrassi forte i muscoli del viso, digrignai i denti e strinsi gli occhi fino a farmeli dolere. Aprii la bocca e allargai la gola preparandola all’urlo. Riempii i polmoni con tutta l’aria di quella notte e risucchiai il fiume, il canneto, le luci lontane e tremule di Civitavecchia, le stelle, il maestro e sua figlia del cazzo, mia madre schifosa e mio padre coglione. Risucchiai tutto il sale che avevamo ammucchiato alle saline, le vasche con tutta la merda di quegli uccellacci; inghiottii il carcere, le guardie fottute e tutte quelle caras de porcos del villaggio, i bambini viziati e crudeli; aspirai per l’ultima volta l’odore acre dei capelli di quell’unica donna e quando rilasciai l’aria tutto uscì fuori in un grido che maledisse ogni cosa, dio, il mondo, l’intero genere umano. Mi preparai questo bel biglietto da visita da dare a belzebù all’entrata del gran ballo in maschera. Aaaaaaaaaaaaaaahhhhhh!

   Quando arrivai davanti al Mignone, vidi Civitavecchia in lontananza brillare quieta. Le sue luci ballonzolavano molli nel buio tutt’intorno. Volpi, cani randagi, gatti selvatici, istrici spinose e tutti gli altri animali della notte che passavano nei paraggi si mettevano al sicuro presentendo odore di rovina. Il fiume scorreva lento com’è costume di un piccolo corso d’acqua nel cuore della notte, ignaro del delitto che stava per compiersi nelle sue acque nere. Il canneto poteva nascondermi ancora per un po’. Alcune bilance di pescatori di anguille erano tese sopra il fiume. Tirai fuori un pezzo di pane dalla camicia, era bagnato e lo divorai in preda al panico. Quando sentii i cani arrivare, con quel loro rincorrere arruffato, avevo ancora l’ultimo boccone in gola. Uno di essi irruppe senza chiedere permesso. Spalancò il canneto con tutta la forza della sua fame. Mi fissò negli occhi e digrignò i denti spaventato, poi mi si avventò sulla camicia e prese a tirarla e a strapparla. I suoi denti volevano arrivare fino alla carne, ma io tiravo e strattonavo forte. Presi a colpirlo con violenza e disperazione, con pugni e calci, gli conficcai i denti nella gola e strinsi forte senza mollare. La bestia ringhiava e guaiva, sentivo la bocca asciutta dal terrore, poi vidi un lampo improvviso e accecante che mi annientò, facendomi volare all’indietro con le gambe per aria. Caddi in acqua e la corrente mi trascinò via. L’impatto con l’acqua fredda lenì per un attimo il dolore della ferita e calmò lo spavento provocatomi dalla fucilata in pieno petto. Sentivo il sangue che usciva e si mescolava con l’acqua fangosa del fiume. Quell’acqua putrida che si mescolava al mio sangue e ne invadeva il posto dentro le vene. Mi svuotavo e mi riempivo nello stesso tempo. La vita fuggiva, cercavo di trattenerla con le mani e con i denti. Chiudevo tutti i miei orifizi, stringevo i pugni e non respiravo. L’acqua di fango, fredda e molle si sostituiva alla mia vita. Le mie membra mutavano, si adattavano al fiume e allo squarcio del tutto nuovo e rosso che avevo nel petto. Mi acquattai come facevo da piccolo, quando mio padre chiamava a gran voce  il mio nome e sentivo lo schioccare della cinta dei suoi pantaloni. Mi rannicchiai, come quando mia madre cantava e io mi fermavo ad ascoltarla. Il fango e l’acqua del fiume continuavano a entrare dentro lo squarcio della ferita, mentre sentivo la vita uscire. Mi stavo trasformando, sarei potuto diventare pesce o anguilla e fuggire dal fiume verso il mare grande. Ce l’avrei fatta, sapevo che potevo cambiare natura e aspetto. Mi sentivo leggero e freddo e forse anche la pelle cominciava a essere già più viscida. Sicuro, mi stavo trasformando in un pesce e il mare era lì a pochi metri.  Nuotavo rapido e veloce adesso che potevo. Sentivo le mani trasformarsi in agili pinne e tra dito e dito una leggera membrana andava formandosi. Il corpo si muoveva agile e tutti i movimenti erano perfettamente sincronizzati.  Scivolavo senza difficoltà e un nuovo istinto, animalesco ed essenziale, si stava formando. Un istinto che mi trascinava verso il sale, verso il mare, verso l’acqua cristallina del grande Mare Nostro, azzurro di acqua profonda e pulita. Nuotare rapido e veloce adesso che potevo, verso il sole che tramonta a ovest, dove si ricongiunge col mare. Tutte le terre che sposano il sole al tramonto col proprio mare sono dolci e facili da amare. Pesce ero, un’agile murena, un sarago argentato, un terribile pesce spada con occhi d’acqua e cuore in tumulto.Tornare a casa, di là del mare, non mi sarebbe stato difficile. L’acqua avrebbe ripreso a lambirmi i piedi. Nuotavo veloce e sicuro, scivolavo rapido nell’acqua salata. Deus de sos pisches e de tottu su mare mannu salidu, agiùami! Mi sentivo leggero, come il falco o l’astòre, che sfrutta le correnti ascensionali dell’aria calda, lassù nel cielo, padrone di tutto. Con lo sguardo abbracciavo terra e mare e nuvole. L’aria frizzante mi faceva dolere il petto e dai margini slabbrati della ferita la vita stessa se ne fuggiva. Come il nibbio volavo alto e attraversavo il mare, mi rituffavo in acqua, ancora pesce e ancora falco, rivolavo nel cielo, oltre le nuvole fatte di schiuma bianca.  Ritrovai terra e la attraversai ancora. Iniziai a sentire i suoni a me familiari di una lingua antica e fiera e grida di bambini che ancora giocavano gioiosamente alla guerra. Sentivo l’odore di erbe selvatiche, di more rugginose impastate di polvere e frutta rubata ai contadini. Uva, ciliegie, fichi maturi e bianchi, spaccati in mezzo come la ferita che mi stava uccidendo. Sentivo il latte aspro dell’albero sotto cui non si deve riposare mai alla sua ombra e il latrare, continuo e terribile, dei cani aizzati dalle bestemmie dei loro padroni. Dall’alto rividi la miniera della mia infanzia e mio padre, bello e sorridente, che ci faceva volare con le sue braccia forti e con le mani e il viso finalmente bianchi e puliti, non ancora offesi dal carbone che chiude la pelle e uccide peggio delle guardie. Mia madre era già affacciata sull’uscio di casa col fazzoletto sciolto lasciato cadere sulle spalle bianche.  Era giovane e innamorata e il suo ventre non aveva conosciuto ancora il peso dei figli. I suoi gesti erano leggeri e femminili e si proteggeva gli occhi mentre guardava il sole che tramontava oltre il mare. Giocava nervosamente con un pettine d’osso che teneva fra i capelli neri e sorrideva a quel giovane uomo che mi faceva volare in alto nel cielo. Cantilenava una filastrocca in italiano che mi faceva sempre paura da bambino. Lei sorrideva e quando alla fine diceva aaahm! gridava forte grattandomi la pancia. Io strillavo e lei cominciava a ridere. Poi con un gesto stanco si portò le mani alla bocca e respirò profondamente. Tossì e la ferita che aveva nel petto le fece ancora più male e da essa uscì fango e acqua e ancora fango, ma pareva non preoccuparsene più, perchè con voce alta e limpida gridò, a tutti i bambini del mondo che mio padre e il mio maestro le avrebbero cacciato nel grembo, ...  Mela cootta e mela cruua, ognuunu a domo suaa... , Pioe pioe, maschera ‘e boe maschera ‘e bentu... , ninna oh, ninna oh...   Dall’alto vidi le guardie che afferravano il mio corpo con un bastone che aveva in cima un gancio, prestito anonimo dei pescatori con la bilancia. Quando mi tirarono a riva bestemmiavano e sbuffavano per la fatica, maledicevano dio, il mondo le loro madri e quel mestiere dell’affanculo che dovevano fare per mandare a scuola i loro figli. Il mio corpo era fradicio. L’acqua salata delle mie lacrime e del sudore si mescolò a quella dolce del fiume. Questo è quell’altro pezzo di merda, dissero le guardie, poco prima che il secondo colpo di fucile, sparato da breve distanza in piena faccia, restituisse gli ultimi brandelli della mia anima al suo antico proprietario.  Ma questo non aveva più alcun potere di ferirmi, perché ero a casa ormai, definitivamente a casa.

Liberami, Signore, dalla morte eterna, in quel giorno tremendo. Quando cieli e terra saranno sconvolti e tu verrai a giudicare il mondo col fuoco. Tutto tremante io sono, e atterrito, al pensiero del giudizio e della collera imminente. Quando cieli e terra saranno sconvolti. Giorno d'ira quel giorno, di rovina e di miseria, giorno grande e pieno d'amarezza.

 

 
 
 
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