Creato da alex.canu il 28/01/2012

alessandro canu

arte, racconti, idee

 

 

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Come si pu non amare una gallina?

 

 

Una sera di maggio romano, 

di quelle che non ti lasciano tornare a casa. 

Perchè a Roma basta una sera di maggio 

per farti sentire che la tua casa 

è dove stai in quel momento. 

Roma ha questo potere, 

di farti sentire le sue strade come casa tua, 

Non ne hai paura, 

perchè niente può accadere a Roma 

che ti faccia del male, 

non quando è maggio 

e l'aria si fa improvvisamente densa e calda 

e ti avvolge per proteggerti 

o per ammaliarti. 

 

   Mi trovavo nei pressi di largo Argentina, quasi all'una di notte  indeciso se prendere il primo tram e andare a casa oppure, allungare di qualche centinaio di metri e raggiungere la fermata successiva a piedi. La mattina successiva mi sarei dovuto alzare molto presto e avrei fatto bene ad andare a dormire prima possibile. Dalle parti di largo Argentina si accede al quartiere buio e misterioso del ghetto ebraico. Passando da largo Arenula per via di sant'Elena, sbagliando per vicolo Paganica e perdendosi in una ragnatela di vicoli tortuosi, su cui si affacciano piccoli negozi di stoffe, seguivo il chiacchiericcio di una fontana. Seguii il suo rumoroso rimprovero che mi diceva, torna a casa, ma anche, trovami, se ti riesce e così tagliai via dei falegnami e passai in un altro dedalo di vicoli addormentati. Lo scrosciare dell'acqua si avvicinava e poi scompariva rapidamente, per poi farsi ancora vicino. La trovavo e la perdevo. Volevo bere di quell'acqua, tuffare le mani nella vasca dove cadeva e sorridere della mia inutile ricerca. Mi ritrovai a via della Reginella e li il richiamo si fece più forte. Un gatto stava accovacciato su un uscio di casa e mi disse, è là la fontana che cerchi, tonto. Mi voltai a rispondergli, ma lui guardava già da un'altra parte, di nuovo tornato gatto. Trovai piazza Mattei, piccola e sola. Al centro, una fontana di inimmaginabile bellezza lanciava la sua acqua, con l'unico scopo di formare uno specchio quadrato, con lobi ad angolo, sul quale riflettere i bei palazzi che vi si affacciano. Da quattro grosse conchiglie, altrettanti efebi si torcono per aiutare quattro tartarughe a salire sulla vasca superiore. Lo scrosciare dell'acqua e il rumore che produceva la sua caduta verso il basso, era musica che si componeva in quel momento per me solamente. Gli efebi, i putti, le tartarughe, la pietra stessa di marmo africano, suonavano misteriosi strumenti musicali. Girai attorno alla fontana, affascinato da quel concerto e da quella bellezza inaspettati e li, sull'altro lato delle fontana, nascosta dalla mano del giovane fanciullo che spingeva in alto una delle quattro tartarughe, appollaiata sull'orlo della vasca, una gallina vera osservava con curiosità ogni mio movimento. Il suo piccolo capo si muoveva a scatti, facendo danzare la cresta, rossa come fiamma e i barbagli che le penzolavano sotto il becco. Mi fermai, ma la gallina gorgogliando tristemente mi disse, avvicinati, non avere paura. Mi feci dappresso all'antico volatile e lei senza dire nient'altro, scoppiando improvvisamente in lacrime, mi recitò questa poesia.

 

Come si puó non amare una gallina,

quando ti osserva con stupita malagrazia,

legando la sua ossessiva curiosità

allo stolido ruotare del capo di rosso scarlato, 

Il becco diamante che fruga nel creato

 

Come si può non amare lo sguardo trasognato 

di animale inquieto, inconsapevole memoria 

di mostri rapidi e tirannici, che con agili zampate 

si avvicinano, rimbombando la terra di stridi, 

al culmine di meteore disorientate e definitive,  

impossibili ad estinguersi in alito di mostri

 

Come non amare una gallina,

robusto trofeo, conquistato dalla mano che osserva

allarmata, avvicinarsi cauta al suo occhio stupito,

quando il collo le torcerà, 

nel coccodé reiterato, gridato di gola, 

nelle zampe che cercano frammenti di ramo

 

Come si puó non amare una gallina,

quando simula con sapienza la sua origine terragna,

in un breve volo che sparge bianche e ambrate penne,

nel terreno greve da cui si stacca con goffa leggerezza,

approdando, in precario equilibrio, su reti di pollaio 

legate con doppio fil di ferro a pali di legno, 

comprati a buon mercato

 

Come si puó non amare una gallina, 

proprio quella, quando cova il suo stesso respiro,

la sua stessa carne  ancora in farsi, nascosta a guscio,

modellando con ottusa inconsapevolezza

forme che mai pari ha conosciuto,

ne in arte, dolce e ombrata, ne in freddo marmo costrutto

 

Come si può non amare di gallina l'uovo

due cerchi opposti e pari d'asse,

grande l'uno, piccolo il gemello,

raccordati con curvature di perfetta tangente,

nella quieta pace di un volto che madonna le ha prestato,

sia di Piero o d'altro artista che a lui si abbia ispirato

 

Come si puó non amare la domanda prima,

quella di ogni dubbio definitivo e frusto,

la stessa che il maestro quel giorno a scuola pose

e per la quale non v'é soluzione che rovesciata stia

 

La questione prima, la risposta attesa, 

quella che immediata ha la sua contraddizione,

l'assillo ultimo che ti congeda dal giorno

quando trasognato cadi, stupefatto dal tuo stesso sonno

e al risveglio non aspetti più che di gallo il canto.

Il primo, ingeneroso lamento che ti pone a vita la mattina:

è nato prima l'uovo o la gallina? 

 

   Rispondi, se ne sei capace, mi disse prima di volare via. Mi voltai a cercarla, ma lo stesso gatto sornione di prima mi disse, è tutto un sogno caro mio, non lo vedi? Hai immaginato di sentire una gallina recitare una poesia, stai solo immaginando di sentire un gatto che parla. I gatti stanno accovacciati e dormono. Non hanno tempo da perdere in fantasticherie. Torna a casa, dammi retta, domani vai a lavorare e scordati tutto questo. Feci per rispondergli, ma il gatto si voltò ancora una volta dall'altra parte e non badò più a me. D'improvviso il rumore dell'acqua cessò, la fontana si spense, afflosciandosi su se stessa, la sinfonia scomparve. Un meccanismo a tempo regolava il suo splendore. Dopo le due di notte la sua bellezza svaniva, come nella favola di cenerentola le carrozze d'oro tornavano ad essere zucche. Le tartarughe e gli efebi mi apparvero degli esseri inquietanti, le vasche dei pericolosi abissi su cui una luna stanca rifletteva i suoi freddi raggi. Mi voltai e ripercorsi la strada all'incontrario, ma stavolta presi per via dei Funari, voltai a sinistra su via Caetani e mi ritrovai in un lampo in via delle botteghe oscure. Due ragazzi, addossati al muro, aspettavano alla fermata. Chiesi dell'87 barrato, non mi risposero, si stavano baciando. 

 

 
 
 
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