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I RACCONTI DEL LABBRO LEPORINO Caffè italiano

Post n°88 pubblicato il 14 Febbraio 2012 da alex.canu
 

 

Caffè italiano

 

 

     Si pronuncia “samoubìistva” e vuol dire “suicidio”. Colui che tenta il suicidio é detto invece “samoubìiza”, con l’accento su una delle due i. Kirill Aleksandrovich, un uomo sulla quarantina, leggermente stempiato, è seduto al tavolo da pranzo della sua cucina e ha una pistola perfettamente  puntata alla tempia sinistra. “Suicidio” é un termine vago, il Suicida è, invece, un personaggio reale, in carne e ossa, vivo, (ancora per poco); quasi sempre tiene un revolver, puntato alla testa, spesso carico. Il Suicida è un personaggio romantico, può essere un uomo d’affari, un poeta solitario, un innamorato respinto, un maestro elementare scoperto a ...  "Da, nu horosciò". Il nostro Kirill non è niente di tutto questo. Kirill è un semplice impiegato della compagnia telefonica di stato. Occupa una sedia, dietro il vetro che lo separa dai clienti che gli si rivolgono per chiedergli la linea. “Servizio interurbane e internazionali”, dice una targhetta gialla, che gli taglia tutta la fronte dietro il vetro. Kirill annota diligentemente il nominativo del cliente, il nome e il numero completo dell’abbonato oggetto della chiamata. Poi annuncia il numero in linea, entrare nella cabina e attendere, "pojàlui’sta". Kirill ama il suo lavoro. Arriva con l’autobus, tutte le mattine, dal quartiere periferico dove vive. Scende due fermate prima, per sgranchire le gambe e già a trenta metri  dal grosso edificio staliniano, sente venirgli incontro il puzzo dell’orina che lo accompagna per tutto il giorno.  Riassumiamo: Kirill Aleksandrovich, attualmente seduto al tavolo da pranzo della sua modesta abitazione, ha la canna di una pistola, puntata alla tempia e guarda con indifferenza a tutto ciò che lo circonda. L’arma è vera, essendo appartenuta a suo padre, Sasha Kirillovich, un uomo profondamente triste, con un taglio sul labbro superiore che gli lasciava scoperto un dente. Era come se un’altro essere più cattivo si fosse impadronito della sua bocca, costringendolo ad un sorriso immondo che lui non poteva avere. Sasha Kirillovich, per questo motivo non si lasciava mai andare al riso aperto e stese all’interno della sua piccola famiglia un velo di dolore che non si sciolse mai. Regolarmente, una volta ogni settimana, Kirill svolge la pistola dal panno di feltro in cui la conserva e dopo averla smontata, immerge ogni componente in un bagno rigenerante di olio. A lungo rimane incantato a osservare il suo viso riflettersi nel liquido denso e confondersi con i pezzi dell’arma. Con un cacciavite smuove e rimesta, per poi contemplare il suo volto riflettersi dentro il petrolio calmo della bacinella. Così la pistola ha un fascino quieto e settembrino, misterioso e lugubre. Kirill  ha sempre dei pensieri profondi, quando osserva i pezzi smontati affogati nell’olio. Questo lavoro richiede almeno un paio d’ore per essere portato correttamente a termine e Kirill lo svolge con la massima cura. Ne ricava un profondo rilassamento. Quindi, religiosamente, piano, rimonta tutti i pezzi. L’ultima operazione consiste nel ricollocare al proprio posto il proiettile nel tamburo. Un unico, lucido, freddo proiettile che, diversi anni prima, sarebbe dovuto entrare dritto nella bocca di suo padre. Dritto, perché così lui l’aveva visto una sera dalla porta accostata. Stava seduto sul bordo del letto, la giacca posata sulla sedia, le maniche bianche della camicia erano sollevate fino all’altezza della bocca. Buio tutt’intorno. Tre volte aveva sentito il cane  della pistola abbassarsi inutilmente. Poi la bocca del padre si era richiusa e la cicatrice che gli tagliava in due il labbro superiore, si era distesa in una smorfia di disgusto. Le maniche si erano abbassate, vide la mano dell’uomo posare piano la pistola sul comodino e riabbottonarsi i polsini. Si accorse tardi di sua madre dietro di lui. Con un sorriso gli si avvicinò e dolcemente gli toccò la spalla. Accostò la porta della stanza e lui, docilmente si lasciò guidare a letto. Anche quella notte i sogni non arrivarono a disorientarlo. "Spakoinoi-nochi Kirill!". Quando suo padre morì, alcuni anni dopo, aveva desiderato fortemente possedere quell’arma e si era affezionato a quell’unico proiettile che ancora stava li dentro.  A volte lo mette in tasca la mattina e per tutto il giorno se lo rigira scaldandolo con la mano e quel contatto, chissà perchè, gli da sicurezza. Quello stesso proiettile è, ora, ad appena dieci centimetri di distanza dal suo futuro, che gli appare alquanto incerto. "Konéchna".

   Dopo cena ha sparecchiato e sgombrato il tavolo, per effettuare la settimanale pulizia dell’arma. Ha lavato piatti e posate e ha preparato tutto l’occorrente per la colazione del mattino. Sul tavolo è rimasto un depliant che ha trovato nella buca delle lettere e che ha spostato già diverse volte senza averlo neppure guardato. Dopo avere pulito e rimontato pezzo a pezzo la pistola, Kirill se l’è puntata alla testa e, solo in quel momento, ha capito che quella sarebbe stata la sua fine. Lo sguardo ora vaga sopra il tavolo alla ricerca dell’attimo giusto per premere il grilletto. Vorrebbe far coincidere lo sparo con un suono o con un rumore che provenga dalla strada o dall’ appartamento vicino. Aspetta un segno: ecco una mosca che ronza e che fra poco si poserà, zzzzzzzzzzzzzzzzzzzz... Pchh! La mosca si è posata sopra il depliant abbandonato sul tavolo. Kirill con la pistola alla tempia ne aveva seguito il volo e adesso, automaticamente, legge le strane lettere che stanno sotto le zampette dell’insetto: NEC-SX-280. 

   NEC-SX-dva-sto-vòsiem’-desiàt. L’oggetto pubblicizzato è un telefonino cellulare, colorato e vivace. Delle cromature lo rendono più attraente e  i tasti, di un elegante color madreperla, si illuminano di verde. E’ così piccolo che Kirill se ne stupisce e con la mano libera  dall’arma ne percorre il contorno. Sfiora il display che mostra l’immagine a colori di una vela sul mare. Kirill sposta le dita sui tasti di perla e compone il suo numero di telefono che, dopo qualche secondo appena, inizia a squillare... o così gli sembra.

   NEC-SX-280. Compatto, ma con tutte le funzioni più utilizzate. Fotocamera digitale integrata, e-mail, messaggi multimediali. Il tutto accessibile grazie alla comoda tastiera touch screen, al grande display a colori e all’interfaccia NEC, così familiare. Nuovo telefonino NEC-SX-280, non provatelo, perché... trovarlo è facile, rinunciarvi sarà impossibile.

   ...Impossibile...rinunciarvi sarà impossibile... Trovarlo è facile, rinunciarvi impossibile, impossibile. Nivozmòsnij.

   Kirill  afferra il depliant. NEC-SX 280. Pronuncia quel nome come fosse quello di una galassia nuova, appena scoperta. Una galassia lontana milioni di anni luce dalla sua orbita e adesso così vicina che rinunciarvi è impossibile. NEC-SX-280. Pronunziarlo è facile, è studiato perché sia così facile, come nei film di fantascienza che vedeva con suo padre da bambino. 

   NEC, la lingua tocca dolcemente sul palato, il suono è una promessa d’amore. 

   Kirill abbassa la pistola puntata alla tempia. Suo padre appartiene ai confusi ricordi dell’infanzia. Sua madre non è più dietro di lui a toccargli dolcemente la spalla e a richiudere con un sorriso le brutte porte lasciate aperte.

   NEC-SX - 280, (nec-sx-dva-sto-vòsiem’desiàt). La pistola sul tavolo forma una macchia scura, la lampada abbassata schiaccia l’ombra sul tavolo e di colpo diventa quello che è: un povero oggetto abbandonato. Il proiettile ha spento il suo misterioso bagliore e dorme dentro il tamburo. Kirill afferra il piccolo depliant e se lo ficca nella tasca sinistra dove mette le cose importanti. Accende la tivu. Nelle immagini del telegiornale il nuovo presidente appare piccolo e impacciato. Si muove a scatti, mentre tende la mano verso il suo ospite italiano, altrettanto piccolo come lui, ma con l’espressione del volto più sorridente e intraprendente della sua. Le giacche che indossa hanno un taglio elegante, incompatibile con il suo temperamento ed è costretto a tenersi le maniche con la punta delle dita. I capelli incollati non si muovono, mentre firma un documento che il suo collega italiano gli porge, accompagnandolo con una battuta di spirito che nessuno comprende. Kirill sorride della battuta, mentre si lascia sprofondare nella poltrona che lo inghiotte come un fiore carnivoro. Pensa che per loro sarebbe più adatto un presidente come quello italiano, meno formale e più spiritoso. Gli pare che abbia anche i capelli più folti rispetto alla volta precedente.  Dopo un po’ si addormenta e come sempre il suo sonno è pesante, privo di sogni. E’ come se la sua testa avesse le maglie troppo larghe, non vi rimane impigliato niente, nè sogni, nè idee, nè desideri, nishtò. Al suo risveglio, trova la pistola ancora sul tavolo. La raccoglie e la osserva a lungo, fa scattare la levetta del tamburo e ne estrae il proiettile. Lo appoggia e dopo aver ripiegato l’arma nel panno, la rimette a posto. Nella tasca della giacca trova il depliant. Il proiettile, finisce nella tasca destra.

   Ed ora, abbiamo una immensa città, con un grande quartiere, con una via alberata, su cui c’è un palazzone, con un appartamento al primo piano. Un uomo sta per recarsi al lavoro, indossa una giacca e ha un depliant colorato dentro la tasca sinistra e un proiettile di pistola, mai esploso, sulla tasca destra.   Nel depliant é segnato l’indirizzo dei grandi magazzini dove è in vendita il telefonino cellulare, Ulitza Pervomajskaia,1308. La fermata del tram è appena a 200 metri. Il posto telefonico pubblico dove Kirill lavora è a tre isolati di distanza. Kirill esce di casa e prende il suo solito autobus. In piedi, attaccato al mancorrente, Kirill tormenta il suo proiettile, mentre guarda distrattamente fuori dal finestrino. A poca distanza da lui, una donna si tiene a fatica sullo stesso suo mancorrente. E` voltata e non riesce a scorgerne il viso, ma lo colpisce la sua grazia. La donna non è alta e fatica a tenersi in equilibrio, con  due dita  riesce ad agganciarsi al sostegno. I suoi sforzi per mantenersi dritta, sono continuamente messi in pericolo dai nuovi passeggeri che ad ogni fermata entrano, dando degli spintoni per guadagnarsi un posto centrale. Una nuova ondata di viaggiatori sospinge la donna quasi addosso a Kirill, che è costretto ad indietreggiare. Ora la donna è vicina a lui, ne sente il contatto attraverso il cappotto. La osserva con curiosità perchè, pur essendo di corporatura minuta, ha una sua strana e discreta eleganza che lo sorprende. La donna muove indietro la testa e nel farlo lascia ondeggiare i suoi lunghi capelli biondi, che scosta nervosamente con la mano. Questo gesto lo affascina e lo spinge ad osservare la donna con più attenzione. Ne cerca il volto, ma non riesce a scorgerlo pienamente. Gli appare per un attimo, di profilo, per poi voltarsi bruscamente dall’altra parte. Nota una borsetta di pelle, di taglio moderno e occidentale, da cui emerge il manico di un minuscolo ombrello pieghevole. Indossa un cappotto rosso, col bavero appena sollevato, chiuso in vita da una cinta che la stringe elegantemente. Ai piedi indossa un paio di scarpe col tacco alto color avorio, non comuni a quell’ora del mattino. L’autobus fa delle fermate e alcune persone si alzano liberando due posti proprio vicino a loro. Kirill si siede occupando il sedile dalla parte del finestrino e, contemporaneamente, la donna si volta alla ricerca di un posto dove sedersi. Per un attimo i loro sguardi si incontrano e lui scorge  la ferita che la donna porta sul labbro superiore. Le sorride istintivamente, ma sente una delusione profonda e inspiegabile. La donna si rivolge a lui, chiedendogli cortesemente se può sedersi. Kirill le fa cenno di si con la testa, mentre si stringe di più verso il finestrino per lasciarle spazio. La donna gli dice qualcosa a proposito della gente maleducata che si incontra negli autobus. Lui annuisce e le risponde con una smorfia di assenso. Osserva il taglio sul labbro della sua vicina e vede il dente che le rimane leggermente scoperto, stamparle in faccia un sorriso innaturale. E` il labbro leporino, pensa. Anche suo padre ce l’aveva. Quella donna, fino ad un attimo prima, gli appariva affascinante e desiderabile e lui se l’era immaginata bellissima e ora, dopo averla vista in volto, pensa che basta un niente per avvelenare l’armonia dei lineamenti. Prova un po’ di compassione per lei, perchè immagina la fatica per guadagnarsi l’amore degli uomini. Immagina le umiliazioni mute e silenziose, la sua bellezza deturpata da quell’osceno, ghigno perenne. La donna sentendosi osservata aggrotta le sopracciglia e Kirill si accorge che quella espressione la rende più graziosa, mettendole in evidenza il grigio-azzurro degli occhi. Le sorride ancora quando, due fermate dopo, nel chiederle di lasciarlo passare, nota le sue ginocchia nude lasciate scoperte dalla gonna leggermente sollevata. Lei gli restituisce un sorriso. Kirill Aleksandrovich rimane fermo sul marciapiede e cerca la donna attraverso il finestrino sporco. Quando l’autobus richiude le porte e si avvia, la scorge appoggiata con la testa al finestrino. Alza la mano e le indirizza un saluto. Lei si volta e lo segue con lo sguardo, mentre ricambia con un movimento appena accennato della mano. Quando l’autobus è lontano, Kirill rimette le mani in tasca ritrovando il proiettile del padre, lo sente freddo. Negli occhi ha ancora il sorriso della donna e irrazionalmente le rivolge un pensiero osceno. Una involontaria similitudine, tra quel leggero taglio sulle labbra rosse, che ne inquina la bellezza e il taglio del suo sesso che immagina desiderabile. Kirill Aleksandrovich si avvia a piedi verso il suo posto di lavoro. Pensa che avrà quasi due ore di intervallo per il pranzo, per raggiungere il grande centro commerciale, sulla Pervomajskaia. Oggi chiederà un anticipo sullo stipendio al suo direttore. Non sarà difficile, Kirill non ne ha mai chiesti prima e non potrà negarglielo. Il centro commerciale “Nòvaja Moskvà” dovrebbe trovarsi, più o meno, dove un tempo stava il negozio che vendeva vodka e che tutti gli alcolizzati conoscevano bene. Compravano una bottiglia e poi percorrevano tutta la strada alla ricerca di compagni con cui dividere alcol e spesa. 

    Quando è l’ora esce, va di corsa e stringe forte il proiettile nella mano. Con un autobus raggiunge velocemente la Pervomajskaia. Il grande magazzino ha come simbolo un globo che è la terra, mentre un orso lo abbraccia con le zampe anteriori. Entra, le luci, brillanti e accese lo accolgono disorientandolo un po’ e non è sicuro che possa pagare in rubli. La musica lo segue dappertutto, vede facce allegre e pavimenti lucidi e sente un buon odore di nuovo e moderno. Non riesce a trovare subito il negozio di elettronica ed é costretto a chiedere ad una guardia giurata, che lo indirizza con un sorriso al primo piano. - Può prendere l’ascensore, signore - gli dice, mentre lo osserva allontanarsi. Sale di corsa le scale. Sono tante, non se n’era accorto. Appena arriva su vede l’insegna luminosa del negozio, ha il fiato grosso e respira a fatica. Si avvicina alla vetrina e con le mani sporche vi si appoggia, l’alito disegna un alone opaco sul vetro. Estrae il depliant e osserva il telefonino esposto, sono identici: NEC-SX-280. Kirill lo osserva. I tasti di madreperla, il display ampio, il design moderno e raffinato, tutto è uguale a come è raffigurato sul depliant, ma dal vivo gli sembra ancora più bello. Le luci della vetrina lo fanno apparire ancora più desiderabile e scintillante.  D’improvviso sente toccarsi bruscamente sulla spalla, quanto basta per farlo voltare di scatto spaventato. Una guardia, poco convinta della sua autorità, gli chiede di scostarsi dalla vetrina, ma evidentemente il suo tono di voce tradisce l’imbarazzo del primo intervento della giornata.  Kirill non reagisce, non comprende esattamente che cosa voglia da lui. La guardia gli intima di spostarsi dalla vetrina e qualcuno si volta a guardarli. Il proprietario del negozio sta per uscire per vedere che cosa succede. Kirill punta gli occhi sulla guardia e, stupidamente, mima il gesto di una telefonata. La guardia, sentendosi osservato dal padrone del negozio e dai clienti, crede di dover fare qualcosa e allora lo afferra per il braccio, trascinandolo via. Kirill estrae dalla tasca il suo proiettile e colpisce l’uomo ferendolo alla fronte e facendolo sanguinare. Approfittando della sorpresa generale, Kirill fugge precipitandosi giù per le scale. Si volta e vede il proiettile a terra, accanto alla guardia che si tiene la testa. Vorrebbe tornare indietro e spiegare che non aveva intenzione di ferirlo. Vorrebbe riprendersi il proiettile, ma vede la gente indicarlo ad altre guardie  accorse per il trambusto. Riesce a guadagnare l’uscita. Il  suo tram passa proprio in quel momento e Kirill lo prende al volo. Respira forte, a fatica, con boccate piene d’aria, è spaventato. Istintivamente cerca nella tasca il proiettile, trova invece il depliant. Lo sente liscio. Il tram  sferraglia veloce e si ferma a raccogliere altri passeggeri, arriverà sicuramente tardi. Il capo non gli farà nessun rimprovero. Una signora gli chiede il posto, toccandolo sul braccio e facendolo trasalire. Kirill le  cede il passo, la signora gli sorride con lieve imbarazzo. Si rimette la mano in tasca ritrovando il depliant. Non si aspettava che sarebbe stato capace di colpire la guardia col suo proiettile. Il tram fa una fermata davanti all’ufficio dei telefoni. Sta per entrare, quando fa improvvisamente dietrofront, come scosso da una forza improvvisa che lo strappa al dovere del lavoro. Guarda verso la porta del nuovo caffè italiano. Alcune persone escono sorridenti, soffiandosi alito caldo sulle mani. L’ha sempre guardato da lontano, attraverso il vetro del suo sportello ai telefoni. Per un attimo prova invidia per quei clienti che ne stanno uscendo e gli viene la voglia irresistibile di entrare e sedersi ad un tavolino. Respirare forte l’aria calda del caffè, è convinto che gli farà bene. Si dirige verso la porta ed entra. La luce è tenue e delicata, i rumori e le voci del locale gli arrivano attutiti.  

Cammina e si muove come se si trovasse all’interno di un acquario. Tutti i suoi gesti sono rallentati e rivolge un sorriso teso  al cameriere che si avvicina per salutarlo: 

"Buongiorno, signore". Kirill gli fa un cenno col capo, ha l’impressione di conoscerlo da sempre. La testa gli si riempie di un ronzio delicato di macchina del caffè. Si sparge per il locale l’odore pungente e invitante dei chicchi appena macinati. I suoi sensi eccitati si calmano.

   "Buongiorno", - risponde in italiano al cameriere sorridente. Il locale ondeggia, sollevato da ondate di fragranza a cui Kirill non sa resistere. Come dentro una nave allagata, l’acqua si sposta da una parete all’altra, lasciando intatti i tavolini, le sedie e i bicchieri. L’odore del caffè appena tostato è buono: "Un caffè", dice ancora in italiano e sorridendo pensa alle icone della pentecoste, con quelle fiammelle sul capo degli apostoli e il miracolo di parlare tutte le lingue del mondo. 

"Subito signore", risponde gentilmente il cameriere, accennando un movimento del capo. Kirill si accomoda sul cuscino della sedia in vimini ed appoggia i gomiti sul tavolino, respira profondamente mentre si guarda intorno. Sincronizza il battito del suo cuore in tumulto, con la calma tranquillità del locale che ha appena scoperto. Per quel ritardo inventerà una scusa al lavoro, oppure non ci tornerà affatto. Osserva il cameriere di spalle che prepara il caffè. Ha messo una tazzina di ceramica su un piattino e gli ha accostato, delicatamente, un cucchiaino d’argento. I rumori che sente sono come i battiti di un orologio che, progressivamente, rallenta il suo moto. Il cuore si calma. Il cameriere avvicina una zuccheriera e la mette su un vassoio di vetro.  Kirill lo osserva e sempre più si convince della sua familiarità e, come tutti i buoni camerieri del mondo sa, esattamente, quello di cui abbiamo bisogno in quel momento. Kirill avrebbe voglia di abbracciarlo e di raccontargli in italiano del suo proiettile perduto, del padre, della penombra della sua stanza, del depliant e di tutto quello che, in quel momento, gli passa per la testa. Il profumo di caffè che si spande tutto intorno lo inebria e lo riscalda. La luce del locale è discreta e avvolgente e ha i colori terrosi dei chicchi di caffè. I marroni, il rosso bruno, il color oro e tutte le tonalità delle ocre. Si sforza di disciplinare la regolarità del suo respiro e osserva il nuovo ambiente, nel quale si trova, con tutti i sensi allertati. Lo percorre da un tavolino all’altro e, improvvisamente, la sua attenzione viene catturata da due occhi grigio-azzurri che lo fissano, qualche tavolo più in la.  Una donna con i capelli biondi e un cappotto rosso sorseggia un tè. Quando poggia la tazza sul tavolino, Kirill nota il suo sorriso sghembo, mentre lei si porta un fazzoletto alle labbra. Estrae uno specchietto dalla borsetta e rimette i capelli in ordine. Con un rossetto ravviva il colore delle  labbra, ma per contrasto fa emergere il taglio che lo spacca, lasciando intravedere il bianco del dente scoperto. Kirill la guarda a lungo prima di metterla a fuoco realmente e capire di chi si tratti. La donna gli sorride indecisa e Kirill la fissa assente, col pensiero ancora rivolto alla guardia giurata del centro commerciale Nòvaja Moskvà. Avrebbe bisogno del suo proiettile adesso, lo vorrebbe stringere e riscaldarlo a contatto con la mano. La donna laggiù beve ancora una sorsata del suo tè e intanto inizia a rimettere gli oggetti dentro la borsetta elegante. Ha tutta l’aria di prepararsi ad andare via. Kirill si riscuote dai suoi pensieri e notando i preparativi della donna è contrariato all’idea che se ne vada. Le sorride debolmente e spera che lei si avvicini. Dopo che tutti gli oggetti, il rossetto e l’ombrellino pieghevole, sono stati sistemati nella borsetta, la donna si dirige verso il tavolo di Kirill e allora, lui si accorge che lei barcolla. Vede nel suo tavolino, oltre alla tazza del tè, anche altri bicchieri vuoti. Quando la donna arriva in prossimità del tavolo, cerca l’appoggio dello schienale della sedia di fronte a lui e vi si aggrappa. Vorrebbe dirgli qualcosa, ringraziarlo per la sua gentilezza e per il saluto che le ha rivolto la mattina appena sceso dall’ autobus, ma dalla sua bocca escono fuori dei suoni disarticolati e nel suo labbro spezzato si disegna una smorfia di disgusto per se stessa. Kirill posa una mano sopra quella della signora bionda e con una dolcezza di cui non si sapeva capace, le dice piano: " Ia ti’bià liubliu' ". Non l’aveva mai detto a nessuna donna e il suono dolce di quella dichiarazione d’amore, non gli sembra falso o fuori luogo. Lei gli risponde con un mezzo sorriso e un movimento impacciato dei fianchi che ruotano su se stessi, facendole quasi perdere l’equilibrio. Kirill la tiene ben salda per aiutarla a mantenersi in piedi e lei, dopo un tempo infinito, solleva la mano all’altezza della bocca, si posa il dito sulle labbra e con un soffio di voce gli fa: "Sscchh". Con eccessiva lentezza si abbottona il cappotto rosso e con voce impastata, prima di voltarsi e andare via, gli dice: "Do zavtra, liubimoi".  

   Il cameriere ha asssistito discretamente a tutta la scena e attende qualche istante, prima di lasciare il suo bancone con tutti i caffè buoni del mondo. Poi quando Kirill è rimasto solo, gli porta il vassoio su cui ha messo due biscotti, un cioccolatino di puro fondente e un piccolo bicchiere di vodka che brilla leggero, accanto alla tazzina del caffè fumante. "Il suo caffè, signore". Posa delicatamente il vassoio sul tavolino e lascia il bigliettino del prezzo li accanto. Kirill lo osserva senza toccarlo. Si fruga nella tasca  e trova il depliant. Appallottola strettamente il foglio di carta patinata e piano, dolcemente, lo riscalda a contatto con la mano. Afferra il cucchiaino dello zucchero e ne mette due volte. Gira con delicatezza il caffè e batte due tocchi sull’orlo della tazzina, come ha visto fare nei film italiani. Sorride di questi gesti a cui nessun essere umano sa sottrarsi. "Caffè italiano", pensa, mentre lo avvicina alle labbra e una sicurezza nuova lo pervade. Il bar si muove un po’, beccheggia forse. Oppure è solo la sua immaginazione. Si aggrappa al tavolino per non cadere e ora gli sembra che il fragore dell’acqua sulle pareti del bar sia fortissimo. La tazzina del caffè è piccola e straordinariamente calda, liscia come il proiettile che ha appena perduto. La afferra saldamente con le mani, come un oggetto prezioso da proteggere. Assaggia un biscotto e la pallina di cioccolato. Sorseggia piano il caffè, scottandosi leggermente il labbro superiore. 

   Lentamente la vita riprende a scorrere, il mare si placa. La grande stanza illuminata non si muove più.

 

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