Creato da alex.canu il 28/01/2012

alessandro canu

arte, racconti, idee

 

 

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LA TASCA DI STEVE JOBS parte seconda

Post n°118 pubblicato il 02 Maggio 2014 da alex.canu

 

 

L’uomo magro ha la barba corta e ispida. Il suo maglione, nero a collo alto, gli conferisce un aspetto inquietante, da sacerdote di un nuovo culto, ascetico e tecnologicamente progredito. Nel suo pantheon immaginario il corpo del Sacro Cuore di Cristo ha 250 gigabyte e nella mano destra tiene un hard disk esterno da un tera. Nessuno osa mai contraddirlo e le sue intuizioni sono, come sempre, accolte come segni della sua indiscussa genialità. Ha costruito una nuova religione, virtuale e definitiva. Il suo logo è una mela a cui è stato dato un morso, perfettamente rotondo, preciso e calcolato. Quella mela morsicata che rappresenta il peccato di presunzione dell’uomo su Dio, la rivendicazione della centralità dell’Uomo e della subalternità del dio. Nel Paradiso terrestre personale dell’uomo magro, un dio impacciato e piccino si avvicina alla Mela e misura l’apertura del suo arco dentale sul compasso perfetto di quel morso: non coincide, quel segno non è suo, niente più gli appartiene. Questa volta sarà l’Uomo a cacciare via dio dal suo Paradiso, come l’angelo ubbidiente di Masaccio, brandendo in mano non la spada di fuoco, ma un nuovo, tecnologicamente perfetto, smart phone.                                                                     Steve sorride, quel logo gli è venuto per caso, in quel periodo ascoltava troppo il disco bianco dei Beatles e frequentava poco i corsi regolari all’università che i suoi genitori adottivi gli pagavano, indebitandosi per lui.

 

Niu Xiaobei in piedi, china sul tavolo nel suo reparto, incastra con attenzione e rapidità il vetro touch-screen sul nuovo apparecchio che, a milioni di esemplari, da qualche settimana si stanno producendo. Liu Zhi Yi, il nuovo caporeparto, giovane e severo, che da qualche tempo sostituisce quello più anziano sparito chissà dove, grida continuamente che devono essere più rapidi e produrre di più. Minaccia gli operai che gli farà levare un quarto dello stipendio se non ne produrranno un numero superiore al minimo richiesto. Liu Zhi Yi ha un contratto di lavoro a percentuale, se non raggiunge gli obiettivi fissati, via, e avanti un altro. I suoi subalterni sputeranno il sangue per lui. Niu Xiaobei è stata spostata in quel reparto proprio grazie a Liu Zhi Yi. Incastrare vetri, sui nuovi telefoni cellulari della mela morsicata, è meno faticoso che sistemare i piccolissimi componenti elettronici. Xin Li la sera a letto la picchia, non sa in quale altro modo scaricare la sua rabbia e la sua gelosia. A Liu Zhi Yi non importa nulla delle botte che il ragazzo di Niu Xiaobei le da, basta che lavori più rapidamente delle altre ragazze e che, a un suo comando, lei lo raggiunga nel bagno dei capireparto. Tre minuti, a Liu Zhi Yi, bastano appena tre minuti, per venirsene dentro Niu Xiaobei, senza bisogno di spogliarsi, senza dire una parola, solo un oh, alla fine dei centoventi secondi. In perfetto stile Foxconn. Per non perdere tempo prezioso, Niu Xiaobei, gli ha proposto di portare con se una decina di vetri da incastrare, mentre lui la sta montando dietro. Così vedrebbe com’è brava e rapida, ma Liu Zhi Yi gliel’ha negato, con un sorriso appena sporcato da denti troppo irregolari. 

 

Alla conferenza annuale degli sviluppatori del logo di elettronica più famoso al mondo, l’uomo coi jeans e le scarpe da ginnastica appare ancora più magro e fragile. Quando sale sul palco, per un istante appena, si ferma affascinato ad osservare la platea di centinaia di persone, emozionate quanto lui. Aspettano, prigionieri di un fragile sorriso inchiodato agli angoli della bocca, che lui accenda il microfono e parli. Non riesce a trattenere un colpo di tosse che viene amplificato dal grande schermo alle sue spalle. I denti, in eccessiva evidenza, sono ormai un monito di quello che sta per accadere. Gli zigomi scavati e le occhiaie infossate lasciano poche speranze per progetti a lungo termine. L’uomo magro osserva le donne e gli uomini che lo guardano, alza le mani in un gesto che vuole chiedere silenzio e attenzione. La sua voce si sposta a proprio agio nelle pieghe rotonde dell'inglese dei californiani, si accovaccia sorniona sulle pause studiate. Gli occhi fanno da contrappunto alla voce che si appoggia saggiamente ad una vena di lieve ironia. L’uomo magro che parla conosce benissimo il vuoto esistenziale che i suoi costosi giocattoli riempiono, con display colorati e app intuitive. Parla delle prodigiose potenzialità del nuovo apparecchio, pronuncia parole chiave come: push-email, global address list, device configuration, push-calendar, remote wipe. Quindi tace per un istante e taglia il grande schermo alle sue spalle con un morbido sorriso di trepida attesa. Un effetto di teatro, certamente, imparato quando era ragazzo e aveva capelli lunghi e non sapeva ancora di avere sangue arabo che gli inquinava le vene.                                                                                                                            - Hello. Come stai? - gli ha scritto il suo padre siriano, un giorno che ha saputo che il figlio che aveva abbandonato era diventato uno dei cinque uomini più ricchi al mondo. Il silenzio é stata la sua unica risposta. Estrae dalla tasca dei suoi jeans un telefono cellulare con gli angoli arrotondati, un miracolo di tecnologia e raffinato design alla portata di tutti. Per un breve istante lo osserva, con incredulità, prima di alzare la mano e mostrarlo alla platea. Ed è a questo punto che il suo volto si fa scuro e le sottili labbra gli si serrano, avvelenandogli il sangue. 

 

Xin li lavora da qualche tempo con un orario di sedici ore che lui stesso ha scelto liberamente di fare. E`una forma di suicidio anche questa, ha pensato. Mangia quando può, dorme quando capita e dove gli capita. Di Niu Xioabei, quella puttanella di Beijing, non ha saputo più niente. Xu Tien è scomparso improvvisamente un paio di mesi prima, portandogli via i soldi che aveva nascosto e non ha la più pallida idea di immaginare in quale fogna possa trovarsi adesso. Lo ucciderà, non appena gli metterà le mani addosso, di questo può stare certo.                                                                                                                 - Magari sta a poche decine di metri da me, quello stronzetto, ma non si fa vedere. Siamo tutti uguali qui. - Pensa Xin Li. Dopo alcuni mesi che si lavora alla Foxconn, con quei ritmi di 12 o 16 ore al giorno, la fisionomia delle persone cambia. Le cellule stesse subiscono una mutazione genetica che le invecchia. Le occhiaie si fanno profonde e la fatica scava la carne fino a portarla al livello delle ossa. La stanchezza annulla ogni diversità, come non avrebbe mai potuto fare meglio neppure il Compagno Máo Zédōng, quando costringeva contadini e intellettuali ad essere una cosa sola col suo libretto rosso stretto fra le dita. Da poco tempo ha saputo che la Direzione ha fatto mettere una rete protettiva, appena sotto il sesto piano del dormitorio aziendale. Un suo compagno si è lanciato nel vuoto per protestare contro gli orari eccessivi di lavoro. A Xin Li non gl’importa un bel niente, lui sarebbe disposto anche a lavorare venti ore al giorno, se fosse possibile, pur di guadagnare di più e andarsene via di li, oppure morirci, ma saltare nel vuoto certamente no. Di Niu Xiaobei non sente la mancanza; cioè, ogni tanto. E`l’assenza di Xu Tien che gli brucia di più, sarebbe disposto anche a perdonarlo per i soldi che gli ha rubato. Che fine avrà fatto?

 

 

Le prime file della platea, dove l’uomo alto e magro sta presentando efficacemente il nuovo smart phone, sbiancano in volto quando vedono le rughe del loro amministratore delegato addensarsi in pieghe orrende sulla sua fronte. Non capiscono cosa sia potuto accadere, ma sanno per esperienza che quel segnale porta sempre burrasca, cioè scatole di cartone da riempire con i propri effetti personali e scrivanie che devono essere liberate dai pupazzetti portafortuna entro tre ore. Nessuno, fra quelli che occupano le prime file, vorrebbe che quella presentazione avesse mai fine. Friggono, agitandosi sulle loro poltroncine imbottite. Si guardano, interrogandosi silenziosamente l’un l’altro con la coda degli occhi, nascondendo le labbra tremanti dietro le mani appoggiate al mento. Accavallano nervosamente le gambe e cambiano troppo spesso posizione, mentre si domandano che cosa può aver fatto aggrottare le sopracciglia del loro capo. Quale può essere il motivo del suo improvviso disappunto? Quale errore possono mai aver commesso? L’uomo alto e magro, malato di cancro al pancreas e con un fegato nuovo, continua nella sua brillante presentazione. La gente ride e sembra divertirsi, lui sa come si racconta agli altri un’invenzione, sa come renderla affascinante e necessaria. Srotola dati, stabilisce confronti vincenti con altri competitor, gioca con le parole, parla voltando le spalle al pubblico come una rock star, è una rock star. La platea applaude, risponde alle sue sollecitazioni, lui si lascia amare, come nelle magliette Foxconn a migliaia di kilometri di distanza, dall’altra parte del mondo, dove le paure però sono di un’altra specie. Nelle prime file gocce di nervosismo iniziano già a distillare dalle cravatte con i personaggi dei cartoons stampati, come a dire: - siamo i più fighi, ma non ci prendiamo troppo sul serio; siamo degli eterni Buzz Lightyear, ragazzacci dell’hi-tech. Il loro Amministratore delegato ha quasi finito il suo numero. Dopo saliranno i tecnici a spiegare gli applicativi, a toccare i tasti giusti e a combinare relazioni tra software e hardware, connessioni h24 e apps dedicate. Fra poco capiranno perché gli occhi di Steve, affettuosamente così, si sono oscurati e il suo volto si è arricchito di quelle orribili pieghe antiestetiche.

 

 

Niu Xiaobei pesa la metà dei chili che aveva quando è arrivata a Zheng Zhou, nella provincia centrale dell’Henan. Il caporeparto finge adesso di ignorarla, attratto da altre lavoranti. E`alla Foxconn da quasi un anno e non è riuscita a mettere da parte neppure uno yuan. Rimedia qualcosa dandosi agli altri compagni di lavoro, accovacciata nei bagni o inginocchiata lungo i corridoi meno usati, nelle poche pause che ha, poco prima di cadere addormentata dalla fatica. Morta dal sonno che la divora e dal dolore alle gambe, ormai costante e ipnotico. Non lava più neppure la sua biancheria intima, d’altronde a chi importa più della sua pulizia? L’operaia Niu Xiaobei, una degli oltre trecentomila lavoratori di quella fabbrica, passa il suo tempo nella lunga catena di montaggio, insieme a trecento altri ragazzi, ad incastrare rettangoli di vetro e a pulirli con un panno imbevuto di una sostanza tossica che li ha fatti sentire male tutti. Li hanno portati via e lasciati senza assistenza nei corridoi, al freddo. Per questo, la Direzione ha dovuto chiudere il reparto per due giorni, perdendo consistenti somme di denaro e rallentando la produzione. Liu Zhi Yi, il giovane caporeparto è stato allontanato e retrocesso a lavorante semplice, prima di sparire definitivamente nel pozzonero Foxconn. La Direzione dell’azienda ha però risolto brillantemente il problema della perdita economica, dovuta al forzato arresto della produzione, recuperando una parte cospicua della grossa somma, trattenendola direttamente dallo stipendio dei lavoratori, spalmandogli quel debito in sei rate. D’altra parte era colpa loro se la diluizione del prodotto irritante non era stata fatta secondo la corretta procedura. Quindi, gli operai stessi avevano causato un danno, forse voluto e preparato dalle associazioni sindacali che, in maniera subdola, si stavano iniziando ad organizzare all’interno della fabbrica. Un cancro, che la Direzione non avrebbe tollerato, e che avrebbe estirpato all’origine.                                                                                                       Una volta le è capitato di vedere da lontano un tizio che somigliava a Xin Li. Percorreva una lunga strada, stretta fra due palazzoni altissimi, pieni di tovaglie, lenzuola e mutande di ogni colore, stesi ad asciugare in quell’aria malata. Teneva in mano una busta di plastica bianca, con dentro, forse, qualche camicia da lavare. Gliel’avrebbe pulita volentieri lei stessa se non avesse percepito nel suo camminare qualcosa di vago e penoso. Camminava e si fermava, come combattuto da un dubbio testardo. Guardava ottusamente nel vuoto e poi dentro la busta, quindi riprendeva ancora la sua strada, con quel procedere irrequieto e ondivago. Per un tratto l’aveva seguito e gli era andata persino vicino, ma lui non l’aveva riconosciuta. Il suo volto era pallido e scavato, si capiva che non mangiava con regolarità, in tutto il suo corpo era incollata una patina opaca di sudiciume.                                                                

- Xin Li! - l’aveva chiamato, - ti ricordi di me? Sono Niu Xiaobei, Xin Li, Niu Xiaobei. Ci siamo tenuti per mano, durante il nostro viaggio in treno, da Beijing fino qua. C’era anche il tuo compagno, Xu Tien, che non vediamo più.                                                                    

- Ancora altri quindicimila yuan, solo altri quindicimila yuan e me ne andrò via. Dovrò lavorare per otto mesi ancora, sedici o diciotto ore al giorno, per andarmene via. Devo ancora tanti soldi per l’affitto del letto e per il mangiare e poi andrò via.                              

 - Xin Li, non andremo mai via di qui. Non ci lasceranno andare, si prenderanno tutto di noi, la nostra forza, la nostra giovinezza, la nostra stessa vita.                                                   

- Ancora altri quindicimila yuan, solo altri quindicimila yuan...  Poi Xin Li, o chissà chi altro poteva essere, era entrato dentro un portone aperto. L'aveva seguito salire le prime due rampe di scale, fin quando era sparito alla sua vista. 

 

 

L’uomo alto e magro osserva lo schermo del suo computer. Uno schermo grande e piatto. Tiene le mani con le dita intrecciate dietro la nuca, lasciandosi scivolare lungo la sedia, in una posizione che qualsiasi medico fisiatra sconsiglierebbe. Sul tavolo carte, libri, fogli, ammucchiati uno sull’altro, senza un ordine apparente, pronti a cadere ad ogni piccolo scossone. Un telefono fisso, tutto spigoli e tasti, un modello antiquato, in bilico sulla sinistra della piccola scrivania, continua a squillare. Una luce arancione lampeggia, ma l’uomo magro non risponde, continua a fissare lo schermo del Mac, dove due bambini gli sorridono. Sotto il tavolo, un cestino per la carta vuoto, è apparentemente l’unica cosa in ordine dell’intero ufficio. Delle tende bianche, alle due finestre sulla sua sinistra, diffondono una luce mattutina incoraggiante. Lo studio dell’uomo alto e magro non ha lampade postmoderne, né quadri di pregio alle pareti o boiserie raffinate e calde. Il pavimento è fatto di semplici listelli di legno grezzo. Tutto sembra provvisorio e incerto, come appena uscito da un kit di montaggio di un catalogo Ikea. In Piedi, addossati alle pareti, alcuni membri del Consiglio di Amministrazione e due capi progettisti attendono che lui si volti. L’uomo magro lascia che una delle sue mani corra rapida alla tasca dei suoi jeans sdruciti e ne estragga il telefono cellulare che ha trionfalmente presentato davanti ad una platea virtuale di milioni di persone. Lo tiene alto con una mano e contemporaneamente si alza in piedi. Nell’ufficio si sente un muoversi di piedi imbarazzato e uno spostare il peso sull’altra gamba, accompagnato da un tossire imbarazzato, mani unite in attesa davanti alle braghe dei pantaloni. L’uomo alto e magro, ammalato di cancro al pancreas e con un fegato non suo dentro il corpo, grida qualcosa a proposito del vetro del suo smart phone. Urla e si leva gli occhiali, mostrandoli ai suoi collaboratori che, allibiti, non comprendono il senso di quel confronto. Avvicina le lenti al vetro del nuovo telefono cellulare e parla ancora ad alta voce, arrabbiandosi sempre di più. Ripone gli occhiali nella tasca dei suoi jeans e li toglie immediatamente dopo, mettendoli sotto il naso dei suoi dipendenti. Li insulta, li offende con parole volgari e umilianti, parla di tecnologia tradita, di concorrenza che si frega le mani, di perdite secche. Indica grafici disegnati a mano libera con la penna, danni ai suoi consumatori che da lui, dice, si aspettano il meglio.                                                            

- Siamo Noi, il metro di confronto per i nostri avversari. Noi, stabiliamo gli standard a cui, Loro, si devono attenere, ma dobbiamo essere Noi, gli unici a superarli e anticiparli. Noi, siamo i nostri diretti concorrenti, non loro. L’uomo magro e malato mostra il suo nuovo telefono cellulare, sul quale un’ombra, come un piccolo graffio, rompe la perfezione luminosa del vetro. Un segno che sarebbe stato apprezzato da un artista, non da lui. Un segno, che si sarebbe potuto facilmente scambiare per una sbavatura e pulirlo con una pezzetta per gli occhiali.                                     Qualcuno dei presenti trova il coraggio di far notare che un telefono cellulare non andrebbe mai messo dentro una tasca di pantaloni in tela grezza. L’uomo magro sibila inviperito che lui l’ha appena fatto, e se lo fa lui lo faranno milioni di persone in tutto lo stronzissimo mondo che, di loro e dei loro costosi prodotti, si fidano, come di una reliquia taumaturgica. Alla gente che ha speso tanto, per avere il meglio, non farà certamente piacere estrarre il proprio nuovo smart phone dalla tasca dei jeans e ritrovarsi il vetro rigato; se, quindi, per favore: “vi volete incaricare di sostituire quei vetri, con altri che abbiano la gentilezza di non rigarsi?”                                                                                                                           Le ultime frasi dette in un crescendo, isterico e aggressivo, del tono di voce.

 

 

Niu Xiaobei sta preparando in fretta una valigia di finta pelle, decisa a metterci dentro le ultime tracce di dignità che le sono rimaste. Determinata ad abbandonare lo stabilimento di assemblaggio di componenti elettronici della città di Zheng Zhou, nella lontana provincia dell’Henan. Perderà l’ultimo stipendio, lo sa, le verrà trattenuto per pagare i costi del suo mantenimento in fabbrica. La sera prima ha preparato finalmente un bucato fresco che ha steso in cima al grande terrazzo oltre il sesto piano, più in alto della rete di protezione che la direzione ha fatto tendere per limitare i suicidi. Magliette bianche, calzini e asciugamani, sventolano, forse già asciutti e pronti per essere ritirati. In casa dei suoi genitori non la vorranno più e finirà col vendersi a Beijing, come d’altronde ha sempre saputo che sarebbe andata a finire. Improvvisamente sente bussare alla porta e quando apre trova Liu Zhi Yi, il suo ex giovane caporeparto, che le dice frettolosamente che non può partire, perché tutti sono stati chiamati a lavorare, per un turno giornaliero di diciotto ore, per almeno dieci giorni.                                                                                                                               - E`un’emergenza, - le dice, - dobbiamo sostituire tutti i vetri degli smart phone americani con altri, nuovi, che non si rigano. La direzione offre un supplemento di stipendio e ha dato a me un’altra possibilità.                                                                                                     

- Io me ne sto andando via, - replica indifferente Niu Xiaobei.                                              

- Non ti restituiranno i documenti, se non accetterai. La Direzione si riserva di denunciare tutti quelli che non si presenteranno al lavoro, con l’accusa di boicottaggio della produzione e del buon nome internazionale del nostro amato Paese. La ragazza posa la valigia sul pavimento e, mentre Liu Zhi Yi esce elettricamente carico di nuovo entusiasmo, chiudendosi la porta alle spalle, Niu Xiaobei si siede sul letto e piange. Appena ha finito si asciuga le lacrime e si ricorda dei suoi panni stesi, ormai certamente asciutti. Il vento che sta soffiando potrebbe strappare le mollette e portarseli via. Sale su fino al grande terrazzo e si lascia trasportare dal vento fortissimo che vi soffia. Si sporge dal muro basso per guardare giù in fondo e si accorge di uno spazio vuoto lasciato dalle reti tese. Un varco di un paio di metri che, forse, hanno dimenticato di unire, oppure l’hanno lasciato così di proposito.                                                                                                     - Che fine avrà fatto Xin Li? - si domanda la ragazza. - E quel suo amico del treno, Xu Tien?; forse mi sarei dovuta legare a lui, era più timido e carino. Un pesciolino nella rete, questo mai.                                                                                                                     Si sporge oltre il muro, forse troppo, per raccogliere un calzino più lontano, o forse no. Niu Xiaobei vola giù, attraversando quello stesso varco nella rete che hanno attraversato altri dodici suoi compagni prima di lei. Lasciato aperto, forse per pietà, come unica via di fuga da quell’inferno. Quando gli infermieri dell’ambulanza la raccolgono dalla strada, sulla maglietta macchiata di sangue leggono la solita scritta che avevano anche gli altri: “Noi amiamo la Foxconn”. A pochi metri dal luogo dov’è caduta quella povera ragazza, alcune mollette per il bucato avvalorano la tesi di un malore, o forse di scarsa attenzione, mentre si sporgeva per recuperare il suo bucato.                                                                                                     

- Chi era? - chiede qualcuno, osservando il corpo della donna che sta per essere caricato dentro l’ambulanza.                                                                                                           

- Non saprei, - risponde un altro. - Poi, con un sorriso di complicità maschile, dice, - mi è sembrata quell’operaia che arrotondava la paga nei cessi della Foxconn.

 

 

Qualche settimana dopo, dall’altra parte del mondo, un uomo malato di cancro al pancreas, con un fegato non suo, il volto magro e intelligente, estrae il suo nuovo giocattolo tecnologicamente avanzato dalla tasca posteriore dei suoi eterni jeans sbiaditi. Lo estrae e lo ripone, premendolo intenzionalmente sulla tela ruvida. Lo osserva con orgoglio; i suoi adoratori, come sempre, avranno il meglio. Un altro morso alla mela che, da decenni ormai, detta le regole dello schizofrenico mercato hi-tech. La concorrenza dovrà faticare parecchio stavolta, se vorrà tenere il passo. Sorride, mentre squilla il suo solito telefono antiquato:     

- Hello? - dice, con un tono di voce asciutto e consapevole.                                                 

- Ciao, Steve, sono tuo padre. Ho saputo che sei molto malato; mi dispiace enormemente di averti abbandonato da bambino, ma, vedi, i genitori di tua madre non volevano un siriano, come papà del loro nipotino. Ti sono vicino, chiamami quando vuoi, se hai bisogno di me.     

- Grazie. - Risponde appena l’uomo magro. 

 

Anche stavolta, la partita a scacchi con la morte, l’ha vinta lui.

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