Creato da alex.canu il 28/01/2012

alessandro canu

arte, racconti, idee

 

 

STORIA DEL DECIMO FIGLIO figlio quarto

Post n°77 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da alex.canu

Figlio quarto

Benìah Chnua  

(La morte della mosca)

 

 

     Mihlusa aveva due anni, Ghelanu quattro e mezzo e Nughavi già sei o poco più. Anzichu andava per i quaranta e Aisentha, la protagonista del momento aveva da poco compiuto i ventotto anni. Il ventiquattro di Agosto è la festa del santo patrono a Issòghene, si celebra in gran pompa un martire scuoiato vivo chissà quando. In paese facevano una festa che tutti aspettavano per un intero anno. Aisentha iniziò ad avere le doglie proprio in quel giorno e cominciò a cantare il suo sgravamento, intonandolo sui colpi di fucile sparati in onore del santo. Provò un dolore nuovo che non aveva conosciuto nei parti precedenti, le sembrava che le stessero levando la pelle come al santo in processione. La levatrice era arrivata in tempo e aveva predisposto tutto. Anzichu aveva spedito Nughavi e Ghelanu a seguire la statua del martire, mentre Mihlusa l'aveva portata a casa dei nonni materni, se ne sarebbe occupata Manthoi. Aisentha cantava e soffiava forte e spingeva. Ma il figlio non si decideva a venire fuori. La gravidanza era stata regolare e tutto era andato bene. Aisentha spingeva e soffiava le sue canzoni masticate in mezzo ai denti, ma il figlio non nasceva. tia Lehana si accorse che il bambino non si trovava nella posizione corretta e allora decise di infilare la mano dentro l'utero di Aisentha per farlo girare. Anzichu, spaventato, uscì fuori e lasciò le due donne sole. Dall'uscio della porta lasciato aperto sentiva un canto religioso, intonato da sua moglie per la santa Vergine, mescolato alla fatica e alle sollecitazioni della levatrice. Quando tia Lehana si decise a infilare la mano dentro, sentì il cordone ombelicale avvolto attorno al collo del bambino. Lo afferrò perentoriamente e lo rivoltò, riportando la testa verso l'esterno, quindi lo prese delicatamente con tutte e due le mani aiutandolo a nascere. Anzichu sentì il vuoto di silenzio e poi il grido del bambino spaccò la casa. Quando entrò vide la levatrice guardarlo preoccupata e balbettare qualcosa. Gli mostrò un piccolo torello di quattro chili e due, livido, con ancora lo strato protettivo di caseina spalmato sul corpicino. La levatrice rovesciò il neonato per dargli altri due colpetti sulla schiena e poi lo girò verso Anzichu che inorridì.

    Guardò la levatrice come per accusarla di qualcosa e poi rivolse lo sguardo verso la moglie. Il bambino aveva un taglio sul labbro superiore come non ne aveva mai visti prima e non riusciva a capire cosa potesse essere. Aisentha disse qualcosa e la levatrice le porse il bambino, lei lo osservò a lungo, muta, poi gli cantò una canzone con voce tenera, velata appena dalla stanchezza. Lo chiamò per nome, non avevano deciso niente riguardo a questo, ma lei non ebbe il minimo dubbio e lo chiamò Benìah, come suo padre. Non sarebbe stato Benìah Isphra, ma Benìah Chnua. Gli cantò una ninna nanna e il bambino si attaccò al seno della mamma. Succhiò forte, ma dal suo naso fuoriusciva il latte che prendeva. Anzichu disse che c'era il malocchio in casa sua e si lasciò cadere su una sedia. Tia Lehana spiegò che non si trattava di fatture, ma di una patologia comune che poteva essere curata. Bisognava avere pazienza e aspettare che Benìah crescesse ancora un po'. Nughavi e Ghelanu tornarono di li a poco e corsero in camera per vedere il bambino, ma il padre li fermò e disse che ancora non potevano entrare, che il bambino non stava bene, che la mamma era stanca, che la levatrice aveva ancora tanto da fare. I due fratelli sospettarono che qualcosa non fosse andato per il verso giusto e Nughavi mise la mano sulla maniglia della porta e chiamò la mamma. Aisentha rispose e pregò i figli di entrare. Ghelanu vide lo strappo sul labbro del bambino e si spaventò, Nughavi lo guardò a lungo e provò un misto di ribrezzo e di perfido piacere nel vedere quel piccolo mostro. Si lasciò andare ad un commento infelice e il padre liberò un ceffone che lo fece gridare. Ma quel commento rimase incollato nell'aria e lo chiamò sempre così, "Laritrappadu", labbro spaccato.

   Questo era il soprannome col quale tutti lo conoscevano a Issòghene e gli altri bambini lo deridevano così, quando la sua esuberanza nel crescere provocava qualche risentimento. Benìah a dispetto del labbro leporino cresceva sano e forte, soprattutto forte. Sembrava che i suoi muscoli ubbidissero ad una diversa legge del normale sviluppo e a dieci anni aveva già un corpo armonico, piccolo di statura, ma con una muscolatura da adolescente. Vinceva tutti a braccio di ferro e talvolta anche gli adulti si misuravano con lui, Nughavi non si azzardava a tiranneggiarono, profittando del fatto di essere il maggiore, ma lo teneva a distanza e si vergognava di quel fratello tagliato in faccia. All'età di otto anni Anzichu entrò in classe dove Benìah stava attento alla lezione e parlò a bassa voce con la maestra. Dieci minuti dopo aveva già preparato la sua cartella e il pomeriggio stava in campagna con gli altri fratelli. Mihlusa, forse per la contiguità anagrafica si legò particolarmente a lui, gli piaceva toccargli i muscoli, sentirli così vibranti e turgidi, si sentiva protetta e spesso il suo dito partiva dalle sue braccia e saliva lentamente verso il labbro per poi toccarsi la piccola cicatrice che aveva ancora sul sopracciglio destro. - Siamo uguali, io e te, abbiamo entrambi una ferita sul volto, io vicino all'occhio, tu sulla bocca. Benìah rimaneva immobile e sentiva il ronzio del sangue battergli sulle tempie. I capelli nerissimi e lunghi di Mihlusa lo attraevano irresistibilmente. La loro complicità era totale, Nughavi e Ghelanu non contavano niente per loro. In assenza del padre era Nughavi, il più grande, che stabiliva il lavoro in campagna e spesso si liberava un po' del suo facendolo fare a Ghelanu. Fra i due fratelli maggiori non esisteva pace e le zuffe erano furibonde. Arrivarono a minacciarti col coltello e Mihlusa e Benìah intervennero per separarli. Nughavi si volse verso di lui e gli scaricò il veleno che aveva in corpo, chiamandolo mostro e Laritrappadu. Benìah gli torse il braccio e lo fece inginocchiare per terra, mentre il fratello maggiore cercava di colpirlo al piede col coltello. All'età di quattordici anni venne invitato ad allenarsi nella palestra del paese dove praticavano la boxe e li i suoi muscoli volarono. Non aveva avversari a Issòghene e già il suo allenatore si dava da fare per procurargli i primi incontri a livello provinciale.

    Mihlusa otteneva tutto da lui, non c'era cosa che Benìah non fosse disposto a fare, la adorava di un amore cieco. Quando lei si interessò a un ragazzo che la guardava con insistenza soffrì senza dire niente. Lei se ne accorse naturalmente, sperimentava la sua vanità e il potere dei suoi lunghi capelli. Lei amava Benìah perchè la faceva ridere con le imitazioni che sapeva fare degli animali e dei fiori. Sapeva corrugare gli occhi come il gheppio e imitarne lo stridio, si gettava carponi per terra puntando i piedi su qualche roccia come gli scarabei stercorari, saltellava con la grazia delle farfalle e belava disperato come l'agnello smarrito. Soffiava forte e mulinava le braccia, girando tutt'intorno come una trottola, alla maniera delle nuvole. Danzava, per lei soltanto i suoi muscoli si addolcivano e si distendevano leggeri e innocui. Ma la cosa che faceva ridere Mihlusa fino alle lacrime era l'imitazione dei fiori che trovavano sul loro cammino, quando col padre andavano in campagna a piedi. Rimanevano indietro rispetto agli altri e lui le indicava i poveri fiorellini che si trovavano sul ciglio della strada gelata. Ce narrano di tristi e di allegri le diceva e si curvava e lasciava penzolare le braccia, fingendo una canicola che non c'era, iniziava un canto di sfibrante di cicale e richiudeva le dita, come se fossero petali disperati per la loro breve esistenza. Oppure le allargava, estendendole all'infinito nell'aria, aprendosi in un muto sorriso e allora il fiore era allegro, per lei. Mihlusa lo guardava incantata e avrebbe voluto che il tempo morisse, in quell'istante, insieme a loro due, soli.

   Quando lei si sposò all'età di diciannove anni, il giorno delle nozze Benìah si chiuse in bagno. Non vedendolo Mihlusa lo chiamò e lui disse che non sarebbe uscito. Allora lo pregò di aprirle la porta e di lasciarla entrare. Vestita di bianco, con i capelli raccolti e lo sguardo inquieto gli si avvicinò tendendogli una mano. Laritrappadu si concentrò sulle mattonelle evitando il suo sguardo, allora Mihlusa gli sollevò il mento, lo inebriò del suo nuovo profumo e lo baciò a lungo sulla bocca.

    Quando compì il ventunesimo anno di vita Benìah se ne andò insieme a tanti altri ragazzi di Issòghene. Migrarono a nord verso Milano, Varese, dove c'erano le grandi fabbriche. Lavorò in una acciaieria per tanti anni. Tornò cambiato e stanco, beveva in continuazione, non aveva amici, era rissoso e tutti ripresero a chiamarlo col suo soprannome, Laritrappadu, labbro spaccato. Con l'andare del tempo divenne lo zimbello del paese e quando era ubriaco, in piazza gli organizzavano dei finti incontri di boxe e lui dava dei grandi pugni in aria, per colpire un avversario che non esisteva più. Quando cadeva a terra e imprecava contro i bambini che lo insultavano, la gente rideva e li solitamente finiva lo spettacolo con Aisentha che se lo veniva a riprendere. Morì a quarant'anni, solo. Mihlusa ebbe quattro figli e per nessuno di loro lo volle come padrino al battesimo.

 
 
 

STORIA DEL DECIMO FIGLIO figlio quinto

Post n°76 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da alex.canu

 

Figlio quinto

Epihnea Chnua

 

 

     La storia di Epihnea ha ancora dei lati oscuri, difficili da illuminare e comprendere. Venne al mondo nel silenzio e nell'indifferenza generale. Nessuno in casa si accorse della gravidanza di Aisentha. Non che la sua pancia non fosse evidente, al contrario, ma il fatto che fosse di nuovo incinta non faceva più notizia. La stessa levatrice, tia Lehana, andò due volte appena a farle visita, per assicurarsi del suo stato. Nughavi finse di ignorarla per tutto il tempo, nei suoi occhi era stampata la convinzione che un figlio solo sarebbe stato più che sufficiente, due al massimo, saltando però il secondo. Ghelanu aveva appena scoperto i piaceri della prima elementare e la comodità di starsene al caldo dentro l'aula, invece di andare in campagna col padre. I litigi col fratello maggiore continuavano, ma vivevano una fase di stanca ripetizione su dissidi ormai logori e ampiamente esplorati. Nessuno li separava più, se le davano per un paio di minuti al giorno, come un lavoro da compiere. Il brutto sarebbe venuto molto più avanti, da adulti, quando arrivarono al punto di minacciarti col coltello sulla piazza principale del paese, di domenica, davanti a tutti e con le loro due mogli ad aizzarli l'uno contro l'altro. Ma si parlava di Epihnea, ecco, la sua storia è talmente grigia e spenta che inevitabilmente diventa il pretesto per parlare d'altro.

  Di quello che accadeva nel mondo, per esempio. Il giorno prima della nascita di Epihnea il Duce si concedeva l'ultimo sussulto di potere e appoggiato dai nazisti costituì l'esangue Repubblica di Salò. Il 24 Settembre, era un venerdí e infuriava una guerra sanguinosa. La più grande tragedia che l'uomo avesse mai conosciuto. A Cefalonia, una graziosa isoletta greca, si combatteva una battaglia cruenta. I tedeschi non accettarono l'armistizio dell'otto Settembre e presero d'assalto l'isola. Il comandante della divisione italiana chiese la resa, ma venne fucilato sul posto. I tedeschi contrariamente alle convenzioni militari accettate, non fecero prigionieri e iniziarono le fucilazioni di massa. Circa cinquemila persone vennero uccise. Dei tremila sopravvissuti oltre la metà trovarono una morte orribile saltando in aria sulle mine che i tedeschi avevano dislocato un po' ovunque. I pochissimi superstiti vennero deportati nei lager nazisti e li ebbero modo di rimpiangere di non essere morti in combattimento. 

   Ma di tutte queste notizie a Issòghene arrivava poco o niente, non era consuetudine accendere la radio per sentire le novità. Quelle le ascoltavano i signori, i "don", che si dividevano i latifondi e sfruttavano i contadini. Epihnea nacque in silenzio, il suo stesso vagito fu eseguito con la sordina, come una prova generale in cui la cantante accenna appena alla sua parte senza spingere troppo. Nacque in fretta, sgusciò fuori sotto gli occhi stanchi di tia Lehana, che non fece altro che prenderla al volo e sistemarla sul seno di Aisentha. La bambina pesava come un furetto e Aisentha controllò subito il suo labbro. Quando si assicurò che tutto era a posto si addormentò, lasciando la bambina attaccata al seno, ma pure lei dopo poco scivolò nel sonno. Non sembrava incuriosita dal nuovo mondo dove era appena arrivata, proseguì le sue abitudini di quando stava ancora dentro la pancia e dormì sonoramente fino alla poppata successiva, quando la madre si svegliò di soprassalto e la trovò ancora li, attaccata al seno, con la boccuccia semiaperta e un rivolo di saliva che le scendeva giù sulla guancia. Epihnea era incapace di comprendere i giochi di Mihlusa e Benìah, non capiva come fosse possibile che un fiore potesse essere triste o allegro. Le facevano paura gli insetti e quando andavano in campagna si copriva la testa con un fazzoletto. Nughavi arrivò perfino a farla bersaglio di una sua personale gara di  sputi sui quali si stava esercitando da tempo. Ghelanu la difese, ma più che altro come pretesto per andare contro suo fratello. Anzichu la guardava crescere e si domandava che tipo di persona sarebbe diventata, talvolta le sfuggiva il suo nome e non si ricordava perchè l'avessero chiamata con quel nome strano che non aveva nessun'altro in famiglia. Epihnea, era forse un lontano parente della moglie che lui non aveva conosciuto? O uno di quei nomi di Roma antica che da una ventina d'anni andavano tanto di moda, una moglie di imperatore? O proveniva dalle nuove colonie di Italia Imperiale? 

   Lei non si curava dell'origine del suo nome che tanto faceva impazzire il padre, si nascondeva in un particolare angolino della casa, tra il muro e la macchina per cucire e lì leggeva i suoi libri con la copertina nera e il dorso delle pagine dipinte di rosso spento. Si era appassionata alle vite di san Luigi Gonzaga, don Bosco, Maria Goretti. Aveva letto tutto quello che era riuscita a trovare su Bernadette de Soubirous e sui tre bambini di Fatima. Il prete di Issòghene, babai  Esòhle, un uomo grasso e senza un solo pelo di uomo virile in tutto il corpo, la incoraggiava lasciandola entrare liberamente nella libreria della canonica. Babai era un uomo particolare, arrivò in paese magro da far paura e giovane e quando morì, vecchio, nel suo letto, aveva superato il quintale. Parlava con una vocina da eunuco, ma quando celebrava il rito de S'Isgravamentu, il venerdí santo, faceva piangere le donne con una voce da baritono che faceva tremare la chiesa e ai due figuranti che impersonavano Hanna e Caifa, la gente rivolgeva parole di riprovazione, come se fossero stati realmente colpevoli di quello che stava accadendo al Cristo in croce. Babai Esòhle raccolse i bambini in strada e li portò a giocare al pallone in un campetto allestito dietro la sagrestia, mentre le femmine le portava in casa sua, dove una vecchia zia insegnava loro a cucinare, rammendare e riconoscere il pesce fresco guardando le branchie e gli occhi. Babai era un uomo buono, alzava il gomito qualche volta, ma tutti a Issòghene lo perdonavano e anzi i vinai gli facevano assaggiare il vino novello perchè, se piaceva a babai Esòhle, era segno che era veramente buono. 

   Epihnea era la favorita del vecchio prete perchè intuiva in lei la vocazione della sposa di Cristo. Le parlava di miracoli prodigiosi, di apparizioni stupefacenti, di martiri che si erano lasciati uccidere cantando la parola di Gesù. Lei beveva tutto questo e quando ebbe dodici anni chiese al sacerdote di indirizzarla verso un convento. Un giorno allestì un piccolo altare in una delle stanze più remote della casa e vi sistemò dei fiori di ginestra che aveva raccolto. Al centro posò la statuina di gesso dipinto del sacro cuore che avevano in casa e si inginocchiò a pregare. Lo faceva mestamente, bisbigliando appena le parole delle giaculatorie, con le mani giunte. Ma ad un certo punto si eccitò tanto che prese ad invocare Gesù ad alta voce. Lo chiamava con tutti i nomi più dolci e fantasiosi, invitandolo a mostrarsi e si batteva forte la mano sul petto e sulla fronte. Epihnea perse il contatto con la realtà e gridava: - Gesù, vieni! Aisentha la sentì gridare, smise di dare colpi col telaio e accorse. La trovò in quello stato di trance e ne rimase molto turbata. La bambina era stremata e svenne sul pavimento.  La sera ne parlò col marito e andarono insieme a casa di babai Esòhle, il quale consigliò gravemente di portare la bambina, per qualche tempo, presso il convento delle monache, dove avrebbe potuto capire se la sua era una vera vocazione. Epihnea volle entrare subito in convento e scelse la clausura, la soluzione estrema. Alle preghiere di tutti per cercare di dissuaderla oppose un netto rifiuto e per far intendere meglio le sue intenzioni si tagliò i capelli con la forbice. Mihlusa si mise a ridere quando la vide col capo rasato, sembrava una lebbrosa e le diede della pazza invasata. 

   Epihnea si chiuse in convento all'età di tredici anni, l'ultima volta che i suoi genitori la videro fu due anni dopo, quando prese definitivamente i voti, quindi si seppellì fra quattro mura. Per diciassette anni non si seppe più niente di lei, finchè un giorno Anzichu e Aisentha, più tutti gli altri figli che vennero dopo la sua dipartita e che lei non aveva mai conosciuto, se la videro entrare di nuovo in casa, vestita alla moda e con un taglio di capelli alla maschietta, tanto in voga in quel periodo. Non diede spiegazioni, recuperò il suo posticino tra la macchina per cucire e il muro e si trovò un impiego in una ditta che imbottigliava acque minerali. Trovò, dopo qualche tempo, una stanza a pensione in città e vi si trasferì. Ritornò ancora a casa e annunciò che era al terzo mese di gravidanza,  presentò il padre del bambino, un tipo taciturno e con una gran barba che copriva la psoriasi nel volto e fu tutto. Si sposarono in silenzio e se ne andarono a vivere lontano, di nuovo come in monastero. 

 

 
 
 

STORIA DEL DECIMO FIGLIO figlio sesto

Post n°75 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da alex.canu

Figlio sesto

Miràha Chnua

 

 

     Quello che Anzichu provava per questa bambina è molto oltre quello che un genitore dovrebbe provare per un figlio. Si potrebbe parlare di vero e proprio innamoramento. Anzichu, forse per i genitori persi quando era ancora giovane, o per la solitudine a cui il suo lavoro lo costringeva, vuoi per la ferinità del suo carattere, era un uomo duro e scontroso. Allenato a lunghi silenzi e a sorvegliare attentamente i suoi sentimenti, non esprimeva mai, in modo netto e chiaro, quello che gli passava per la mente. I figli che Aisentha gli aveva dato erano stati per lui solamente braccia da lavoro e come tali li aveva sempre trattati. Non era mai intervenuto nelle liti tra i due fratelli maggiori, al contrario, usava quella incompatibilità caratteriale per ottenere certe prestazioni che se fossero stati uniti non avrebbe potuto mai avere. Mihlusa era troppo vanitosa ai suoi occhi e la sua aria da bambolina lo irritava e Benìah era preso nella trappola della sorella. Epihnea era distante e smagrita dalla sua eccessiva ascesi adolescenziale. Non gli restava che Miràha alla quale riservava tutte le sue attenzioni. Era l'unica a cui leggesse le poesie che in segreto trascriveva su un grosso quadernone verde da ragioniere. Miràha poteva esprimere liberamente il suo giudizio su qualsiasi cosa e Anzichu la ascoltava e ne teneva conto. A lei solamente confessava i suoi progetti futuri, l'acquisto di nuove piante, o di nuove sementi.  Fu la prima a sapere della sua intenzione di comprare un vitigno di Cagnulari grigio messo in vendita da un loro confinante. Aisentha gli disse di non fare il passo più lungo della gamba, Miràha invece lo consigliò bene e il vitigno si rivelò una risorsa in tempi in cui il raccolto non era buono.

   Miràha nacque in un momento infausto per tutto il genere umano. Era un caldo sabato d'agosto e quel giorno l'imperatore del Giappone accettò le condizioni degli americani che, due giorni prima, avevano sganciato la seconda bomba atomica. Morirono circa  ventiquattromila persone  e oltre quarantamila furono i feriti. Ma il bilancio totale fu di circa duecentomila persone morte, anche in seguito, per gli effetti della radiazioni. Miràha allora non poteva leggere i giornali e nacque ignara di tutto ciò. Tia Lehana la aiutò a venire al mondo, ma lei stessa contribuì dando una mano alla levatrice che non fece nessuna fatica a trarla dal ventre di Aisentha. Viste le notizie che provenivano dal resto del mondo, lontano da Issòghene, babai Esòhle la volle battezzare il giorno stesso della nascita e si trovarono in fretta e furia due padrini per la cerimonia. La bambina cresceva bene e robusta, con un carattere così dolce e aperto che conquistava tutti. Ubbidiva ad Aisentha senza opporre scuse o lagnarsi di niente, aiutandola nei lavori del telaio che seppe padroneggiare subito. Aisentha le affidava dei compiti che richiedevano attenzione e molta pazienza, virtù che non possedevano nè Mihlusa, nè Epihnea. Miràha era invece in grado di seguire la madre anche nelle operazioni più complesse della colorazione della lana. Era diventata esperta nella tessitura a ranu e a illittonzu, di forma quadrata o rettangolare, di cotone o lana, con vari colori e decorazioni, che potevano essere i tipici motivi fitomorfi, zoomorfi, o il più particolare motivo geometrico esteso su tutta la superficie, chiamato a ispola, dal nome di  uno dei pezzi del telaio. Miràha conosceva bene come trattare gli alberi di ulivo, come si raccolgono velocemente le olive che cadono a terra, sapeva arrampiccarsi sugli alberi per guardare i pulcini dentro i nidi o per prendere i fichi più maturi e succosi, sapeva trovare i punti più adatti dove raccogliere le lumache e saltare in groppa all’asina con un solo balzo, senza salire sul muretto. Anzichu impazziva per lei e la voleva accanto a sè quando aveva degli ospiti. A undici anni Miràha diventò perfino madre di un bambino. Madre, perchè fu lei ad allevare il decimo figlio quando Aisentha, troppo grande, non riusciva più a stare dietro agli ultimi nati. L'ultimo figlio venne affidato a Miràha e lo curò con amore. Fu sua madre, ai suoi occhi e anche per lei. Ma Miràha cresceva e doveva necessariamente dare un dolore forte ai suoi genitori e glielo diede con la stessa  determinazione con la quale faceva tutto, nel bene e nel male. A quindici anni si innamorò di Sihlue, un ragazzo di tre anni più grande. Un bellissimo ragazzo, una coppia perfetta, lei castana e con un sorriso da morirle dietro e lui con i capelli e gli occhi scurissimi e intelligenti. Due giovani da cartolina, si sarebbe potuto dire, ma nè i genitori di lei, nè i genitori di lui vedevano di buon occhio questo amore. Rancori, vecchie faide, roba di tanti anni prima, quando il padre del ragazzo aveva ricoperto una carica pubblica durante il fascismo e aveva impedito ad Anzichu di ottenere un posto di lavoro presso l'ufficio anagrafe del comune, che gli spettava di diritto, per il semplice fatto che si era rifiutato di fare la tessera fascista. Vecchie storie, ma Anzichu non l'aveva mandata giù e gli aveva sgozzato un paio di agnelli che pascolavano nel terreno vicino al suo, senza lasciare tracce, ma la vendetta venne recepita in modo chiaro. Anzichu venne trovato di li a qualche giorno con la testa rotta ai piedi di un grosso albero, ma lui sostenne sempre di esserne caduto giù.  

   Miràha vedeva Sihlue nelle rare volte che Aisentha le permetteva di uscire sola per andare a fare la spesa, o per andare alla fontana, appena fuori del paese, per prendere l'acqua da bere. Quando tardava a rientrare a casa erano sgridate e minacce. Miràha si chiuse e mutò il suo atteggiamento, eseguiva i lavori al telaio con rabbia e rispondeva a tono alla madre che la sgridava. Anzichu piuttosto che darla a Sihlue si sarebbe fatto uccidere e non perdeva occasione per parlare male della famiglia del ragazzo davanti a lei. Miràha era esasperata e stanca di doversi inventare ogni volta un modo per incontrarlo, i tentativi di mettere pace fra le due famiglie non avevano funzionato e ora il padre manifestava una gelosia nei confronti della figlia che complicava ancora di più la situazione. 

   Miràha incontrava il suo ragazzo nei luoghi più remoti di Issòghene, dove nessuno poteva vederli, ma ogni volta rientrava a casa sempre più tardi e le scuse che inventava erano sempre più fantasiose. Anzichu un giorno, non appena rientrò, le richiuse la porta dietro le spalle, e le chiese minaccioso dove fosse stata fino a quell’ora. Miràha lo affrontò come una tigre, guardandolo negli occhi e gli disse che era stata fuori del paese, in un posto dove solitamente si appartavano le coppiette e che il suo fidanzato l'aveva baciata e toccata dappertutto e che lei stessa lo aveva tenuto dentro il suo grembo... gli pareva che bastasse o ancora non ne aveva abbastanza? Il suo tono di voce era aperto e volgare, mai si era vista Miràha parlare in quella maniera al padre. Anzichu alzò la mano e la colpì forte al volto, la strattonò e la fece cadere a terra, si inginocchiò su di lei e la colpì con i pugni e le urlò tutto quello che dalle viscere gli saliva in bocca. Lei lo morse sul braccio e lo chiamò padre-demonio, dopodichè si arrese. Anzichu si abbandonò sopra la figlia biascicando il suo nome, chiedendole perdono e piangendo come un bambino. Miràha lo accarezzo sui capelli e  con un calcio se lo levò di dosso mandandolo sul pavimento. Nessuno in casa volle vedere niente, nella stanza delle femmine misero la radio a tutto volume, Mihlusa si strinse forte al seno Benìah e Epihnea giunse forte le mani in preghiera. Ghelanu era da poco emigrato in Germania, dove lavorava come operaio in una casa automobilistica, mentre Nughavi non abitava più con loro, si faceva ospitare dalla nonna, pur di non stare più in quella famiglia. Miràha era sola, neppure Aisentha poteva aiutarla.

   Un mese dopo il fidanzato se ne andò a fare il carabiniere nel nord dell'Italia da dove le spediva delle lettere in cui la invitava a raggiungerlo, le diceva che li si sarebbero sposati e che tutto si sarebbe aggiustato. Poi le lettere divennero sempre più rare, si trasformarono in saluti, in cartoline di auguri di buon natale,  poi più niente. Miràha non rispose mai, ma conservò quelle lettere e le apriva in continuazione per leggerne decine di volte il contenuto. Visse il resto della sua vita costruendo il suo tempo su quelle lettere. Il carabiniere diventò maresciallo e si sposò con una donna del continente, mandò persino una foto del matrimonio a Miràha. Quindici anni dopo il maresciallo chiese il trasferimento e ritornò a Issòghene con la famiglia. La Domenica passeggiavano per la via principale, salutavano tutti, Miràha li guardava dalla finestra del secondo piano, nascosta dagli scuri accostati. Non si sposò e quando, a quarantanove anni, morì per un tumore, Mihlusa sostenne che era ancora vergine.

 
 
 

STORIA DEL DECIMO FIGLIO figlio settimo

Post n°74 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da alex.canu

Figlio settimo

Jahnua Chnua

 

 

     Due anni dopo la nascita di Miràha, Aisentha, per la settima volta, dovette affrontare una nuova gravidanza e un nuovo parto. Quando nacque Jahnua aveva trentasei anni e sei figli che crescevano. Anzichu avrebbe compiuto quarantaquattro anni, mentre il figlio maggiore, Nughavi, di anni ne aveva appena tredici e odiava sua madre per quelle continue gravidanze di cui si vergognava. Non dava la colpa al padre, era la madre la cagna, e così la chiamava anche con i fratelli e i pochi amici che aveva. - Cagna- le sussurrava all'ora della cena, quando sua madre gli si avvicinava per riempirgli il piatto. - Cagna- le ripeteva la mattina, quando lo veniva a svegliare per andare a scuola. -Quella Cagna in calore di mia madre-, diceva agli amici, quando lo prendevano in giro per il nuovo fratellino che stava arrivando. Aisentha lo sapeva e se ne vergognava, avrebbe voluto parlare con quel figlio che le aveva messo paura fin dal primo momento. L'unico che le dava del tu e non del voi come era consuetudine e che la chiamava per nome quando era arrabbiato. La madre aveva paura del figlio e ogni volta che doveva comunicare una nuova gravidanza lo faceva col terrore del suo sguardo. Lo vedeva alzarsi e uscire sbattendo rabbiosamente la porta di casa. Se ne stava fuori, seduto sui gradini, finchè Anzichu non lo andava a riprendere, minacciandolo con la cinghia arrotolata nel pugno. - Cagna, cagna-, pensava Nughavi e odiava la sua famiglia, perchè aveva dei genitori che erano delle bestie. Presto se ne sarebbe andato via, lo sapeva, non c'era posto per lui, avrebbe chiesto alla nonna di stare con lei per un po' e poi se ne sarebbe andato per il mondo. Immaginava l'Australia da dove, dicevano, non si tornava più, tanto era lontana, ma naturalmente li non ci andò mai.

    Quando nacque Jahnua, Anzichu aveva quattro ettari di terra; uno per l'oliveto, con cinquanta alberi ben potati e il terreno sottostante pulito e asciutto. Due ettari erano destinati alla rotazione annuale di grano e legumi, che fornivano il grosso del fabbisogno familiare e parte destinato alla vendita. Rimaneva un altro ettaro di terra che era il passatempo di Anzichu e che costituiva il suo orgoglio, un vigneto di uva da vino pregiata e uva bianca da tavola . La cura del vigneto lo impegnava costantemente, eppure il vino che produceva non era mai così buono come lui si aspettava. Quando a natale offriva agli amici il vino novello accompagnato con il tradizionale formaggio con i vermi, gli elogi si sprecavano, ma lui capiva che non erano mai sinceri. L'arte del vino è cosa da intenditori, non da contadini e bisogna conoscere le mescolanze delle uve, attendere con pazienza che dentro le botti antiche il mosto si trasformi miracolosamente in vino. Anzichu era un povero contadino ignorante che giocava a fare il viticultore parlando da maestro vinaio esperto.

    Quando nacque Jahnua, il mondo non era per niente tranquillo, le conseguenze della guerra si facevano sentire e la ricostruzione tardava a decollare. C'era così tanta miseria che Anzichu lasciava un pezzo della sua terra ai poveri, piuttosto che farsi derubare. Dopo che il popolo di Sion occupò le misere terre dei palestinesi venne dichiarato lo stato di Israele e l'ONU decise la spartizione della Palestina in due stati, ma i palestinesi non accettarono di dividere la terra con gli ebrei immigrati e scoppiarono i primi incidenti. La lega araba dichiarò guerra al nuovo stato e da allora una catena infinita di guerre ha decimato l'uno e l'altro popolo. Nacquero i primi campi profughi in Siria, Libano e Giordania, con quasi due milioni di persone povere, turbolente ed invise anche agli arabi locali, tanto che i giordani massacrarono migliaia di questi poveri senza più terra. La vita dei Palestinesi in tali campi si trasformò presto in un inferno e così, del resto, continua ad essere ancora oggi. Questa era la stella che vide nascere questa bambina, una stella dolorosa, come dolorosa fu la prima parte della vita di Jahnua.

    Soffrì di un male strano che si presentò la prima volta all'età di quattro anni, non si capiva da cosa fosse originato. Le prendevano dei mal di testa orrendi che la portavano allo sfinimento, abbattendola a terra come morta. Rimaneva così in uno stato di catalessi per ore. Respirava a fatica e più di una volta i due genitori disperarono di salvarla. Il dottore del paese, don Simàha, che aveva curato Anzichu dall'asma e di cui lui si fidava ciecamente, sembrava stavolta perplesso e impotente, la sua medicina non funzionava più. La povera bambina si svegliava anche di notte, scossa da un pianto convulso e nessuno riusciva a calmarla. Aisentha se la stringeva al petto e sussurrava a se stessa che quella figlia non sarebbe dovuta mai nascere, perchè era il frutto di un ricatto, di una violenza che il marito le aveva usato, di un atto di forza a cui non aveva saputo opporsi. Nelle notti in cui Jahnua piangeva, Nughavi si alzava e, rabbiosamente, si muoveva per la casa intera chiamando cagna la madre, sicuro che la malattia della bambina fosse la punizione per i loro accoppiamenti. Fu a lei che Anzichu dedicò la sua seconda poesia, una poesia tragica, forse la più bella che l'inesperto poeta abbia mai scritto. Ne riporto la prima e l'ultima strofa:

 

"Su piantu chi faghes tue Jahnua,

a notte intrèa e non tenes ferìzza.

Deo no drommo e 'nde tremo che canna

proìte ses cina e malaidìzza".

 

   (Il tuo pianto Jahnua

che dura tutta la notte senza ferita apparente

Io non dormo e tremo come canna

perchè sei fragile e malaticcia)

 

e poi prosegue, accusandola di essere lei stessa causa della sua malattia, ingrata per il dono della vita che le è stato fatto:

 

"Essende tue in cùssu modu ingrata,

ti tia chèrrer bìder mèzzus morta!"

 

   (Poichè sei tu stessa in quel modo ingrata,

preferirei meglio vederti morta!)

 

     Anzichu fece leggere la sua poesia all'unica donna che era in grado di capirlo, ma che non aveva potuto sposare, a quella tia Manthoi, sorella di Aisentha. Manthoi lo cacciò via intimandogli di comportarsi da uomo. Quella poesia venne ritrovata molti anni più tardi dentro il bauletto di legno che accompagnò Anzichu per tutta la vita. Eppure quando il male la lasciava libera, Jahnua era una bambina allegra e piena di brio. Le piaceva farsi pettinare da Mihlusa che le raccoglieva i capelli in crocchie complicate come vere architetture. Mihlusa apriva il suo armamentario femminile fatto di forcine, becchi d'oca, pinzette e bigodini. Con un pettine dal manico lungo le raccoglieva i capelli e, osservando le foto dei fotoromanzi che teneva nascosti sotto il letto, riproduceva le acconciature delle attrici che ammirava. Come lacca fissativa usava la birra che vaporizzava soffiandogliela con un sistema formato da due cannucce. La sottoponeva a stressanti sedute per levarle i "peli superflui" dalle sopracciglia che aveva folte e scure. Dalla stanza dove si rinchiudevano, ad intervalli di pochi secondi l'uno dall'altro, si udivano una serie interminabile di Ahi!

    Jahnua era una bambina ubbidiente, ma non era adatta ai lavori della campagna, così Anzichu la lasciava a casa con Epihnea, la mistica della famiglia. Giocavano insieme e le insegnò tutte le preghiere che conosceva, le insegnò soprattutto a concentrarsi nella meditazione e se Jahnua si distraeva le pizzicava le gambe magre. Dio, la madonna, i santi del paradiso, ma anche i demoni terrificanti erano i protagonisti dei racconti sconvolgenti che le faceva, sedute sui gradini di ardesia delle scale di casa. Le mostrava le immagini di satana, il serpente malefico, il drago sputafuoco schiacciato sotto il tallone della vergine. Jahnua ascoltava affascinata e impaurita questi racconti e quando Epihnea le chiedeva di raccogliersi in preghiera la seguiva docile, ma con la netta sensazione che stessero commettendo peccato. Una notte che, all'età di sette anni, Jahnua venne colta da una delle sue crisi di pianto convulso che non accennava a passare, Epihnea si alzò e cosparse il letto di Jahnua di immagini dei santi del cielo. Mise un pane sotto il cuscino della sorella e attaccò ai piedi del letto una immagine dell'arcangelo Gabriele con la spada fiammeggiante, sguainata sulla bocca del mostro orrendo. Accese una candela benedetta, presa in occasione della pasqua e iniziò a pregare. Prima sommessamente, mettendosi in ginocchio, poi con voce sempre più alta e cadenzata, seguendo un ritmo circolare, ipnotico, che aveva lo scopo di espellere il male dal corpo di Jahnua. Anzichu cercò di cacciarla fuori, ma Aisentha si oppose e lei stessa si inginocchiò insieme alla figlia. Pregarono per tutta la notte, mentre Jahnua gridava e piangeva senza sosta, scuotendo il proprio corpo come una posseduta. Epihnea si accostò al letto della sorella e le recitò tutte le preghiere che le aveva insegnato. Jahnua le ripeteva mentalmente, come un mantra, insieme alla madre e alla sorella. Al mattino si addormentò, crollando in sonno profondo. Sognò il Nero e uno strappo che le lacerò la carne. Da allora non ebbe più crisi di nessun genere e rifiorì, prendendo qualche chilo che la rese più graziosa, perchè Jahnua era bella e Mihlusa la trasformò nella seconda bambola della famiglia. Quando la moda dei primi giovani contestatori bussò alle porte di Issòghene, Mihlusa sperimentò sulla bella testa di Jahnua i primi tagli alla Maschietta che aveva visto in un giornale, che pubblicava le foto della prima modella magra e con la minigonna. Si chiama Twiggy, dicevano, ridendo di quel nome ridicolo

 
 
 

STORIA DEL DECIMO FIGLIO figlio ottavo

Post n°73 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da alex.canu

Figlio ottavo

Tothòi Chnua

 

 

     L'ottavo figlio arrivò nell'indifferenza generale. Non faceva più notizia la pancia gonfia e sfibrata di Aisentha, lei stessa ne informò Anzichu con qualche mese di ritardo, imbarazzata del "lieto evento" che si stava compiendo dentro il suo ventre. Anzichu accolse la novità con una alzata di spalle che la diceva lunga sulla "trepida attesa" di questa nuova bocca che si affacciava alle porte della famiglia Chnua, come se la cosa non lo riguardasse più e fosse solo un problema di Aisentha. Neppure le cronache dal mondo registrarono niente di particolare come se, dopo la catastrofe della guerra, la gente fosse tornata alla vita in uno scaramantico silenzio. Si potrebbe sottolineare forse, il breve discorso che il papa Pio XII tenne agli artisti del Teatro di Stato di Stoccarda in dura lingua Tedesca, ma ci si dovrebbe fermare qui, non è un granchè. L’Europa produceva e si godeva il suo progresso economico, il mondo intero riprendeva a respirare e nessuno sembrava aver voglia di fare il minimo gesto che producesse uno straccio di notizia, silenzio, basso profilo. Eppure avrebbero fatto bene, tutti quanti, da Nughavi a Mihlusa, da Epihnea alla piccola  Jahnua, di appena tre anni, a prestare maggiore attenzione a questa nuova creatura che venne al mondo in punta di piedi, come a non voler disturbare un ordine già stabilito e immutabile. Si limitò semplicemente al pianto rituale per ogni neonato e poi si addormentò di un sonno appagante, come un prolungamento dei nove mesi passati dentro le acque confortevoli e vischiose della pancia di Aisentha, preludio ad una vita che si annunciava tranquilla e serena, o almeno così pareva. Tothòi, così lo chiamarono, in memoria di un vecchio zio di Anzichu che lui stesso non aveva mai conosciuto, dormiva e teneva chiusi i suoi pugnetti, non li apriva mai, si sarebbe detto che dentro vi custodisse un suo piccolo segreto, forse un tesoro che avrebbe rivelato, chissà quando, solo a pochi fortunati. Crebbe così, sereno e grasso, con le labbra carnose e quelle mani che teneva perennemente serrate in un pugno ostinato. "Forse sarà un pugile da grande", osservò Anzichu, e già l'idea di un figlio boxeur lo inorgogliva. Si sarebbe fatto rispettare da tutti, magari avrebbe avuto il naso rotto, ma gli avrebbe conferito maggior virilità. Lo vedeva già campione europeo dei medi e guardava a quei piccoli pugni chiusi come a due magli, scagliati contro il campione in carica: knock-out alla terza ripresa dopo una serie di finte e di schivate e una combinazione micidiale di montante sinistro e diretto alla mascella. Il gong avrebbe decretato la fine dell'incontro, l'arbitro avrebbe alzato la mano del campione verso le luci gelatinose al neon del palazzetto, il pubblico in piedi, in delirio. Il nuovo campione avrebbe dedicato la sua vittoria a lui, suo padre, che aveva creduto nelle sue possibilità fin da quando era ancora un bambino.

   Aisentha  invece guardava a quei pugni chiusi immaginandoli pieni di chicchi di grano, come quelli del marito quando seminava la campagna, dopo averla lavorata con l'aratro. Non ne era propriamente felice, avrebbe desiderato di meglio per lui, ma quell'immagine le sembrò la più poetica che fosse in grado di pensare e la mano del suo piccolo che si apriva e rivelava tanti semini le sembrò molto bella. Ne accennò ad Anzichu e lui disse: "Noo, farà il pugile, te lo dico io". "Dio non voglia!", rispose allarmata Aisentha stringendosi al petto il piccolo Tothòi, che intanto continuava a dormire ignaro di tutto. La massa indistinta della lanugine sulla testa mutò col crescere, lasciando il posto a dei riccioli color del rame, inusuali nella famiglia dato che nessuno dei parenti dei due genitori avevano mai avuto questa caratteristica. Forse un antico avo spagnolo del seicento, un soldato catalano al seguito delle truppe che conquistarono quella parte di mondo si era ritagliato un pezzo di piacere fra le gambe di qualche donna del posto. I suoi occhi verdi erano così vivi e attenti che li si sarebbe creduti accesi come due lampadine, se fosse arrivata la bolletta della luce degli occhi di Tothòi nessuno se ne sarebbe meravigliato e Anzichu avrebbe fatto la fila all'ufficio postale di zia Chlelia senza dire bah! Crescendo le labbra carnose si erano disegnate meglio e le muoveva come se fossero due muscoli separati dal resto del corpo. Avevano un che di grazioso e di insano al tempo stesso, erano piene e gonfie come un frutto maturo che stesse per esplodere da un momento all'altro. Nessuna delle caratteristiche fisiche di Tothòi apparteneva alla famiglia Chnua, Aisentha e Anzichu lo guardavano increduli, come si guarderebbe un marziano, e teneva sempre quei suoi pugni ben serrati, come se vi custodisse un misterioso messaggio di un altra civiltà della galassia che avrebbe dovuto consegnare a chissà chi al momento opportuno. Tothòi, quello stesso nome si rivelò nel tempo inadeguato, lo avrebbero dovuto chiamare Ares, o Ariel, con un nome esotico che sapesse di mitologia o di fantascienza.  

   Mihlusa e Benìah osservavano il piccolo alieno e provavano a forzargli i pugni per farglieli aprire, ma Tothòi li serrava maggiormente opponendo una forza come mai si sarebbe potuto supporre in un bambino così piccolo. Ridevano e Benìah imitava il fratellino chiudendo a sua volta le mani e tendendo i suoi muscoli. Agitava i pugni in aria e li avvicinava rapidamente a Mihlusa che si ritraeva spaventata. Poi si fermava e portava i pugni chiusi e uniti ai polsi vicino agli occhi di Mihlusa e li apriva lentamente come i petali di un fiore carnoso e gliene faceva dono con una risata. Dentro quelle mani, ostinatamente chiuse, Benìah intravedeva tanta dolcezza. Mihlusa non era d'accordo e diceva che sarebbe stato un uomo duro come loro padre. Avrebbe fatto del male a tante donne diceva, con quelle mani e soprattutto con quelle labbra, carnose in modo osceno. Lei e Benìah lo tenevano quando la mamma era troppo indaffarata al telaio e aveva delle consegne urgenti che non potevano aspettare, oppure lo scaricavano a Epihnea che provava ad aprire e unire quei due ostinati pugnetti in un gesto che voleva essere di preghiera. Ma era inutile perchè Tothòi resisteva alle pressioni della sorella senza scomporsi. L'immagine di due pugni uniti non suggeriva affatto l'idea della preghiera e allora Epihnea vi rinunciava pensando che forse si sarebbero aperte spontaneamente quando la parola di Gesù gli sarebbe stata rivelata dal sacerdote durante il catechismo, ma in fondo però non ci credeva neppure lei. Il lavoro di Aisentha era l'entrata economica principale in famiglia in certi periodi dell'anno, o quando il raccolto era scarso e Anzichu non sapeva come bilanciare i conti di quella famiglia così numerosa. I tappeti si vendevano bene e lei era particolarmente apprezzata anche al di fuori di Issòghene. Venivano dai centri vicini delle ragazzette mandate dai loro genitori ad imparare direttamente sul telaio di Aisentha. La famiglia era così numerosa che qualsiasi aiuto era ben accolto. Nughavi e Ghelanu andavano già in campagna col padre e davano il loro contributo, anche se Anzichu passava metà del suo tempo a separare i due fratelli maggiori che litigavano in continuazione su ogni cosa. Mihlusa e Benìah li avrebbero seguiti di li a poco, Epihnea, Miràha e Jahnua erano ancora troppo piccole e quindi bisognava rimboccarsi le maniche e lavorare duro.

   All'età di quattro anni, quando la primavera stava lasciando ormai il posto all'estate e dentro casa non si respirava più, Aisentha portava tutti i pomeriggi Tothòi fuori sul marciapiede antistante i gradini di casa a giocare con gli altri bambini che, come lui, indossavano una magliettina di cotone e le mutandine, niente altro. Le donne si riunivano a sedere sui gradini, intente a mangiare semi di melone e a sputare le bucce lontano, mentre i figli piccoli, come Tothòi, stavano per terra a giocare con piccole pietre, pezzetti di legno, chiodi e escrementi secchi di cavallo che le madri mettevano loro a disposizione. I piccoli afferravano i pezzetti di legno e con infinita pazienza componevano forme che osservavano incuriositi per poi distruggerle e creare nuove composizioni unendo i bastoncini con le pietre e i chiodi e impastandole con gli escrementi secchi. Le mamme intervenivano solamente quando i bambini si rubavano a vicenda le cose e litigavano o piangevano. Tothòi sene stava appena in disparte e non mostrava nessun interesse a interagire con gli altri coetanei. Le mamme osservavano e commentavano fra loro, qualcuna rivolgendosi ad Aisentha e mal celando una punta di veleno, le diceva: "Certo che tuo figlio è strano Aisè, non gioca mai con i nostri e poi ha quei capelli rossi, nessun altro bambino li tiene, da dove vengono, dove li hai comprati?" Aisentha rispondeva con una battuta altrettanto velenosa, valendosi dell'autorità riconosciuta di miglior tessitrice della zona.

   Durante uno di questi pomeriggi fra mamme e bambini, veleni e risate, semi di melone e pettegolezzi  di carta vetrata, per la prima volta, spontaneamente, senza che nessuno lo avesse obbligato a farlo, Tothòi aprì il pugno destro e afferrò un sasso di tufo bianco, friabile come gesso, e lo poggiò delicatamente sul mattonato, tracciò dapprima un cerchio e vi disegnò dei raggi intorno, poi diede forma a un pesce e poi un altro ancora, quindi abbozzò una forma squadrata che poteva essere una casa primitiva. Successivamente impostò un gatto, con la coda dritta e dei lunghi baffi che si avvicinava pericolosamente ad un uccellino appollaiato sopra i rami di un albero rinsecchito su cui faceva bella mostra di se un unica gigantesca foglia. Il grosso gatto stava per saltargli addosso. Nel cielo grosse nubi correvano rapide, come le mani del piccolo Tothòi, che disegnava senza fermarsi mai a riflettere su quello che faceva, come se da sempre avesse creato quel genere di figure. Seguiva i suoi pensieri e non si accorgeva delle donne che se lo indicavano a vicenda, richiamando l'attenzione di Aisentha che osservava meravigliata e senza parole, il lungo racconto che suo figlio stava velocemente dispiegando davanti ai suoi occhi. Tothòi disegnava con la naturalezza più completa, animali, alberi, nuvole. Raccontava delle piccole storie che altri non avrebbero saputo realizzare neppure da grandi. Quando ebbe finito posò il sasso ormai consumato e richiuse di nuovo i suoi pugni. Si mise a piangere, perchè le dita gli facevano male e aveva fame. Aisentha lo raccolse dal marciapiede e se lo portò dentro, gli sbucciò una mela, gli tagliò una fetta di pane e ci mise sopra lo zucchero. Da una bottiglia gli versò dell'acqua da bere, mentre Tothòi osservava con attenzione nuova tutti i gesti che la madre andava compiendo e lei, ne era convinta, li avrebbe ritrovati il giorno dopo sul mattonato della strada. Decise che quella sera ne avrebbe parlato col marito. 

   Anzichu  ascoltò in silenzio il racconto della moglie e non prese bene la notizia. L'idea di un figlio pittore non lo entusiasmò per niente, pugile si, magari, questo non gli avrebbe impedito di lavorare in campagna con lui, ma pittore no. Sarebbe cresciuto con strane idee in quella testa già così diversa da tutte le altre di Issòghene e non avrebbe portato a nulla di buono. Magari avrebbe anche chiesto di studiare e andare in città per le scuole grandi e questo non se lo potevano certamente permettere. Anzichu consigliò ad Aisentha di non dargli più pietre per disegnare, ma la moglie non ubbidì al marito, permettendo a Tothòi di continuare di nascosto a costruire il suo mondo di linee e colori. Gli comprò dei gessetti colorati e un libro nuovo di illustrazioni che il bambino ricopiò per intero sul mattonato della strada. A volte lo spazio a disposizione non gli bastava ed era costretto a proseguire il suo lavoro nel tratto della vicina di casa. Mare, alberi, navi da cui usciva un fumo grigio e denso, animali di ogni specie e forma popolavano quel fortunato pezzo di marciapiede. I passanti si fermavano divertiti a osservare quel bambino dalla testa rossa realizzare quelle immagini di sogno e si azzardavano a richiedergli di disegnare un asino o una pecora o un cavallo imbizzarrito e lui dava forma a tutte quelle richieste. Un vecchio che aveva perduto il figlio in guerra gli si avvicinò e, col cappello in mano, gli mostrò una foto del giovane vestito da soldato, chiedendogli se lo poteva disegnare per terra. Tothòi lo accontentò e il vecchio accarezzò l'immagine ingrandita del volto di suo figlio con la sua mano rugosa, facendogli cadere sopra una moneta, che tintinnò inaspettata. Lo stesso Babai Esòhle, il vecchio prete, una volta, passando di li per la benedizione delle case, gli chiese una madonna e Tothòi gli disegnò un volto di donna, con due occhi così teneri e luminosi e una bella aureola splendente sopra il velo in testa, che Babai si chinò a benedirla, intimando a tutti i presenti che non venisse cancellata se non dalla pioggia. Nessuno doveva passarci sopra, pena la menzione sul misterioso libro nero della chiesa, che il sacerdote agitava come una minaccia.  Anche Babai posò piano sulla sacra immagine due monete grosse che Aisentha non toccò, lasciando che fosse il marito, che di li a poco sarebbe rientrato dal lavoro a raccoglierle. 

   Quando Anzichu tornò a casa e vide suo figlio, carponi per terra e tutta quella gente attorno che commentava, non ci vide dalla rabbia e, cacciati via tutti, raccolse il bambino e lo riportò in casa. Ritornato fuori si avventò con uno straccio bagnato sul marciapiede e non volle guardare quei disegni di cui aveva paura. Grattò forte per terra e gettò lontano le monete, ma commise l'imprudenza di vedere quella madonna, con quegli occhi immensi di mare azzurro. Vide il manto turchese che la avvolgeva e due dita che lo serravano pudicamente all'altezza del mento. Con una mano la vergine pregava un angelo, che non si vedeva, di concederle ancora un attimo prima che l'eternità si compisse. Anzichu per un istante rimase fulminato davanti a tanta bellezza e vacillò, ma gettò lo straccio umido anche sopra quel volto e lo cancellò, spargendo il colore sul mattonato, come il fuoco scioglie le immagini fatte di cera. Tornato a casa trovò sua moglie, ostile, muta, con gli occhi che lo inchiodavano ad una responsabilità che lui riteneva di non avere. Chiese la cena con un pugno sul tavolo battuto con rabbia, ma per quella sera la cena non arrivò dalle mani sua moglie. Mihlusa dovette mettersi ai fornelli e insieme a Epihnea riuscirono a tirar su una tavola decente. Di sopra Aisentha piangeva. Quando Anzichu andò, come ogni sabato pomeriggio, a confessarsi da Babai Esòhle, il prete lo rimproverò aspramente e per quella volta non ottenne l'assoluzione dai propri peccati. 

   Tothòi crebbe e conclusi gli studi della scuola media, chiese alla madre il permesso di iscriversi al liceo artistico in città. Avrebbe viaggiato, si sarebbe alzato presto la mattina per prendere la corriera insieme agli operai che andavano al lavoro. Aisentha lo guardava addolorata, perchè sarebbe stato il padre a prendere l'ultima decisione. Nessuno dei figli, fino a quel momento, aveva mai avuto l'idea bizzarra di proseguire gli studi. Quando entrò in camera dei genitori, una domenica mattina e chiese al padre l'autorizzazione a iscriversi ad una scuola d'arte, Anzichu lo seccò, gelido, dicendogli che fra qualche mese, finita l'estate, avrebbe cominciato a lavorare con lui. La scuola non gli sarebbe servita a niente, in campagna avrebbe trovato tante rocce piatte dove disegnare. Non aveva fatto così un anche grande artista italiano? Gli disse, con una punta di ironia che il figlio non comprese. Tothòi incassò il rifiuto, ma pensava che il padre avrebbe cambiato idea prima della fine dell'estate. Si impegnò maggiormente nel lavoro e lo aiutò tutti i giorni, senza risparmiarsi mai e quando fu il momento gli chiese ancora il permesso di proseguire gli studi, ma Anzichu, convinto di averlo già domato una volta gli oppose un secondo rifiuto. Tothòi non si scompose e prosegui il suo lavoro in campagna agli ordini dei fratelli più grandi che lo deridevano e lo chiamavano "professore". Qualche tempo dopo Anzichu si appartò dietro una roccia piatta, lontano dagli occhi indiscreti dei suoi figli per fare i suoi bisogni. accovacciatosi con i pantaloni calati, notò sulla pietra un disegno realizzato col carbone, ritraeva una persona sdraiata su un letto, evidentemente ammalata, circondata da enormi animali neri che tenevano dei ceri accesi sollevati. In quella figura di malato riconobbe se stesso e rabbrividì, lo stronzo gli si incastrò a metà del culo e non voleva scendere giù. Fu costretto a tagliarlo con un bastone di legno e si fece male, sanguinando un po' dalla ferita. La sera a casa non cenò con lo stesso appetito di sempre, accusava un forte mal di pancia e sentiva bruciore allo sfintere dell'ano. Aveva i brividi e la fronte scottava. Aisentha si preoccupò e gli preparò un infuso di camomilla, ma non ottenne nessun risultato positivo se non quello di farlo dormire per qualche ora. Durante la notte si svegliò in preda a dei forti dolori e Aisentha fu costretta a mandare Benìah, il più veloce, a chiamare il medico. La ferita si era infettata, sentenziò il dottor Simàha e ritenne necessario il ricovero immediato. Quando Anzichu finalmente guarì e uscì  dall'ospedale, la prima cosa che fece fu di andare a vedere la scuola che il figlio avrebbe voluto frequentare. Durante la breve degenza ci aveva riflettuto a lungo. Non era troppo distante dall'ospedale e, fattosi coraggio, salì i gradini in trachite rossa dell'ingresso monumentale dell'edificio che aveva ancora i segni del ventennio fascista. Dal muro avevano scrostato i fasci littori e le date fatali, ma le ferite erano ancora evidenti, come dei tatuaggi malamente rimossi. Chiese del preside e quando gli fu davanti si levò il cappello, perchè allora si usava così con le persone di rispetto e, dandogli del voi, gli chiese goffamente se suo figlio sarebbe stato ancora in tempo a frequentare i corsi. Il preside si grattò la testa, sbuffò, fece bah e uff, ma poi acconsentì a patto che il ragazzo avesse delle doti certe. Anzichu sorrise, per quello non c'era da preoccuparsi, i dolori sarebbero arrivati con i libri nuovi da comprare, con il viaggio in corriera tutti i giorni da pagare e col cibo che Tothòi non poteva ricambiare col suo lavoro. Ma ripensò alla roccia piatta e i dubbi gli scomparvero come neve al sole. Tornato a casa raccontò alla moglie della visita alla scuola, del preside, delle spese che avrebbero dovuto sostenere. Aisentha sorrideva, per la prima volta felice, al marito. Diede dei gran colpi di pettine sul telaio e disse in un soffio: "Ce la faremo". 

   Tothòi Chnua andò a scuola finalmente e da quel momento si staccò dai suoi genitori. Da grande andò via, il suo lavoro lo portò molto lontano, ritornò solo per il funerale del padre e lo vide schiacciato dentro la bara. Gli sembrò più grosso di come se lo ricordava. La sua pelle sembrava fatta di cera, pareva uno di quei manichini che gli anatomisti del seicento utilizzavano per le loro lezioni. Prese il suo blocco degli schizzi e una matita smozzicata e lo disegnò, come se dormisse, con il lato della bocca leggermente aperto, come faceva sempre, quando in campagna, dopo il pasto del mezzogiorno si appoggiava al tronco di un albero per farsi un sonnellino. Russava leggermente, soffiando dalla bocca un fischio leggero. Era buffo, ma quel ridicolo ricordo era tutto ciò che gli restava del padre. Richiuse il quaderno e nel pomeriggio lo seppellirono. Tothòi Chnua, il figlio dai capelli rossi, non si trattenne con i fratelli ne con la vecchia madre e ripartì immediatamente con un aeroplano. Anzichu dopo la malattia non tornò più a fare i suoi bisogni dietro la roccia piatta, ma sono convinto che quel disegno a carbone sia ancora li. 

 
 
 

STORIA DEL DECIMO FIGLIO figlio nono

Post n°72 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da alex.canu

Figlio nono

Itthòriu Chnua

 

 

     Aisentha approfittò della pausa del pranzo per allontanarsi dall’oliveto dove Anzichu metteva carponi tutta la famiglia a raccogliere le olive nere. Se ne allontanò abbastanza da non scorgerne più che le pietre bianche ammucchiate in mesi e mesi di lavoro estivo dai suoi figli maggiori. Formavano delle piccole montagne coniche che sarebbero servite a costruire o a riparare i muretti a secco che circondavano il loro terreno. Camminava guardando per terra e rovistando nei cespugli alla ricerca di erbe che avrebbe utilizzato per i suoi minestroni tanto apprezzati dal marito. Frugava in mezzo alle pietre alla ricerca di lumache e si allontanò abbastanza  da sentirsi felice di trovarsi da sola in mezzo al bosco di querce e di lecci antichi, senz’altra compagnia che quella rassicurante degli alberi. Assaporava intensamente quei momenti in cui non aveva nessuno che controllasse quel che faceva, come da ragazza, quando scopriva da sola le cose che la facevano stare bene. Era Dicembre, pensò che avrebbe dovuto portare una scatola di cartone vuota per metterci il muschio che i suoi figli avrebbero utilizzato per il presepe. Questa idea la fece sorridere e tese l’orecchio per sentire le voci provenire dall’oliveto, i più piccoli giocavano e strillavano forte, rincorrendosi  da un albero all’altro. Aisentha in quei momenti sentiva una strana felicità impossessarsi di lei, la avvolgeva e la riempiva con tutti gli odori e i profumi intensi di cui la campagna umida dell'autunno inoltrato la sapeva circondare. Era una sensazione fisica, forte, intensa e lei se ne lasciava inebriare senza opporre alcuna resistenza. 

   Dopo che ebbe camminato per un bel tratto la macchia argentata dell’oliveto sparì dietro un costone di roccia e le voci dei bambini non la raggiunsero più. Iniziò a sentire la stanchezza che la prendeva sempre alle gambe e si lasciò andare su un muretto libero dai rovi. Riusciva a distinguere il precipitare gioioso e leggero delle acque gelide del rio Maschari, oltre la macchia dei gelsi e in lontananza udì lo sferragliare disordinato del treno che affrontava la discesa. Il fischio, secco e insistente, si perdeva fra le colline e precedeva la curva più stretta che doveva affrontare, prima di riprendere il piano e il rettilineo. Era appena al secondo mese di gravidanza e già sentiva di non poter compiere sforzi prolungati. Tirò un forte respiro e allentò il fazzoletto nero che legava sotto il mento, non c’era nessuno e poteva sentirsi libera. Stava bene ed era felice per quella piccola camminata. Aveva raccolto tante buone erbe e un bel po’ di lumache che aveva messo dentro il tascapane del marito che si era portata appresso. Stava così, appoggiata al muretto a riprendere fiato, quando si accorse della donna di fronte a lei che la osservava con attenzione e le sorrideva. Aisentha si riscosse spaventata e tentò di ricomporre il fazzoletto in testa, ma non riusciva ad alzarsi dal muretto e vi restò inchiodata, trattenuta da una forza che non comprendeva e che non era solo conseguente alla stanchezza per il cammino percorso. La sconosciuta attenuò il sorriso e lo compose in una increspatura di mite sofferenza, mentre rimaneva in silenzio senza accennare a parlare, eppure Aisentha non si sentiva in imbarazzo e non provava paura. Non somigliava a  nessuna donna di Issòghene, ma le sorrideva come se la conoscesse da sempre. La misteriosa donna ad un certo punto mosse lievemente il capo e le parlò, chiamandola confidenzialmente per nome. Accennò al bambino che portava in grembo dicendole che le era caro e che le avrebbe causato molto dolore. Le disse di cercarla dentro la chiesa di santa Itthòria a Issòghene, quando ne avesse avuto bisogno, che lei sarebbe stata sempre lì, pronta ad aiutarla, perchè quella nuova vita le apparteneva. Aisentha sentì improvvisamente uno strappo alla caviglia e se la afferrò per guardare cosa fosse successo. Forse un piccolo animale l’aveva morsa o delle spine l’avevano punta, aveva infatti una leggera ferita che la faceva sanguinare. Alzò la testa per cercare la donna, ma questa non c’era più, era sparita senza un saluto, senza fare nessun rumore. Istintivamente si portò la mano alla fronte e si fece il segno della croce. Rimase così ancora per un po’, confusa e inquieta, poi si fasciò la ferita con un fazzoletto e riprese il cammino del ritorno, decisa a non raccontare a nessuno di quel misterioso incontro. 

   Quella sera il suo minestrone non piacque a nessuno, dimenticò di metterci il sale e le verdure che aveva raccolto non vennero lavate con la stessa cura di sempre. - Sa di terra!- le disse il marito, con un tono aspro che la scosse dai suoi pensieri. - E`lo stesso minestrone di sempre-, replicò lei distratta. Tutti la guardarono con attenzione, Mihlùsa prese un pizzico di sale e lo mise nel piatto suo e di Benìha, imitata subito da tutti gli altri. Anche Anzichu ne prese un mucchietto, ma sbagliò quantità e il suo minestrone divenne troppo salato e si arrabbiò allontanando definitivamente il piatto.  Si alzò da tavola e andò a prendersi un pezzo di formaggio che tagliò a grosse fette, mettendo in ogni gesto un carico di rumore esagerato che aveva il solo scopo di rimprovero verso la moglie. Aisentha appariva stanca e lontana. La sera se ne andò a letto prima del solito, lasciando alle figlie il compito di sparecchiare e riordinare la tavola. Non controllò neppure che lavassero i piatti e quando sentì Epìhnea che frignava per qualche motivo non intervenne. Chiuse la porta a due battenti della stanza da letto e si svestì lentamente. Anzichu trovò la porta chiusa e non seppe che fare, non era consuetudine chiuderle e pensò che qualcosa di grave stava per accadere. Non ebbe coraggio di spingere la porta ed entrare e se ne tornò in cucina a leggere il giornale. Lo aprì, stropicciando violentemente le pagine, senza riuscire a fermare la sua attenzione su nessun articolo in particolare, finchè non trovò la notizia di un disastro accaduto a Londra.  

   La foto del parlamento inglese nascosto da una fitta nebbia nera lo colpì, come la premonizione di quello che sarebbe accaduto a lui e alla sua famiglia se sua moglie non si fosse alzata da quel letto.  -“Grande smog!”-, strillava il giornale. Tutti gli si fecero intorno, perchè quando il babbo leggeva ad alta voce le notizie, lo stavano ad ascoltare, come uno spettacolo radiofonico, come una finestra che si apriva sul mondo grande e misterioso. “Che cos’è lo smog?”, chiesero i più piccoli. Anzichu disse che non ne aveva la più pallida idea e i bambini si misero a ridere. - Una coltre di nebbia densa e maleodorante ha avvolto Londra- proseguiva l’articolo, - e, a causa del freddo eccessivo, è aumentato il consumo di carbone ricco di zolfo. La nebbia è così spessa da rendere la circolazione delle auto impossibile. Londra è paralizzata, la gente non vede a un palmo dal proprio naso e cammina lungo le strade appoggiandosi ai muri. Le autorità cittadine consigliano di non uscire di casa e di non portare i bambini a scuola per non correre  il rischio di perderli nella nebbia. Concerti, rappresentazioni teatrali, persino le sale cinematografiche, sono state chiuse, poichè la scena e lo schermo non erano visibili agli spettatori.-

L’articolo del giornale continuava dicendo che oltre 4000 persone erano decedute nella prima settimana a causa delle ostruzioni polmonari e che altre migliaia di persone sarebbero decedute nei giorni e mesi successivi per le complicazioni all’apparato respiratorio che sarebbero inevitabilmente sopraggiunte. Miràha, Epìhnea e Jàhnua rimasero molto impressionate dal fatto che i bambini londinesi non potessero respirare liberamente la loro aria e che corressero il rischio di morire per questo. Li stupì che non potessero uscire di casa per andare a scuola o giocare; Nughàvi disse che erano tutte bugie inventate dai giornali e che bisognava essere proprio degli allocchi per cascarci e Ghelànu replicò che i giornali non davano mai notizie false e che i giornalisti erano inviati in tutto il mondo proprio per dare notizie come quelle. Nughàvi gli rispose che era un ingenuo e Ghelànu se la prese a male e iniziarono a litigare. Mihlùsa intanto rideva perchè Benìha faceva delle facce strane per imitare i 4000 morti per infezioni all’apparato respiratorio e parlava in un finto inglese che la faceva morire dal ridere. Ma dopo un po’ in  tutta la casa calò un silenzio grave che Anzichu Chnua spezzò ordinando a tutti che era arrivata l’ora di andare a dormire. Mihlùsa preparò il latte per Tothòi e lo mise nella culla lasciando il padre presso il braciere ormai quasi spento, intento a rimestare la cenere con un vecchio cucchiaio di ottone. Era preoccupato, perchè sentiva che qualcosa era accaduto a Aisentha, l’aveva vista serena quella mattina, allontanarsi per una passeggiata e poi tornare mutata, sconvolta. Cercava nei pochi carboni rimasti ancora accesi qualche possibile risposta, ma tutto quello che gli venne in mente fu che quello poteva essere carbone inglese e istintivamente lo coprì con la cenere. Aspettò ancora dieci minuti, poi spense la luce e si diresse in camera da letto. Osservò, nella penombra della stanza, il volto della moglie e vide i suoi occhi aperti fissarlo freddi. Un brivido ghiacciato gli gelò la schiena e si ritrasse come se avesse visto un fantasma. - Che hai, Aisè? - le chiese, ma aveva paura della risposta e avrebbe preferito non averla fatta, o che lei fingesse di dormire. Certamente domani sarebbe passato tutto e lei sarebbe ritornata quella di sempre, quella che lavorava al telaio e che cantava canzoni che affascinavano tutti. Ma lei rispose alla domanda di Anzichu dopo un lungo silenzio, quando  pensava ormai che non avrebbe parlato più.

   - Oggi ho visto una donna- gli disse, - ma non una donna normale, era santa Itthòria, ne sono sicura, era uguale alla statua colorata che è in chiesa e mi ha parlato. - E cosa ti ha detto?- rispose Anzichu, mentre si levava le scarpe. - Niente mi ha detto, mi ha sorriso e mi ha chiamato per nome, poi ha parlato del bambino che deve nascere, ha detto che è suo, che le appartiene.

  - Cosa vuol dire che  “è suo?”-, - non lo so, mi sorrideva e mi ha detto così, che le appartiene. Io ero come paralizzata e non sapevo cosa dire, lei sorrideva, poi è sparita. Mi sono fatta il segno della croce e sono tornata giù all’oliveto, ma ora ho paura. Rivedo ancora il suo sorriso, ma si è si trasformato in una risata che mi angoscia. - Sei una scema, tutte le donne diventate matte quando siete gravide e vedete cose che non esistono-, disse Anzichu con fastidio, impotente di fronte alle mattane della moglie. 

   - L’ho vista con i miei occhi, ti dico, e ho udito la sua voce, non me la sono sognata. Pensavo di non dire niente, di non farne parola con nessuno, ma adesso...-, e qui si interruppe. Anzichu finì di spogliarsi e si infilò dentro il letto già caldo, -strano-, pensò, -di solito la mia parte è fredda-. Aisentha dormì profondamente quella notte, lui non la sentì respirare nè muoversi. La toccò, preso da una paura improvvisa e rimase a lungo con gli occhi aperti a fissare una macchia di umidità nel soffitto, gli parve di vedervi come un sorriso, si voltò dall’altra parte e si addormentò inquieto. 

   L'indomani mattina Aisentha si alzò di buon'ora e uscì di casa. Andò in chiesa a cercare la statua dipinta della Signora che aveva visto il giorno prima. Quando la trovò si accorse che non le aveva mai prestato attenzione, eppure era stata sempre li, come un oggetto che sparisce davanti ai nostri stessi occhi per troppa consuetudine, per quotidianità visiva. Solo la sua assenza avrebbe creato un vuoto che pochi avrebbero saputo colmare con la memoria. Come mai non ci aveva mai fatto caso? La scultura della santa era in gesso dipinto, non più alta di un metro e venti ed era stata relegata in una rientranza buia del corridoio che portava alla sacrestia. Si sarebbe detto che quella figura non avesse mai visto la luce del sole, tanto i colori della veste e dell’incarnato erano spenti. Gli occhi avevano perso la brillantezza del castano, il carminio delle labbra era coperto di polvere e le dita delle mani erano spezzate. Il naso, il panneggio, le gote erano scheggiate e offese in più parti, eppure le parve viva. La guardò a lungo, in attesa di un segno e, per un attimo, le sembrò di scorgere un sorriso appena accennato sulle labbra di gesso, o che muovesse leggermente il capo, ma naturalmente la statua non fece niente di tutto ciò. Prese una candela e la accese, fece colare un po' di cera e la piantò ai piedi del basamento sbreccato. La luce calda della candela ravvivò il colorito sulle guance della statua e gli occhi sembrarono riaccendersi. Aisentha fissò ancora i suoi in quelli della santa dimenticata e attese qualche istante, poi voltò le spalle e se ne andò, facendo risuonare il rumore dei suoi passi nella chiesa silenziosa. Mentre apriva il portale sentì come un respiro profondo e appenato, si voltò, la chiesa era vuota. - Mi sarò sbagliata- pensò e si chiuse dietro il pesante portone. 

   Quell'anno l'inverno fu più mite del solito, la ginestra e il mandorlo fiorirono precocemente e le pozzanghere lungo la strada non gelarono, la mimosa gonfiò i suoi fiori già a febbraio, formando dei piccoli soli gialli aggrappati ai rami dell'albero. Le giornate che si allungavano erano già una promessa di luce che allontanava il buio invernale. Il paese stesso sembrava che distendesse le sue case e le vie, come immense lucertole immobili, per riscaldarle e scioglierle dal morso del gelo che a Issòghene si faceva sentire in modo particolare. Dall'alto del monte si poteva scorgere la striscia lunga e azzurra del mare lontano, distendersi a perdita d'occhio da un capo all'altro. Gli agnelli nuovi si rincorrevano e belavano, ancora ignari del coltello che avrebbe preso le loro vite appena qualche mese dopo. Aisentha scordò la misteriosa donna e continuò a tessere i suoi tappeti e a cantare le sue canzoni. Ora la voce era più calda e profonda e aveva imparato a usare il diaframma e a tenere l'aria nei polmoni, dosandola in base ai colpi che dava col grande pettine del telaio. Per la quaresima cantò i gosos e la passione di Cristo, poi riprese i muttos d'amore e le corsicane tristi. La sua pancia cresceva e la portò con leggerezza fino al mese di Marzo quando, scendendo le scale ripide di casa di sua madre, scivolò e cadde. Gridò forte, non per se stessa, ma per il bambino. Rimase a terra per qualche tempo, non aveva la forza nè il coraggio di alzarsi e si teneva la pancia e la carezzava piano per rassicurare la sua creatura cantandole un'anninìa. Anzichu, avvertito da Benìah Isphra, corse a prenderla e la riportò a casa, la mise a letto e da quel momento il canto di Aisentha cessò. Nei due mesi successivi la pancia crebbe ancora e le prese un grande appetito. La primavera ruppe le nuvole tenaci dell’inverno  e si impossessò del cielo e degli alberi, mise maggiore dolcezza nel canto degli uccelli e per le strade si sentiva profumo di pane caldo tutti i giorni. Aisentha dimenticò la statua di gesso dipinto, ma una notte la donna venne ancora a trovarla nel sonno e le sorrise con rinnovata dolcezza. Le tenne la mano e le disse di non avere paura, che il momento era vicino. Aisentha ebbe la forza di rispondere che lei non aveva paura, che di figli ne aveva già avuti otto e che quello sarebbe stato il nono, sarebbe stato facile come per gli altri. La donna la guardò con maggiore intensità, fissandola nel fondo degli occhi e le ripetè ancora una volta che non doveva avere paura, ricordandole quello che le aveva detto la prima volta, quel figlio che  aspettava era suo. 

   Da quel sogno Aisentha si svegliò con un grido, le acque le si erano rotte, eppure mancavano ancora altri due mesi al compimento della gravidanza.  Svegliò il marito e Anzichu urlò a Nughavi di correre a casa di don Simàha, il vecchio medico di famiglia e spedì Ghelanu da Tia Lehana, la levatrice. Il tempo delle doglie fu brevissimo e la mattina stessa partorì un bambino che avrebbe avuto bisogno di cure immediate. Era giallo e non emise un grido, respirava con affanno, mettendo a dura prova i piccoli polmoni non ancora pienamente formati. Il battito del cuore era regolare, ma il bambino era soggetto a delle apnee che sembrava che lo volessero strozzare. Tìa Lehana e il dottore non seppero prendere delle decisioni rapide, rimasero impotenti di fronte a quel neonato prematuro, squassato da tremiti e sussulti di cui ignoravano le cause. A tarda sera il bambino morì, soffocato come i bambini di Londra per lo smog. Quando venne chiamato anche babai Esòhle, per il battesimo, chiese ai genitori che nome avrebbero voluto dargli, ma loro non seppero cosa rispondere. Allora babai guardò nel suo breviario e decise di chiamarlo Itthòriu, perchè quel giorno era il giorno di santa Itthòria, e si ricordò, anche lui con stupore, che in parrocchia c'era proprio la sua statua in un angolo buio. Ci riflettè su e pensò che le avrebbe potuto dare una migliore collocazione, decise anche che l'avrebbe fatta ridipingere, perchè ormai il suo colore originale era scrostato e pezzi della mano e del piede erano saltati. Come mai non ci aveva pensato prima, si domandò e si rispose che c'era voluto quel povero bambino perchè se ne accorgesse. D'altra parte Aisentha e Anzichu avevano già altri otto figli, tutti in buona salute, no?

- Dio prende e Dio da-, disse ad alta voce, riscuotendosi da quel suo nuovo pensiero. Chiamò in disparte Anzichu e gli disse qualcosa a proposito del funerale che si sarebbe svolto il giorno dopo. Gli disse come avrebbe dovuto fare per trovare una piccola bara bianca. Recitò frettolosamente due preghiere dal messale, unse gli occhi, il naso e la bocca del bambino che intanto era diventato di cera e guardò l'orologio. Si era fatto tardi, doveva affrettarsi se voleva essere a casa in tempo per l'ora di cena. 

   Qualche tempo dopo, ristabilitasi dal parto, ma non dal trauma per la morte del bambino, Aisentha ebbe la forza di varcare la porta della chiesa e andò dritta verso il corridoio della sacrestia, alla ricerca della statua di gesso. Non ve la trovò e si guardò attorno perplessa. La vide alfine, in una cappella tutta sua, con la luce del sole che, entrando da una finestra, le batteva in pieno petto, esaltandone i colori e le forme aggraziate. Sembrava ridipinta di recente, il manto blu, il rosso delle gote e delle labbra apparivano ora più vivaci e il collo era ornato da catene e gioielli d’oro che prima non portava. Le dita delle mani, un tempo spezzate, erano ricomparse come per miracolo e le scheggiature e le scrostature che lasciavano intravvedere il bianco del gesso erano state stuccate e reintegrate nel colore locale. I capelli apparivano di un rosso acceso, poco adatto ad una santa e una cinta, alta in vita, le metteva in risalto un seno degno di altre figure di donna. In testa, una corona a forma di nimbo, garantiva la natura divina della statuetta alta appena un metro e venti. Un bel lavoro, non c’era niente da dire. L’artista incaricato del restauro aveva forse ecceduto nella brillantezza dei colori e ora Itthòria, l’umile santa dimenticata per anni in un corridoietto buio, si era presa la sua rivincita. Il restauro aveva richiesto un mese intero, ma babai Eshòle era orgoglioso del risultato e al suo ritorno in chiesa era stata celebrata una messa solenne. Aisentha si sedette di fronte a quella magnificenza e stette in silenzio, a lungo, a fissarla negli occhi, in attesa di un cenno, di un qualche cosa che le facesse capire il perchè si era portata via  suo figlio. Non ricevendo nessuna risposta si alzò e le andò più vicino, le fece un lungo discorso, nella sua lingua e alla fine si lasciò andare ad un canto disperato di attitu. La chiesa era vuota e la sua voce riverberava nella volta a botte, dandole una corposità e una profondità che ne mettevano in evidenza il doloroso registro in minore. Finito il canto scosse con le mani la base della statua, la fece dondolare in qua e in la, poi la sollevò e la fece vacillare. Santa Itthòria si staccò dal piedistallo di legno e scivolò verso il pavimento di marmo. Un tonfo sordo di gesso rimbombò nella cappella e la statua si ruppe in mille frammenti, qua il naso, là la mano. La corona rotolò per qualche metro ancora, prima di fermarsi. Aisentha voltò le spalle e si incamminò verso l’uscita attraversando la navata centrale. Si fermò un attimo, come presa da un ripensamento, ma poi tuffò la mano dentro l’acquasantiera e si fece rapidamente il segno della croce prima di uscire per far ritorno a casa.  Si accorse, dopo tanto tempo, che l'aria si era fatta più tiepida, il suo inverno era finito.  

 
 
 

STORIA DEL DECIMO FIGLIO figlio decimo

Post n°71 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da alex.canu

Figlio decimo

Agàhniu Chnua

 

 

    Mai più, dopo la morte di Itthòriu, Aisentha permise al marito di avvicinarsi a lei. Non gli perdonò di non averla ascoltata e di averla lasciata sola con la santa dimenticata. Avrebbe voluto che Anzichu, e non lei, fosse andato in chiesa a gettare a terra quella maledetta statua di gesso che si era portata via suo figlio. Da qualche tempo accompagnava la sua voce con una armonica di poco prezzo, comprata da un ambulante passato per caso a Issòghene. La suonava ostinatamente, soffiandovi dentro un canto leggero e malato. I primi tempi pensarono che le sarebbe servito a distrarla dal ricordo ossessivo del bimbo morto, ma poi si accorsero che in quel soffiare, continuo e sommesso, Aisentha annullava se stessa. Si metteva sull’uscio di casa e sedeva su un gradino all’interno a ridosso della porta. Da quella posizione poteva guardare sulla strada senza essere vista, si accucciava sul gradino e tirava fuori la sua armonica. La suonava piano cercando i toni bassi senza spingere troppo e la melodia che ne usciva aveva qualcosa di ipnotico e di doloroso che ammaliava, costringendo la gente che passava a fermarsi in ascolto. Alcuni si sedevano sui gradini che davano direttamente sulla strada  a sentire la sua musica e riposare al suo canto. Le donne che andavano a prendere l’acqua alla fontana si fermavano li per una sosta, prima di riprendere il cammino.  “A fizu meu, su coro”, cantava Aisentha ed era cosciente della bellezza del canto e dell’effetto che produceva su chi l’ascoltava.

   - La mamma sta uscendo fuori di testa- diceva Nughavi- il telaio la stanca e non riesce più a consegnare i lavori. Mihlusa è costretta a tessere al posto suo per finire i tappeti che lei lascia a metà.- 

Epìhnea si occupava della cucina e questo la rendeva felice perchè le risparmiava il duro lavoro in campagna. Miràh aveva allora appena dieci anni, ma si dimostrava pienamente capace e responsabile, tanto che Anzichu faceva affidamento su di lei per tante cose. Miràh somigliava a Aisentha, come temperamento e schiettezza del linguaggio. Non aveva peli sulla lingua e la reticenza non sapeva che cosa fosse. Diceva apertamente, in faccia a tutti, quello che pensava, parlava poco e sempre a proposito. Disse che la madre non sarebbe guarita tanto facilmente, disse che ci si doveva mettere il cuore in pace, disse ad Anzichu di portarle ogni giorno qualcosa di buono, se voleva ottenere qualche risultato. Bastava un pensiero, un frutto, una melagrana, una pera matura, o un grappolo d’uva bianca. Ogni giorno un piccolo regalo per Aisentha, da offrire solo a lei, che capisse che era solo per lei. Anzichu così fece tutti i giorni, senza che sua moglie lo ringraziasse mai. Lui, ogni giorno, al ritorno dal lavoro, le metteva in grembo un frutto, un fiore o un piccolo animale che aveva catturato, un falco caduto dal nido e lei lo allevava e mangiava quello che suo marito le portava, senza mai dire niente, mai un grazie o un segno che gradiva le sue attenzioni. Davanti agli occhi solo quella statua falsa di gesso dipinto e il rumore sordo mentre disperdeva sul pavimento i pezzi del braccio, del naso e di tutto il resto. Suonava l’armonica, soffiandoci dentro il suo racconto rabbioso che non sapeva esprimere con nessun altro linguaggio che la sua mente ottusa sapesse concepire.

   Anzichu le portava dalla campagna le erbe amare che le piacevano e il finocchio selvatico che profumava tutta la casa. Raccoglieva per lei le lumache verdi da preparare con aglio e prezzemolo. Le sbucciava l'arancio più rosso e la mela più dolce. Le spaccava la melagrana, raccogliendo le gocce di rubino in un fazzoletto e porgendoglielo, ricco del suo sangue, che colorava il piccolo telo di un rosso acquarellato. Anzichu imparò ad avere  pazienza, compose una piccola poesia che volle leggerle ad alta voce, mentre lei, apparentemente ignara, cuoceva delle castagne nel fuoco del braciere. Ad Agosto dell'anno successivo Anzichu la portò con se in campagna, pensò che stare all'aria aperta le avrebbe fatto bene. Partirono la mattina molto presto, dopo aver preparato del pane con il pomodoro, le olive e il formaggio. Aisentha seguì in silenzio tutti i preparativi e quando fu l'ora della partenza saltò con un balzo in groppa all'asina, dietro suo marito. Sia detto che Anzichu non aveva intenzione di lavorare più di tanto quel giorno, ma voleva avere Aisentha con se. Lavorarono alla vigna, liberando le radici delle viti dalle male erbe che le infestavano. Un lavoro leggero che di solito facevano i ragazzi. Quando il sole fu alto Aisentha si allontanò verso il bosco di lecci e querce, Anzichu la seguì con gli occhi, malcelando una leggera inquietudine. Dopo qualche tempo sentì l'armonica di Aisentha suonare una melodia dolce, ma il suono giungeva da lontano, intermittente. Decise di seguirlo per raggiungerla e quando l'ebbe trovata lei gli sorrise, dopo tanto tempo finalmente gli sorrise. Anzichu si sentì rassserenare e le si avvicinò. Le cicale frinivano in maniera assordante, ma il fresco del bosco alleviava la calura dell’agosto. Si distese vicino a lei in modo goffo, facendole cadere l'armonica per terra, ma lei non si chinò a raccoglierla. La osservarono sorridendo, mentre delle formiche la esploravano con curiosità. Lei gli prese la mano e la portò in alto ad indicare il muretto di fronte a loro: - guarda da quella parte - gli disse- è la che l'ho vista e mi sorrideva, mentre mi diceva che il bambino le apparteneva, ma allora non capivo cosa intendesse dire. Anzichu rimase in silenzio ad ascoltare il racconto di sua moglie e capì che era tutto vero, capì che sarebbe dovuto andare subito in chiesa a rompere quel simulacro falso, abbandonato nell'angolo più buio da chissà quanti anni. Si domandò con un brivido quanti bambini si fosse portata via in tutti quegli anni, a quante donne sole avesse sorriso come a sua moglie in cambio, forse, del loro unico figlio. Non seppe spiegarle il dolore che provava, il suo corpo era rigido e indifeso e la sua bocca non conosceva parole adatte a quel momento. Fu lei a liberarlo portandosi la sua mano dura al petto e sciogliendo la pena che li opprimeva entrambe da troppo tempo ormai. Aisentha si distese sull'erba e lo chiamò accanto a se. Quando Anzichu entrò dentro di lei le sussurrò dolcemente all'orecchio: - a casa finalmente, a casa!

   Il mese di Gennaio ingannò tutti, portò un anticipo di primavera che regalò delle giornate di sole tiepido e scoprì la testa degli uomini e delle donne. I bambini giocavano per strada, felici di poter raccogliere piccoli sassi e tappi di birra con cui inventavano gare infinite. Aisentha non suonò più la sua armonica, sapeva dove l'aveva dimenticata e la immaginava ancora la con le formiche che vi avevano fatto il loro nido. Le piaceva pensarla come una casetta di quei piccoli animali. Il suo canto tornò a distendersi, come una umile preghiera che rivolgeva a qualcuno più importante di lei e ne aveva motivo, perchè il suo decimo figlio era in procinto di venire alla luce. In famiglia nessuno si azzardò ad esprimere alcun parere, solo Nonna Mihlusa Nanhas le fece un velato rimprovero, ma fu tutto. A Febbraio venne dal nord un vento gelido che paralizzò tutti e gelò la campagna. Dopo una settimana il vento non accennava a calmarsi e le scorte di carbone stavano quasi per terminare. I carbonai che venivano dalle montagne dell'interno riuscirono a rifornire alcune famiglie prima di rimanere bloccati anche loro nelle montagne già coperte di neve. A fine Febbraio la pioggia si trasformò in nevischio e poi un manto fitto e bianco avvolse definitivamente tutto, facendo scomparire sotto un unico lenzuolo case, strade e campagna circostante. Gli uomini e i giovani si diedero da fare per spalare la neve dalle porte e dalle strade, le scarse automobili non circolarono più e neppure la corriera riusciva ad inerpicarsi verso Issòghene. Anzichu, come tutti, non potendo andare al lavoro rigovernò il magazzino nel quale teneva le sue due asine, facendosi aiutare da Nughavi e Ghelanu. Ripulì la stalla e fece delle grandi fascine con il sarmento della vigna e le legò col fil di ferro, sarebbero servite per il forno da tia Toieddha dove Aisentha cuoceva il suo pane. Febbraio lasciò posto ad un mese di Marzo che non ne voleva sapere di smettere di nevicare, ormai erano tutti ridotti allo stremo e dalla radio arrivavano notizie non certo confortanti. Tutta l'Italia, tutta l'Europa, era nelle stesse condizioni. I vecchi sostenevano che un inverno così non lo ricordavano a memoria d'uomo e che certamente nessuno l'avrebbe scordato mai più.

   Marzo finì e finì anche la neve, si sciolse e non lasciò traccia se non nei campi dove bruciò tutto e si dovette archiviare quell'anno e chiedere aiuto allo stato. Aprile arrivò, tiepido e luminoso e Aisentha portò ancora una volta a compimento la sua decima gravidanza. Aveva quarantaquattro anni, Anzichu ne aveva cinquantasei, Nughavi ventuno e già manifestava il desiderio di andare via di casa. Ghelanu contava diciannove anni. Mihlusa andava per i diciassette e si era fatta una bellissima ragazza e Benìah che di anni ne aveva appena quindici la guardava con desiderio malcelato. Epìhnea ne avrebbe fatti tredici a Settembre, l'età giusta per entrare in convento come desiderava. Mirah e Jahnua ne avevano rispettivamente undici e otto e ancora giocavano a brucio e saltavano con la corda. Tothoi aveva compiuto cinque anni e disegnava come Raffaello, con pezzi di gesso sul marciapiede, la gente si fermava incantata ad osservarlo. Itthòriu ne avrebbe avuto quasi tre se non fosse stato per quella statua orrenda. Una Domenica mattina, una tia Lehana invecchiata e stanca entrò per la decima volta nella stessa stanza, si chinò sullo stesso letto e pronunciò le stesse identiche parole che pronunciava sempre in quell'occasione:

- allora ci siamo Aisè? Lo facciamo anche questo?  

- Sarà meglio- disse lei. Fece riscaldare l'acqua, preparare i panni asciutti e caldi, fece portare il braciere in camera da letto e tutto quello che si sentiva era il fuoco appena preparato crepitare gagliardo. Poi si sentì un grido di bimbo nuovo, il decimo vagito della famiglia di Aisentha Isphra e Anzichu Chnua. -E questo come lo chiamiamo?- disse don Eshòle, quando venne a battezzarlo nella stessa giornata. - Itthòriu, -disse rapido Anzichu- in ricordo dell'altro bambino. La cosa non sembrò gradita alla mamma che corresse il marito con un nome che nessuno si sarebbe aspettato:- questo lo chiameremo Agàhniu, come un grande eroe della nostra terra antica. Babai protestò dicendo che non c'era nessun santo con quel nome sul calendario, ma poi si ricordò che non era cosa buona parlare di santi in quella famiglia e Agàhniu fu.

   All'età di sei anni Agàhniu venne iscritto alla classe prima delle scuole elementari di Issòghene e imparò la storia e la geografia, imparò a leggere e a contare. Osservava tutto con grande curiosità, divenne un gran chiacchierone, ma si bloccava sempre di fronte ad una bambina con il fiocco del grembiule inamidato e le calze bianche di cotone sempre perfettamente tirate su. Le scarpette di vernice nera, lucide e pulite, lo attraevano mettendogli un disagio addosso che non sapeva spiegarsi. Il suo sorriso era aperto e invitante e Agàhniu faceva di tutto per farla ridere, mettendosi talvolta in ridicolo con gli altri maschi della sua classe. Sognava di rapirla romanticamente e portarla via in sella ad una moto rombante, ma aveva solo sette anni. Ne parlò un giorno con la mamma e Aisentha gli consigliò di cantarle una canzone e gli disse di suonarle dei muttos d'amore. - Ma io non so suonare e non so cantare- disse Agàhniu. - non fa niente, imparerai- replicò lei- ti insegnerò io. Qualche giorno dopo Agàhniu iniziò ad esercitarsi a soffiare dentro un armonica a bocca mezza arrugginita che, chissà come, Aisentha aveva tirato fuori, avvolta dentro un fazzoletto, da una vecchia scatola di scarpe.  

 
 
 

IL GUARDIANO DI SANTO TOME` (III. parte)

Post n°66 pubblicato il 04 Febbraio 2012 da alex.canu

 

   Lei era lì, dicevo, insieme alle tre o quattro persone che aspettavano, intirizzite, che il custode della cappella finisse, con comodo, di mangiare la sua brioche di marzapane, come se fosse pagato per non fare nient’altro. Io li osservavo da un pezzo pensando che fossero un piccolo gruppetto, in attesa della guida. Lei se ne stava a due passi di distanza dal resto del gruppo e fumava una sigaretta. Non rivolgeva la parola agli altri e nessuno la rivolgeva a lei. Se ne stava appartata, col suo pacchetto di Camel in una mano, la sigaretta accesa nell’altra e i capelli neri, che scostava continuamente sopra l’orecchio, con un gesto delicato delle dita che contrastava col suo spostarsinervoso da un piede all’altro. La borsetta di pelle nera che teneva infilata fino al gomito, stretta alla vita, era di una foggia non comune. Ogni tanto la apriva fingendo di cercarvi qualcosa, ma era evidente che lo faceva per prendere tempo, nell’attesa che qualcuno arrivasse ad aprire la cappella. Quella borsa nera mi dava un inspiegabile fastidio, quel suo cercare, fumare, scrollare la cenere, gettare a terra il mozzicone senza spegnerlo, persino l’eleganza del suo gesto nel ravviarsi i capelli mi indisponeva. Da dietro la tenda la osservavo senza decidermi ad uscire dalla confiteria di Inès. Quando mi stancai di osservare attraversai la strada e andai ad aprire il cancello che chiudeva la cappella. Li sentii mugugnare, ma ebbi l’impressione che a lei non fosse scappato un fiato. Entrò anzi per ultima e si mise appena sulla soglia, come se avesse timore di quello che stava per vedere. La mia sedia di paglia era sistemata all’entrata, appena dopo, sulla sinistra del cancello. Lei, aggrappata alla sua borsetta di pelle nera, se ne stava sull’altro lato e li, per quanto mi ricordi, rimase. Non sollevò ancora gli occhi a guardare il dipinto, se ne stava lì in piedi ad osservare i mattoni o le caviglie dei visitatori. Studiò la zoccolatura dipinta con la tempera marrone lungo tutto il muro, ma il suo sguardo non andò oltre. Ero imbarazzato, ma non mi sognai minimamente di offrirle la sedia, c’erano le panche perquesto, se voleva sedersi. Il prezzo del biglietto non includeva che io stessi scomodo per lei o per nessun altro. Dopo un’ora circa spostò lo sguardo sulla parete opposta a lei, dove stava appesa la grande pala, lasciò indugiare la sua attenzione lungo il bordo inferiore del dipinto e poi risalì rapidamente in verticale, verso la cèntina superiore.

  -Sono tutti uomini-, bisbigliò in un soffio, 

  -No, c’é anche la madre di Dio- mi lasciai scappare, e furono le uniche parole che scambiammo. Allungò una mano verso il grande quadro, come a volerlo toccare, da lontano- Ho fame- mormorò a se stessa. Si voltò piano e uscì sfiorando lievemente il cancello. Istintivamente e contro la mia volontà, mi alzai e mi levai il cappello, dopo me lo sarei mangiato per la rabbia.

  Tornò di lì a una settimana. La mattinata era grigia, soffiava un vento di scirocco e sembrava che, da un momento all’altro, dovesse piovere ferro e ruggine. Per strada poche persone, nessuno sembrava aspettarmi all’entrata. Quando, dopo tanto, finii il mio solito dolce di marzapane, uscii svogliatamente dalla confiteria, entrai in chiesa e lì, nel buio in cui la navata era ancora immersa, la vidi seduta su un banco e la riconobbi subito. Certe persone somigliano alle ombre che vedi scivolare lungo i pavimenti o spezzarsi, improvvisamente, lungo i muri d’estate. Aspettava lì da chissà quanto tempo e quando sentì il cigolìo del cancello, si alzò e senza un saluto entrò dentro la cappella. La prima a destra, da sempre. Stavolta non rimase ferma a lungo all’entrata e con passo rapido che mi stupì molto, si diresse verso una delle panche e si sedette. Zoppicava leggermente, in modo quasi impercettibile, ma quel leggero dislivello delle anche si trasmetteva alle sue spalle, facendole dondolare dolcemente. La testa era tenuta su, eretta, a forza e si capiva immediatamente che, dietro ogni movimento del suo corpo, così rigidamente tenuto a bada, doveva esserci una volontà ferrea che sovrintendeva ogni singolo gesto. Persino il muovere delle mani o lo schioccare rapido degli sguardi era il frutto di un lavoro attento di studio degli equilibri precari del suo corpo. Ciononostante i suoi capelli neri, lunghi sulle spalle, ondeggiavano delicatamente, dando a tutta la persona una grazia che compensava abbondantemente quel suo leggero difetto fisico. Notai tutto ciò tenendo il tascapane ancora sulla spalla, senza che mi fossi seduto sulla mia vecchia sedia di paglia grezza. Osservai quella donna e, immediatamente dopo, guardai il dipinto appeso alla parete per pochi secondi soltanto. Il lampo di un attimo, non mi era concesso niente di più. 

   Il bambino in basso, sulla sinistra del quadro, tutto vestito di nero, mi osservava, aveva una faccia triste e antipatica. Le guide autorizzate soddisfacevano, con finto piacere e evidente malagrazia, le ingenue curiosità dei visitatori, dicendo come in confidenza che - quello che il pittore aveva voluto rappresentare, in quel ragazzo annichilito in primo piano, era sicuramente il suo proprio figliolo, Jorge-Manuel- con una torcia accesa che ardeva da quattro secoli, retta dalla sua mano destra abbassata. La sinistra, invece, indicava il morto. Tutto il suo corpo era messo come una quinta di teatro, con il solo scopo di far scivolare l’attenzione dello spettatore lungo il braccio, verso la scena terribile del seppellimento del conte. Jorge-Manuel mi osservava, sicuro dell’effetto del suo sguardo liquido e delle sue labbra perennemente serrate. La gorgiera inamidata staccava di netto la testa, ancora infantile, dal resto del corpo. I capelli apparivano radi e tutta la persona esprimeva una tristezza che non comprendevo. La donna estrasse un taccuino dalla sua borsa, frugò ancora e trovò una matita. Con gesto antico la inumidì sulla punta della lingua e osservò, con grande attenzione, lo stesso punto (mi parve), che stavo osservando anch’io. Posò la matita sulla pagina bianca e la lasciò lì, come se l’avesse abbandonata a se stessa, come se si aspettasse che la matita dovesse muoversi da sola, animata di vita propria. Non la mosse con gesti rapidi e nervosi, come vedevo fare agli entusiasti studenti di belle arti che venivano da Barcellona, da Madrid  perfino da Coimbra. La sua matita, inumidita nella sua bella lingua, rimase lì bloccata come in un cattivo sortilegio, non si mosse leggera sul foglio e non tracciò nessun segno. I muscoli del suo viso erano contratti, la mano che impugnava la matita era dura. Improvvisamente strappò la pagina dal taccuino, accartocciò il foglio e lo gettò per terra. Richiuse il quaderno, posò la matita e con un rumore secco richiuse la borsa. Si voltò. 

Abbassai gli occhi e finsi di guardare altrove. Ascoltai il rumore sordo dei suoi tacchi sul pavimento, il ritmo di battuta era sfalsato. Quando mi passò accanto sentii il suo respiro e un leggero spostamento d’aria mi annunciò la sua assenza. Il portone principale della chiesa si aprì con un cigolìo e mi ricordò l’ordine di don Andrés di oliarlo, poi lo sentii richiudersi con un tonfo. Osservai a lungo il foglio di carta strappato, giaceva sotto una delle panche. Aprii il tascapane, presi il coltello a serramanico e mi tagliai due grosse fette di pane. Il formaggio che mia moglie mi aveva lasciato, avvolto nella carta oleata, era il mio preferito. Ne tagliai un grosso pezzo da mordere, le olive le aveva cacciate sicuramente dentro il barattolo. Al diavolo la donna e la sua stramba camminata che mi aveva infatuato. Mi aveva costretto a guardare il quadro. Non ero riuscito a controllare la mia curiosità, gli occhi erano andati a fissarsi lassù, dove lei li stava dirigendo. Ero sicuro che tenendo una matita in mano e un quaderno per disegnare, si sarebbe soffermata subito sulla figura esile del ragazzo. Tutti quelli che arrivano con fogli e matite, si sentono irresistibilmente attratti dalla lunga fila di ritratti del gruppo processionale che formano un fascio di teste che emergono, potentemente, dal buio delle loro vesti luttuose. I giovani studenti che arrivano, sopratutto quelli stranieri, supponiamo i tedeschi e tutti quelli del nord, sono attratti dalla magrezza delirante dei loro volti che scambiano volentieri per eccesso di spiritualità tipicamente spagnola. Nei loro rapidi schizzi, ne esaltano la struttura triangolare, la mettono in relazione con il divino, con la santissima trinità, con la cabala e tutti i misteri esoterici per cui, le loro giovani menti si infiammano beatamente. Pronunciano frasi oscure, con linguaggio adatto alle guerre, consumano fogli su fogli, fanno la punta alle loro matite lasciando i trucioli per terra, a me, e dopo tanto disegnare non ne vengono a capo di niente, uscendo sconfitti da questa cappella che li respinge. Gli studenti e i giovani artisti di casa nostra hanno pochi fogli e una matita soltanto. Osservano a lungo e fanno pochi disegni, perché c’é poco da disegnare. Capiscono subito qual é il problema che non si può  leggere e non si può vedere nelle riproduzioni dei libri da cui hanno studiato. I giovani artisti spagnoli sanno, della fame, la conoscono dai racconti dei loro nonni e dei loro genitori. Sanno interpretare, correttamente, le inclinazioni delle teste, gli occhi asimmetrici, semichiusi in una strizzatina che la dice lunga sul vuoto, più in basso, dentro le loro pance. 

Quando il conte di Orgaz venne effettivamente seppellito, nel buio medioevo, era quello il problema principale che ogni cristiano, ad ogni latitudine, doveva affrontare. Anch’io ho guardato al ragazzo, al figlio di Domènikos, come nessuno mai qui lo chiamava, perché per tutti era semplicemente el pintor Griego. Altri lo chiamavano, con disprezzo misto a invidia, el griego, come si poteva dire l’ebreo o il negro... Stranieri, capitati qui per caso o per ventura. Perché qui, in questa città imperiale, arrivavano tutti, prima o dopo, o per elezione o perché non ce li volevano all’Escorial o da qualche altra parte. Lui si era adattato subito e anche molto bene direi. Aveva sposato Jeronima de las Cuevas, una donna molto bella, con un perfetto ovale del viso che, dopo poco tempo, gli aveva dato un bel maschietto. Il desiderio di arrivare e la sua ambizione di porsi alla pari con le persone che ritraeva, lo spinsero ad adottare comportamenti che, a Madrid o  a Venezia, sarebbero parsi ovvi, ma che in un piccolo centro come il nostro, sembravano una offesa alla decenza e al buon gusto. Le cene dal pintor erano abbondanti con frutta fuori stagione, ospiti e musici che allietavano i commensali, eseguendo graziose arie. E non sempre el griego aveva di che pagarli.

 

 
 
 

IL GUARDIANO DI SANTO TOME` (V. parte)

Post n°64 pubblicato il 04 Febbraio 2012 da alex.canu

 

 

   Il nostro Generalissimo non sta bene. La nostra guida, il piccolo sottotenente della scuola di fanteria della nostra città, il fantaccino di Toledo è gravemente ammalato. I bollettini medici si alternano con notizie ora gravi: il caudillo è stato ricoverato d’urgenza presso il reparto di ..., dell’ospedale tale, ad altre più ottimistiche e rassicuranti sul suo stato di salute: il nostro Presidente ha trascorso una notte serena, che fa ben sperare sul suo stato di salute. I medici hanno dichiarato che, stando così le cose, sperano entro le prossime quarantotto ore di... 

La radio è sempre pronta ad interrompere i suoi programmi con un annuncio che qualcuno ha già preparato da tempo, che avrà il tono luttuoso dell’ufficialità e che, forse, segnerà l’uscita della nostra nazione da tutti questi anni di isolamento e buio politico nel quale, il generale Francisco Franco Bahamonde, classe 1892 , l’ha forzatamente tenuta. Sarà stato per una singolare combinazione, ma notai che quando lei veniva, in quel periodo della malattia di Franco, portava sempre qualcosa di nero. Un accessorio, magari una cinta, le scarpe o un fazzoletto. Qualsiasi cosa, ma un segno nero, imminente al suo futuro lutto, era sempre presente. Dopo l’episodio del vestito rosso, presi a notare con più attenzione e una punta di preoccupazione, i colori coi quali si abbigliava. Capii che nessuna donna li sceglie a caso, ma che essi sono legati a linguaggi profondi che varrebbe la pena di conoscere e interpretare. Il segnale nero nel suo abbigliamento mi inquietava non poco e mi preparai a qualcosa di grande. Il lutto accennato, suggerito nei dettagli delle sue toelette, mi sembrava un codice segreto di comunicazione fra me e lei. Non potevo immaginare ancora a quale fatto si riferisse. Iniziai a intuire qualcosa, quando mi accorsi che le sue visite erano stranamente intonate ai notiziari radiofonici che annunciavano e commentavano gli sviluppi sullo stato di salute del nostro Generale. Appariva più serena e distesa quando le notizie erano ottimistiche, ma non appena il tono cambiava e volgeva al peggio, la sua entrata alla cappella portava come una nota di cupezza, perché tutto il portamento diveniva grave e il suo volto si atteggiava a dolente severità. La sua gamba zoppa ticchettava in modo più marcato sul pavimento della chiesa e il suo incedere appariva incerto e irregolare. Bisogna dirlo, la malattia del nostro Presidente si protrasse a lungo, più di quanto sia lecito che la sofferenza di una persona sia procrastinata nel tempo. Ciò costringeva la Spagna ad uno stallo politico ed emotivo che ci snervava, per ovvi e facilmente intuibili motivi. Lei ultimamente appariva calma, la si sarebbe detta rassegnata, o forse erano tutte mie fantasticherie, suggestionato com’ero da quello che sentivo alla radio. 

    Il Generalissimo, il Caudillo iberico moriva, ma non si decideva a morire mai. Virtualmente era  già defunto, ma non si risolvevano a lasciarlo andare. Come se lo trattenessero a forza quaggiù, in attesa che un valiente prendesse il suo posto. La medicina poteva quel che dio, con la sua inesperienza, non era riuscito a fare: fermare la morte, o almeno distrarla con i messaggi radiofonici. La Morte stessa accendeva la radio la mattina, prima di mettersi all’opera, per sapere dai direttori dei notiziari e dai primari ospedalieri, che cosa doveva fare quel giorno. Me la immaginavo nervosa e irritabile e forse, proprio per questo, si accaniva maggiormente da qualche altra parte: in Africa, in Cile o giù, sulle coste dorate del Libano, tanto per tenersi in esercizio, nell’attesa del piccolo Condottiero. Nessuno aveva il coraggio di lasciarlo morire per davvero. L’incubo della sua scomparsa e del vuoto che avrebbe lasciato, era più grande dell’incubo dei suoi ventisei anni di dittatura, violenta e brutale.

   Il 20 Novembre 1975, la radio annunciò finalmente, a tutto il mondo, quello che gli spagnoli si attendevano da anni di poter ascoltare. Con un comunicato, secco, che interrompeva una canzonetta folcloristica. Con la laconicità, tanto utile in certi passaggi della storia, si annunciava che il piccolo galiziano usciva definitivamente dalla scena di questo mondo. Munito dei conforti della santa madre chiesa andava a porgere i suoi saluti nell’altro, ben più vasto e affollato di grandi condottieri come lui, ed eventualmente chiedere scusa, per questa o quella mancanza, che la Storia, sicuramente, gli avrebbe imputato. Come quei militanti dell’opposizione armata, ad esempio, che aveva fatto in tempo a far fucilare a Settembre, quando le sue condizioni di salute lo avrebbero dovuto rendere più sensibile alla bellezza e al valore della vita, compresa quella altrui. Ad ogni modo, Francisco Franco Bahamonde morì e questa volta definitivamente. Nel nostro paese ci furono reazioni contrastanti e contraddittorie. A manifestazioni di giubilo, per la morte dell’odiato dittatore,si contrapponevano celebrazioni invasate del suo operato. A scritte che inneggiavano al cambiamento e ad una nuova Spagna libera, si opponevano graffiti murali che piangevano il Faro luminoso che, per tanti anni, aveva rischiarato la nostra patria, riportandola ai fasti del passato splendore.

 

 

 
 
 

IL GUARDIANO DI SANTO TOME` (VII. parte)

Post n°62 pubblicato il 04 Febbraio 2012 da alex.canu

 

   Tornando a casa mi sentii più sollevato, la sera stessa mia moglie mi disse che aspettavamo il nostro secondo figlio. Disse proprio figlio, come buon augurio, sapendo quanto io desiderassi avere un figlio maschio. Me la strinsi forte al petto, la tenni stretta. Lei, meravigliata, ne rideva un po’ e quella notte mettemmo dentro un’altro semino, per non lasciare il futuro Jorge-Manuel lì dentro, al buio, tutto solo. Non passò molto tempo, dopo il colloquio con Josè. Una gelida mattinata di metà Marzo, la donna si presentò, puntuale alla consueta apertura della cappella.  A dire il vero, quando mi decisi a lasciare il mio solito dolce di marzapane, lei era già lì sul portone e da come batteva i denti, si poteva supporre che fosse arrivata col treno delle 8,25. A quell’ora, neanche i primi bar davano grande ospitalità. Fino alle 9,30 doveva essere rimasta lì , sulla rientranza del portone della chiesa, a saltellare da una gamba all’altra per ammazzare il tempo e il freddo pungente. Mi immaginai i pulsanti degli alzacristalli elettrici delle macchine di lusso a cui doveva essere abituata in passato. Il loro rumore, soffice e rassicurante, è il segnale del divario con gli altri comuni mortali. Difficile rinunciare a quel rumore di velluto. Lei era li adesso, a saltellare sui suoi tacchi come tutti, col suo bigliettino del prossimo treno per il ritorno e, segnato dietro, l’indirizzo di una pensione dove andare a passare la notte, in caso di bisogno. Toledo è maledetta nella sua capacità di incanalare tutti i venti più odiosi. Quelli che soffiano da tutte le direzioni e non danno tregua, gelandoti fin dentro le ossa. Il nostro fiume, il Tajo, è impietoso nel fornirgli un canale ideale per cingere di ghiaccio e di gelo la città intera. Uno sperone di granito è tutto quello su cui poggiano le fondamenta delle case di Toledo, città imperiale. Per tre quarti dei suoi lati è cinta d’assedio dal fiume più odioso del mondo, che dopo un lungo peregrinare nelle nostre terre, va a gettarsi sull’atlantico, portandosi appresso tutto quello che gli spagnoli vi buttano dentro, con tanti saluti ai nostri simpatici vicini portoghesi. Nessuno va mai a bagnarsi i piedi nelle sue acque. Neppure i ragazzini d’Estate, quando il caldo calcìna ogni cosa che ha il coraggio di muoversi fuori dall’ombra dei muri e degli alberi. Un fiume che assedia per tre lati la tua città, può mai aspettarsi la simpatia e la solidarietà dei suoi abitanti? Chiedo, alle volte qualcuno abbia una idea diversa. Per quanto ne so io, è così che la pensano gli abitanti di questa città. Quando Domènikos Theotòcopoulos, il pittore venuto dalla Grecia, vide questo strano paese per la prima volta, se ne dovette innamorare in modo morboso perché, sicuramente, vi riconobbe il luogo ideale, adatto ad accogliere la sua follia. 

   Ma io divago, divago. Mi lascio prendere dalla corsa folle dei pensieri e non ricordavo più che narravo una storia. Lei, lei, lei e sempre lei, era lì, morta di freddo. Orgogliosa e dritta come una nobile figura del dipinto. Il cappotto nero, leggermente abbondante, i capelli tinti tirati all’indietro, la facevano apparire più nervosa e fragile di quanto era in realtà. Si stringeva le braccia al petto, infilando le mani intirizzite sotto le ascelle e sollevava prima un piede e poi l’altro, per scrollarsi di dosso il freddo di questa città. Quando arrivai non parlò, mi guardò dritto negli occhi e, appena li abbassai, mi passò avanti, lasciandomi nella scia del ticchettare irregolare, sempre più cadenzato, dei suoi tacchi. Non esisteva quasi più il dolce dondolio dei capelli sulle spalle che adesso apparivano stanche, nessuna scia di profumo accompagnava il suo passaggio. La forza che un tempo teneva su tutto il corpo, sembrava che ora la stesse progressivamente abbandonando. Si sedette al suo solito posto. Posò la borsa, rassettò la gonna dopo essersi sbottonata il pesante cappotto. Appariva così più piccola. Una tosse, leggera e stizzosa, le agitava continuamente le spalle. Nella cappella non c’era anima viva, oltre lei ed io, chi avrebbe potuto esserci a quell’ora, con quel gelo?  Ad un certo punto fece qualcosa che mi stupì, aprì la borsetta e nervosamente estrasse un pacchetto di sigarette, ne accese una e aspirò  profondamente ogni singola boccata. Era matta? Voleva mettermi nei guai con don Andrés? Quando feci per intervenire, sentii risuonare i miei passi nella cappella e il senso del ridicolo mi prese. Tornai indietro, verso la mia sedia accanto al cancello e lentamente, come avevo già fatto altre volte, lo accostai quel tanto che bastava per farlo sembrare chiuso, perché nessuno vedesse o potesse entrare. Fumò lentamente tutta la sua sigaretta. La si sarebbe detta l’ultima di un condannato e poi, senza nessuna vergogna, gettò il mozzicone per terra. Non lo spense neppure col tacco. Rimase seduta, impassibile, mentre io osservavo la brace che si consumava. Non mi mossi, la osservavo affascinato, lo devo ammettere con tutta sincerità. 

   Dopo tanti anni che veniva qui mi domandai se lei amasse veramente quel quadro. Se le piacesse quello che vedeva. Non ero più sicuro di niente che fosse legato al rapporto che univa la donna al dipinto. Per la prima volta mi posi delle domande, alle quali sapevo già che non avrei potuto dare nessuna risposta. Le parole di Jusepe mi ronzavano nel cervello - auto blindata, il marito, l’incarico che aveva dovuto abbandonare, e poi la guerra civile i morti e tutto il dolore e l’odio che si era trascinata dietro. Non ero sicuro che il dipinto le fosse mai veramente piaciuto, ma qualcosa la legava a quella tela e, come i medici di Franco, non la lasciava andare via, la tratteneva a forza causandole chissà quale dolore. La sua attenzione si era rivolta verso la parte alta del dipinto, lassù nel cielo dove Cristo brillava di luce. Spostò lo sguardo verso sinistra, dove un san Pietro con un grande manto giallo, lasciava pendere le sue chiavi, simbolo del compito che il suo Maestro gli aveva assegnato, quando ancora stavano quaggiù sulla terra.  Appariva seminascosto da una nuvola ed il suo ruolo era, evidentemente, impacciato da tutta quella messinscena. San Pietro, con la sua barba bianca, gli occhi rivolti in alto nel tentativo di accarezzare il figlio di Dio, sembrava scontento del ruolo e del colore eccessivo che il pittore, in quel momento forse a corto di idee, gli aveva assegnato. Sul lato opposto, un san Giovanni Battista smunto e sproporzionato nella sua altezza, anticipava con un gesto di presentazione della mano, l’anima gelatinosa del conte che arrivava, proprio allora, al cospetto di Gesù. Anch’egli stava in bilico, a cavalcioni su una nuvola, che pareva un mezzo lenzuolo sfilacciato. Una volta, così tanto per scherzare, mi permisi di chiedere a don Andrés, che avrebbero fatto tutti quei santi, lassù in paradiso, in caso di bel tempo, con un cielo perfettamente azzurro, senza neanche una nuvoletta dove appoggiare il piedino. Il parroco mi guardò e mi benedì, con un segno della mano, senza rispondermi, muovendo sconsolatamente la testa mentre si allontanava.

      Io, che lavoro qui da anni, ho capito, ho capito tutto. Non è scritto in nessuna guida. Non lo troverete in nessun manuale, perchè nessuno se n’è mai accorto. Solo io, ho inteso il respiro malevolo e la risata che il greco si deve essere fatto, davanti al suo quadro finito. Osservate, in basso a sinistra, il monaco agostiniano, come finge pietà, appena sopra il figlio. E’ tutto falso, io lo so. Lui è lì, appena dietro santo Stefano, fra i notabili della città. Uno porge la mano, la più bella che io conosca dipinta da essere umano. Si è voluto vendicare di noi. Scacciato dalla sua terra, scacciato da Venezia, costretto a mendicare una commissione a Roma. Approdato in Spagna e scacciato perfino dall’Escorial, dove trovavano rifugio tutti i pittori del mondo. Eccolo arrivare qui a Toledo, manicomio della Mancha e della penisola iberica tutta. Città arroccata, chiusa, dispettosa, dove tre confessioni religiose si facevano la guardia l’un l’altra e dove l’unico dio aveva tre facce diverse e lo si pregava in tre direzioni diverse. Dove, perfino le barbe dei sacerdoti, avevano tre lunghezze diverse. Chiunque arrivava era accolto con sarcastico entusiasmo, come nei manicomi, appunto, dove ogni nuovo arrivato è motivo di curiosità e di scherno. Dove non si lascia partire nessuno e quando qualcuno muore è pianto in modo esagerato. Gli si fa un funerale da operetta, come se fosse morta la bertuccia della prima donna, con alte grida rivolte al cielo e risate sgangherate di là in platea. Osservate, vi dicevo, quella marea di teste, di barbe, che stanno sopra il Battista. In alto a destra è la folla di santi minori e di beati che assediano quotidianamente Cristo. Tutti si rivolgono a lui tremanti, tenuti su artificialmente da quell’unica nuvola, sulla quale poggia anche Giovanni. Guardate quell’angioletto, verso sinistra, che torce il suo corpo , facendo muovere la nuvola fino a farle fare una grossa piega. Abbiate pazienza, ora disponetevi alla destra del quadro, mettetevi sotto e osservate, con attenzione, proprio quella nuvola. Guardatela, vi scorgerete un mostro terribile, una balena bianca con l’occhio aperto, rivolto al conte e al gruppo dei suoi hidalgos straccioni e affamati. Quel mostro è un brutto presentimento. E’ il teschio di un cane o di un uccello terribile, che col suo becco adunco e duro, sta per voltarsi e mangiare tutti quei nobili che stanno la sotto.      Lei si trattenne ancora per poco. Mi ero informato anch’io sugli orari dei treni da Madrid. Quando chiuse la borsetta e si abbottonò il pesante cappotto, mi alzai in piedi per aprirle il cancello. Tossendo, invece, si avvicinò ancora di più  al dipinto, vi si trattenne un poco sotto e poi, con la mano destra, toccò delicatamente la veste del paggio. La ritrasse e stette così in attesa per un attimo, forse si aspettava una mia reazione, ma io le permisi di fare quello che desiderava. Lasciò correre la mano sul lino bianco che stava per avvolgere don Gonzalo, poi risalì verso l’armatura, toccò il nobile volto, le labbra inerti, il naso sottile, la fronte pallida. Infine toccò i capelli e li accarezzò, come se fossero di persona vera, dalla quale si stesse accomiatando. Rapidamente si voltò, percorse in lungo il corridoio tra i banchi che la portava verso l’uscita, si fermò proprio davanti a me e mi osservò a lungo, come se mi vedesse per la prima volta. Dovette accorgersi in quel momento che anch’io ero invecchiato, perché ebbe una smorfia di compatimento. Poi, come aveva fatto anche Jusepe, allungò una mano e mi toccò la spalla, sfiorò i miei occhi e la mia fronte. Mi accarezzò i capelli, diventati più radi e grigi. Mi sfiorò la barba e i baffi che da qualche tempo mi ero lasciato crescere, senza una parola, senza un sorriso, ma guardandomi dritto negli occhi, come di chi voglia imprimersi per sempre un’immagine nel ricordo. Arretrò di un passo, aprì la borsetta e mi porse una busta chiusa, già vecchia, all’apparenza. Feci per respingerla, pensando si trattasse di denaro che lei non mi doveva affatto. La implorai con gli occhi, lei mi prese la mano e vi pose il plico, feci ancora per restituirglielo, farfugliando qualcosa di stupido, ma lei respinse la mia mano e uscì, per sempre, da santo Tomè e dalla mia vita.

 

 
 
 

Nie

Post n°59 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da alex.canu
 

Nie nie chi fàlas lèbia che mariposa

òlas in aria, assusthàda a cada alènu e bèntu

bianca che arrevessàdos ojos

de mortos anzènos.

 
 
 

VOGLIO

Post n°58 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da alex.canu
 
Foto di alex.canu

 


Voglio che il sole la finisca di bruciare

voglio che abbia un po' di orgoglio

voglio che il mondo smetta di girare

voglio che le stelle, il cielo, tutto diventi nero

Voglio che gli alberi si stanchino e le foglie cadano

Voglio nuvole pesanti e un diluvio si scateni

Voglio che il mare si muova con onde giganti

Voglio mia madre, mio padre e tutti i miei fratelli e sorelle

Voglio che le montagne rotolino con gran fracasso

Voglio che questa neve cada decisa

Voglio che copra ogni cosa per non farla riapparire mai più

Voglio, vorrei, un gelato, perchè ne ho tanta voglia

 

 
 
 

IL SECONDO DEI LED ZEPPELIN Cap. I

Post n°57 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da alex.canu

Grazia vorrebbe essere tua amica  

 

 

      Sono metodico e abitudinario, ho questo difetto, ma non è sempre stato così. La sera accendo il computer e do un’occhiata alla posta elettronica. Leggo i messaggi che mi interessano ed elimino tutto il resto. Scarico musica e la trasferisco sul mio lettore portatile. Ho completato  la discografia di Ben Harper, degli Stones e di Dylan. Ho conosciuto R.E.M., Gomez, Massive Attack e Morphine. Qualche tempo fà ho acquistato “Made in Japan” dei Deep Purple, un disco che mi ero rifiutato di ascoltare per motivi ideologici. L’ho sentito attentamente e ho disapprovato le scelte di allora. C’è tanta altra roba che ho recuperato e che non posso citare qui. 

   Quì ho altro da fare, i motivi che mi tengono legato a questo computer sono altri. L’ultima cosa che faccio è controllare la mia situazione su Facebook. Ho ritrovato dei vecchi amici in questo modo. Guardo sulla mia bacheca per leggere i commenti  che qualcuno lascia e, talvolta, scrivo un pensiero o a una citazione che mi rappresenti. Qualche tempo fa, qualcuno ha pubblicato i primi due versi di una canzone ed un’altro ha aggiunto i due versi successivi. Ho contribuito anch’io a condividere in rete questa grande poesia e mi sono riservato l’ultima strofa che dice così:

... poi il resto viene sempre da sè, 

i tuoi aiuto saranno ancora salvati. 

Io mi dico è stato meglio lasciarci 

che non esserci mai incontrati

   Queste parole mi emozionano e ho voluto essere io ad aggiungerle, prima che fosse stato qualcun altro a farlo. 

   Ma non sempre i messaggi che si lasciano volano così alto, quelli più impegnati ti invitano a prendere posizione contro le mafie e i pedofili che entrano su fez’buk.  Altri raccolgono consensi per far approvare leggi più severe contro la violenza sulle donne. Mi diverte guardare le foto che gli amici pubblicano. Vengo così a sapere del matrimonio di un amico che non vedo da anni. La moglie è carina con l’abito bianco, ma la sua schiena è nuda in modo assai poco casto e il il suo décolleté fuorvia l’attenzione del sacerdote mentre si china a firmare gli atti ufficiali del matrimonio. Ho ritrovato anche una mia nipotina che ho visto una sola volta, da piccola, ma che adesso, a vent’anni anni suonati, si dichiara “inkazzata come un pikkio”. In alcune foto ha i capelli nerissimi, tagliati in stile Dark, in altre li porta di un rosso acceso. Ha orecchini e piercing sparsi un po’ dovunque. Ce n’è una che mi piace tanto, si regge il mento con la mano, i capelli nerissimi le incorniciano metà del viso. E` imbronciata, un neo la rende più bella. Una pallina d’argento le macchia il labbro inferiore e altre due punteggiano gli occhi alla radice del naso. Due labbra tinte col rossetto le restituiscono un’aria molto femminile a cui pare aver rinunciato nelle altre foto. 

   Solitamente faccio questo, in attesa delle undici, prima di andarmene a letto e leggere quei dieci minuti che mi servono per scivolare nel sonno. Per ultima lascio la curiosità di scoprire chi sono le persone che vorrebbero essere mie amiche. Ho riallacciato così i rapporti con amici che erano scomparsi dal mio orizzonte. Ora stanno dentro il mio pc e quando desidero incontrarli clicco su invia. Ci sono tutti, (ci siamo tutti), ci sono anch’io.

   Io compaio in una foto, con le mani davanti al volto celandolo misteriosamente. Do un’occhiata alle new entries e scopro che ho tre nuove richieste di amicizia. Il primo è un vecchio compagno d’infanzia che non ho più rivisto e che mi scrive: - T’ho beccato su facebook!!!!!!!!!!! 

Già uno che esordisce dicendo che mi ha “beccato” inizia male, se poi ci mette pure venti punti esclamativi si brucia in partenza. Non rispondo all’invito e attendo nuovi sviluppi, ma per adesso di aderire alla sua richiesta di amicizia non se ne parla nemmeno. Non lo cancello però, forse più in là vedrò in che razza di individuo si è trasformato nel corso di questi anni. Per adesso mostra un grosso faccione, incorniciato da due baffi da poliziotto e una pelata su cui resiste un pugno di capelli. Gli occhi sono nascosti da un paio di occhiali scuri. La seconda richiesta proviene da una donna con la quale ho avuto una breve relazione, tanto tempo fa. Fra noi si era stabilito un rapporto teso ed ambiguo. Era veramente carina, oltre che psicolabile. Spesso mi inchiodava per ore a raccontarmi di storie di amori complicatissimi, di cui non capivo assolutamente nulla. Uomini, donne, amanti, figli dell’amante. I suoi deliri erotici erano fondamentalmente divisi in due grandi categorie, o erano uomini molto più vecchi di lei, o erano ragazzi molto giovani. Non c’erano vie di mezzo. Insomma per farla breve accetto l’invito dell’amica psicolabile, sperando per il meglio. Clicco su “amicizia accettata” e vado a vedere il suo profilo, ma non mi sembra cambiata granchè. Terza richiesta di amicizia: “ Grazia vorrebbe essere tua amica. Non avete amici in comune. Manda un messaggio a Grazia”. 

Chi è questa Grazia che vorrebbe essere mia amica? Mi incuriosisco, apro il link e vedo la sagoma bianca che Facebook assegna come icona agli iscritti che vogliono mantenere l’anonimato. Chi può mai essere questa Grazia? Dirigo il puntatore verso la foto anonima e attendo un attimo, prima di cliccare su conferma. Dopo qualche secondo un breve messaggio mi avvisa che: - “tu e Grazia siete amici. Grazia è nuova su Facebook, suggeriscile amici che potrebbe conoscere”.

   Ora posso finalmente accedere alle informazioni che la riguardano. Come mi aspettavo non trovo nessuna foto nel suo profilo. Non viene specificata nessuna data di nascita, nessun cognome, se è sposata o  no, in quale città vive. C’è scritto solamente: Donna, nient’altro. Porto il mouse sopra la tendina delle foto e clicco. Grazia ha pubblicato un solo album: “Gli album di Grazia: 1 album fotografico. Visualizza commenti”. Non dovrei farlo, lo sento, ma apro lo stesso l’album e quando le foto si caricano una ad una, il cuore mi salta in gola, perchè in tutte le immagini compare una sola faccia, la mia. Sono foto che non ricordavo più. Mi ritraggono in un’età compresa tra i diciotto e i diciannove anni. Dall’abbigliamento posso risalire al periodo in cui ognuna di quelle immagini è stata scattata. Ricordo i maglioni, le scarpe, i jeans sdruciti e scoloriti. In una di queste compare un maglioncino Benetton a righe grosse trasversali. L’avevo comprato con i risparmi di due mesi, era tutto colorato e mi piaceva da morire. I colori, vivaci e allegri, mi davano un’aria moderna e spigliata, tanto in contrasto con quei tempi, fatti di maglioni scuri e di poco prezzo. In un’altra foto riconosco un paio di stivaletti rossi. Li comprai d’istinto, ma non li indossai quasi mai.  Un’altra mi ritrae impegnato a  stringere una ragazza mentre balliamo un lento, credo si chiamasse Giulia. Mi ricordo di quella ragazza,  e del momento in cui qualcuno scattò la foto col flash. Me la ricordo bene, perchè dopo uscimmo fuori e ce ne andammo a piedi in una casa in costruzione li vicino. Giulia, come no? Chi si dimentica più quello che mi fece mezz’ora dopo! Le conto, sono dieci foto, dieci momenti diversi, ma l’ultima non mi appartiene. La decima ritrae il volto di un bambino dell’età apparente di  otto o dieci mesi. Non sono io, perchè non ho foto risalenti a  quell’età. Questo bambino è sorridente e sembra guardare qualcosa o qualcuno fuori campo. Allunga una manina da cui pende un braccialetto d’oro. Ha gli occhi chiari e le guance paffute. I miei occhi sono invece scuri.

   In ognuna di quelle foto ho ancora i capelli lunghi, prima che prendessi l’abitudine di tagliarli cortissimi. Il viso, magro e asciutto è sempre atteggiato ad un mezzo sorriso carico di ironica malinconia. Gli occhi hanno ancora intatta la loro vividezza e li illumina una luce che si è andata perdendo con gli anni. Attorno a me vedo amici che non ricordo quasi più, in una fotografia mi pare di riconoscerne alcuni. Clicco ancora e col mouse mi porto verso un’altra immagine nella quale sto in ginocchio sulla spiaggia, coi jeans, a petto nudo. Un ragazzo è sdraiato e si fà ombra con la mano, mentre col gomito si tiene su. Non ricordo più chi abbia scattato tutte queste foto, ma hanno quella patina sbiadita dal tempo che cancella le mezze tinte e i forti contrasti chiaroscurali. Chi possiede queste foto? Perchè mi vengono ricordate qui, dove tutti possiamo entrare e spiare nella vita altrui? Chi è il bambino che compare nell’ultima foto, la decima? Guarda lontano con i suoi occhi meravigliosi in quel bianco e nero d’epoca. Chiudo la cartella dell’album fotografico e torno alla pagina del mio profilo. Tutto sembra normale. La finestrella della chat in basso a destra si apre e compare un nome, Grazia, accompagnato da un breve messaggio:- Ciao Gigio.

Il cursore lampeggia e aspetta paziente una risposta. Il cuore mi batte forte, non so cosa fare. Solo una persona mi ha chiamato così. Pensavo di averla scordata, di essermene liberato per sempre, invece eccola dentro una finestrella di chat su Facebook. Si è fatta annunciare da quelle dieci foto e adesso aspetta che io le risponda qualcosa. 

- Gigio, sei li? 

- Non mi chiamo Gigio.

- Lo so come ti chiami, gli altri ti chiamavano con quel buffo soprannome, Grigio.

- Non sono neppure Grigio, non lo sono più da tanto tempo.

- Il tempo, che vuoi che sia il tempo? E’ un’invenzione degli uomini. Anche allora parlavi del Tempo, guardavi spesso l’orologio ultimamente, prima di sparire.

- Non sono sparito, mi sono salvato.

- Certo, come no. Ti sei salvato, da chi?

- Non voglio parlare di queste cose.

- Come preferisce signor... come ti fai chiamare adesso? 

- Col mio nome, quello vero.

- Martino? 

- Martino, proprio quello.

- Ho visto le foto che hai pubblicato sul tuo profilo, Martino, sei diventato narcisista, non eri così prima. I tuoi capelli sono diventati grigi per davvero, hai anche qualche chilo di più, ma gli occhi, quelli sono ancora gli stessi. Quel tuo modo di guardare, è quello che mi piaceva di te.

- E tu, come sei ora? 

- Ah, non si fanno domande così dirette alle signore, non hai ancora imparato? Sono una signora adesso.

- Grazia?

- Si, Martino...

- Come sei ora?

- Mi ricordi tanto una canzone.

- Quale canzone?

- Questa, te la incollo e te la mando:

- Grazia, non voglio canzoni, voglio sapere come sei ora.

- Sono come tu mi ricordi.

- Ricordo che non volevi mai che ti fotografassi, inventavi sempre una scusa.

- Ah si? Del tipo?

- Che so, che non ti eri truccata, che eri stanca e avevi le occhiaie. Dicevi che le foto ingannano, che non sanno invecchiare con le persone, che scoloriscono e distruggono il ricordo. Dicevi che quando avrei faticato a ricostruire il tuo viso nel mio ricordo, quello sarebbe stato il momento per dimenticarti.

- Ero così poetica? 

- Non sempre.

- Ed è stato così?

- Si, fino ad oggi.

- Allora ho avuto ragione.

 

Vieni come sei, come eri. 

Come voglio che tu sia. 

Come un amico, come un vecchio nemico. 

Prenditi tutto il tempo, fai in fretta, 

la scelta è tua, non fare tardi. 

Prenditi una pausa, come un amico, 

come una vecchia memoria. 

E giuro che non ho un fucile

 

   Improvvisamente, in maniera del tutto irrazionale mi sale addosso una grande paura a cui non so dare una spiegazione. Interrompo bruscamente la conversazione e chiudo la finestrella della chat. Dopo qualche secondo si riapre.

-  Martino, lo so che sei ancora li. Sono dieci fotografie, nove riguardano te. Nove, ricordi? Come le canzoni di un disco che mi hai fatto ascoltare fino all’ossessione. L’ultima foto è come una bonus track, si dice così vero? Però non intendo dirti altro, per adesso. Guardale con attenzione perchè in ognuna di quelle ci sono anch’io, ma sto dall’altra parte della macchina fotografica. Nove foto che ti riguardano, nove, come le canzoni del Secondo dei Led Zeppelin, nove come i mesi che...

   Il collegamento si interrompe e la finestrella della chat si chiude e un messaggio mi avvisa che Grazia è disconnessa. Chiudo Facebook, chiudo il collegamento a internet, spengo il modem e il computer, rimango fermo a fissarne lo schermo nero, mentre una valanga di ricordi e di immagini riaffiorano alla mente e vi si affollano e premono per uscire. Ricordi di cose, persone, fatti che pensavo di essermi lasciato alle spalle. Ero fuggito via da tutto, dalla mia famiglia, dalle botte, dai litigi con mio padre, da anni scolastici disastrosi. Quando approdai nella nuova scuola Grazia mi colpì subito per quel suo sguardo dritto e  indagatore, sorretto da un corpo minuto e ben proporzionato. Aveva capelli biondi e occhi grigi, una voce forte e profonda, ma ferma e capace di una dolcezza senza fine. Mi catturò proprio la sua voce per prima, dopo vennero i suoi occhi, poi le sue mani. Fu un amore intenso e duro, spezzato in diversi tempi, scandito dalla musica che ascoltavamo in continuazione, da quel disco dei Led Zeppelin, in particolare, che segnò la nostra storia.

   Riaccendo il computer e mi ricollego a Facebook. Cerco la icona bianca e azzurra che corrisponde a lei, ci clicco sopra e cerco il suo album fotografico. Di nuovo quelle dieci immagini riappaiono, ma stavolta ce n’è un’altra, un ragazzo giovane dall’età apparente di 26, 27 anni mi guarda sorridente con i capelli neri, ricci e lo sguardo paraculo. Penso subito:- e questa quando me l’ha scattata? ”. Ma poi mi accorgo che il ragazzo porta tattuaggi dappertutto. Non ha l’aria di uno che sta in regola con gli esami all’università, ammesso che ci vada. Un vago senso di inquietudine mi avvolge. Osservo le altre foto, sono io, cristo, sono proprio io, tanti anni fà. Cerco di immaginare Grazia che scatta quelle foto, mentre preme il dito, con l’occhio incollato al mirino della macchina. Mi torna alla mente quel suo caratteristico soffiare sui capelli che le cadevano agli angoli della bocca. Clicco sulla prima foto che mi ritrae nell’atto di voltarmi. La didascalia che la commenta dice: “Piccola Katy”. Avevo i capelli lunghi, schiacciati per non farli sembrare troppo voluminosi. Sorridevo all’occhio di vetro dietro cui si nascondeva lei. Diceva che somigliavo al cantante dei Pooh, con quei capelli cotonati, e non era certo per farmi un complimento. Una volta se ne uscì dicendo: - Mi ricordi Piccola Katy, una canzone dei Pooh. 

   Credo che abbia scelto quel titolo per la prima foto proprio per questo motivo qua. Digito “ Piccola Katy “ e Google mi dà il testo della canzone, lo leggo, mentre su Facebook la finestrella della chat si riapre: - Bravo! 

   “Piccola katy, il mondo è buio, è cattivo, non è fatto per te. Non andare, non gettare al vento i tuoi sedici anni favolosi. Vai, vai Piccola katy. Vai, vai Piccola katy. Vai. vai. vai. “

 

   Che vorrà dire?

 
 
 

IL SECONDO DEI LED ZEPPELIN Cap. 2

Post n°56 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da alex.canu

Whole lotta love

 

 

     Ripetevo il quarto anno e dopo il disastro totale di quello precedente feci di tutto per frequentare le lezioni nella sede centrale. L’altra scuola aveva un aspetto tetro e lugubre, questa invece sembrava promettere meglio. Era vicina alla stazione degli autobus e aveva una facciata seria, fatta di mattoni scuri che incuteva rispetto. Ti faceva sentire a "scuola", si sentiva che lì dentro si studiava per davvero. Sulla facciata c'era persino la bandiera che sventolava. L'edificio era squadrato a dovere, ma non metteva soggezione perché gli infissi alle finestre erano in legno e questo mitigava la dura solidità della pietra scura. L'altra scuola era in prefabbricato con grandi vetrate tristi in alluminio, tutto sembrava precario e provvisorio. Quando accolsero la mia richiesta tirai un sospiro di sollievo. Nella nuova classe predominavano le ragazze e questo particolare rese più interessante la vita studentesca, uno stimolo in più a non fare troppe assenze. Il primo giorno di scuola non mi filò nessuno, scelsi un banco a metà classe e mi ci infilai dentro. Ascoltai con grande attenzione ogni cosa che veniva detta, portai perfino un quaderno che tenni arrotolato e sul quale appuntai la data di quel giorno, non vi scrissi altro.

Osservai i nuovi compagni con attenzione. Non rivolsi la parola a nessuno e tutti si comportarono come se io non esistessi affatto, finchè mi si fece avanti uno spilungone che, senza troppi preamboli, mi chiese chi fossi. Si chiamava Matteo Vigliani, ma lo chiamavano Vallanzasca. Era alto e grosso e ripeteva pure lui. Tutti sapevano che rubava. Aveva sempre jeans e maglioni nuovissimi e stivaletti alla Butch-Cassidy molto glam. Rubava e rivendeva, il suo posto sembrava un banco dei pegni. Era fornito di tutto, squadrette, portamine, compassi, aveva perfino le cartucce per i rapidografi. Rubava qualsiasi cosa potesse rivendere con successo. Entrava nelle aule vuote, ma non prendeva troppi oggetti in una volta, così non lo pizzicarono mai. Un giorno mi si avvicinò mostrandomi un disco enorme che estrasse da una custodia in cartoncino duro su cui era stampata una foto a colori. Si guardò intorno sospettoso e con la voce di uno che abbia fretta di concludere un accordo mi disse:

- Senti Grigio, ti propongo un affare perché so che la buona musica ti piace. E' un favore che ti faccio, lo potrei vendere ad altri, ma di te mi fido. Ho qui il Secondo dei Led Zeppelin come nuovo, c'è qualche graffietto, roba da niente. Mi servono subito 1500 lire. 

- Il Secondo di che? - dissi io

- Il Secondo dei Led Zeppelin, scemo, il migliore, ma dove vivi. Lo vendo per niente, te lo do per 1500 lire, ma lo ricompro, appena posso.

Era la prima volta che vedevo un L.P. Toccarlo mi piacque subito e me lo rigirai fra le dita. Il cartoncino della custodia era logoro e la foto appariva grattata in qualche punto. Si apriva e diventava come una enciclopedia di due sole pagine con dentro un'altra immagine.

- Ma è enorme - dissi. - Come si usa?

- E' un "trentatrè" tonto, ma non come quello del dottore l'ultima volta che ti ha sentito il rantolo, un trentatrè vero, quello che lo metti sul piatto del giradischi e ascolti la musica che esce dalle casse. Ce l'hai un giradischi, si? 

   No, non ce l'avevo il giradischi e non conoscevo nessuno che ce l'avesse. Combinai “l'affare” con Vallanzasca, comprai il disco e per qualche giorno lo studiai a casa.  Estraevo il vinile e ne studiavo i solchi, mettendolo radente contro la luce della finestra. Ammiravo i colori che si riflettevano sulla sua superficie nera. Ricordava il petrolio da cui proveniva, ne aveva la stessa consistenza, calda e duttile. Era perfettamente piatto e lucido, la sua forma eccitava la mia curiosità. Così chiesi a Vigliani se avesse anche un giradischi da vendermi.

- Un giradischi?  dammi un po’ di tempo.

Tornò quattro giorni dopo con un attrezzo curioso, pieno di fili e di cavetti, fatto di legno e plastica. - Un affare che non ti pentirai! - mi disse - Non troverai niente di meglio è una novità assoluta, due casse stereo con la possibilità di allontanarle fino a tre metri per un effetto stereofonico-by-brivido. 

- Effetto stereofonico “by-brivido”? Che cazzo stai dicendo? Mi serve un giradischi, ce l’hai o no?

- Ma allora sei fuori vero tu. Certo che questo è un giradischi, non lo vedi? Tiri su questo coperchio di vetro e ci metti dentro il disco. Un affare che non ti pentirai. - ripetè con un mezzo sorriso. Era uno di quei giradischi che tutti compravano a rate e nessuno finiva  di pagare. Aveva due casse di legno e un coperchio in plastica trasparente. Mi sembrava gigantesco e tecnologicamente all’avanguardia. Misi insieme i miei risparmi e feci il secondo acquisto più importante della mia vita. Lo portai a casa e lo montai subito. Mia madre mi osservava mentre armeggiavo con fili e cavetti e disapprovò con un leggero movimento del capo, prevedeva brutti tempi.  

Non misi subito il disco sul piatto, preferii creare una zona di trapasso dolce che mi avvicinasse con più cautela alle nuove emozioni che prevedevo. Troppe cose stavano accadendo tutte insieme, una nuova scuola, le ragazze, il giradischi, l’ellepì, l’anno cominciava proprio bene. Collegai la spina alla presa di corrente e premetti il tasto ON, dalle casse si sentì una leggera spinta e il led rosso della spia si illuminò. Minchia, quella spia rossa, era meravigliosa, era la conferma che dio esisteva e viveva nel paradiso stereofonico dell’alta fedeltà. Trafficai un po’ col bilanciamento dei toni e infilai i Led Zeppelin nel pernetto, accompagnandolo dolcemente verso il piatto. Mi rigirai fra le mani la copertina e osservai la superficie nera del disco. Aveva dei graffi e una marea di peluzzi sparsi fra i solchi. L’etichetta era Atlantic, rosso e verde con una grande A che la tagliava verticalmente. Era il primo disco vero che compravo in vita mia, i solchi disegnavano un percorso intricato e la luce lo illuminava in modo difforme differenziando le tracce. La copertina del disco raffigurava la sagoma bianca di un dirigibile e, sotto, stavano in piedi dieci personaggi vestiti con enormi cappottoni di pelle e divise da aviatori. Quattro di loro erano i Led Zeppelin, dovevano essere quelli al centro. L’interno della copertina era occupato da una grande scalinata, simile a un tempio romano visto in prospettiva dal basso. In alto, un gigantesco dirigibile tutto d’oro era illuminato da dei fari, come nella sigla dei film della Twentieth Century Fox, uno sballo. Quella copertina mi piacque subito e sopra ci scrissi il mio nome di battaglia, Grigio!  Mi infilai la copertina sotto il braccio e mi guardai allo specchio. Avevo i capelli con la riga a destra, un paio di pantaloni di velluto marrone a coste larghe, un maglioncino d’angora bianco, corto di maniche che faceva le palline e stivaletti di pelle nera con la chiusura lampo, facevo pena. Osservai il disco che se ne stava immobile, adagiato sul piatto dello stereo, non erano i Pooh, era una cosa diversa. Sentivo che stava per iniziare una nuova vita, che sarei ripartito da lì, dal Secondo dei Led Zeppelin. Tirai finalmente indietro il braccetto con la puntina e lo feci planare  con delicatezza sopra il disco che scricchiolò e cominciò a friggere. Prese subito il largo e dopo un attimo sentii la chitarra elettrica distorta che attaccava un riff, poi una voce altissima in falsetto che urlava: “You need coolin', baby I'm not foolin'. Way down inside... Afferrai queste parole confusamente, il resto mi sfuggiva e non riuscivo a capirlo, ma quello che sentii mi bastò. Lessi il titolo: “Whole lotta love”, Un sacco d’amore. Poi cominciò un turbinare di suoni, grida, echi distorti e strizzati in passaggi di note allucinate. Venti gelidi che si rincorrevano dentro sirene da incubo, poi un urlo, lungo e rauco, che si sciolse dentro un rullare di batteria. La chitarra di Jimmy Page riprendeva il suo riff indiavolato e di nuovo la voce graffiava parole misteriose, intrappolate in aah, ooh, spezzate in ma, ma, ma, ma...   

Quando la prima facciata del disco finì mi ci volle un po’ di tempo per rendermene conto. Rimasi immobile ad osservare il braccetto che, ordinatamente, se ne tornava al suo posto, come se niente fosse accaduto. I suoni e la voce del cantante risuonavano ancora dentro la mia testa in subbuglio, rimbalzando dentro le orecchie, gridandomi ancora quelle parole così nuove, così diverse da tutte quelle che avevo ascoltato fino a quel momento: babe-babe-babe. Una tempesta di suoni, di voci incomprensibili e inarticolate mi restituiva finalmente al mio tempo. “Devi darti una calmata, baby, non sto scherzando, ti insegnerò tutto daccapo.” Whole lotta love risucchiò in un attimo i litigi familiari, tutto il repertorio delle facce arrabbiate di mio padre. Aspirò la recente bocciatura e le mie figure da imbranato. Il mio corpo seguiva quel ritmo, lo aspettava inconsapevolmente e lo riconobbe all’istante. Whole lotta love mi afferrò alla gola e mi fece saltare i confini geografici catapultandomi nelle strade del mondo, dove altri ragazzi come me facevano girare un disco di rock su un piatto. Modificò  il mio linguaggio, lo rese più agile e svelto e portò nella mia vita l’immensa tristezza dei blues elettrici. Whole lotta love mi portò nel sud degli stati uniti, dove il Mississippi ha il suo delta e dove i Neri crearono la musica più bella del mondo, alla faccia dei Bianchi, tristi e crudeli, perennemente innamorati di donne frigide. “Agitati per me ragazza. Voglio essere il tuo amante. Datti una calmata, baby. Datti una calmata, baby. Hey, oh. Hey, oh. ” Whole lotta love. Con quella canzone morì la prima parte della mia vita. John Bonham la seppellì definitivamente sette tracce più avanti in un mare di tamburi e percussioni per inseguire la balena bianca, Moby Dick, il mostro oscuro che è dentro ognuno di noi. Gli diede una caccia spietata con un’assolo di batteria che mi prese a pugni nello stomaco. La balena bianca, che era nascosta dentro di me, emerse e mi fece vedere una luce, come non ne avevo mai visto prima d’allora.

 
 
 

IL SECONDO DEI LED ZEPPELIN Cap. 3

Post n°55 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da alex.canu

Sei ancora così?

 

 

     Sono alcuni giorni che Grazia non comunica più con me. Guardo la finestrella della chat,  nessun contatto, penso che dovrei mettere su Facebook quello che ho scritto. Apro la sezione dedicata alle note personali e inserisco il testo, aspetto un attimo prima di dargli invio e mi viene un dubbio sulla correttezza grammaticale. Sono sempre stato un disastro, lei invece era brava. La prima cosa che farà sarà quella di cercare gli errori, ne sono certo. Do invio e quello che ho scritto  ora è pubblicato. Lo potranno leggere tutti, lo potrà leggere anche Grazia.

Passa qualche giorno e sulla mia bacheca trovo un commento lasciato da un amico: - Whole lotta love, bellissima. Grazie per quello che hai scritto, ho ritrovato un pezzo importante della mia vita. Ciao.-

Lascia un commento anche l’amica psicolabile, secco e asciutto, la nota drammatica non manca, come al solito: - L’uomo, questa belva che nuoce innanzitutto a sè stesso. Il tuo cinismo mi ha procurato una ferita che rimarginerò obliandoti.- Bello, no? “... che rimarginerò obliandoti”. Che donna, in quale mondo parallelo vivrà adesso? Non pensavo che pubblicare una cosa del genere potesse suscitare tante reazioni. Grazia però aspetta ancora, prima di lasciare un suo messaggio, ma dopo qualche giorno ecco una sua breve nota: - Martino, non ti chiedevo un romanzo. Volevo solamente che tu ricordassi. Guarda nelle mie foto, ne troverai una che ti interesserà molto. G.

Mi precipito nel suo profilo e apro l’album delle foto che ha caricato. Ne trovo una dove ho i capelli lunghi, neri e ricci. Una barbetta rada da rivoluzionario mi incornicia il mento e il labbro superiore. Indosso una giacca comprata all’usato e una camicia bianca senza collo. Ho un’aria malinconica e consapevole, le spalle sono leggermente calate. La foto ricorda vagamente un eroe latino-americano molto popolare. Nella didascalia che la accompagna solo due frasi lapidarie: - Sei ancora così?- 

E poi:- Guarda che ci sono tanti errori d’ortografia. “Fa, la, qui”, ecc. si scrivono senza accento. La punteggiatura è un disastro. G.

L’avevo detto, no? Gli errori d’ortografia!

 

 
 
 

IL SECONDO DEI LED ZEPPELIN Cap. 4 (I. parte)

Post n°54 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da alex.canu

What is and what should never be  (I.parte)

(Quello che é e quello che non dovrebbe essere mai)

 

 

    Grazia era spiccia, non andava per il sottile, quello che voleva se lo prendeva senza chiedere il permesso a nessuno. Questo suo modo di fare a volte poteva infastidire, ma lei se la cavava sempre con una alzata di spalle, dopo aver detto la sua senza tanti complimenti. In quel periodo si sentiva continuamente nei telegiornali di persone uccise o ferite da terroristi di questa o quell’altra fazione politica. Prendevano di mira un giornalista, un giudice o un parlamentare, lo aspettavano per strada e gli facevano la pelle. Lo chiamavano per nome e quando quello si voltava gli scaricavano addosso un mucchio di proiettili, tutto qua. Uccisero così  il presidente del più importante partito di allora, non stava simpatico a nessuno e non avremmo mai voluto vederlo trasformato in un martire, ma questi ci riuscirono, furono bravissimi. Lo aspettarono e massacrarono tutti quelli della scorta, solo per prendere lui. Era Marzo del ’78, io e Grazia decidemmo di fare una cosa diversa, andarcene nell’isola di Caprera con l’autostop e i sacchi a pelo. Partimmo che era un mercoledi, arrivammo fino a Palau e da li ci imbarcammo col traghetto. Caprera è un’isola sassosa ed impervia, lungo la strada bianca che percorrevamo trovammo altri ragazzi che camminavano carichi di zaini. Ridevano e quando li raggiungemmo ci unimmo a loro.  Ci chiesero dove intendevamo dormire e si offrirono di ospitarci per la notte. Anche loro avevano i sacchi a pelo e avevano trovato una casa mezza diroccata dove dormire, ci saremmo potuti stare benissimo tutti  insieme. Venivano da Milano e avevano i capelli lunghi e un fascino per noi straordinario. Dicevano “figa e cazzo” in continuazione senza nessun problema e bestemmiavano dio ridendo, come per gioco, come se dio stesso fosse d’accordo con loro e si divertisse un casino. Quando arrivammo alla casa diroccata era quasi buio e una delle ragazze accese una radiolina. Noi eravamo fuori a raccogliere dei rami secchi per fare il fuoco quando una delle ragazze uscì fuori e gridò forte : - Ehi, le Brigate Rosse hanno rapito un politico importante. Esplodemmo in risate, grida di approvazione, commenti volgari e superficiali. Non ce ne fregava niente a nessuno. Potevano aver rapito anche il presidente della repubblica, noi stavamo a Caprera, lontani da tutto. Raccoglievamo pezzetti di legno per fare un fuoco che prometteva di riscaldare i cuori e rendere più allegre le ragazze. Ce ne andammo a dormire, io e Grazia vicini, gli altri un poco più in la. Li sentivamo parlare a bassa voce, - lo dovrebbero uccidere quel porco, - dicevano, ridendo e continuando a bestemmiare dio in quel loro modo giocoso e particolare. Che mondo meraviglioso, che ragazzi forti che avevamo trovato.

- Buona notte Grà, a che pensi? 

- A quell’uomo che hanno rapito, ho paura che succederà un casino. Buonanotte Grì.

   Lo ritrovarono due mesi dopo dentro una Renault rossa, la macchina simbolo di tutti i giovani di allora, la mitica R4. La macchina giusta dove infilare un cadavere che doveva essere santificato subito. Immaginate se l’avessero caricato dentro una Mercedes o una BMW. Invece infilarlo dentro un’utilitaria, con i sedili ribaltati come per caricare gli attrezzi di lavoro e quel plaid, così simile a quelli che avevamo usato a Caprera, ci fece effetto. Sembrava uno di noi, un impiegato sfigato, distrutto dal lavoro e che non meritava di fare quella fine. Non era più uno dei baroni dell'università, del partito del malaffare, di tanti anni di potere arrogante, di lavoro in cambio di voti. Era buttato li, piegato come un prigione dell’ultimo Michelangelo, un non-finito della nostra incerta democrazia che gridava perchè? Ci rovinarono l’ultimo mito che ancora avevamo, la R4, la macchina del cazzeggio, delle chitarre buttate dietro, delle gomme lisce, del cambio a baionetta. Ci rovinarono la sola parola di francese che sapevamo pronunciare correttamente, Renò. E poi ci rovinarono definitivamente l’unico colore che ci faceva ancora sognare un mondo migliore, il colore rosso che agitavamo contro i nostri genitori grigi, contro i professori fascisti gialli di bile, contro i preti neri d’invidia. Quando estrassero il corpo di quel povero uomo e richiusero lo sportello, dentro quel portabagagli rimasero definitivamente sepolti molti oggetti del nostro paesaggio. In quel plaid avvolsero frettolosamente quei pochi ideali che avevamo e li seppellirono insieme al suo inutile cadavere. Rimase quel volto molle, leggermente reclino, discretamente brutto e rugoso. L’avrebbero dovuto lasciare li, a decomporsi lentamente, come monito per tutti, come un monumento all’inopportunità, come un’opera concettuale, come un’installazione di arte povera. Avrebbero dovuto esporre quel plaid in un qualsiasi Guggenheim, o all’interno di una di quelle architetture assurde e invivibili, ma tanto di moda. 

   Più tardi sarebbero arrivati i Caimani veri che si sarebbero mangiati il mondo digerendolo con la Milano-da-bere e la Renault avrebbe fatto macchine comode per le famiglie francesi.

   Erano tempi duri e miseri. Durante le assemblee studentesche e alle manifestazioni politiche si sentivano solamente parole che incitavano alla violenza. Le mani alzate ad indicare la forma di una pistola. Eravamo vittime di alcuni pazzi che ci volevano trasformare tutti in assassini. Una volta un amico ci convinse ad andare ad una riunione politica, un’organizzazione di fanatici. Io e Grazia entrammo in uno stanzone denso di fumo, al centro si distingueva a malapena un tavolo attorno a cui stava un gruppo di persone che discuteva animatamente. Erano studenti universitari, con lunghe barbe e sciarpe avvolte attorno al collo, maglioni sformati coprivano il resto. Il puzzo del fumo era insopportabile e Grazia si turò istintivamente il naso mentre mi stringeva forte la mano. Ci accolsero con dei “ciao” e “benvenuti” detti con studiata indifferenza. La discussione andava avanti gagliarda, ma quando ad un certo punto uno se ne uscì dicendo: - Perchè la situazione è di sputtanamento generale cioè, il privato non esiste più perchè è politico, appartiene a tutti, nella misura in cui..., cioè... - Grazia mi toccò dolcemente la spalla e mi disse: - Andiamocene via. - Così senza salutare, nascosti

dalla cappa di fumo, uscimmo all’aria aperta e tenendoci forte, abbracciati, ce ne andammo in un forno a mangiare la pizza e a bere la spuma nera. Grazia era fatta così, poteva ascoltare per ore uno che le parlava di libri e di poesia, ma non sopportava le cazzate!

Per qualche periodo non entrammo neppure a scuola perchè qualche furbone scoprì uno scherzetto cretino, ma efficace. Sfruttando la psicosi collettiva delle bombe, abbandonate nei cestini della spazzatura agli angoli delle strade o nelle banche o più semplicemente in qualche stazione ferroviaria, la mattina, dieci minuti prima del suono della campana, una vocetta anonima telefonava rivendicando un attentato dinamitardo all’interno della scuola. Il preside era costretto in questi casi a far sgomberare l’edificio e chiamare i carabinieri per farlo perquisire da cima a fondo. Durante una assemblea di istituto piuttosto piatta, nella quale si dibatteva stancamente di cavilli ideologici, Grazia, improvvisamente, si alzò in piedi, si diresse verso il tavolo, prese in mano il megafono e, dopo una serie di insulti, gridò che “era ora di farla finita con quelle telefonate anonime annuncianti bombe a scuola”. Gridò chiaro che, “o si metteva la bomba per davvero, o ci si doveva assumere le proprie responsabilità, e che se fra di noi c’era ancora qualche coglione che volesse ricorrere allo stratagemma delle telefonate anonime per non fare lezione, lo dicesse chiaramente davanti a tutti”. Ammutolimmo e nessuno ebbe il coraggio di alzare la mano, nessuno applaudì alla proposta, ma le telefonate cessarono di colpo. Così ricominciò il tran tran quotidiano delle spiegazioni e delle interrogazioni e io tornai, come sempre, a prendere tre in matematica.

   Grazia aveva cappotti e maglioni costosi che mortificava strappando i bottoni o sfilacciandoli nei gomiti. Per un periodo mi convinse a portare i maglioni rovesciati, diceva che le piacevo così. Quando comprai il mio primo paio di scarpe da ginnastica Adidas coi soldi del buono-libri, passammo un pomeriggio intero a casa sua a scucire le tre striscie verdi con una forbicina per le unghie. Io le dissi che, veramente, quelle tre striscie erano il motivo per cui mi ero comprato quelle scarpe, ma lei non ammise repliche. Mi meravigliai quando una volta mi presentai con un coccodrillino su una polo e non disse niente, era forse un’animalista? Era  fatta così e non capii mai perchè scelse uno come me. 

   Ma ora camminavamo insieme, mano nella mano con il Secondo dei Led Zeppelin in testa. Attraversammo mezza città prima di arrivare sotto casa di mia sorella.  Saranno state le sei quando suonammo al citofono. Il tepore che ci accolse fu un benessere che si sparse lungo tutto il corpo. Grazia e mia sorella si conoscevano già, quindi non si meravigliò affatto di vederci arrivare insieme. Fra loro due si era stabilita fin da subito un’ intesa che non capivo. Parlavano ignorando la mia presenza e quando qualche volta intervenivo, continuavano come se non  mi avessero sentito affatto.

- Ehi, che fate da queste parti? Ci disse.

- Ci fai ascoltare un disco con lo stereo nuovo?

- Certo, sai dove sta, no?

- Anche tu ti interessi di Rock? Chiese a Grazia.

- No, ma per questo c’è una storia particolare. Gigio l’ha comprato da poco, di seconda mano, da uno a cui l’avevo regalato io, insomma una storia complicata... 

- Grigio, - la corressi - mi chiamo Grigio.

- Anche Gigio non ti sta male. - Disse mia sorella. Risero e ci fece entrare.

- Comunque se non puoi andiamo via subito - dissi io.

- Ma no, anzi.  

Quella sera aveva un appuntamento a cena da certi amici e lei e suo marito sarebbero rientrati molto tardi, sottolineò “molto”. Ci diede le ovvie raccomandazioni: segnare su un quadernetto eventuali telefonate in arrivo; nel frigo c’era da mangiare e qualcosa da bere; chiudere così e così quando saremmo andati via; poi, basta! Non c’era altro, - ah in televisione non c’è niente di speciale stasera, ma tanto lo spettacolo lo fate voi... avete il Secondo dei led Zeppelin... aggiunse, guardando Grazia con un sorriso idiota. Non capii subito perchè avesse aggiunto questo alle raccomandazioni, il senso mi sfuggiva, mi sembrò stupido e fuori luogo e poi, cos’era quell’aria di complicità fra di loro? 

Si infilò il cappotto, disse - ciaao - come non glielo avevo mai sentito dire e si tirò dietro la porta con una strizzatina d’occhio. Io rimasi un attimo in ascolto, poi sentii l’ascensore arrivare, le ante aprirsi con un vuoto d’aria e mia sorella uscire finalmente di scena. Grazia frugò casa, mentre io ispezionavo il soggiorno. La sentivo che apriva gli armadi e tirava giù qualche vestito di mia sorella. Poi la sentii aprire il frigorifero, prendere un barattolo e richiuderlo, si versò un un bicchiere d’aranciata. - Alloora, il diisco!? Gridò dalla cucina. La sentii che faceva scorrere l’acqua in bagno. Tirai fuori la custodia interna, estrassi il vinile tutto graffiato, lo ripulii con un panno morbido e lo misi nel piatto. Partì il primo brano, Whole lotta love e la sentii di la che canticchiava, poi mi raggiunse e la vidi che mi sorrideva in modo strano. Le parlai degli Zeppelin, della voce micidiale di Robert Plant, dei capelli lunghi, biondi come i suoi, che agitava continuamente mentre cantava.

- Pensa - le dissi - in Giappone non li hanno fatti entrare proprio per via dei capelli lunghi.

-Ah si? Fece lei. 

- Jimmy Page aveva una Gibson e dicevano che il diavolo stesso suonasse dentro la sua chitarra, ehm, da qualche parte se ascolti attentamente si deve sentire la parola diavolo, pronunciata all’incontrario. Io c’ho provato ma non l’ho mai sentita.

- Il diavolo, - disse lei - Magari lo sentiremo oggi qui, scommetti?

- Mica è vero - Dissi io, mentre lei si avvicinava. Whole lotta love stava quasi per finire e sentivo il cuore come pazzo, i tamburi della batteria di John Bonham gli facevano eco. Quando iniziò il secondo pezzo, quello della poesia, ci fu un lungo silenzio accompagnato dalle note dolci della prima parte del brano. 

- La cosa che mi piace di più di tutta What Is And What Should Never Be è che dopo tre minuti e mezzo la chitarra distorta di Jimmy viene mandata nella cassa destra, poi va nella cassa sinistra, poi ancora a destra e così via, finchè non riprende la voce potente di Robert Plant.

- Molto... potente ? - disse lei allusiva.

- E poi il brano si conclude con la chitarra che ancora rimbalza da destra a sinistra, accompagnata da una serie di vocalizzi di Plant. Bisogna avere uno stereo vero però, di quelli che funzionano sul serio, per sentire bene i passaggi, sennò si perde l’effetto.

   Le dicevo questo quando lei mi prese il viso fra le mani, le sentii calde e quel tepore si trasmise a tutto il mio corpo. Robert continuava a strillare dentro le casse cose del tipo, babe, babe e pensai che il momento era arrivato. Mi lasciai andare, distolsi l’attenzione dalla musica e mi concentrai sul calore delle sue mani. Quello che provai in quell’ istante, non mi è accaduto mai più di provarlo con la stessa intensità nel resto della mia vita. Percepii a stento la chitarra che se ne andava a zonzo da una cassa all’altra. L’effetto stereofonico doveva essere straordinario, ma non me ne accorgevo più. Ero teso e rigido. Avevo le mani incapaci di reagire, ero paralizzato e friggevo come un gamberetto nell’olio bollente. Lei si aggiustò meglio e sentii le sue mani che cercavano le mie. La punta della sua lingua toccò le mie labbra serrate e il loro contatto mi diede una scossa. Le dischiusi piano e lasciai un passaggio per farla entrare dolcemente. Era calda e umida e mi sembrò molto più bello di come l’avevo immaginato. Tutto si sciolse... babe, babe, diceva Robert Plant.

   Le mani si mossero rapide, incredibilmente sicure. Tutto il corpo era invaso da un benessere e da un formicolio nuovo che non conoscevo. Un nuovo continente che prometteva piacevoli scoperte, tutto da esplorare, si dischiuse, babe...babe... Grazia si sdraiò sul divano e mi fece cenno di seguirla. La abbracciai ancora e notai che il suo corpo coincideva esattamente con il mio. Il fluido che passava dalla sua bocca alla mia era come un balsamo che agisse in profondità. Tutto divenne facile e sorpresi la mia mano che saliva sotto il suo maglioncino a collo alto e le cercava il seno. Lo trovai e lo sentii morbido e caldo. Sotto la leggera pressione che facevo con la mano aperta i suoi capezzoli si inturgidivano ed era piacevole sentirli opporsi alla mia spinta. Dove avevo imparato ad essere così deciso? Chi mi aveva insegnato a guidare il suo piacere? Adesso dovevo imparare come moderare e tenere a freno il mio. 

- Dimmi basta - le dissi con un filo di voce strozzata dall’emozione. Al suo silenzio lasciai che la mano si muovesse agile, mentre lei inarcava la schiena e avvicinava i suoi seni alla mia bocca. Sapevo esattamente cosa fare, come toccarla, cosa dirle... babe, babe. Con l'altra mano scesi giù verso i suoi pantaloni e le slacciai il bottone di metallo dei jeans e armeggiai con la chiusura lampo, senza riuscire a spostarla di un millimetro. Lei sorrise con una smorfia e mi aiutò a tirare giù i suoi pantaloni. La mia mano si intrufolò dentro con una rapidità sorprendente e lasciai che esplorasse liberamente il suo corpo. Sentivo un piacere che saliva, che gridava forte... troppo forte. Sentivo il suo respiro e la sua mano che ora si spostava su di me e mi cercava. Slacciò la cintura e tirò la chiusura lampo con una sicurezza che mi sorprese. Mi baciava con le labbra aperte e con la bocca che ansimava. Frugò dentro di me, mentre io facevo la stessa cosa con lei. Sembravamo due pazzi che cercassero un oggetto smarrito e nessuno dei due voleva dire all'altro di averlo trovato.

    Soffocai un grido e mi alzai di scatto trattenendo con le mani il liquido denso che mi usciva. Mi vergognai di quella mia rapidità, imbarazzato da quel liquido che non sapevo come trattenere. “What Is And What Should Never Be”, era finita già da un bel pezzo, lei si staccò e sorrise mentre mi guardava dritto negli occhi:  

- E’ la prima volta, vero?

- No! - dissi con troppa fretta.

- E’ la prima volta, dì la verità.

- Ma stai scherzando, io...

- E` la prima volta!

- No, si, cioè no... Si.

- Lo sapevo, lo sapevo. Volevo essere io la prima, il tuo primo bacio, la tua prima scopata, così non mi dimenticherai mai più!

   Mi riabbracciò forte e mi baciò ancora negli occhi.

- Luce luce- diceva - , luce.

Io la strinsi in modo goffo, di nuovo, lei sorrise e mi disse:

- Piano ora, fai piano. Non abbiamo fretta.

Mi staccai appena e le presi il volto fra le mani, come lei aveva fatto prima con me. Pensai (e lo penso ancora oggi), che quello è un bellissimo gesto dell’amore. La guardai a lungo negli occhi cercando di andare più in fondo possibile dentro quel mare di grigio. Volevo essere romantico, poetico, tenero. Mi sembrava che la situazione lo richiedesse. Notai le infinite pagliuzze d’oro che li tempestavano e anch’io le dissi:

- Luce, luce, luce.

   Lei socchiuse i suoi begli occhi e mi sorrise e io ebbi la certezza di aver capito in quel preciso istante cos’è che le ragazze vogliono davvero dai ragazzi: dolcezza e follia, mescolate insieme, in un modo tale da farle impazzire.  Lo capii in un attimo e ne fui orgoglioso perchè il mio ritratto corrispondeva esattamente con quel tipo li. Ero folle e dolce allo stesso tempo, cioè lo stavo diventando. Pensavo tutto questo mentre ancora la  guardavo negli occhi.

- Beh- mi disse lei - ti sei incantato?

- Guardavo le pagliuzze d’oro in fondo ai tuoi occhi - risposi, con una nuova voce che non mi sospettavo, più morbida e paracula. 

- Bugiardo - sussurrò lei con un sorriso.

L’attirai verso di me, la baciai ancora e ancora. “The lemon song” era già iniziata. Le mani ripresero il loro dialogo e il mio corpo era finalmente più rilassato. Era così facile l’amore? Lei mi attirò e mi imprigionò legandomi con le sue gambe agili:- Sei mio, - disse - ti ho marchiato per sempre. Affondai di nuovo dentro di lei e mi persi nel suo piacere.

“Io so che tutti vedono che sto’ bene, 

ma c'è qualcuno che sa 

che sto diventando diabolico?”

   La chitarra sporca di Jimmy Page attacca il suo giro, una, due, tre volte. Poi entrano i tamburi di John Bonham, il tempo è tenuto dal basso di John Paul Johnes che lo distribuisce equamente a tutta la band e frena le esuberanze di Jimmy. Robert Plant aspetta e dondola dolcemente i capelli d’oro, lunghi fino alle spalle. Sorride mentre si aggrappa con le mani all’asta del microfono. Il bacino ondeggia dentro i pantaloni di pelle tesa e lucida, diavolo. Il ginocchio spinge verso il piede, sollevandolo e abbassandolo, come un pedale di metronomo, du-du-duumm-dumm.

I should have quit you long time ago.

“Se ti avessi lasciato molto tempo fa,

 non sarei qui, così in basso...”

   The lemon song, uno scandalo di canzone!

 
 
 

IL SECONDO DEI LED ZEPPELIN Cap. 4 (II. parte)

Post n°53 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da alex.canu

 

What is and what should never be  (II. parte)

(Quello che é e quello che non dovrebbe essere mai)

 

 

   "Non dovrebbe esssere mai che sia proprio io a darti dolore, che usi parole per ferirti, ma è proprio quello che è. Ti ho preso, oggi, alle spalle".

   "Non posso entrare qui - dici- mi conoscono tutti. “ Uno e uno ”, è la formula corrente, ti vergogneresti di me. Ma allora cos’è che ti spinge ad alzare le maniche sulle tue belle braccia bianche? Lividi viola e buchi le decorano formando fiori di morte.  Ahimè, non doveva essere così".

   "Cercarti, per vederti sparire dietro dune morbide, nere come petrolio. 

Poggiavo le dita sulle impronte che arcuando il piede, lasciavi. 

Non dovrebbe essere mai che un uomo annulli sé stesso nel vuoto altrui, come gesto totalmente dissolto".

   "Straziata anima divisa a metà. Due persone devi essere, due distinti cuori, due teste, due amori. Due carte di credito, due buste della spesa, due case diverse, due spose sospese. Due gambe aperte, due teste pensanti, due vite parallele tra loro distanti".

   "Lunghi hai, di grano maturo i capelli. Occhi bagnati di cielo come luci lontane. Parli con parole di neve che sciolgono in pena. Non dovresti desiderare i capelli miei scuri. Allontanati perchè male ti farò, ora".

      Lessi questa cosa tutta d’un fiato per paura che lei si mettesse a ridere, che la trovasse ridicola. Fuggivo il suo sguardo e lo diressi verso una carta strappata per terra.  Lei mi osservava in silenzio e aspettava che io parlassi. 

- L’hai scritta tu? Dimmi che l’hai scritta tu, dimmelo.

- Si, l’ho scritta io, fa schifo?

- Scherzi, è forte, c’hai preso! - disse.

- Ogni strofa è dedicata ad una ragazza diversa a cui ho voluto bene - le dissi.

- Allora sei uno sveglio, sono cinque strofe,  le ho contate bene.

- L’ultima ... è dedicata a te.

- A me!? Ma come...

- “Lunghi capelli di grano maturo”... beh! Non sei bionda?

- Gesù, tu mi ucciderai lo sento. “Allontanati perchè male ti farò, ora”, che vuol dire, che mi farai soffrire?

- Ma no, non sapevo come concludere la strofa. Mi serviva una frase ermetica, d’effetto.

Lei si chiamava Grazia, era contenta del suo nome. Diceva che quella finale in “zia” non le dispiaceva, che le dava l’idea di un nome severo e antico. Non invidiava le Samanthe e le Pamele che in quegli anni furoreggiavano. 

- Perchè ti chiamano tutti Grigio? - Mi chiese a bruciapelo, - non ti da fastidio?

- Le prime volte si, ma ormai  mi sono abituato e non ci bado più. Da ragazzino avevo sempre un’aria arrabbiata e mia sorella diceva che assomigliavo alle nuvole grigie che portano la pioggia e ti fanno venire il malumore. Mi ha chiamato grigio una volta e siccome io mi arrabbiavo ha continuato a ripetermelo per tutto il giorno e per il giorno successivo. Poi anche mio fratello ha iniziato a chiamarmi così, grigio e Grigio è rimasto. Adesso nessuno si ricorda più che mi chiamo Martino, l’unica è rimasta mia madre. Meglio così, quel nome non mi è mai piaciuto.

- A me piace, - disse - ti sta bene, è un nome diverso dagli altri, hai proprio la faccia da... Martino. - Lo disse con  grande dolcezza.

- Anche a me piace il tuo nome, aperto e breve, con quella zeta che lo rende aspro e tagliente.

Quando mai avevo parlato così bene? Mi stupii di me stesso. Lei parve apprezzare queste mie considerazioni e sorrise divertita. Aveva quel nome che richiamava alla mente cose belle, eleganti e piacevoli a cui facevano da contorno dei capelli biondi, leggermente mossi. Gli occhi erano di un grigio intenso, picchiettati da pagliuzze dorate. A differenza di tutte le altre ragazze aveva un senso dell’umorismo molto spiccato ed era straordinariamente sincera con tutti. Quando diceva qualcosa di spiacevole non lo faceva per ferire, ma semplicemente perchè era incapace di mentire. Era originaria di Torino. Suo padre era professore presso l’università della città, teneva un corso sulla letteratura musicale orale. Si era trasferito qui tanti anni prima, per studiare sul campo la tradizione dei canti liturgici della settimana santa, si era innamorato di una donna ed era rimasto.  Lei aveva una particolare ammirazione per lui e le rare volte che mi era capitato di andare a casa loro, suo padre mi aveva a malapena rivolto la parola. Una volta ci incontrammo casualmente per strada e non sapevo se salutarlo o meno. Fu lui a chiamarmi ed io rimasi sconcertato quando, con assoluta naturalezza, mi chiese se potevo prestargli dei soldi per comprare le sigarette. - Non porto mai denaro con me, - disse sorridendo, con quel suo forte accento piemontese - devo assolutamente smettere di fumare,  è facilissimo tra l’altro, ho degli amici che hanno smesso tante volte, ahahah.

Rise della sua stessa battuta, tossì e si fregò le mani inguantate mentre aspettava che io gli dessi i soldi. Ma io denaro non ne avevo e gli chiesi quale fosse la sua marca preferita, lui rispose che qualsiasi marca gli andava bene. Gli proposi di aspettare pochi minuti all’angolo della strada. Entrai in tabaccheria e ne uscii con un pacchetto da dieci. Lui lo aprì subito e ne accese una. Aspirò forte il fumo, con gli occhi chiusi, gustando il piacere intenso che provava, mi meravigliai.

- Come hai fatto? - mi chiese - avevi detto che non avevi soldi.

- Beh, dentro ho incontrato un tizio che conoscevo. Solo fortuna. - Gli dissi.

- Aaaah! - fece, gustandosi le prime boccate. - Che fai, devi andare a prendere la tua ragazza? - Mi chiese - Ti accompagno, anch’io sto andando da lei, ahahah. - sorrise ancora in quel suo modo strano. Quando entrammo Grazia si meravigliò nel vederci arrivare insieme, ma capì in un baleno. Sentì l’alito del padre e mi pugnalò con gli occhi.

- Ha fumato? - mi chiese - l’hai visto fumare?

- Si, - le risposi - mi ha chiesto i soldi per comprare le sigarette, lui non li aveva e ...

- E tu glieli hai dati? - Mi sibilò con una faccia arrabbiata.

- Perchè, non dovevo?

- Noo! Vuoi vedere le radiografie che ha fatto ai polmoni? 

Più tardi la moglie gli sequestrò il pacchetto e lo buttò nel cestino della spazzatura dopo averle spezzate e svuotate del tabacco. Grazia non aveva l’abitudine di dare troppe spiegazioni e io imparai a non chiederne quando non mi venivano date spontaneamente. Un pomeriggio di freddo intenso che camminavamo senza meta, mi chiese:- E’ vero che ti sei comprato il Secondo dei Led Zeppelin, di seconda mano da Vallanzasca?

- Si - dissi - come fai a saperlo? Proprio pochi giorni fa, l’ho pagato 1500 lire...

- Che stronzo - disse lei amaramente - Lo sapevo che non glielo dovevo regalare. Mi parlava sempre di questo disco. Diceva che lui non lo poteva comprare, che non aveva i soldi, che lo doveva avere assolutamente e invece, l’ha venduto a te! Dimmi un po’, è davvero bello questo disco?- 

- E’ bellissimo! Pensa che c’è un pezzo intitolato “Cos’è e cosa non dovrebbe essere mai”, nel quale si sente l’effetto stereofonico in modo straordinario. Il suono della chitarra passa da una colonnina all’altra, ti pare proprio di vederlo.

- Davvero? Me lo fai sentire?

- Certo - le dissi con entusiasmo - ce l’ho da mia sorella.

- Non è qui vicino?

- Si, ma...

- Dai allora, andiamo. - fece lei.

- Ma... mia sorella...

- Mica la mangiamo.

 

 

 
 
 

IL SECONDO DEI LED ZEPPELIN Cap. 5

Post n°52 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da alex.canu

Chi è questo ragazzino?

 

 

   Ho riletto l’ultima pagina più volte prima di mettere il punto. Qualcosa non mi convince. Mi sembra troppo romantico, non saprei, magari non piacerà a Grazia. Mi ricollego a Facebook e pubblico anche questo secondo capitolo, senza correzioni. Il mio pubblico di lettori non è così raffinato, i messaggi che arrivano me lo confermano:

Franco V.: - Hey, Mrtn, ki l’avrebbe detto ke sapevi anke skrivere? ahahahahah. Ma qnd lo trovi il tempo? :-)

Mara. T.: - Quando scriverai Bring it on home, ci metti dentro una cosa che è successa a me con quella canzone? 

Dopo qualche giorno Grazia si fa viva sulla chat di facebook. Il tono è beffardo: - Bene, ci scopriamo romantici. Il disco dei led zeppelin, casa di tua sorella così disponibile, tu deliziosamente imbranato... peccato però che le cose non siano andate esattamente come le racconti.

- Sono andate così invece, o almeno mi pare di ricordare che siano andate proprio in quella maniera. C’ero anch’io sai.

- C’eravamo tutt’e due, se è per questo. Ti ricordi un Venerdì pomeriggio? Era il 22 Febbraio e tu mi accompagnavi a casa. Ci fermammo sui gradini del duomo e non sapevamo più come salutarci, capivamo che qualcosa era cambiato. Ricordi che ci scambiammo un bacio goffo e rapido sulle labbra? Quello fu il nostro primo bacio.

- Ma quello non conta. Il primo bacio è quello con la lingua, le bocche incollate e tutto il resto.

- No Gigio...

- Non chiamarmi così.

- Il primo bacio è quello che da il cuore, ancora prima che le labbra sappiano di doverlo fare. Non l’hai ancora capito dopo tanti anni? Avevo quasi dimenticato il viaggio a Caprera, ma non hai raccontato tutto di quei tre giorni, anche se hai sempre negato.

- Anche tu hai negato l’evidenza. Vi vidi, tu e quel biondino dietro le dune.

- Guardavamo il tramonto, e tu hai visto quello che volevi vedere.

- Lasciamo stare.

- Si, lasciamo stare.

- Grazia?

- Si Martino.

- Ti prego, dimmi dove sei.

- Sono li, accanto a te. Sono sempre stata accanto a te. Controlla la tua posta, c’è un messaggio e una foto allegata che potrebbe interessarti.

- Come hai fatto ad avere il mio indirizzo di posta elettronica?

- Scemo, non lo vedi che è scritto bello grosso sul profilo di Facebook? Guarda la foto, dammi retta.

p.s. Te l’avevo già detto che mi piaci di più come poeta?

“... occhi bagnati di cielo come luci lontane...”; 

“guardavo le pagliuzze d’oro in fondo ai tuoi occhi...”; 

“Allontanati perchè male ti farò, ora”.

Era quella poesia vero? Male mi hai fatto, Martino.

- Grazia, Grazia...

   La finestrella della chat si chiude improvvisamente e lei sparisce inghiottita dal computer. Provo a ricontattarla, ma non risponde. Apro la mia casella di posta elettronica e trovo un breve messaggio e una foto in allegato. Scarico la foto e la apro. Compare un ragazzino di dodici o tredici anni con dei grandi ricci che gli incorniciano la fronte. Ha labbra carnose e occhi immensi. Ricorda una foto molto simile di mio fratello, quando ancora stava in seminario dai preti, ma quel ragazzino della foto non è mio fratello. Gli somiglia tanto, ma non è lui. Chi è questo ragazzino? Nel breve messaggio che Grazia ha scritto dice:

- La lontananza sai è come il vento... ahahah!- Si riapre improvvisamente la finestrella della chat e ho un tuffo al cuore. Pensavo fosse Grazia e invece è una mia amica che scrive: - Ho letto anche il secondo capitolo del racconto che stai pubblicando su Fez’buk, sei sicuro di fare bene? Non hai paura che te lo copino?

- No, non credo. - Rispondo io.

- Beh, ad ogni modo quand’è che scrivi il terzo capitolo? Lo intitolerai The lemon song, immagino.

- Si, è proprio il terzo brano del disco.

- E’ la mia canzone preferita, me la dedichi?

- Certo, è per te.

- Ciao, Grigio.

- Come mi hai chiamato?

- Grigio, non sei tu l’eroe del romanzo?

- No, manco per niente.

- Peccato. Dedicami lo stesso la canzone. Ciao! ; )

 
 
 

IL SECONDO DEI LED ZEPPELIN Cap. 6

Post n°51 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da alex.canu

The lemon song

 

 

  “Baby, trattami come si deve, piccola mia,

Le persone mi dicono che non sono mai contento.

Strizzami, baby, fino a far scorrere il succo sulle mie gambe.

Dal modo in cui mi spremi come un limone, 

giurerei di stare per cadere dal letto”

   Ero intento a sentire The lemon song, giro di basso a mille, la voce di Robert si lamentava disperata. Tutto l’inizio è come un blues elettrico, Jimmy Page giocherella con la sua chitarra. Pare che tutto debba svolgersi  lentamente poi, d’improvviso, il brano prende un’accelerata e si trasforma in un rock’n roll duro e tirato. Chitarra e batteria salgono di tono e di volume e impazziscono; Robert ballava sulle punte dei piedi e il diavolo iniziava davvero a far sentire il suo odore di zolfo, avrei giurato di vedere distintamente il suo ghigno sghembo in mezzo al fumo denso. Il mio giradischi andava quasi in fiamme e sembrava non reggere a tanta tensione... du, du, du dumm... 

   Alzai il volume al massimo e imitai con le dita fluttuanti nell’aria il basso di John Paul Johnes, mi misi sulle punte dei piedi quando tirai al massimo la chitarra di Jimmy, poi li battei a tempo sul pavimento. Muovevo la testa in su e giù e con le braccia libere facevo volare sul rullante le bacchette di John Bonham... Hey! Baby baby... e quasi non mi accorsi che mio fratello era li, sulla porta, che mi osservava da chissà quanto tempo. Batteva anche lui la punta del piede, ma il suo ritmo era diverso da quello dei Led, sembrava più vicino ad uno di quei brani alla Santo e Johnny o ad uno dei brani della “Raccolta n. 20” di Fausto Papetti. Aveva nove anni più di me ed era perennemente incazzato. Non gli passava mai, notte e giorno, sempre con quella faccia da gatto nero. Lo so io cos’aveva. Era arrabbiato perchè io avevo 18 anni e studiavo; era arrabbiato perchè lui a scuola non ce l’avevano mandato e adesso faceva il manovale sfigato giù al petrolchimico ed era sempre stanco morto; era arrabbiato perchè non ci sapeva fare con le ragazze e le osservava da lontano, con sguardi da lupo; era arrabbiato perchè io portavo i capelli lunghi e ricci e lui aveva un taglio come quello del nonno: riga a destra con le ondine, una cosa da far vomitare. Era arrabbiato perchè non capiva una sega della musica che ascoltavamo noi; era arrabbiato perchè aveva uno schifo di macchina giallo-senape di terza mano che gli era costata un patrimonio, e c’era pure andato a sbattere il primo giorno contro l’entrata della galleria. Non era sicuro di centrarla e infatti non l’ha centrata. Era arrabbiato perchè pensava che le ragazze avrebbero fatto a graffi per salirci e invece non faceva altro che scarrozzare a sbaffo amici con i basettoni lunghi e la riga a destra come lui; era arrabbiato perchè il babbo lo aveva picchiato fino a un paio di anni prima; era arrabbiato perchè io ero sempre allegro e pieno di vita e schizzavo come una palla dappertutto e lui era un mincimorto portasfiga. Era arrabbiato perchè io portavo un paio di Levi’s 501 Red Tab stone-washed, stretti a tubo e un paio di stivaletti rockabilly col tacco alto e lui, invece, indossava sempre pantaloni neri e un paio di polacchine marroni spellate; era arrabbiato perchè io mi sarei messo un orecchino sull’orecchio sinistro, alla faccia di tutti, e per lui invece era una roba da frosci. Era arrabbiato perchè si faceva otto seghe al giorno, (tutti i giorni), e gli stava venendo la tendinite al polso destro; era incazzato nero perso perchè io avevo tanti amici e lui se ne stava sempre solo al bar, a bere una limonata che gli durava tutto il pomeriggio. 

   Ma ora era arrabbiato perchè diceva che il volume del giradischi era troppo alto e se, per-favore-lo-potevo-abbassare-un-pochino-perchè-sennò-me-lo-faceva-spegnere-all’istante. Sottolineò quest’ultima parte unendo insieme il pollice e l’indice e portandoseli all’altezza dell’occhio destro, come Jack Nicholson in Shining.  Il suo tono di voce era alterato e l’ordine perentorio. Solitamente otteneva il risultato voluto senza bisogno che alzasse la voce, ma stavolta c’era qualcosa che non andava. Mai avevo fatto qualcosa che potesse disturbare gli altri, ma il volume del giradischi era veramente  troppo alto. Si presentò subito con aria minacciosa, intimandomi:

- Abbassa il volume, sennò te lo spengo!

- No! - dissi senza pensarci troppo. - Non lo abbasso!

Non si aspettava questa reazione, gli avevo sempre ubbidito e non era mai dovuto ricorrere alla forza, ma stavolta le cose sembravano andare diversamente.

- Spegni questa musica di merda, è solo rumore!

- Questo non è rumore, questi sono i Led Zeppelin!

- Non me ne frega niente di chi sono questi drogati. Leva il disco sennò te lo rompo!-  Non avevamo mai litigato io e lui. C’eravamo allontanati l’uno dall’altro, questo si e ultimamente ci trattavamo con reciproca diffidenza. Ma disegnava come un angelo venuto sulla terra e io lo ammiravo, come un mito irraggiungibile. Quando ero piccolo mi concedeva l’onore di giocare insieme a lui e, con qualsiasi sasso bianco che trovava per terra, riempiva la strada di animali fantastici. Uccelli, tigri, cavalli al galoppo, alberi meravigliosi che spargevano i propri rami per tutto il marciapiede, treni col loro fumo nero e indiani ululanti che scagliavano frecce. Faceva tutto questo, e tanto altro, con una facilità sorprendente, niente veniva mai cancellato, tutte le linee che tracciava erano utili e avevano un senso. Io lo guardavo ammirato e lo imitavo. Non mi prendeva mai in giro, anzi mi incoraggiava ad aiutarlo, ero orgoglioso di essere suo fratello.

   Finita la scuola media entrò in seminario per farsi prete, stava quasi per riuscirci. Conosceva il latino e il greco antico, ma evidentemente la vita monastica non faceva per lui, così, a  diciassette anni suonati, comunicò ai miei genitori che a settembre non sarebbe tornato in seminario. Mio padre lo lasciò steso a terra con la prima scarica di schiaffi, ma lui resistette e a ottobre iniziò a frequentare il liceo classico statale. Il babbo non mandò giù questa mossa, vide anni di rette versate con sudore al fottutissimo seminario andare in fumo. Denari spesi inutilmente e pretini effeminati fargli ciao con la manina, quando andava a pagare il semestre. Lo costrinse a studiare e lavorare contemporaneamente. Mio fratello si intestardì a cavarsela da solo. Pensava che ci sarebbe riuscito, era sicuro che ce l’avrebbe fatta. Per prima cosa si cercò un lavoretto a ore in un panificio. Non faceva il turno di notte, questo gli lasciava il tempo di frequentare le lezioni regolarmente al mattino e poi di studiare la sera. Con i denti riusciva anche a strappare un brandello di vita con qualche amico balordo che si era fatto. Non poteva certamente andare avanti così, mio padre lo sapeva e aspettava, quel suo figlio ribelle avrebbe ceduto, prima o poi. E mio fratello cedette, infatti. Lasciò la scuola e lavorò nel panificio a tempo pieno, ci lavorò per un periodo neccessario a trovare di meglio. Di meglio lo trovò in un cantiere, dove cercavano giovani manovali e con i primi soldi dimostrò il suo disprezzo al babbo e si comprò, di terza mano, una delle macchine più brutte al mondo, piena di rattoppi, punti di ruggine, color arancione, una cosa da cafoni. Non parlò più latino nè greco antico, non mi raccontava più le storie di Achille e di Ettore. Divenne arrogante, con accessi di ira e violenza che non gli avevo mai conosciuto. Il babbo aveva fatto bene il suo lavoro, aveva calcolato con esattezza il disorientamento nel quale avrebbe cacciato quel suo figlio testardo. Lo devitalizzò, giorno dopo giorno, come un dentista col suo ferretto zigrinato. Gli fece una canalare nell’angolo più fragile e risoluto della sua personalità e ne asportò via tutto il buono, la gioia, la curiosità, il senso innato per la bellezza che aveva ricevuto in dono. Aveva appena diciott’anni e lo trasformò in un cinquantenne grigio e rancoroso. Il colore che mio fratello scelse per il resto della sua vita fu il nero e così iniziò a vestirsi con quel non-colore: pantaloni, scarpe, maglioni, giacche, tutto rigorosamente nero. L’unica cosa che stonava era quella assurda macchina color cartone-animato, dove lui si infilava con un’autoradio scassata a sentire  Fausto Papetti e la fisarmonica tangueira di Mario Bataini. Ora so che avrebbe dovuto ascoltare un’altra musica, questa: “I see a red door and I want it painted black...” 

“ Vedo una porta rossa e la voglio dipingere di nero. Mai piu colori, voglio che diventi tutto nero. Guardo dentro di me e vedo il mio cuore nero. Forse dopo sparisco, cosi non devo guardare in faccia la realtà. Non é facile stare a testa alta quando tutto il mondo é nero”.  

Aveva solo diciott’anni allora e non poteva ancora conoscere questa canzone.   

   Colui che in quel momento mi stava ordinando di spegnere il giradischi era qusto mio fratello, arrabbiato e violento, lo capivo, ma anch’io stavo crescendo, cambiavo forma e pelle e volevo trovare i “miei” punti di riferimento. Dovevamo tutt’e due affermare qualcosa, io la mia indipendenza appena intutita, lui la sua autorità di fratello maggiore. Era destino che, prima o poi, saremmo venuti alle mani e questa pareva proprio l’occasione giusta.

- Spegnilo, stronzo - gridò - sennò te lo rompo quel cazzo di disco!

- Provaci! - gli urlai sfidandolo.

 Non solo ci provò, ma lo staccò di netto dal piatto del giradischi. Lo sollevò per aria, facendolo precipitare con violenza contro il ginocchio alzato, rompendolo in due parti precise. Mi guardò con la bocca ancora aperta, metà disco in una mano, metà disco nell’altra. Non ci volevo credere, l’aveva fatto per davvero! Guardavo il mio Led Zeppelin Due appena trasformato in due dei Led Zeppelin; non poteva essere vero! Due pezzi perfettamente inutili, neanche a reincollarli se ne sarebbe ricavato qualcosa, il mio primo disco vero, comprato di seconda mano, ma quasi nuovo. Mi vennero lacrime di rabbia e schiumai tutte le parolacce che conoscevo e carico di odio partii a testa bassa contro mio fratello, con le braccia aperte. Lui me le afferrò e le rigirò facendomi un gran male. Mi buttò giù a terra schiacciandomi il petto con il ginocchio, mentre con la mano sinistra mi afferrò alla gola, urlava. Tutta quella maledetta rabbia che aveva accumulato gli stava montando alla testa tutta insieme. Gridava che mi avrebbe spaccato quel cazzo di giradischi, che mi avrebbe spaccato anche la testa, che mi avrebbe strappato quei capelli lunghi da fròscio. Durante la lotta gridavamo forte e battevamo i piedi sul pavimento. Arrivarono mia madre e mia sorella e ci separarono. Mentre ci tiravano uno di qua e uno di la, feci in tempo ad assestargli un calcio tra i denti facendogli sanguinare un labbro. La mamma gridava, lo faceva sempre ogni volta che vedeva i suoi figli litigare tra loro. Poteva sopportare tutto, un marito violento, il fuoco in casa, la fame, ma non  vedere i suoi figli pestarsi a sangue. Mio fratello mi venne strappato di dosso e  ripresi a respirare mentre vedevo che  mia sorella lo tratteneva. Con una strattonata si liberò di lei e mi venne vicino, era gonfio d’ira e mi fissò negli occhi: - Nasconditi, perchè quando ritorno ti lascio per terra! mi sibilò. Poi si tirò dietro il filo del giradischi, strappando violentemente la presa dal muro. Uscì sbattendo la porta e sentii il suono dei suoi passi che si allontanavano e poi il motore della sua nuova cinquecento-senape di seconda mano, che partiva bruciando l’asfalto. Mia madre e mia sorella sbraitarono cose senza senso quindi uscirono, lasciandosi dietro una scia di oscure minacce. 

Rimasto solo raccolsi i due pezzi del disco e tentai di avvicinarli, combaciavano perfettamente. Avrei potuto riattaccarli o mettere un po’ di nastro adesivo su un lato, aprii la custodia e rimisi dentro i due pezzi. Pensai: “domani lo riapro e lo troverò intero, sarà stato un brutto sogno.” Riposi la copertina dentro la sua custodia e rimisi tutto sopra il giradischi. Riattaccai la presa al muro e ricollocai la spina al suo posto. Sembrava tutto normale, come se non fosse successo niente, i rumori e gli echi della zuffa si erano spenti. Il dirigibile della foto era ancora puntato verso l’alto e i quattro Led Zeppelin erano ancora lì coi loro cappotti di pelle.  Aspettai ancora, poi sentii le lacrime che scorrevano, ma non era per il disco rotto. Piangevo per mio fratello, perchè era sempre arrabbiato, perchè sapevo che mi voleva bene, perchè da piccolo mi raccontava delle storie meravigliose, piene di guerrieri con gli scudi, di navi, di ciclopi con un occhio solo e di regine, rapite da coraggiosi troiani. Piangevo per mio fratello, perchè aveva smarrito la sua canzone e non sapeva più ritrovarla.

   Baby, trattami bene, piccola mia, 

le persone mi dicono che non sono mai contento. 

Provano a tormentarmi, baby, 

ma non ti hanno mai sfigurato ai miei occhi

   Questo non mi impedì però, qualche tempo dopo, di  frugare fra i suoi vestiti finchè trovai il portafogli dentro una tasca dei pantaloni. Gli presi 3500 lire, esattamente il costo del disco che mi aveva rotto. Lo ricomprai, nuovo stavolta.  

   The lemon song, uno scandalo di canzone!

 
 
 

IL SECONDO DEI LED ZEPPELIN Cap. 7

Post n°50 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da alex.canu

Fratello, voltati

 

 

   Devo fermarmi, levare le dita dalla tastiera. E` doloroso ripensare a mio fratello, alla piega imprevedibile e amara che  prese la sua vita. Arthur Rimbaud un bel giorno decise di smettere di scrivere le sue orribili poesie. Se ne andò a buttare la sua vita in Africa, nello Yemen. Iniziò loschi traffici, vendette armi, morì da cane. Anche mio fratello programmò consapevolmente la discesa verso il fondo della sua dignità. Diventò volgare e ruffiano. Sposò una donna da poco e la tradì sotto i suoi stessi occhi, fuggì in un’altra città, attraversò il mare grande. Visse rubando nei supermercati, dormendo dentro una piccola automobile, chiedendo l’elemosina ai semafori. Si ridusse a fare il barbone, non sapevamo in quale maniera rintracciarlo. Ora disegna madonne in mezzo alle piazze, con un piattino accanto ai gessetti, affidando la sua vita alla generosità della gente. Persino i due figli avuti da quello sfortunato matrimonio lo rifiutano e hanno cancellato la parola “padre” dal loro vocabolario. Io conosco i luoghi dove abitualmente si ferma a disegnare i suoi santi per terra. Sono andato a trovarlo un paio di volte, ma sempre mi ha cacciato via. Appena due anni fa, andai per lavoro in quella città e lo vidi, chino a terra a colorare un angelo di spalle che suona il violino. Mio fratello era lì in ginocchio, i gessetti sparpagliati sul volto dell’angelo e un rotolo di nastro adesivo vicino. Poco più in la un piattino raccoglieva già alcune monete.  Non lo vedevo da almeno dieci anni. Mi avvicinai, mescolandomi agli altri curiosi che seguivano il suo lavoro. Un mio collega mi tirò per sollecitarmi ad andare, era l’ora del pranzo e avevamo appuntamento in un ristorante li vicino. Li pregai di proseguire e dissi che avrei tardato solo cinque minuti. Osservavo le sue mani che si muovevano rapide sul viso dell’angelo, mettendo in risalto con gesti sapienti l’incarnato gentile del suo volto. Da bambini l’avevo visto centinaia di volte sdraiato a terra a disegnare paesaggi e cavalli al galoppo. I vecchi del paese lo osservavano stupiti e gli carezzavano la testa. Tutto il suo corpo, anche adesso, era concentrato a trasferire sul mattonato della strada la potenza visionaria del dipinto. Dava una rapida occhiata alla foto quadrettata, incollata per terra e nel fare questo guardava attraverso gli occhialini da presbite. I capelli erano diventati bianchi, lunghi e radi sulla nuca, dietro formavano una massa di riccioli sporchi. Mi misi alle sue spalle, per osservarlo meglio e gli andai così vicino che avrei potuto sfiorarlo con la mano e sussurrargli all’orecchio: - Fratello, voltati! Non ti accorgi di me?- Ma lui non si accorse di me. Sapevo bene in che stato di trance entrava quando si metteva a disegnare. Gettai una banconota dentro il suo piatto e lo sentii dire grazie. Quando arrivai al ristorante i miei colleghi avevano già iniziato il pranzo e mi rimproverarono bonariamente il ritardo. Qualcuno, per fare una battuta, mi chiese se dovevo iniziare uno studio sui barboni e io li lasciai senza parole quando risposi che, quel “barbone”, era mio fratello che non vedevo da dieci anni.

- Non dire stronzate, - disse uno.

- Era proprio mio fratello - risposi asciutto, mentre mi sistemavo il tovagliolo sulle ginocchia.

- E allora perchè non gli hai parlato? - mi disse un’altro - perchè non sei rimasto con lui? Non ti capisco.

- Non mi capisco neanch’io - risposi,  mentre iniziavo a tagliare la bistecca col coltello. Il chianti aveva la giusta temperatura e me ne versai un bicchiere più che abbondante. Il locale era ben arredato e proseguii il mio pranzo in silenzio, avvertendo il disagio dei colleghi. 

   Mi fermo e prendo fiato. Trattengo le lacrime. Ho amato questo mio fratello in modo viscerale, voglio dirlo forte e voglio che tutti lo sappiano. Da piccoli mi picchiava col rovescio della mano, truffava con le carte, rubava dal mio piatto, diceva delle parolacce per il solo gusto di scandalizzarmi, ma sapeva parlare il greco e il latino e conosceva tutte le storie meravigliose dell’Iliade che mi facevano restare con il respiro inchiodato in gola, e per ultimo mi ruppe in due il Secondo degli Zeppelin. 

   Squilla il telefono e rispondo, ancora scosso:

- Si?

- Grigio?

- Non mi chiamo Grigio.

- Che hai?

- Come hai avuto il mio numero di telefono? L’ho fatto cancellare dall’elenco.

- Intuito femminile. Noi donne siamo terribili.

- Anche noi uomini.

- Già, ma noi non scateniamo guerre.

- Mi dici per favore chi è il ragazzino dell’ultima foto che mi hai mandato?

- Di quale foto parli?

- Dell’ultima, somiglia in modo impressionante a mio fratello.

- Magari è proprio lui.

- Grazia, chi è quel ragazzino? Perchè ti fai viva adesso, dopo tanti anni? Che vuoi da me?

- Troppe domande. Hai già raccontato di tuo fratello? Hai sempre provato piacere a parlarne. Quando ti accorgevi che la platea era quella giusta tiravi fuori sempre la stessa canzone, ma ogni volta aggiungevi dei particolari che la volta precedente non c’erano. Eri un tipo fantasioso, mi piacevi anche per questo. Non era importante la storia in sè, ma come la raccontavi e come, ogni volta, ti commuovevi, sempre negli stessi passaggi. Sapevi calcolare i tempi, le pause, come un attore di teatro. Hai fatto teatro da qualche parte in questi anni?

- Grazia?

- Si Martino...

- Non ti rilassi mai? Sei sempre stronza 24 ore su 24?

- Come il self-service, dove facevamo benzina?

- Allora sei sempre stronza!

- Sempre, con te sempre.

- Fra dieci minuti troverai su Facebook il terzo capitolo, The lemon song e nelle foto dei miei album troverai anche una immagine di mio fratello all’età di dodici o tredici anni. Somiglia tanto a quella che mi hai spedito.

- Ricordo quella foto e conosco tuo fratello. Ho parlato con lui, non più di un mese fa. Tu gli rubasti dei soldi, vero? Non fu la prima e neppure l’ultima volta. Hai già iniziato il prossimo capitolo del tuo romanzetto? Racconta un po’di come eri bravo a rubare allora. Io dico che non lo farai.

- Grazia, chi è quel ragazzino della foto?

- Chi era, semmai. 

 
 
 

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