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Domenico Defelice: “Resurrectio”

Post n°54 pubblicato il 05 Agosto 2008 da alfredofiorani
 

di: Alfredo Fiorani

La sua poesia non ricalca il cliché.
A Defelice, con questo poemetto dal titolo “Resurrectio”, arricchito dalla prefazione di Vittoriano Esposito e da una nota introduttiva di Maria Grazia Lenisa, va attribuito il merito d’averci ricordato che il mezzo poetico, proprio in ragione della sua immediatezza (lontani dall’intenderla nel riduttivo significato di semplicità, bensì di straordinaria rapidità nel cogliere il cuore delle cose), detiene il primato dell’efficacia concettuale più che di quell’aurea sentimentale, un po’ melensa cui spesso molti frequentatori della poesia indulgono a scapito dello stesso sentimento che li ha ispirati.
Lo scabro, a tratti ruvido, poemetto di Defelice riproduce l’odissea di un uomo colpito non solo nel fisico, ma anche e soprattutto nella sua complessiva condizione umana.
L’intelligenza, quanto i sentimenti, tutto indistintamente sbattuto su un “tavolaccio” d’ospedale, dall’Autore definito “Officina” con deliberata ironia a sottolineare quanta sconsiderata e disumana accoglienza ci riservino gli operatori sanitari, ritenendo i poveri malcapitati semplici macchine a cui dover sostituire o riparare un pezzo danneggiato.
Senza nulla togliere alla forma poetica di “Resurrectio”, vale più questa composizione di tante inchieste socio-giornalistiche sulla malasanità che con molta frequenza, oltre a non curare il corpo, spesso indegnamente offendono ed umiliano l’animo umano.
Viaggio nel dolore, dunque, «sia per certa crudezza della condizione umana», come evidenzia V. Esposito nella prefazione, «sia per l’icastica novità della forza inventiva che vi si connette.»
Nelle gelide, umanamente gelide, “celle” in cui il male è oggetto d’osservazione e d’indagine, nel barbaro condominio della Officina Santa Fragola i sensi e i non-sensi dell’esistenza configgono tra di loro, gettando nello sconcerto e nello scoramento chi di quelle dispute è vittima indifesa, sperando che dispongano di sufficiente volontà da trarre da se stessi la forza necessaria a che non gli si strappi persino la dignità.
Ma l’Officina è anche metafora estremizzata della società con i suoi vizi, le sue aberrazioni, i suoi paradossi, i suoi garbugli, quella medesima società ove la tanto masticata parola solidarietà è assente al punto da relegare l’uomo nei gorghi dell’incertezza, delle paure, dello sconcerto e, in ultimo, della disperazione.
La parola poetica di Defelice assume, distinguendosi, i toni impietosi della denuncia civile, quel castigat ridendo mores vagamente belliniana, con l’efficacia chirurgica del sarcasmo più di tanti manifesti o raduni alla V-day in cui si sviliscono i pur lodevoli intenti che l’hanno originati proprio a causa della perdita dell’anima per una sorta di ribaltamento di ruoli: come a dire che da agnelli gli uomini si rifanno lupi famelici. La poesia di Domenico Defelice, per fortuna, non ricalca il cliché.

(Domenico Defelice: “Resurrectio”, Genesi Editrice, pagg. 67, Euro 4,00)

Alfredo Fiorani

 
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