Creato da lanzarda il 12/08/2007

Gira si la vòi gira'

La città del mio cuore

 

 

Roma e dintorni

Post n°213 pubblicato il 05 Agosto 2011 da lanzarda
 

Un paese da favola...

Per la prima volta sono partita da Tivoli... la strada come un serpente che trascina tra coline mi sembrava interminabile... e poi all'improvviso davanti agli miei occhi una visione da favola: San Gregorio da Sassola. L'ho riconosciuto subito, avevo visto prima tante foto, ma la bellezza reale non si può descrivere in poche parole... cosi come non ci sono parole per parlare della bellezza che ho trovato negli occhi della gente, gente che in segno di accoglienza mi sorrideva. Sorprendente e meraviglioso è stato quando ci sono andata la seconda volta: ormai ero una persona conosciuta, mi domandavano: oggi che vuoi vedere? Eh si, ci sono tante cose da vedere... e ancora non ho visto tutto, sicuramente andrò anche per la terza volta...



 
 
 

I Cantastorie

Post n°212 pubblicato il 25 Luglio 2011 da lanzarda
 

 

Il "Sor capanna" è stato l'ultimo e il più grande cantastorie romano, perché, vero artista della strada, sapeva presentare con la sua mimica le varie canzoni o parodie, commentandole, con quella satira che derideva i difetti degli uomini, tramandata ai romani da Pasquino.
Si assisteva nelle varie piazze di Roma a gustosi duetti improvvisatati interpretati dal Capanna col suo compagno di giorno. La critica era sempre rivolta a negozianti, padroni di casa, avvenimenti politici, donne, serve, "pescicani", ribattezzati, nell'ultima guerra, con "borsari neri", ma, trovandosi a far piazza in Trastevere, diceva a quei popolani:" Nun parlo mica de le donne de sto' rione; parlo, s'intende, de quelle de San Lorenzo", adattando, poi, le stesse frasi a seconda della località.
Però, tale gherminella, ad onor del vero, l'adottò per primo un precedente Cantastorie, tale Francesco Calzaroni, che morì dopo il 1870. E l'aria musicale che accompagnava le strofe capannesche risaliva a un altro Cantastorie, certo "Peppaccio" vissuto verso la metà dell'800, il quale, a sua volta, l'aveva tratta dalle note di una novena di S. Alfonso de Liguori. E giache ci troviamo a dare a Cesare cio che è di Cesare, dobbiamo pur dire che il seguente stornello, attribuito ancor oggi al " Sor Capanna" sono invece di quell'artista insuperato che fu Ettore Petrolini:
Appena cominciò l'inno reale
la gente ner teatro s'arzo in piede,
sortanto Giovannino lo spezziale
essenno socialista resto a sede.
Tutti dissero:" A la porta!"
Lui rispose: "Che m'importa?
Ti fo, sapere:
conservo li principi ner sedere".


 
 
 

Detto roanesco

Post n°211 pubblicato il 11 Luglio 2011 da lanzarda
 

Me manna la corata in giro, come la madre de S. Pietro

Mi manda le viscere sottosopra ( qui intenso nel senso di far pierdere il lume della ragione). Fa parte delle leggende populari quella della cattiveria della madre di S. Pietro. La tradizione orale racconta che fosse soprattutto molta avara e che ad una donna che le aveva chiesto l'elemosina, le aveva offerto solo una foglia di porro.

Quando muri il Signore la spedi all'inferno, ma S.Pietro perorò tanto la causa della madre che alla fine Iddio gli concesse di farla salire in Paradiso appesa ad una foglia di porro, simbolo di quel poco bene che la donna aveva saputo fare sulla terra. Molte anime di dannati approfittarono dell'ocasione per attacarsi alle vesti della donna, che però cominciò a scalciare per liberarsi degli importuni, urlando che suo figlio aveva l'intenzione di salvare solo lei. In somma, sempre secondo la grottesca leggenda, si sarebbe dimenata tanto da rompere lo stelo fragilisimo della foglia di porro e ricadere nella buca profunda dell'inferno.

 
 
 

COLONNE DI ROMA

Post n°210 pubblicato il 21 Giugno 2011 da lanzarda
 

La colonna Antonina e la colonna Traiana sono praticamente identiche: hanno più

o meno la stessa età, sono alte entrambe una quarantina di metri e sono state

assemblate allo stesso modo, con rocchi di marmo bianco delle Alpi Apuane; infine

distano fra loro, in linea d’aria, meno di 800 metri. Ma solo la colonna Antonina (in

realtà fatta innalzare da Marco Aurelio) – quella di fronte al Parlamento – reca segni

evidenti di danno, mentre quella Traiana – accanto a piazza Venezia – è

perfettamente integra, a parte qualche microfrattura. Perché? Il forte terremoto

appenninico del 1349 investe Roma e scuote l’attuale centro storico: che non fosse il

primo i romani certamente lo sapevano, perché le lance appoggiate al muro nella

Regia Palatina (al Foro) vibravano dal I secolo, a causa dei terremoti umbri. Nel caso

della colonna Antonina il sottosuolo potrebbe aver amplificato le onde sismiche,

dando luogo a fenomeni di risonanza che, invece, sono risultati assenti nella colonna

Traiana. Questa fu, infatti, innalzata dopo aver sgomberato il terreno da milioni di

metri cubici di argille e di sabbie, e fu appoggiata direttamente sui tufi «duri» più

profondi. In altre parole, è come se le due colonne si fossero trovate in un recipiente

colmo di gelatina colpito da sotto: la gelatina amplifica il colpo e danneggia la

colonna di Marco Aurelio, che si trova proprio in mezzo, mentre quella di Traiano,

che si trova sul bordo, soffre molto di meno. Ma questo i Romani non potevano

saperlo.

ITALIA SEGRETA - MARIO TOZZI

 

 
 
 

Ab Urbe condita

Post n°209 pubblicato il 22 Aprile 2011 da lanzarda

« Non so se valga davvero la pena raccontare fin dai primordi l'insieme della storia romana. Se anche lo sapessi, non oserei dirlo, perché mi rendo conto che si tratta di un'operazione tanto antica quanto praticata, mentre gli storici moderni o credono di poter portare qualche contributo più documentato nella narrazione dei fatti, o di poter superare la rozzezza degli antichi nel campo dello stile. Comunque vada, sarà pur sempre degno di gratitudine il fatto che io abbia provveduto, nei limiti delle mie possibilità, a perpetuare la memoria delle gesta compiute dal più grande popolo della terra. »

                                                                                                             TITO LIVIO

 
 
 

Strade romane

Post n°208 pubblicato il 08 Aprile 2011 da lanzarda
 

 

 
 
 

Detto romanesco

Post n°207 pubblicato il 23 Marzo 2011 da lanzarda
 

 

Non di' quattro si nun l'hai ner sacco

Una cronachetta racconta che un frate che chiedeva la questua si recò a implorare la carità sotto le finestre del Grillo, che aveva fama di buontempone, tanto che gli si attribuiscono ancora parecchi scherzi e bizzarrie. Questo originale, le cui burle sono rimaste leggendarie, si fece portare dalla servitù tre pani e una vecchia casseruola di coccio rotta. Poi gridò al frate di aprire il suo sacco per ricevere le pagnotte, e di numerarle ad una ad una come vi cadano dentro. Dopo i tre pani, mentre il frate già diceva " e quattro" , gli lanciò invece la pentolaccia sulla testa. Poi pronunziò il detto diventato proverbiale.

 

 

 
 
 

Quanto sei bella Roma...

Post n°206 pubblicato il 03 Marzo 2011 da lanzarda
 
Tag: ROMA

 
 
 

Porta Portese

Post n°205 pubblicato il 30 Gennaio 2011 da lanzarda
 

 

Quartiere Portuense

Il Quartiere Portuense è delimitato dal Gianicolo a sud e dal Tevere a nord, lungo il quale passava l'antica via consolare, Via Portuense, che collegava la città all'attuale porto di Fiumicino o in alternativa porto di Ostia. Durante l'età dei Papi la zona fu utilizzata come territorio di caccia, soltanto intorno agli anni '30 il quartiere cominciò a prendere forma con confini ben delimitati. La Via Portuense costituiva una via fondamentale per il collegamento tra l'Urbe e la zona portuale. Il suo tragitto iniziava dall'antica Porta Portuense, che purtroppo non si è conservata (Porta Portese) e prosegue fuori Roma. Altra via importante è Via Campana parallela all'attuale Via Magliana usata come via di collegamento fin dai tempi più antichi, dove si ritrovano insigni memorie pagane e cristiane. La moderna Via Portuense coincide quasi del tutto con quella antica, è ben collegata al centro storico tramite mezzi pubblici e costituisce, nella parte più lontana dal centro, una zona molto popolosa.

Fratres Arvales e Carmen Arvalium


I Fratres Arvales erano i dodici sacerdoti romani incaricati di propiziare la fertilità dei campi. Nella seconda metà del mese di maggio, glli Arvali eseguivano gli Ambarvalia, circuambulazioni eseguite a passo di danza lungo il perimetro degli arva, le terre coltivabili della città, con lo scopo di "rendere il territorio compreso in esso invalicabile sia dai nemici esterni sia dalle potenze malefiche che provocano malattie". L'istituzione, di origine arcaica, fu restaurata da Augusto. In età imperiale il collegio degli arvali, i cui acta incisi su pietra arrivano al terzo secolo, ebbe grande prestigio e comprese membri dei raghi sociali più elevati. I loro riti consistevano nel condurre intorno ai campi le vittime sacrificali, cantando un inno detto Carmen Arvalium. Secondo Plinio il Vecchio e Aulo Gellio i primi arvali furono i dodici figli di Acca Larentia e di Faustolo sarebbero stati all'origine del collegio sacerdotale dei Fratres Arvales caratterizzato dall'uso di rituali e formulari arcaici. Molti particolari a noi noti dei loro riti, come l'esclusione dell'uso del ferro ed i primitivi vasi in terracotta, confermano l'antichità dell'istituzione. La divinità centrale del culto degli Arvali, in età augustea, era la Dea Dia, non nota in precedenza, dea del "cielo chiaro", cioè delle condizioni atmosferiche più propizie al buon raccolto. Con il tempo i riti degli Arvali presero a svolgersi in una località fissa, bosco sacro alla dea Dia, sempre nel mese di gennaio.

Un verbale pervenutoci dal 218 d.C. riporta per intero l'antica invocazione rituale degli Arvali (IV sec. a.C.):


Pregando Marte

La struggente invocazione del Carmen Arvalium

I Musei vaticani conservano il Carmen Arvalium, una struggente invocazione a Marte incisa nel marmo, in cui si chiede protezione e favore. Il Marte arcaico è un dio bifronte: virile guerriero verso l'esterno, e sereno guardiano della pace dentro i confini degli "arva", i campi coltivati. È questo secondo Marte che gli Arvali pregavano:

Hé! Aiutateci, spiriti buoni dei defunti!
E tu, Marte padre, allontana dai nostri campi la rovina!
Siedi sereno sui confini della nostra terra, vegliala.
Fa che il soffio della germinazione vi si soffermi.
Hé! Aiutaci Marte! Sia gloria. Sia.

La preghiera, cantata e danzata, era un refrain alternato alle invocazioni rituali. Quali esse fossero non è dato sapere. Come ha suggerito lo studioso Emilio Venditti, esse potrebbero essere molto simili a questa, tratta dal De Agricoltura di Catone:

Marte padre, ti invoco!
Sii propizio verso me, la mia casa, servi e animali.
Per questo ho sacrificato il toro, la pecora e il maiale spargendo sangue sul mio terreno.
Hé! Ferma, insegui e sconfiggi le malattie, il dolore, la siccità, la pioggia battente, le altre miserie

[Traduzioni dal latino a cura di Antonello Anappo]..

http://www.pasolini.net/cinema_uccellacci_romadiPPP_portuense-note.htm

 
 
 

'Na zitella de via de la Scrofa

Post n°204 pubblicato il 09 Gennaio 2011 da lanzarda
 

Cosi venivano chiamate le prostitute. Via della Scrofa è chiamata cosi dal secolo XV, quando venne murato ad un angolo dell'ex convento degli Agostiniani un bassorilievo raffigurante una scrofa che getta acqua della bocca attraverso una cannella. Ora la fontanella è posta a breve distanza dalla sua prima collocaziona. Alcuni studiosi della topografia di Roma sostengono che la via si chiamava cosi per via di un Albergo della Scrofa di cui si hanno notizie precedenti alla costruzione della fontanella. L'albergo era frequentato da donne di malaffare.

Da qui il detto....

 
 
 

BELLA BEFANA!

Post n°203 pubblicato il 04 Gennaio 2011 da lanzarda
 
Tag: BEFANA, ROMA

 
 
 

AUGURI A TUTTI!

Post n°202 pubblicato il 30 Dicembre 2010 da lanzarda


Er cotechino disse alla lenticchia:
"più ce ragiono e meno m'arisponno:
ma perché devo festeggià co' te ogni ultimo dell'anno?"
"E mica l'ho presa io 'sta decisione!
Manco t'avessi detto cotica!
Non l'ho fatto p è niente il tuo nome!",
disse risentito il legume,
"te credi che appiccicata a te io so' contenta?
Più che co'n ciccione m'accompagnerei co'n piatto de polenta!"
-"sarò pure grasso,
non l'ho mai negato,
ma tu co' quell'aspetto secco allampanato
nun sei de certo gioia pe'l palato!"
-"credi d'esse tanto appetitoso?!
Ma tu lo sai che qualche omo,
complessato per lo strato suo adiposo,
te schifa
per via der fatto che j'aumenti er colesterolo,
mentre a me nessuno mai me scanserà

perché so' bona e je gonfio er dindarolo?!"

RINGRAZIO A FRANCESCOO7

 
 
 

AUGURI!

Post n°201 pubblicato il 22 Dicembre 2010 da lanzarda

 

 
 
 

Er gatto e er cane

Post n°200 pubblicato il 07 Dicembre 2010 da lanzarda
 

 

Gatto di Roma

 

Un Gatto Soriano
Diceva a un Barbone:
Nun porto rispetto
Nemmanco ar padrone,
Perchè a l'occasione
Je sgraffio la mano;
Ma tu che lo lecchi
Te becchi le botte:
Te mena, te sfotte,
Te mette in catena
Cor muso rinchiuso
E un cerchio cor bollo
Sull'osso der collo.
Siconno la moda
Te taja li ricci,
Te spunta la coda...
Che belli capricci!
Io, guarda, so' un Gatto
So' un ladro, lo dico:
Ma a me nun s'azzarda
De famme 'ste cose...
Er cane rispose:
Ma io... je so' amico!

Trilussa

 

 
 
 

DETTO...

Post n°199 pubblicato il 11 Novembre 2010 da lanzarda
 

Le corna so' come li denti,fanno male quanno spunteno, ma poi serveno pe' magna 


Splendida metafora,ricca di un'amara e disincantata esperienza. Roma,come tutte le grande citta' dove s'accentrano gli affari e il potere,e stata sempre frequentata da donne di facili costumi e molti mariti hanno spesso trovato conveniente fare i ruffiani per ricavarne profitto. Il romano,con ironicapignoleria,divide i cornuti in cinque specie: becchi,cuccuboni, becconi, tribecchi e calidoni.
I "becchi" sono quelli che non sanno che la moglie li tradisce.
I "cuccuboni"lo sanno ma fanno finta di niente per quieto vivere.
I "becconi" sono quelli a cui si riferisce il proverbio, cioè i mariti che ne traggono profitto.
I "ribecchi"sono quelli che portano gli amici a casa,per poi lasciarli soli con la moglie,cercando una scusa.
Infine i "calidoni" sono quelli che accompagnano addirittura la moglie a casa degli amici.
L'antico codice romano obbligava il marito compiacente a girare per le vie di Roma cavalcando un asino e portando un copricapo a forma di mezzaluna, somigliante appunto a un paio di corna. Di qui l'origine della parola "cornuto".

 
 
 

ALVARO AMICI

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GABIELLA FERRI 

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