Si produce un strano fenomeno nella mente dello spettatore di questo film di Philibert. Vi sono scene di una natura prorompente, gelide di bufere di neve, alberi sontuosi, severi e senza tempo, come antichi saggi che ammoniscono sul senso della vita. Scene colme della lentezza e di gravità. Scene brulicanti di vita. Scene prive di commento sonoro. Perché la mente sia libera di ascoltare la sonorità di altre parole. Le immagini mute, ma che argomentano sulla vitalità, riattivano dal fondo della memoria le domande radicali, lette e ri-meditate, di Erich Fromm: Avere o essere? Dopo ventisette anni Philibert dialoga e risponde, alla domanda di allora. Tuttavia modifica tre piccole varianti espressive. L’interrogazione diventa affermazione; l’essere precede l’avere; l’alternativa è diventata una congiunzione.Ecco l’anima del regista: la filosofia, la cura della mente umana, il teatro.Quando Fromm analizzava nel suo testo come l’assoggettamento della natura, da parte dell’uomo, abbia finito per coincidere, sempre di più, con la distruttività, non poteva evitare di concludere che l’unica speranza era riposta nella trasformazione dell’uomo stesso: "per la prima volta nella storia, la sopravvivenza fisica della specie umana dipende dalla radicale trasformazione del cuore umano".Diviene allora evidente uno dei messaggi centrali del regista. La scuola e la vocazione docente come speranza di trasformazione, come patrimonio prioritario nella società complessa della globalizzazione.E’ lo stesso messaggio di una delle figure più alte dell’Umanesimo europeo, Erasmo da Rotterdam: "La prima speranza di una nazione è riposta nella corretta educazione della sua gioventù". Quell’Erasmo il cui Lamento della Pace, oggi tornato più che mai di attualità, analizza come la pace si instauri a partire dal cuore dell’uomo. Dalla sua interiorità, così spesso sommersa dai conflitti. E come la distruttività inter-personale sia così sovente la risultante della irrisolta conflittualità intra-personale. E come tutto ciò produca, per riverbero cumulativo, per sommatoria e crescita esponenziale, la distruttività che va ad alimentare le Erinni della guerra. C’è bisogno di una nuova educazione del cuore. Di una educazione alla pace, alla democrazia sostanziale nelle relazioni quotidiane, ai valori dell’umanesimo, incarnati nei comportamenti di chi li deve trasmettere. Il lavoro di Philibert non è un film recitato. E’ un film documentario su di una vera multiclasse, in un ambiente rurale e un maestro autentico. Sia perché quello è il suo mestiere nella realtà, sia per la verità della sua vocazione. Le scene sono spontanee, senza copione e senza le regole del set. Nel bel mezzo del film il maestro si dedica alla cura del giardino della scuola, si rivolge alla telecamera e una voce fuori campo lo intervista sulla storia personale e le origini della sua vocazione docente. I genitori erano contadini, la sua scuola è frequentata da figli di contadini, in una zona rurale. Un maestro apparentemente severo, capace di contenimento affettuoso, sia del bambino di scuola materna, che del bambino discolo. Sul quale vi è una scena stupenda di come il maestro riesca a catturarne l’interesse verso l’idea del conteggio infinito dei numeri. Quando educa gli allievi al recupero e all’elaborazione delle emozioni stimolate dai conflitti tra compagni. Oppure quando li addestra a non rimuovere le emozioni di fronte alla malattia e alla morte dei genitori. A non rimanere terrorizzati di fronte ai terremoti della vita. E la categoria dell’avere a ciò che abbiamo in dono, sin dalle origini del mondo: la natura che ci ospita. E che, per ciò stesso, per il suo essere opera del divino Autore, divina essa stessa. Libro di sapienza in cui bisogna imparare a leggere e che, come nella visione di Giordano Bruno, degli Umanisti e dei Rinascimentali, meriterebbe sacra venerazione. L’altra dimensione dell’avere, che nel dialogo di Philibert si ricongiunge e riconcilia con la categoria dell’essere, è l’affetto delle anime alle quali si è fornito un contributo di formazione. E’ un film sull’identità di tutti.
Essere e Avere
Si produce un strano fenomeno nella mente dello spettatore di questo film di Philibert. Vi sono scene di una natura prorompente, gelide di bufere di neve, alberi sontuosi, severi e senza tempo, come antichi saggi che ammoniscono sul senso della vita. Scene colme della lentezza e di gravità. Scene brulicanti di vita. Scene prive di commento sonoro. Perché la mente sia libera di ascoltare la sonorità di altre parole. Le immagini mute, ma che argomentano sulla vitalità, riattivano dal fondo della memoria le domande radicali, lette e ri-meditate, di Erich Fromm: Avere o essere? Dopo ventisette anni Philibert dialoga e risponde, alla domanda di allora. Tuttavia modifica tre piccole varianti espressive. L’interrogazione diventa affermazione; l’essere precede l’avere; l’alternativa è diventata una congiunzione.Ecco l’anima del regista: la filosofia, la cura della mente umana, il teatro.Quando Fromm analizzava nel suo testo come l’assoggettamento della natura, da parte dell’uomo, abbia finito per coincidere, sempre di più, con la distruttività, non poteva evitare di concludere che l’unica speranza era riposta nella trasformazione dell’uomo stesso: "per la prima volta nella storia, la sopravvivenza fisica della specie umana dipende dalla radicale trasformazione del cuore umano".Diviene allora evidente uno dei messaggi centrali del regista. La scuola e la vocazione docente come speranza di trasformazione, come patrimonio prioritario nella società complessa della globalizzazione.E’ lo stesso messaggio di una delle figure più alte dell’Umanesimo europeo, Erasmo da Rotterdam: "La prima speranza di una nazione è riposta nella corretta educazione della sua gioventù". Quell’Erasmo il cui Lamento della Pace, oggi tornato più che mai di attualità, analizza come la pace si instauri a partire dal cuore dell’uomo. Dalla sua interiorità, così spesso sommersa dai conflitti. E come la distruttività inter-personale sia così sovente la risultante della irrisolta conflittualità intra-personale. E come tutto ciò produca, per riverbero cumulativo, per sommatoria e crescita esponenziale, la distruttività che va ad alimentare le Erinni della guerra. C’è bisogno di una nuova educazione del cuore. Di una educazione alla pace, alla democrazia sostanziale nelle relazioni quotidiane, ai valori dell’umanesimo, incarnati nei comportamenti di chi li deve trasmettere. Il lavoro di Philibert non è un film recitato. E’ un film documentario su di una vera multiclasse, in un ambiente rurale e un maestro autentico. Sia perché quello è il suo mestiere nella realtà, sia per la verità della sua vocazione. Le scene sono spontanee, senza copione e senza le regole del set. Nel bel mezzo del film il maestro si dedica alla cura del giardino della scuola, si rivolge alla telecamera e una voce fuori campo lo intervista sulla storia personale e le origini della sua vocazione docente. I genitori erano contadini, la sua scuola è frequentata da figli di contadini, in una zona rurale. Un maestro apparentemente severo, capace di contenimento affettuoso, sia del bambino di scuola materna, che del bambino discolo. Sul quale vi è una scena stupenda di come il maestro riesca a catturarne l’interesse verso l’idea del conteggio infinito dei numeri. Quando educa gli allievi al recupero e all’elaborazione delle emozioni stimolate dai conflitti tra compagni. Oppure quando li addestra a non rimuovere le emozioni di fronte alla malattia e alla morte dei genitori. A non rimanere terrorizzati di fronte ai terremoti della vita. E la categoria dell’avere a ciò che abbiamo in dono, sin dalle origini del mondo: la natura che ci ospita. E che, per ciò stesso, per il suo essere opera del divino Autore, divina essa stessa. Libro di sapienza in cui bisogna imparare a leggere e che, come nella visione di Giordano Bruno, degli Umanisti e dei Rinascimentali, meriterebbe sacra venerazione. L’altra dimensione dell’avere, che nel dialogo di Philibert si ricongiunge e riconcilia con la categoria dell’essere, è l’affetto delle anime alle quali si è fornito un contributo di formazione. E’ un film sull’identità di tutti.