L'angolo di Jane

Orgoglio e pregiudizio e zombie - Jane Austen (il cui sprito spero perseguiti…)Seth Grahame- Smith


Titolo: Orgoglio e pregiudizio e zombie Titolo originale: Pride and Prejudice and Zombies Autore: Seth Grahame-Smith e Jane Austen (ma solo per il fatto che Grahame-Smith a fatto il peggior copia-incolla possibile di un romanzo immortale) Traduzione: Isa Maranesi e Roberta Zuppet  Casa editrice: Nord pag: 367 costo: 15 euro
E’ una cosa universalmente riconosciuta che se uno scribacchino privo di qualunque talento tenta di rimettere mano ad uno dei migliori romanzi mai scritti, pervaso di una rara, raffinata, inimtabile ironia, il risultato possa essere solo pessimo . Ritengo anzi che se “Orgoglio e pregiudizio e zombie” fosse stato scritto da uno zombie qualunque, privo di cervello, con le ossa scheletriche legate dietro la schiena e ancora mezzo sepolto nella sua tomba,il risultato sarebbe stato assai più gradevole di quello ottenuto da Seth Grahame-Smith.  Dirò di più: se Moccia avesse tentato di scrivere questo libro avrebbe potuto essere più ironico di Seth Graham Smith. Spero sia chiaro quanto questo libro sia TOTALMENTE PRIVO DI IRONIA.Ma cos’è esattamente “Orgoglio e pregiudizio e zombie”? Alcuni mesi fa un libro dal titolo vagamente familiare “Pride prejudice and zombies” ha scalato inaspettatamente le classifichedi Amazon, il maggiore rivenditore online di libri in lingua inglese. Il libro è stato pensato come un pastiche fra pezzi originali del “Pride and Prejudice” di Jane Austen e di paragrafi inseriti da grahame-Smith , nel tentativo di trasformare il volume in una parodia gotica dell’orginale. Nel mondo alternativo così creato la tranquilla campagna inglese si trasforma in un posto infestato da zombie e le cinque sorelle Bennet in combattenti votate alla sconfitta del mortale nemico.  In teoria l’idea non sarebbe stata malvagia: se realizzata forse da qualcuno con un minimo senso della scrittura (e forse anche della decenza), la versione umoristica del libro avrebbe potuto anche essere divertente.  Il risultato effettivo invece è, purtroppo,semplicemente disgustoso.  I pezzi  con gli zombie sono terribilmente e inutilmente splatter, senza alcuna reale funzione narrativa, se non quella di suscitare ribrezzo nel lettore. I pensieri dei personaggi sono deformati in modo da trasformare Elizabeth  e Darcy in assassini senza scrupoli e alquanto psicotici,che meditano continuamente di uccidere non solo zombie, ma anche chiunque “offenda” il loro onore. Ad esempio nella scena del ballo in cui Darcy ed Elizabeth si incontrano per la prima volta, quando Darcy offende Elizabeth con un commento sprezzante, la deliziosa fanciulla sta meditando di vendicarsi tagliandogli la testa, quando gli zombie irrompono a far strage dei domestici dei Bennet e i due devono vedersela con l’orda di mostri. Ma non sarebbe certo questo il pezzo peggiore (sebbene vi assicuro bastante a rendere già questo libro pessimo): io ho trovato orribile che questo volume sia disseminato di suicidi (narrativamente inutili), di fiumi di secrezioni corporee e di  assassini di esseri umani da parte dei personaggi (non degli zombie)fatti passare con noncuranza. Sono cose che non mi fanno ridere, mi fanno ribrezzo. Per riderne penso mi dovrebbe mancare una rotella.La palma dello schifo (perdonate il termine), va però al trattamento riservato al personaggio di Wickham, il “cattivo” della storia, che inganna tutti con la propria ipocrisia: per punirlo Seth Grahame Smithe lo rende paraplegico e ironizza sul fatto che per le sue necessità corporeee la sua barella puzzi costantemente. C’è tutta una serie di scene con Wickham che se la fa addosso che dovrebbero essere umoristiche. Va bene,Wickam non esiste, ma come si fa a ridere dei problemi di un paraplegico? Che testa bacata si deve avere? Non si può ridere di questo. Non è ironia o umorismo:  si tratta di crudeltà e ignoranza.  Non si può riderne, nemmeno in un libro. In definitiva credo che questo volume sia un autentico spreco di carta, ma se qualcosa di buono ne viene dall’averlo letto è la coscienza che ogni sillaba di un'opera appartiene a chi l’ha scritta originariamente (Jane Austen in questo caso) e che nessuno può appropriarsi impunemente del lavoro di qualcun altro se è privo di sensibilità e talento e soprattutto di rispetto per l’originale.