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L'angolo di Jane

Tutto su Jane Austen e sui libri che mi piacciono!

L'ANGOLO DI JANE

Benvenuti nel mio blog!

Questo spazio è dedicato a recensioni di libri e film, ai miei racconti,  a riflessioni personali di varia natura e soprattutto a Jane Austen, una delle mie scrittrici preferite.

Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.
Sono il mare che di notte si infuria,
il mare che si lamenta, pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.
Sono bandito dal vostro mondo
cresciuto nell'orgoglio e dall'orgoglio tradito,
sono il re senza terra.
Sono la passione muta
in casa senza camino, in guerra senza spada
e ammalato sono della propria forza.

(Hermann Hesse)

 


 

 

JANE AUSTEN -RITRATTO

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(clicca sul nome degli slime per leggerne la descrizione)

 

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Bianca e iSette - Racconto

Post n°893 pubblicato il 19 Ottobre 2012 da bluewillow
 

Su questo racconto vige il seguente copyright: Tutti i diritti riservati. Autrice: Blue Willow


Bianca come la neve

Sono in questa camera d'ospedale da almeno un paio di giorni, ma solo ora finalmente, dietro le mie ripetute insistenze, l'infermiera si è convinta a consegnarmi il notebook.
 – Deve riposare, l'ha detto il dottore – non fa che ripetermelo, ma quando le ho detto che così forse riuscirei a calmarmi e dormire, si è convinta.
 Ora riesco finalmente a schiarirmi le idee e a tornare con la mente al motivo per cui sono in questa stanza fredda e bianca, con una spalla dolorante, la testa fasciata, nella quale sembrano ballare mille nani con le scarpe uncinate, e la sensazione che qualcosa di molto importante stia per accadere, qualcosa che non devo lasciarmi sfuggire.
Sono ancora sotto l'effetto di pesanti tranquillanti. Dicono che mi agito, non dormo e urlo nel sonno.
Chiamo qualcuno, a quanto pare, a cui dico di non fare qualcosa, di aspettare.
Nessuna delle infermiere ha capito bene a chi io mi rivolga, ma tutte dicono che sembro in preda ad una pazza disperazione.
Ho avuto un incidente, ho battuto la testa e rischiato di morire. Mi hanno trovato la mattina presto, fuori dalla mia macchina, steso sul selciato, non molto distante dalla casa in cui abito.
Non ricordo nulla, è una cosa che mi è stata raccontata.
Fa freddo e le strade sono gelate, quindi io, grande e grosso, con miei novanta chili di peso e il mio metro e ottanta di altezza, sarei semplicemente scivolato su una lastra invisibile di ghiaccio, avrei battuto la testa svenendo e sarei forse morto di freddo, se tutto questo non fosse accaduto poco prima che degli spazzini passassero là vicino, durante il loro giro mattutino. E' grazie al loro intervento che sono vivo.
Non ricordo niente, è vero.
Ma non è questo che è accaduto, ne sono certo. Non si tratta di una cosa così semplice.
Fin da ragazzino, l'unica cosa in grado di chiarirmi le idee è stata sempre una pagina bianca da riempire.
Scrivere mi dà pace, mi aiuta a pensare. Forse è per questo che ho iniziato a fare il giornalista.
Ma ora dovrò fare qualcosa di più davanti a questo schermo: dovrò cercare di ricordare, di mettere insieme i pezzi.
Non che io non sappia più chi sono, ma è come se non avessi alcuna memoria di quanto è accaduto negli ultimi mesi.
Appena acceso il pc, ho fissato imbambolato lo schermo, per un ora almeno.
C'era una mia foto come immagine di sfondo: sorrido felice, come mi capita raramente. Ma non è questo il punto. Stretta a me, con il viso vicino al mio, c'è una ragazza che non conosco.
Anche lei sfoggia un sorriso smagliante, su un viso bianchissimo, con due pomelli rossi come mele sulle guance, mentre capelli neri e fluenti le ricadono sulle spalle in onde morbide.
E' una foto scattata all'aperto, su un prato, forse durante una gita. Una di quelle che si fanno tenendo con una mano sola il cellulare e stringendosi più che si può per entrare nell'inquadratura.
C'è indubbiamente qualcosa fra me e questa sconosciuta. Lo so. Perché non riesco a smettere di pensarla, anche mentre con fatica allineo queste parole, per cercare di dare un senso al panico che non mi abbandona un attimo, da quando ho ripreso coscienza.
Devo fare qualcosa.
Darei qualunque cosa per ricordare.
O questa ragazza, ne sono certo, morirà.

Nera come l'ebano

Dopo aver capito di avere un compito, ho smesso di agitarmi. Forse non ho del tutto ben chiaro l'insieme, ma se sono stimato nel mio campo è perché da pochi indizi riesco a venire a capo di verità anche molto complicate.

Mi occupo di cronaca nera e non sono di quelli si limitano a farsi dare comunicati stampa dai carabinieri. Non sono pochi i casi in cui sono riuscito ad arrivare, prima degli stessi investigatori, a capire chi avesse davvero commesso un crimine o stesse mentendo per coprire qualcun altro.
Questa però è la prima volta in cui devo seguire tracce che ho lasciato io stesso.
 Se riuscirò a ricostruire i miei movimenti delle ultime settimane, di cui non ho memoria, allora forse capirò perché sono finito in questa grottesca situazione, ma cosa ancora più importante, finalmente potrò dare un nome alla sconosciuta che tormenta i miei sogni
Dopo aver lasciato l'ospedale, sono filato dritto a casa. Da molto tempo ormai non c'è più nessuno ad aspettarmi, tranne il mio gatto. Per fortuna è dotato di spirito di indipendenza e durante la mia assenza ha semplicemente scavalcato il divisorio del balcone, che separa il mio appartamento da quello della vicina, e si è fatto nutrire da lei. Lo fa sempre, è per questo che lascio aperta la finestra: in un certo senso ho sempre paura di non tornare. Forse definirlo il mio gatto è da parte mia una grossa libertà.
“Eccomi di nuovo nel mio castello”, sospiro accasciandomi sul divano. Il micio è in casa e mi ha sentito, dopo poco viene a strusciarsi girando intorno alla mia caviglia.
“Almeno tu non mi hai dimenticato, bravo micetto.” gli dico accarezzandolo.  Io, in effetti, non posso dire altrettanto: ho un piccolo senso di colpa anche nei suoi confronti, ma nemmeno lontanamente paragonabile al senso di smarrimento e angoscia che provo se penso alla mia sconosciuta.
Con lei devo aver commesso un errore ancora più grave, qualcosa per cui nessuna vicina benevola potrà fare nulla.

La prima cosa che devo capire è a cosa stavo lavorando prima del mio incidente. Non ho trovato nulla di significativo sul computer. Tutti articoli di cui, dopo poche righe, ricordo quasi tutto, ma niente di davvero importante.
L'unica cosa che posso fare è andare al giornale e parlare con i miei colleghi, forse troverò chi saprà darmi qualche indizio più sostanzioso e farmi capire se c'è qualcuno che potrebbe avercela con me. Qualcuno capace di lasciarmi steso su un marciapiede a morire congelato.
Non appena metto piede a “Lo specchio”, il mio vicino di scrivania alza un sopracciglio e mi fissa sorpreso, come se vedesse un elefante in tutù rosa, ma nonostante la faccia sbalordita riesce a mormorare: “Ah, Principe, sei tu. Mi hanno detto che sei stato poco bene. Sei venuto a prendere qualcosa che hai dimenticato?”.
Vorrei tanto rispondergli, che sì, in effetti, vorrei qualcosa che ho dimenticato: la mia vita. Ma le sue parole mi fanno scattare nella testa un campanello: per qualche motivo io non lavoro più qui, anche se nessuno mi ha informato. Su quella che credevo essere la mia scrivania, ci sono già tutti gli effetti personali di una mia collega che già da tempo ronzava come uno squalo attorno al mio posto: lei di certo non avrà sentito la mia mancanza.
Mentre sono lì a fissare il vuoto, alle mie spalle arriva la direttrice, Regina Malis, con il volto tirato dal botox, ma che  nonostante la sua cerea e perenne fissità espressiva, sembra semplicemente divorarmi con lo sguardo, come se fossi la più indegna, la più insulsa e semplicemente la più orribile cosa che potrebbero incontrare i suoi occhi.  Insomma, più o meno come al solito. In effetti, ora mi viene in mente che non siamo mai andati molto d'accordo.
“ Principe! Credevo di essere stata chiara. “Lo specchio” ha bisogno di giornalisti con  i piedi per terra, non di cavalieri con la lancia in resta. Forse credi di vivere nelle fiabe, ma questo è un lavoro per gente dura, a costo di essere cattiva, gente che riesce  – e qui i suoi occhi neri si stringono ancora di più, mentre la sua voce si fa più carica -  a non scivolare davanti alle difficoltà. A restare in piedi. Tu con la Big Apple hai fatto un errore di troppo”.
Regina è, nonostante il mio odio istintivo nei suoi confronti, una donna attraente, fasciata nel suo elegante tailleur nero d'ordinanza, ma non posso fare a meno di pensare che il suo è il fascino delle belve feroci, che sembrano semplicemente attendere il momento opportuno per fendere l'aria in un balzo e strappare il cuore dal petto delle vittime.
“Non so cosa tu faccia qui, ma devi andartene” continua.
In effetti posso andarmene tranquillamente, perché ora so chi mi ha messo in questo guaio ed è stata proprio Regina a dirmelo: la Big Apple.

Rossa come il sangue

La mia testa comincia ad elencare una serie di dati. La Big Apple è la più grande multinazionale a commercializzare videogames e console di gioco al mondo, ma negli ultimi tempi è diventata famosa soprattutto per  i suoi ipno-giochi. Si tratta di videogames in cui, durante il gioco, lo schermo emette una serie di stimoli sonori e visivi in grado di indurre un leggero stato di ipnosi, in modo che l'esperienza del giocatore sia totalmente immersiva.
Negli ipno-giochi ci si può convincere, anche se solo per brevi istanti, di essere davvero i protagonisti di un videogame e provare delle emozioni reali, intense, talora scioccanti.
Se per esempio un personaggio del videogioco sta camminando sospeso nel vuoto, si può arrivare addirittura a provare un senso di vertigine o se invece viene inseguito, ci si sentirà in preda alla paura. Ma non è per questo che la Big Apple è stata al centro di molte polemiche.
Il titolo più pericoloso, il più contestato, è stato “Young Devil Suicide”, un gioco nel quale bisognava indurre altri personaggi a suicidarsi, dopo aver venduto l'anima al diavolo.
In Europa il titolo non è mai stato commercializzato, ma in Cina invece sembra essere semplicemente l'ultima moda. Anche questo era un ipno-gioco, ma in teoria nessuno avrebbe dovuto immedesimarsi nei suicidi, ma solo nel loro diavolo tentatore.
Invece, qualche tempo dopo il rilascio dei videogames, c'è stata un'ondata di morti sospette, soprattutto fra i dipendenti della fabbrica di videogiochi nello Shandong. Si trattava di ragazzini, anche minori di quattordici anni, che la FoxGames, la ditta incaricata dalla Big Apple di produrre i videogiochi, aveva registrato semplicemente come operai. Eppure, tutti hanno sospettato la stessa cosa: forse quei ragazzi erano cavie, beta-tester per il secondo episodio di “Young Devil Suicide” che, secondo quanto dichiarato dalla Big Apple, sarebbe riuscito ad ottenere i permessi per essere commercializzato anche in Europa.
Nessuno naturalmente ha mai avuto le prove per dimostrare il coinvolgimento della Big Apple nelle morti dei ragazzi: è una multinazionale semplicemente troppo amata, quasi adorata dai suoi fan, che possono fregiarsi di avere le console più esclusive ed eleganti sul mercato, gente capace di spendere anche mille euro e restare in fila notti intere, solo per avere in anteprima gli ultimi titoli sul mercato.
Eppure nessuno sospetta che quelle bianche console immacolate grondino più sangue di quanto non sembri.
La cosa che mi fa più paura è che forse, anche se tutti ne fossero certi, non cambierebbe nulla.
Mentre sono assorto in questi pensieri, scendendo le scale davanti al grande palazzo liberty dove ha sede “Lo specchio”, mi blocca per un braccio uno strano ragazzino, molto basso.
“Signor Principe, Signor Principe” mi dice rincorrendomi, perché  procedendo spedito, non mi accorgo subito di essere chiamato.
“Mi scusi, è lei Andrea Principe?”.
Ora che lo guardo bene, non è un ragazzino, è solo un uomo molto basso, ma non è giovane, forse ha addirittura una sessantina d'anni, ma è esile come un bambino.
“Sì, sono io. Lei invece, chi è?”. Non risponde, ma mi mette in mano un cellulare, poi si allontana verso una macchina dove c'è un altro uomo molto basso, che evidentemente lo stava aspettando, e se ne va.
Sono molto confuso, ma ormai le cose strane cominciano a non farmi più effetto, mi metto il cellulare in tasca e proseguo. Non è detto che qualcuno non mi osservi dalle finestre de “Lo specchio”, quindi mi fingo indifferente.
 Non appena mi allontano dalla sede del giornale, il telefono squilla.
Una voce calda, dolce, femminile, una voce che so per istinto essere quella della ragazza nella foto dice : “Questa linea è sicura, ma non dire nulla. Non usare un altro cellulare per nessun motivo al mondo. Ti aspetto alle cinque al solito posto. Abbiamo ricevuto una mela avvelenata io e te” c'è una nota squillante, che unisce allegria e sfida nella sua voce “ma forse la strega che ce l'ha recapitata ha fatto un errore, questa volta”.
La conversazione finisce in fretta, prima che abbia il tempo dire qualunque cosa.
Sono felice, quasi euforico e con il cuore in gola, perché ora so con certezza che l'altra metà di questo pasticcio è viva vegeta, chiunque sia.
Ma poi, sono disperato e mi sento un immenso idiota: quale sarà mai il solito posto?


Sotto una teca di cristallo


Sono di nuovo a casa, sul mio divano, ma questa volta, mentre il mio gatto è di nuovo insolitamente affettuoso con le mie caviglie, fisso da mezz'ora il telefono che ho ricevuto, in cerca di risposte.
Il numero da cui è partita la telefonata della voce sconosciuta, che certamente appartiene alla ragazza nella foto, non è stato registrato.
Sono le dodici in punto. Ho cinque ore per capire quale sia il “solito posto”, citato dalla ragazza misteriosa.
Credevo che cose così incredibili capitassero solo nei film polizieschi. Una vocina, in fondo alla mia testa dice che potrei anche far finta che non sia mai accaduto nulla, dimenticare tutte queste assurdità, che forse sono solo la conseguenza della gran botta in testa che ho ricevuto.
Direttrici di giornale vendicative, multinazionali assassine, nani, suicidi e ragazze con le labbra rosse come ciliegie, col sorriso così luminoso da rischiarare le giornate, con la pelle candida come neve, la voce carezzevole come zucchero e... ecco, ora che penso a lei, la vocina della ragione si è ritirata in un angolo. Non che io la abbia mai seguita molto in tutta la mia vita, sia chiaro. Deve essere per questo che non riesco a smettere di pensarla, mi sembra l'unico appiglio in grado di tenermi a galla, di ancorarmi a qualcosa di reale in tutta questa nebbia.
Eppure, non so comunque come raggiungerla.
Allora, ragiona, mi dico.
Che tipo di posti potrei frequentare con una donna così? Qualcosa che non sia banale, scontato.
Un bar malfamato come in un film hard-boiled con Humphrey Bogart? Con tutti questi misteri non me ne stupirei. Forse sarebbe il posto adatto alla gran parte dei giornalisti di nera come me, ma non nel mio caso. Io preferisco tallonare la gente nel suo ambiente, dove si sente a suo agio, senza essere circondato dal tanfo di fumo o dai discorsi di troppi estranei.
Così osservo nuovamente la foto della ragazza, in cerca di indizi. Solo ora mi accorgo di un particolare, che mi era sfuggito. La donna tiene in mano un libro. Se ne vede solo un piccolo angolo, ma è indubbiamente un libro. E il posto nella foto lo conosco: è un parco vicino alla biblioteca provinciale, non è un prato di campagna come avevo pensato inizialmente.
Ora ho la mia risposta. Se non sono sulla strada, in questura o dietro un presunto colpevole, di solito sono a spulciare archivi di vecchi giornali, in cerca di collegamenti fra fatti del passato.
Così mi ricordo anche di un'altra cosa. Quella ragazza sconosciuta lavorava con me.

Alle cinque sono già da mezz'ora seduto ai computer della biblioteca a far finta di spulciare archivi fotostatici di vecchie copie di giornali. Ho passato ore ed ore in passato facendo la stessa cosa.
Spero che il mio intuito mi abbia portato nel posto giusto.
Non devo nemmeno voltarmi, quando so di avere indovinato: un delicato profumo fruttato precede la mia donna del mistero, un altro piccolo tassello si aggiunge all'immagine che ho di lei.
Quando mi volto, lei mi sorride, da sotto degli occhiali che non credo di averle mai visto prima (anche se non so perché ho questa convinzione), ma anche se ho come l'impressione che reprima l'impulso di abbracciarmi, prosegue con passo lento verso una sala attigua.
Mi concedo altri cinque minuti, prima di seguirla, anche se le mie gambe vorrebbero correrle dietro all'istante.
Poi mi alzo e la raggiungo, vicino ad una teca dove è conservato un manoscritto medioevale. Per un attimo vedo il suo viso incorniciato dal cristallo e mi sembra di osservare qualcosa di semplicemente troppo perfetto per essere reale, come se non fosse una donna in carne ossa quella che ho davanti, ma una forma creata da un maestro del passato e racchiusa in una cornice, un'ideale irraggiungibile, ma poi scaccio questo pensiero perché, anche se di arte non so nulla,  qualcosa in fondo al cuore mi dice che nessuno ha mai dipinto una creatura così bella.
Solo quando le sono accanto alza lo sguardo, mi sorride apertamente e mi stringe la mano.
Così, candidamente, le chiedo “Ma tu, chi sei?”.

Risveglio


Lo sguardo della ragazza, prima così carico di tenerezza, sta diventando via via più ostile. Ammetto che per un attimo, ma davvero solo un secondo, ha qualcosa in comune con quello di Regina.
Poi però l'espressione del suo viso si ricompone, lasciando spazio, non so perché, ad una specie di compassione.
“Forse tu sei più sensibile di me a questo tipo di attacco. Povero caro”. Mi accarezza una guancia con la mano morbida: è una sensazione piacevole, anche se sento che la sua condiscendenza è un modo di rimarcare qualche mia ignota mancanza.
Fino a un paio di giorni fa ero in ospedale, con la testa praticamente rotta, forse dovrei dirglielo, per farle capire che davvero non merito questo trattamento, ma siccome la sua pietà la sta portando ad abbracciarmi sempre più stretto, mi trattengo dal fare altre osservazioni.
“Credo di sapere come farti tornare la memoria” dice, guardandomi con quei suoi occhioni dolci, inanellati da un numero di folte ciglia al limite del cerbiattesco, così avvicina le sue labbra scarlatte alle mie e mi bacia. A lungo e con perizia.
Quando infine si stacca da me, posso solo dire:
“Bianca! Amore mio”.
Poi torniamo a rinfrescare la mia memoria ancora per un po', sento di averne bisogno e forse anche lei sembra trarne un certo giovamento.
Dopo non so quanto tempo passato in effusioni, passiamo a fare il punto della situazione.

Io e Bianca abbiamo lavorato entrambi a Lo Specchio, fino a qualche settimana fa e fin dal nostro primo incontro abbiamo capito di essere fatti l'uno per l'altra e di amarci. Bianca in realtà era al quotidiano solo in via temporanea, inviata da una testata nazionale che ha lo stesso proprietario del giornale in cui lavoro anche io, ma che voleva un appoggio locale. Da qualche tempo, in questa piccola cittadina si sta infatti verificando una strana ondata di suicidi, tanto che la notizia ha avuto un'eco molto ampia su tutta la stampa e ne hanno dato notizia anche i telegiornali.
Per motivi inspiegabili, ragazzi dalle vite felici, giudicate irreprensibili da ogni punto di vista, hanno iniziato ad uccidersi, con modalità spesso molto strane, ma tutte, guarda caso, molto simili a quelle previste da un noto videogioco, non ancora immesso sul mercato Europeo, ma già presente in quello asiatico: “Young Devil Suicide 2”.
Inizialmente avevamo pensato a qualche strana moda, frutto del desiderio di imitazione, perché, anche se può sembrare strano che possa esistere una forma di “tendenza” per porre fine ai propri giorni, purtroppo viviamo in un'epoca in cui il primo suicidio nella lista è quello del pensiero originale. Tutto è copia, anche nella morte.
Ma poi, intervistando genitori e amici affranti, avevamo trovato un nesso fra le varie vittime. Tutte, di recente, passavano molto tempo chiusi nelle proprie stanze, davanti ai propri  computer, talora anche giornate intere. Un'analisi dei tabulati telefonici della polizia, aveva messo in luce che tutti si collegavano ad un sito pirata che diffondeva proprio una copia del videogioco.
La stampa nazionale si era buttata sul caso come uno squalo sulla preda: “Young Devil Suicide 2” può uccidere, vietatelo strillavano, ma la Big Apple aveva dato una risposta solomonica.
La colpa, secondo la multinazionale, non era del videogioco, ma dei pirati che lo avevano diffuso. La tecnologia degli ipno-giochi era troppo complessa e nel tentativo di rimuovere i dispositivi anti-copia, era stata creata una copia assassina del videogioco. La prova, sosteneva la Big Apple, stava nel fatto che in Asia, dove si vendevano i giochi originali, non si era suicidato proprio nessuno.
Certo, a parte qualche ragazzo nelle fabbrice della FoxGames, avevamo pensato io e Bianca.
La cosa non ci convinceva, perché in realtà c'erano tantissime copie pirata di “Devil Suicide 2” in rete, ma solo una sembrava essere quella assassina, come se qualcuno l'avesse lasciata lì appositamente, un pacco dono al veleno.
Questa è solo una piccola cittadina, troppo fredda d'inverno e troppo calda d'estate, ma c'è qualcosa qui che nessuna ha, nemmeno una grande città: la migliore comunità hacker del pianeta. Del resto è una cosa ovvia: dove ci sono tante cose da fare, chi diamine ha voglia di passare del tempo al computer? La provincia è il vero terreno fertile dell'hacking.
Così, io e Bianca, abbiamo provato a coinvolgere qualche smanettone nelle nostre ricerche.
In questo modo ci siamo imbattuti ne iSette, un gruppo che aveva più volte dato del filo da torcere anche a pezzi più grossi di Big Apple.
Quello che iSette hanno trovato ci ha semplicemente stesi: il sito pirata da cui tutto era partito, l'unico a diffondere il videogioco pirata assassino, era stato creato da un ingegnere di Big Apple, uno di coloro che avevano più assiduamente lavorato al progetto ipno-games.
Le indagini avevano rivelato inoltre che la Big Apple ne era perfettamente a conoscenza.
A questo punto la cosa stava diventando scottante anche per iSette.
Molte persone erano morte, solo perché Big Apple potesse sferrare il suo definitivo attacco alla pirateria digitale: sull'onda emotiva di quanto avvenuto, stavano già per essere emanate decine di leggi, in tutto il mondo, che limitavano in ogni modo il file-sharing. Una grande vittoria delle multinazionali contro la diffusione libera del sapere.
Io e Bianca  avevamo già scritto il pezzo ed eravamo pronti a mandarlo in stampa, ma Regina Malis ci ha bloccato, si è rifiutata di farlo senza prima chiedere alla Big Apple una replica.
Quella sera stessa, mentre tornavo a casa in macchina, pronto a mettere quel pezzo in rete se necessario, a regalarlo anche alla concorrenza o a consegnare tutti file della ricerca a SpyLeaks, ho ricevuto un messaggio sul mio smartphone, dalla Big Apple: era un video. Dopodiché mi sono svegliato in una camera d'ospedale. Ora credo di sapere cosa fosse quel video: un ipno-messaggio suicida, ma siccome sono sceso dalla mia macchina, atterrando su una lastra di ghiaccio, è accaduto che anziché perdere la vita, mi sono semplicemente rotto un po' la testa.
Anche Bianca aveva ricevuto lo stesso video, ma non era da sola in quel momento: stava già parlando con uno degli iSette, pronta, esattamente come me, a diffondere l'esplosiva notizia su tutti i social network del pianeta. Proprio mentre stava per lanciarsi da una finestra, uno dei ragazzi l'aveva afferrata in tempo, impedendole di cadere nel vuoto.
La seconda cosa che fece quel ragazzo, subito dopo aver salvato Bianca, fu quella di estrarre il video assassino dal suo cellulare. La definitiva prova che Big Apple era anche un Big Killer.
Se fino a questo momento la notizia non era stata rivelata, mi aveva detto Bianca, era solo perché tutti attendevano che uscissi da quell'ospedale. Giorno e notte, qualcuno aveva vegliato sulla mia incolumità, anche se non avevo idea di quanto stava accadendo.

E vissero felici e contenti... tranne qualcuno


“Come mai non mi hanno ucciso in ospedale?” chiedo a Bianca.
“Non sapevano che fine avessi fatto io” mi risponde. “Tu eri un'esca, prima o poi sarei arrivata da te”.
“Ma lo hai fatto” replico.
“Già, ma proprio ora iSette e tutti gli hacker del pianeta stanno diffondendo questa notizia, ucciderci sarebbe una conferma che quello che stanno dicendo è vero."

"Come mai non ho trovato tracce delle nostre ricerche sul mio notebook?" chiedo a me stesso prima che a lei.
"Perché abbiamo messo tutto in decine di archivi cifrati online. I nostri pc non erano sicuri. Ce lo hanno suggerito iSette" mi tranquillizza e io ancora una volta ricordo che è proprio così.
“Pensi che il resto del mondo ci crederà?” Le domando.
“Qualcuno non vorrà farlo, temo” dice lei. Io annuisco.
“Credi che Regina sarò ancora la direttrice del giornale?” le chiedo ancora.
“Uhm, non so. Al novanta per cento non lo sarà, ma c'è un dieci per cento che mi dice che potrebbe perfino avere la direzione di un giornale più importante”.

Quello che conta, penso, mentre siamo a casa e la televisione diffonde l'ennesima edizione straordinaria sul caso, è che ora so perfettamente chi è la mia adorata Bianca e che io e lei ci troviamo finalmente nel posto giusto: uno nelle braccia dell'altra...con tutti i cellulari spenti!

FINE

Potete leggere questo racconto anche in ebook, scaricando questi formati. Si tratta di conversioni fatte con Calibre, quindi forse non proprio perfette, spero di migliorarle in futuro.

Bianca e iSette - mobi

Bianca e iSette - epub

Note: Questa storia è una rivisitazione, come avrete indubbiamente capito, di "Biancaneve e i sette nani", in chiave moderna. Perché l'ho scritta? Perché non avevo recensioni da fare e notizie curiose sui libri da raccontare, ma in compenso avevo voglia di scrivere qualcosa. Adoro la serie televisiva "Once Upon A Time" e ho preso ispirazione  proprio da questa per immaginare un'altra versione della storia di Biancaneve. Non escludo di rifare la stessa cosa per altre famose favole. Il tono di questo scritto è volutamente "fiabesco", la storia di Bianca e iSette non è realistica: probabilmente Big Apple avrebbe dato loro molto più filo da torcere se esistesse davvero, ma ho pensato che si deve raccontare una fiaba, questa deve mantenere un po' di magia. Quindi lasciamo Bianca e il suo Principe a godersi una vittoria un po' facile contro le multinazioanali, almeno nelle fiabe questo può accadere.

Commenti al Post:
Utente non iscritto alla Community di Libero
Margherita il 19/10/12 alle 14:20 via WEB
ma che bello! e non devi "giustificarti" per averla scritta, ci hai fatto un bellissimo regalo :-)
 
 
bluewillow
bluewillow il 19/10/12 alle 14:22 via WEB
grazie :))), sei troppo buona :)).
 
Eric_Van_Cram
Eric_Van_Cram il 21/10/12 alle 09:28 via WEB
certo che almeno un creative commons potevi usarlo :)
 
 
bluewillow
bluewillow il 21/10/12 alle 10:03 via WEB
Per quanto riguarda il numero di lettori che andrÓ oltre il primo rigo non credo faccia una gran differenza :)
 
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-non vedo il becco di un euro, ma in compenso a scriverlo sto andando alla neuro
-nessuno mi regala i libri
-nessuno mi regala i biglietti del cinema
-nessuno mi paga per scrivere e per dire quello che penso...
- e nemmeno quello che non penso!
- perchè se il "Giornale del Grande Fratello" èuna testata giornalistica, va a finire che io sarei la CNN! (questa l'ho quasi copiata da un altro blogger!).
Se volete leggere altre definizioni simili e più divertenti (magari vi torna comodo) potete trovarle QUI

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