Creato da alesesto0 il 04/09/2007

Incontriamoci

tanto per far due chiacchere

 

 

Lettera a mia madre

Post n°23 pubblicato il 28 Ottobre 2007 da alesesto0

Sapessi quante cose vorrei dirti, ora, con quella serenità e tranquillità che, forse, tu non hai mai scorto nei miei occhi. L'ultima volta che ci siamo visti non sei stata capace di dire il mio nome, eppure mi dicevi che hai insistito tanto con papà perchè mi chiamassi cosi. Com'e' strana la vita! Mi hai guardato e mi hai sorriso e li ho capito che volevi dirmi qualcosa, che c'eri, che non era come quando mi parlavi solo per chiedermi se ero ubriaco, se avevo bevuto,se avevo finito i soldi. Quel sorriso, all'apice della tua malattia, mi ha infuso calore, quello che non ho provato prima e che potevi darmi semplicemente con un gesto.
Il tuo sguardo sereno di quell'attimo è per me oggi il ricordo indelebile di mia madre che ha capito; capito che sto bene e sto lavorando per star bene. Ma ti ricordi,soltanto qualche anno fa,le smorfie di una visita improvvisa, di chi non si sa bene che si aspetta, della paura di una figuraccia,di una bottiglia consumata in fretta.
Ohhh Santo il Signore, che tanto mi illudeva di trovar conforto in grembo tuo, ma già occupato per sfortuna mia,da sentimenti di buonismo e falsa ilarità che poco mi aiutavano a compiere l'ambito salto di quel maledetto fosso che da anni cercavo e mai scrutavo.
Però quel sorriso cosi profondo che in pochi istanti ti ha disteso le rughe della bocca, mi ha riempito il cuore di speranze, forse anche tu hai perdonato chi con tanto grado a mal vissuto e, se son io che lo dichiaro in fondo il perdono è già avvenuto.
Tra un pò ci rivedremo, dicono  per le feste di Natale, senza balocchi, doni o strenne di mercato, ma quello che mi aspetto stanne certa, è quel sorriso di una madre esperta. Il mio cuore fre le tue mani.

 
 
 

Ricomincio da me

Post n°22 pubblicato il 13 Ottobre 2007 da alesesto0

La resa

Lettera a un Giornale in occasione del 22°Anniversario di AA
 

Mi chiamo ........ e sono un alcolista, una persona che a furia di bere in modo ripetitivo era diventata incapace di controllare quando avrebbe bevuto e quanto avrebbe bevuto non appena avesse incominciato a bere. Da un certo momento della mia vita in poi, non sono stato più in grado di controllare quanto avrei bevuto non appena toccato il primo bicchiere Iniziai bevendo un bicchiere ogni tanto fuori con gli amici (a casa non c'era l'abitudine di bere a pranzo o a cena), ma ben presto cominciai a dare all'alcol un significato diverso e a farne un uso diverso dal normale: non l'usavo cioè a scopo alimentare o sociale, come chi non è alcolista, ma l'usavo per sentirmi meglio, cambiare umore, tenere a bada l'ansia, far sparire la timidezza, il disagio, l'insicurezza, per sentirmi, comportarmi e agire come la persona che avrei voluto essere e non ero. Fra me e il bere si venne a creare uno specialissimo rapporto, un'associazione emotiva e mentale particolare che a un certo punto cominciò a diventare ossessiva e compulsiva.
All'inizio c'era l'euforia, la gradevole sensazione di essere socievole, attraente, approvato, ammirato, l'esperienza di essere accettato. Scoprivo la magia del bere e la bottiglia diventò la bacchetta magica che mi illudeva che il mio modo di stare al mondo fosse soddisfacente e che potessi affrontare agevolmente la vita. Ma i problemi psicologici, le insicurezze, le frustrazioni, mai affrontate, restavano e intanto la tolleranza all'alcol aumentava, accompagnata dai primi segni di una dipendenza psicologica: la quantità d'alcol che riuscivo a bere aumentava sempre più, così come aumentavano le circostanze in cui bevevo. Le occasioni di festa non diventarono altro che occasioni per bere, dissimulando il disagio insostenibile nel rapportarmi con gli altri. Adesso bevevo anche da solo e tenevo una scorta d'alcol in casa.
Conoscevo già da qualche tempo le conseguenze fisiche, psicologiche e mentali del mio bere eccessivo e irresponsabile: gli stritolanti mal di testa e il tremore delle mani del mattino dopo, la sensazione di nausea, il vomito sempre più frequente, l'insonnia, l'angoscia che mi schiacciava. Scoprivo adesso che queste devastanti conseguenze del mio bere venivano "curate" da un'ulteriore ingestione d'alcol. A questo punto "dovevo" bere: ero condannato a bere. Il rapporto con me stesso si era deteriorato: l'euforia di un tempo aveva ceduto il posto alla disperazione, i sensi di colpa mi avevano fatto chiudere in me stesso, non mi stimavo più. Il rapporto con gli altri era pessimo, bevevo sul lavoro, disertavo impegni importanti. Mia madre era disperata, i miei fratelli non capivano, la ragazza mi aveva lasciato, gli amici mi evitavano. Dopo dodici anni dal primo bicchiere bevevo quasi tutto il giorno, più spesso da solo. Mi ero progressivamente isolato. Di tanto in tanto cercavo di non bere, ma non riuscivo. Avevo perso la fiducia in me stesso. Era come trovarmi sul ciglio franoso di un precipizio e soltanto l'alcol rendeva sopportabile l'ansia che mi divorava.
Finché mi rivolsi a un medico. Questi, una persona intelligente e sensibile, mi consigliò Alcolisti Anonimi. Prese lui stesso il numero dall'elenco telefonico. Trovai così degli amici che avevano attraversato il mio stesso calvario e che mi sono stati vicini con il loro affetto e la loro comprensione, sostenendomi con la loro esperienza e la loro forza e con la speranza che anch'io, non bevendo ventiquattr'ore alla volta, avrei trovato la loro serenità.
Grazie a loro e grazie ad A. A. e al suo insostituibile Programma di recupero, sono sobrio da sei anni, non ho più provato ossessione per l'alcol e ho potuto progressivamente ricostruire la mia personalità e il miglior rapporto con me stesso e con gli altri. Oggi sono un uomo libero, migliore e consapevole, fra l'altro, di non essere stato un vizioso, ma di essere affetto da una malattia che lasciata a se stessa conduce alla demenza e alla morte. Questa malattia, l'alcolismo, può essere fermata.


 
 
 

quanti gabbiani in addestramento

Post n°20 pubblicato il 13 Settembre 2007 da alesesto0

 
 
 

CONOSCERE SE STESSI

Post n°19 pubblicato il 12 Settembre 2007 da alesesto0

Cari Amici miei ho imparato a mie spese che

prima di poter aprire il cuore, dovremo esserci creati un Io forte che non si senta dipendente, cioè un Io maturo e non infantile, sempre bisognoso di qualcosa e di qualcuno. Accettare gli altri va di pari passo con l’accettare se stessi, stare bene con gli altri è più facile per chi sa stare bene anche da solo; essere intimi , secondo me, è qualcosa di molto simile all’essere soli: in entrambi gli stati diventiamo intensi e veniamo inevitabilmente sollecitati da ciò che in noi richiede ancora attenzione, dedizione, impegno o accettazione. L’amore è la cornice della consapevolezza, all’interno della quale la nostra solitudine può trasformarsi in un profondo “stare bene con se stessi” che, una volta che conosciuto, può essere anche condiviso, senza entrare in ansia. Ma il nostro cuore si aprirà soltanto se sarà libero. Non sopporta infatti  pressioni o ricatti di alcun tipo, perciò la frase “Dovresti amare.....” è semplicemente assurda: dovere e amare sono concetti che si escludono a vicenda. Arrivare all’energia del cuore significa abbandonarsi a se stessi, saltare verso l’interno, e non può mai essere frutto di un’imposizione. Solo così dare e ricevere diventano azioni autentiche, senza attaccamenti o rimorsi

vi aspetto qui...

 
 
 

CONOSCERE SE STESSI

Post n°17 pubblicato il 12 Settembre 2007 da alesesto0

Conoscere gli altri e se stessi è la strada che porta al successo; non conoscendo gli altri , ma solo se stessi, una volta si vincerà e un'altra no; non conoscendo nè gli altri nè se stessi si andrà inevitabilmente incontro a fallimenti

Vi aspetto  

 
 
 
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