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Il problema del restauro architettonico, John Ruskin


John Ruskin ( Londra 1819- Brantwood 1900) è stato il massimo teorico del restauro architettonico " romantico" di nazionalità inglese. Fu scrittore e critico d'arte. Le sue teorie, in contrasto con le concezioni del restauro " stilistico" in auge in quel tempo in Francia, furono severe, pervase di pessimismo e tuttavia rivelatrici della sua sconfinata passione per l'arte. Se l'uomo, per proteggere le sue opere e le città dall'usura del tempo, non aveva altro strumento di difesa che ricorrere al restauro " falsificatore" e " manomissore", allora suggeriva Ruskin, piuttosto che popolare il mondo di edifici alterati e non più autentici sarebbe stato auspicabile lasciarli  " morire" e abbandonarli al degrado e al proprio destino. Per contro la scelta scrupolosa di materiali, di modelli architettonici adeguati al territorio avrebbe consentito la realizzazione di opere solide, funzionali oltre che durature. Ruskin ne indicava un esempio magnifico e tristemente senza soluzione nella città di Venezia che maestosa e splendida sarebbe stata sopraffatta, a suo avviso, dalla forza degli elementi naturali. Per la città lagunare, Ruskin stilò quella che forse fu la sua maggiore opera, " Le pietre di Venezia", ( 1851). Nel trattato, redatto con struggente passione, trovava spazio la descrizione della architettura della città paragonata per la sua bellezza alla antica città di Tiro. Ruskin provava anche sentimenti contrastanti. Ma più ancora prevalse il suo pensiero critico che lo convinse, inequivocabilmente, della necessità di una verifica e di un esame accurato della " materia", dei marmi utilizzati per ogni tipologia di costruzione  edile. Ruskin, che nutriva una profonda considerazione per l'arte e che riteneva che i monumenti devono essere  " rispettati quasi religiosamente", forse non avrebbe mai acconsentito alla realizzazione di un edificio interamente in acciaio come la Torre Eiffel (1887-1889); il Crystal Palace di Londra (1854) o il ponte di Brooklyn (1870-1883) con cui gli elaganti e romantici ponti della città Serenissima non avrebbero mai avuto alcuna affinità se non in un  riferimento legato alla funzionalità che evidentemente prescinde dalla ricchezza dei materiali dallo stile e dall'ornato. E una frase tratta dai suoi scritti ricorda che l'arte, al di là di ogni utilitarismo, è sempre espressione di civiltà: " Le grandi nazioni scrivono la loro autobiografia in tre libri: nel libro delle loro gesta, nel libro delle loro parole( la letteratura), e ne libro della loro arte e nessuno di questi libri può essere compreso senza leggere gli altri due. Ma dei tre l'ultimo soltanto è degno di fede".