IPERBOLE

UNA VITA PER IL POTERE


Da sempre sulla scena politica italiana, il "divo Giulio" si appresta a scendere nuovamente nell'agone di quel potere del quale è parte integrante e in ragione del quale a 87 anni suonati, si prepara a raccogliere il consenso di una parte politica che lo porterebbe ad essere la seconda carica istituzionale della Nazione.Sette volte presidente del consiglio come i sette colli di quella Roma che vedeva nel Senato l'espressione massima che l'acronimo "SPQR" mette bene in evidenza, l'epigono della gens Giulia porta nel suo dna i caratteri di un potere compromissorio duro a morire e che in quanto tale paradossalmente "logora chi non ce l'ha". Un senatore a vita alla veneranda età che si ritrova invece di pensare ai suoi coetanei che ormai sono passati nel mondo dei più, si presta ancora a fare lo specchietto per le allodole sperando che più di qualche franco tiratore preferisca "impallinare" lui invece di quell'altro che sogna invece di riempire il suo carniere con i voti di una maggioranza talmente...rosicata da fare schifo perfino al conte Ugolino.    Tante volte nella polvere e tante altre sull'altare, ora è stato chiamato per "ringiovanire" una classe politica che non sa più a che santo votarsi per bloccare sul nascere l'avventura di un governo che prima ancora di muovere i primi passi è già miseramente scivolato sul terreno reso viscido dal gioco delle poltrone.Dice che ha accettato di candidarsi "per unire" compito arduo se non impossibile visto che la divisione del Paese è così netta da aver prodotto una dicotomia tale da risultare inconciliabile con una destra nata proprio dalle metastasi della prima repubblica.Sembra una mummia che periodicamente viene riportata in vita dai gran sacerdoti di un credo che stenta a rinnovare una classe dirigente che spesso è il voracissimo apparato digerente che ingoia e fagocita se stessa nello strenuo tentativo di autoperpetuarsi. Usciamo da cinque anni di malgoverno destrorso in cui certi onorevoli macrofagi per la loro maggior gloria hanno fatto scempio di un sistema che ora li vedrebbe volentieri soccombere sotto il peso delle loro immani responsabilità. Una su tutte, l'aver mandato in un Paese mai pacificato  un contingente militare armato di tutto punto per una cosiddetta missione di...pace che al di là del pur non trascurabile costo economico, ha un tragico e incalcolabile bilancio segnato da oltre quaranta  morti e da numerosi feriti che porteranno per sempre nell'Anima l'assurda voglia di un signorotto di ritagliarsi un posto fra i presunti potenti del pianeta. Le vuote parole di cordoglio e di circostanza pronunciate anche oggi per la morte da chi quegli uomini li ha mandati a morire, sono come il pianto di tanti coccodrilli che non si sentiranno mai moralmente responsabili di questa come delle altre tragedie che hanno funestato la cosiddetta missione di "peace keeping".   Tutti hanno fatto a gara per esprimere la loro dolente vicinanza alle famiglie e alle Forze Armate ma chi ha veramente espresso la più logica, la più ragionevole e condivisibile delle analisi, è stato ancora una volta proprio l'immarcescibile senatore Giulio che ha detto: "Lasciamo l'Iraq agli Iracheni".