Ho festeggiato il primo maggio lavorando, non certo per stacanovismo ma per garantire la copertura di un turno e assicurare un pubblico servizio che non conosce festività di sorta. In giorni simili ricordo il periodo in cui da disoccupato invidiavo chi poteva permettersi un lavoro e guardavo al mio futuro con una inquietudine tale da non permettermi la realizzazione di niente. Era opinione diffusa che solo col famigerato "pezzo di carta" si potesse sfondare, ma a certe latitudini, se non hai anche qualche santo in paradiso, pure quel titolo non serve a niente e diventa presto carta straccia. La classica raccomandazione costituiva il passaggio obbligato per affermarsi in qualche concorso per titoli ed esami, in cui però gli esami erano decisamente condizionati dalla spinta che il "candidato" riusciva a farsi dare previo congruo compenso e i titoli diventavano un fiore all'occhiello da esibire senza tante convinzioni. Ricordo che nella comitiva di quel tempo, fatta di gente rigorosamente disoccupata, invece di dire "hanno bandito un concorso per..." si diceva più giustamente "hanno messo all'asta tre posti di..." proprio per rendere meglio l'idea che chi poteva permettersi di offrire di più, comprava insieme al lavoro anche il suo futuro. In un sottobosco fatto di maneggioni, notabili e politici di bassissima lega, la bustarella era (e forse è ancora) il lasciapassare per varcare un confine al di là del quale c'era anche un dazio da pagare: la tessera di un partito e la clausola quasi implicita di militarvi vita natural durante e fare, all'occorrenza, propaganda elettorale. Altri tempi vorrei poter dire, purtroppo questo malvezzo vige ancora e guardo quasi con una certa commiserazione chi si presta ad alimentare un malcostume che fa scendere a compromessi un'altra generazione che pedissequamente segue le orme dei padri.Fu giocoforza abbandonare luoghi e affetti. All'inizio fu terribile ma poi riuscii a guadagnarmi la stima e la considerazione di un ambiente dapprima freddo e quasi ostile (per un terrone è il minimo), ma che col passare degli anni divenne così accogliente e famigliare tanto da farmi sentire come se fossi a casa mia. Il mio sogno però era quello di ritornare qui, in Terronia e dopo qualche anno ottenni di poter lavorare nel luogo in cui sono nato. Stamattina con i colleghi si e parlato proprio di questo, le storie di ognuno di noi hanno il comun denominatore dell'emigrazione e l'essere stati alla deriva sulla zattera della disoccupazione, ci ha fatto sentire solidali con chi è costretto ad accontentarsi di un qualsiasi lavoro pur di non scendere a patti con la propria coscienza.Disoccupazione e sottoccupazione, lavoro nero e minorile, precario e interinale: diversi modi di essere cittadini di un Paese la cui Costituzione al primo articolo recita così: "L'Italia è una Repubblica democratica (e fin qui posso essere quasi d'accordo), fondata sul lavoro" e qui iniziano a sorgere i primi dubbi che tali restano e di più diventano se continuo a leggere anche il primo comma dell'art. 4"La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto".Oggi si è sfilato in corteo per la Festa internazionale del Lavoro, una processione laica che ha nel "Quarto Stato" di Giuseppe Pellizza da Volpedo la sua icona più espressiva e bella, sintesi di un realismo sociale e di un ideale etico ed estetico che porta in primo piano i protagonisti senza nome di una cultura che sarebbe riduttivo confinare in una certa ideologia.L'autore nel presentare il suo capolavoro nel 1898 scriveva:"I miei lavoratori che camminano di un cammino secolare vorrebbero mostrarsi in tutta la loro bellezza, forza, bontà..."Di strada quei lavoratori ne hanno fatta tanta e hanno conservato intatta quella dignità che altri hanno miseramente perduto sfruttando proprio il lavoro del "Quarto Stato".
IL MIO PRIMO MAGGIO
Ho festeggiato il primo maggio lavorando, non certo per stacanovismo ma per garantire la copertura di un turno e assicurare un pubblico servizio che non conosce festività di sorta. In giorni simili ricordo il periodo in cui da disoccupato invidiavo chi poteva permettersi un lavoro e guardavo al mio futuro con una inquietudine tale da non permettermi la realizzazione di niente. Era opinione diffusa che solo col famigerato "pezzo di carta" si potesse sfondare, ma a certe latitudini, se non hai anche qualche santo in paradiso, pure quel titolo non serve a niente e diventa presto carta straccia. La classica raccomandazione costituiva il passaggio obbligato per affermarsi in qualche concorso per titoli ed esami, in cui però gli esami erano decisamente condizionati dalla spinta che il "candidato" riusciva a farsi dare previo congruo compenso e i titoli diventavano un fiore all'occhiello da esibire senza tante convinzioni. Ricordo che nella comitiva di quel tempo, fatta di gente rigorosamente disoccupata, invece di dire "hanno bandito un concorso per..." si diceva più giustamente "hanno messo all'asta tre posti di..." proprio per rendere meglio l'idea che chi poteva permettersi di offrire di più, comprava insieme al lavoro anche il suo futuro. In un sottobosco fatto di maneggioni, notabili e politici di bassissima lega, la bustarella era (e forse è ancora) il lasciapassare per varcare un confine al di là del quale c'era anche un dazio da pagare: la tessera di un partito e la clausola quasi implicita di militarvi vita natural durante e fare, all'occorrenza, propaganda elettorale. Altri tempi vorrei poter dire, purtroppo questo malvezzo vige ancora e guardo quasi con una certa commiserazione chi si presta ad alimentare un malcostume che fa scendere a compromessi un'altra generazione che pedissequamente segue le orme dei padri.Fu giocoforza abbandonare luoghi e affetti. All'inizio fu terribile ma poi riuscii a guadagnarmi la stima e la considerazione di un ambiente dapprima freddo e quasi ostile (per un terrone è il minimo), ma che col passare degli anni divenne così accogliente e famigliare tanto da farmi sentire come se fossi a casa mia. Il mio sogno però era quello di ritornare qui, in Terronia e dopo qualche anno ottenni di poter lavorare nel luogo in cui sono nato. Stamattina con i colleghi si e parlato proprio di questo, le storie di ognuno di noi hanno il comun denominatore dell'emigrazione e l'essere stati alla deriva sulla zattera della disoccupazione, ci ha fatto sentire solidali con chi è costretto ad accontentarsi di un qualsiasi lavoro pur di non scendere a patti con la propria coscienza.Disoccupazione e sottoccupazione, lavoro nero e minorile, precario e interinale: diversi modi di essere cittadini di un Paese la cui Costituzione al primo articolo recita così: "L'Italia è una Repubblica democratica (e fin qui posso essere quasi d'accordo), fondata sul lavoro" e qui iniziano a sorgere i primi dubbi che tali restano e di più diventano se continuo a leggere anche il primo comma dell'art. 4"La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto".Oggi si è sfilato in corteo per la Festa internazionale del Lavoro, una processione laica che ha nel "Quarto Stato" di Giuseppe Pellizza da Volpedo la sua icona più espressiva e bella, sintesi di un realismo sociale e di un ideale etico ed estetico che porta in primo piano i protagonisti senza nome di una cultura che sarebbe riduttivo confinare in una certa ideologia.L'autore nel presentare il suo capolavoro nel 1898 scriveva:"I miei lavoratori che camminano di un cammino secolare vorrebbero mostrarsi in tutta la loro bellezza, forza, bontà..."Di strada quei lavoratori ne hanno fatta tanta e hanno conservato intatta quella dignità che altri hanno miseramente perduto sfruttando proprio il lavoro del "Quarto Stato".