Nell'antichità si diceva che la giovinezza fosse un dono elargito dagli Dei agli uomini perché godessero di quel periodo della loro vita, così fugace e breve, da avvicinarli alla caducità dell'effimera primavera. Se gli Dei avessero prolungato questo dono per tutta l'esistenza, ci avrebbero condannato a ignorare le gioie delle altre stagioni.Guardo a quel periodo della mia vita e resto nel guado dell'età di mezzo, inebriato ancora dal profumo di quella lontana primavera, mi accorgo di non essere più capace di cogliere gli altri fiori che l'attuale stagione così prodiga di promesse, lascia sfiorire senza che io allontani da me la paura di poter gioire ancora. Sono diventato più orso di quanto credevo e ora mi lascio sopraffare dall'abulia dei sentimenti, languendo in un prato in cui crescono rigogliosi e bellissimi, tanti fiori di campo che se colti reclinano subito il capo e perdono quella grazia che li rende di una bellezza così fragile da desiderare soltanto di essere lasciati lì dove sono sbocciati.Non sono più capace di amare e lascio che certi fiori fioriscano dentro di me, senza far trasparire il disagio che provo quando incontro lo sguardo di una rosa o quando "sento" il mio cuore battere all'unisono con chi è maturato attraverso la lotta, la rinuncia e la delusione.Pur comprendendo il comune linguaggio di un Destino spesso restio a ripetere i versi di una poesia senza parole, resto in ascolto sperando di risentire almeno l'eco di un'armonia che si perde nel vento. Continuo a pormi dei limiti, non più dei traguardi e forse per questo sono diventato l'intransigente giudice di me stesso sempre alle prese con un codice ferreo che non ammette di essere violato.Magari le pene che oggi mi infliggo, la solitudine che mi condanna ad una vita di sole ombre, domani forse mi assolverà rendendomi giustizia di un rigore forse più adatto ad un monaco che ad un inveterato e impenitente eretico dello spirito.Gioco con l'immaginazione, prefiguro scenari diversi e mi chiedo come sarebbe andata se invece di percorrere quella strada che di continuo mi porta da te, mi fossi comportato come l'ape che vola di fiore in fiore senza restare intrappolato dai petali di un cuore che pensavo desse amore ma che invece regalava solo nettare da suggere come amaro veleno. Sulla scia di quella passione, l'introspezione mi porta a riconoscere gli errori fatti, i rimedi posti come argine alla montante marea dei sentimenti si aggrovigliano nell'inestricabile matassa del Destino e imbrigliano ogni speranza. Non pretendo e non chiedo più niente, semplicemente mi abbandono ai ricordi e mi lascio condurre dall'inebriante profumo di ieri nella ombrosa radura del tempo in cui crescono fiori di campo, null'altro che incolti fiori di campo che sbocciano per durare un giorno soltanto.
FIORI DI CAMPO
Nell'antichità si diceva che la giovinezza fosse un dono elargito dagli Dei agli uomini perché godessero di quel periodo della loro vita, così fugace e breve, da avvicinarli alla caducità dell'effimera primavera. Se gli Dei avessero prolungato questo dono per tutta l'esistenza, ci avrebbero condannato a ignorare le gioie delle altre stagioni.Guardo a quel periodo della mia vita e resto nel guado dell'età di mezzo, inebriato ancora dal profumo di quella lontana primavera, mi accorgo di non essere più capace di cogliere gli altri fiori che l'attuale stagione così prodiga di promesse, lascia sfiorire senza che io allontani da me la paura di poter gioire ancora. Sono diventato più orso di quanto credevo e ora mi lascio sopraffare dall'abulia dei sentimenti, languendo in un prato in cui crescono rigogliosi e bellissimi, tanti fiori di campo che se colti reclinano subito il capo e perdono quella grazia che li rende di una bellezza così fragile da desiderare soltanto di essere lasciati lì dove sono sbocciati.Non sono più capace di amare e lascio che certi fiori fioriscano dentro di me, senza far trasparire il disagio che provo quando incontro lo sguardo di una rosa o quando "sento" il mio cuore battere all'unisono con chi è maturato attraverso la lotta, la rinuncia e la delusione.Pur comprendendo il comune linguaggio di un Destino spesso restio a ripetere i versi di una poesia senza parole, resto in ascolto sperando di risentire almeno l'eco di un'armonia che si perde nel vento. Continuo a pormi dei limiti, non più dei traguardi e forse per questo sono diventato l'intransigente giudice di me stesso sempre alle prese con un codice ferreo che non ammette di essere violato.Magari le pene che oggi mi infliggo, la solitudine che mi condanna ad una vita di sole ombre, domani forse mi assolverà rendendomi giustizia di un rigore forse più adatto ad un monaco che ad un inveterato e impenitente eretico dello spirito.Gioco con l'immaginazione, prefiguro scenari diversi e mi chiedo come sarebbe andata se invece di percorrere quella strada che di continuo mi porta da te, mi fossi comportato come l'ape che vola di fiore in fiore senza restare intrappolato dai petali di un cuore che pensavo desse amore ma che invece regalava solo nettare da suggere come amaro veleno. Sulla scia di quella passione, l'introspezione mi porta a riconoscere gli errori fatti, i rimedi posti come argine alla montante marea dei sentimenti si aggrovigliano nell'inestricabile matassa del Destino e imbrigliano ogni speranza. Non pretendo e non chiedo più niente, semplicemente mi abbandono ai ricordi e mi lascio condurre dall'inebriante profumo di ieri nella ombrosa radura del tempo in cui crescono fiori di campo, null'altro che incolti fiori di campo che sbocciano per durare un giorno soltanto.