L'ultima volta l'avevo visto affacciato alla finestra di quella che per cinque anni è stata la sua turris eburnea, non sembrava per niente contento di abdicare, lo sguardo perso nel vuoto e quella cravatta così sciattamente allentata faceva più pensare al nodo scorsoio di un pendaglio da forca che non al potente presidente del consilvio che in cinque anni di malgoverno aveva demolito lo stato di diritto per "restaurare" la casa delle sue libertà. Dov'era finito, mi chiedevo, quel guitto vanerello, che ad onta dei suoi quasi settanta anni si truccava come una vecchia battona per sembrare il degno epigono di uno di quei tanti "Orlando" più o meno furiosi con gli altri e innamorati di sé stessi. Dov'era finito, mi chiedevo, quel "cavalier bugiardoni" che un bel giorno, stanco di essere un qualunque signor imputato decise di mettere sulla bilancia la sua durlindana tempestata di oro e diamanti per far pendere tutto da una parte il piatto dell'impunità. Scese "in campo a miracol mostrare" come da contratto e in effetti dimostrò come si moltiplicano i pani e i pesci (i suoi, naturalmente),come si rimettono i peccati e si cancellano le pene (le sue, beninteso), e come, infinocchiando il popolo bue col vecchio sistema del "panem et circenses" si possa vivere felici e contenti. Si inventò il partito-azienda, lo tinse di azzurro e lo chiamò come un coro da stadio; memorabili le sue discese, sempre lungo quella fascia destra di un campo in cui erano stati aboliti i falli di rigore, i cartellini rossi (naturalmente) e gli arbitri. Il suo credo è riassumibile in un punto: il figlio dell'operaio deve essere inferiore al figlio del professionista, non può esserci competizione, né uguaglianza, i conflitti di classe tali devono restare e mai risolversi in una pace sociale. Chi nasce povero, povero deve vivere per consentire al ricco di diventare sempre più ricco. Il suo concetto di superiorità per nascita e per censo la dice lunga sull'idea che questo "omuncolo della provvidenza" ha dei suoi simili. Mentre mi chiedevo che fine avesse fatto questo Creso che secondo logica dovrebbe fare la fine di re Mida, mi è capitato di ritrovarlo l'altra sera nel vespaio del ronzante neo. Nel mentre si esibiva nella solita solfa sul pericolo comunista, si sentiva "circondato" in piena "emergenza democratica" e aggiungeva "siamo molto vicini ad un regime".Non riesce proprio a rassegnarsi all'idea di aver perso la guerra delle urne, continua a delegittimare l'avversario, si dice vincitore più che morale, si proclama imperatore fondendo per sé una corona di sondaggite pura. In cinque anni di malgoverno ha offerto il meglio del suo farsesco repertorio e ora che un altro calca la scena, non vuol saperne di stare dietro le quinte e, da vero cavallerizzo con l'ubbia della politica, scalpita imbizzarrito, pregustando un ritorno che sarebbe comunque beffardo e grottesco.Vede i khmer rossi e le guardie del popolo "occupare le istituzioni" continua a vaneggiare di brogli elettorali, vorrebbe ricontare le schede una ad una. Ma che lo faccia! E al più presto anche.Forse solo così si convincerà di aver perso, sia pure per ventimila voti e si renderà conto che lui è stato a capo di una sgangherata compagnia di giro che ha saputo soltanto produrre delle "porcate" proprio come quella legge elettorale che invece di regalargli una vittoria, gli ha attribuito una sconfitta sia pure mascherata da un orribile pareggio.Dice che ha "timore per la sua persona" e di essere preoccupato perché i mass media danno di lui "un'immagine sbagliata" che alla lunga può provocare spiacevoli situazioni.Dalle mie parti c'è un detto che più o meno recita così: "male nu fare e paura nu ire" e questo proverbio è la risposta migliore alle paure del "cavaliere errante". Se lui ha timore, significa che in coscienza sente di aver usato e abusato oltre il lecito di quel potere che ora lo logora; come dire "chi semina vento raccoglie tempesta".E visto che sono in vena di citazioni, riporto una brevissima quanto illuminante considerazione di don Lorenzo Milani (un sacerdote scomodo e inviso ai poteri di ogni risma) che scriveva: "Avere in mano tutto, il governo, la stampa, l'economia, ed avere per ricompensa l'ostilità dei poveri..."
E' SEMPRE LUI (CARO LEI)
L'ultima volta l'avevo visto affacciato alla finestra di quella che per cinque anni è stata la sua turris eburnea, non sembrava per niente contento di abdicare, lo sguardo perso nel vuoto e quella cravatta così sciattamente allentata faceva più pensare al nodo scorsoio di un pendaglio da forca che non al potente presidente del consilvio che in cinque anni di malgoverno aveva demolito lo stato di diritto per "restaurare" la casa delle sue libertà. Dov'era finito, mi chiedevo, quel guitto vanerello, che ad onta dei suoi quasi settanta anni si truccava come una vecchia battona per sembrare il degno epigono di uno di quei tanti "Orlando" più o meno furiosi con gli altri e innamorati di sé stessi. Dov'era finito, mi chiedevo, quel "cavalier bugiardoni" che un bel giorno, stanco di essere un qualunque signor imputato decise di mettere sulla bilancia la sua durlindana tempestata di oro e diamanti per far pendere tutto da una parte il piatto dell'impunità. Scese "in campo a miracol mostrare" come da contratto e in effetti dimostrò come si moltiplicano i pani e i pesci (i suoi, naturalmente),come si rimettono i peccati e si cancellano le pene (le sue, beninteso), e come, infinocchiando il popolo bue col vecchio sistema del "panem et circenses" si possa vivere felici e contenti. Si inventò il partito-azienda, lo tinse di azzurro e lo chiamò come un coro da stadio; memorabili le sue discese, sempre lungo quella fascia destra di un campo in cui erano stati aboliti i falli di rigore, i cartellini rossi (naturalmente) e gli arbitri. Il suo credo è riassumibile in un punto: il figlio dell'operaio deve essere inferiore al figlio del professionista, non può esserci competizione, né uguaglianza, i conflitti di classe tali devono restare e mai risolversi in una pace sociale. Chi nasce povero, povero deve vivere per consentire al ricco di diventare sempre più ricco. Il suo concetto di superiorità per nascita e per censo la dice lunga sull'idea che questo "omuncolo della provvidenza" ha dei suoi simili. Mentre mi chiedevo che fine avesse fatto questo Creso che secondo logica dovrebbe fare la fine di re Mida, mi è capitato di ritrovarlo l'altra sera nel vespaio del ronzante neo. Nel mentre si esibiva nella solita solfa sul pericolo comunista, si sentiva "circondato" in piena "emergenza democratica" e aggiungeva "siamo molto vicini ad un regime".Non riesce proprio a rassegnarsi all'idea di aver perso la guerra delle urne, continua a delegittimare l'avversario, si dice vincitore più che morale, si proclama imperatore fondendo per sé una corona di sondaggite pura. In cinque anni di malgoverno ha offerto il meglio del suo farsesco repertorio e ora che un altro calca la scena, non vuol saperne di stare dietro le quinte e, da vero cavallerizzo con l'ubbia della politica, scalpita imbizzarrito, pregustando un ritorno che sarebbe comunque beffardo e grottesco.Vede i khmer rossi e le guardie del popolo "occupare le istituzioni" continua a vaneggiare di brogli elettorali, vorrebbe ricontare le schede una ad una. Ma che lo faccia! E al più presto anche.Forse solo così si convincerà di aver perso, sia pure per ventimila voti e si renderà conto che lui è stato a capo di una sgangherata compagnia di giro che ha saputo soltanto produrre delle "porcate" proprio come quella legge elettorale che invece di regalargli una vittoria, gli ha attribuito una sconfitta sia pure mascherata da un orribile pareggio.Dice che ha "timore per la sua persona" e di essere preoccupato perché i mass media danno di lui "un'immagine sbagliata" che alla lunga può provocare spiacevoli situazioni.Dalle mie parti c'è un detto che più o meno recita così: "male nu fare e paura nu ire" e questo proverbio è la risposta migliore alle paure del "cavaliere errante". Se lui ha timore, significa che in coscienza sente di aver usato e abusato oltre il lecito di quel potere che ora lo logora; come dire "chi semina vento raccoglie tempesta".E visto che sono in vena di citazioni, riporto una brevissima quanto illuminante considerazione di don Lorenzo Milani (un sacerdote scomodo e inviso ai poteri di ogni risma) che scriveva: "Avere in mano tutto, il governo, la stampa, l'economia, ed avere per ricompensa l'ostilità dei poveri..."